Tra luce e neve

.1.

Il vento ululava oltre i valichi con la furia di un branco di lupi famelici. Le raffiche non si limitavano a sfiorare le mura di Roccabruna: le graffiavano, le laceravano con unghie di tempesta, strappando brandelli di neve dalle creste dei tetti. Le ultime luci del giorno si erano spente da un pezzo, inghiottite da un’oscurità lattiginosa, non una vera notte e nemmeno nebbia, ma una mescolanza tra le due, un limbo dove il mondo perdeva i suoi contorni e ogni cosa diventava spettro di sé stessa.

Il viaggiatore avanzava piegato nel mantello come un penitente sotto il peso di peccati innominabili, ogni passo un piccolo atto di rivolta contro il gelo. Il cavallo soffiava dalle froge nuvole di vapore che si dissolvevano nell’istante stesso in cui nascevano—fantasmi di respiro che la bufera divorava—irritato quanto il cavaliere da quella scalata che sembrava non avere fine né scopo, solo l’ostinazione cieca di chi sale perché fermarsi significherebbe arrendersi. Sotto gli zoccoli, la strada diventava una poltiglia viscida di neve e fango ghiacciato, che scricchiolava come ossa vecchie.

Quando le prime torce baluginarono tra gli alberi, fuochi fatui annegati nel vortice della bufera, promesse tremolanti di un rifugio che poteva essere miraggio, l’uomo pensò — e si pentì subito di averlo pensato — che forse, solo per quella notte, non avrebbe disprezzato un tetto che non minacciasse di crollare e un giaciglio che non fosse zuppo di pioggia e malinconia.

Era stato a Roccabruna altre volte, ma sempre quando la stagione era amica, nel pieno dell’estate o alle soglie dell’autunno, con la brughiera colorata di oro e ruggine. Il castello, allora, sembrava un pugno chiuso piantato nella roccia, ostinato, un po’ corrucciato. Adesso, sotto la neve che si incrostava alle feritoie come cataratte bianche e si ammassava sui cornicioni in cumuli che parevano gobbe di giganti sepolti, somigliava invece a un titano addormentato, un colosso che fumava dalla bocca nuvole bianche e sognava stagioni morte e battaglie che nessuno ricordava più.

«Tieni gli occhi aperti, amico» brontolò al cavallo, quando l’animale inciampò in una lastra di ghiaccio nascosta. «Se precipitiamo, nessuno ci ritroverà fino alla primavera.»

Non fu il cavallo a rispondergli, naturalmente, ma il clangore secco di una campana sulla torre più vicina, un suono di bronzo che tagliava la bufera come una lama un velo impalpabile. Qualcuno li aveva avvistati. Qualcuno, nella cittadella di pietra e neve, sapeva che stavano arrivando. Qualcuno li aspettava.

Il viaggiatore si tolse il cappuccio, lasciando che il vento gli frustasse il volto. I capelli, stretti nella lunga treccia che gli correva lungo la schiena come un serpente di seta bianca, erano una corda dura di neve. Sentì il gelo scavargli i solchi delle cicatrici, e per un istante provò un piacere quasi perverso in quella sensazione: il freddo era onesto, non chiedeva permesso, non aveva memoria né rancore. Mordeva chiunque allo stesso modo, senza distinzione di sangue o colpa.

Il portone di Roccabruna si aprì con un gemito di legno vecchio e ferro. Una lingua di luce calda si riversò nel cortile innevato, disegnando sul terreno un rettangolo dorato. E dentro quel rettangolo, sillabato dal chiarore delle torce e dei bracieri, stava Blane Lanser.

Lo riconobbe subito, anche se l’uomo davanti a lui somigliava solo in parte al fantasma piegato dalla dipendenza che aveva incontrato a Llyle. Quel Blane aveva occhi vuoti come pozzi prosciugati, mani che tremavano come foglie nell’ultimo autunno della loro vita, le labbra screpolate dal bisogno che consumava ogni altra cosa, il corpo divorato dalla tortura. Quest’uomo invece stava in piedi, eretto come un albero giovane che ha imparato a resistere al vento, avvolto in un mantello di lana pesante bordato di pelliccia grigia che gli dava l’aspetto di un signore nordico, le spalle ancora un poco contratte—come se il corpo ricordasse i colpi che potevano arrivare da un momento all’altro—ma dritte, orgogliose di una dignità riconquistata a fatica. Il volto era ancora emaciato, sì, scavato ai lati come se la pelle avesse imparato a stare più aderente alle ossa. Ma gli occhi… gli occhi erano diversi. Non più vitrei, non più spenti. C’era qualcosa lì dentro, un fuoco fievole, ma ostinato.

«Cassian.»

Il Lord Protettore del Nord parlò come se si fossero incontrati solo il giorno prima. Come se non fossero trascorsi mesi, ed entrambi non fossero stati attori di una guerra e di una congiura sventata.

Cassian tirò le redini, arrestando il cavallo a pochi passi dalla soglia, su quel confine invisibile tra il gelo del mondo e il calore della dimora. Annusò l’aria con la diffidenza di un lupo che si avvicina a un accampamento umano. Perfino nel cortile avvertiva l’odore di legno resinoso che bruciava, di carne arrostita sugli spiedi, di vino caldo speziato che prometteva oblio dolce. Il genere di cose che gli facevano venire voglia di voltare il cavallo e tornare indietro, solo per non dover ammettere quanto gli mancassero.

«Roccabruna» rispose, scendendo di sella con movimenti che tradivano la stanchezza più di quanto avrebbe voluto. Non Lord Protettore, non Mio Lord, ma del resto quell’uomo era l’unico, in tutta Deaderian, a non chiamare il sovrano Maestà, ad aver conquistato col sangue e quasi con la vita il privilegio di chiamarlo semplicemente Uther. Il ghiaccio tradì la fatica che abitava le sue membra come un inquilino indesiderato. L’eco delle ferite subite—quelle visibili e quelle che nessuno avrebbe mai visto—non si era ancora acquietata del tutto, per quanto lui fingesse con ostinazione di non notarle. «Pare che il Nord esista ancora» osservò, con una smorfia che poteva essere sorriso o tic di dolore, «nonostante i migliori sforzi del cielo per cancellarlo.»

L’ombra di sorriso attraversò il volto di Blane. Inclinò appena il capo, come se accettasse la provocazione e se la mettesse in tasca per un’altra occasione.

«Entra» disse soltanto. «La notte non fa bene a chi porta tante cicatrici.»

Le narici di Cassian si dilatarono appena. Parve sul punto di ribattere, ma poi si limitò a scendere da cavallo sbuffando. Affidò a un servitore—un ragazzo dal volto arrossato dal freddo—le redini e varcò la soglia di Roccabruna, con il mantello imbevuto di neve e il freddo ancora aggrappato alle ossa come edera a un muro in rovina.

 

.2.

Non era il calore del fuoco—alto e rosso nel camino come una bestia di fiamme che ruggiva la sua esistenza—né l’aroma del cibo che aleggiava sopra la tavola come uno spirito benevolo. Era l’insieme, la totalità opprimente: la luce che tremolava sugli arazzi multicolori che rivestivano le pareti, il silenzio ovattato dopo l’urlo della tempesta, la sensazione inquietante di trovarsi in un luogo abitato da mani pazienti che avevano lavorato ogni dettaglio, da memorie ostinate che rifiutavano di dissolversi. Un calore che non veniva dal focolare, ma dal modo in cui ogni cosa—ogni pietra, ogni arazzo, ogni trave di legno scuro—sembrava appartenere a sé stessa con una sicurezza che lui non aveva mai posseduto. Cassian, che da anni apparteneva solo alla strada e alla polvere e al vento, avvertiva quel calore come una minaccia sottile, qualcosa di pericoloso contro cui bisognava erigere difese, da cui bisognava guardarsi come da un nemico che attacca con la gentilezza. Qualcuno aveva appeso rami di abete agli archi di pietra, ornandoli con nastri di stoffa rossa e piccoli dischi di legno intagliati che giravano lentamente nell’aria calda, ipnotici. Sopra il camino, una corona intrecciata di bacche invernali e foglie scure gettava ombre frastagliate sulla pietra, tremolanti alla luce delle candele. Il rumore del vento, domato e attutito da pesanti drappi color porpora, filtrava appena dalle fessure delle finestre, ridotto a un sussurro lontano, a una violenza solo ricordata.

Era una casa. Non una fortezza in stato d’assedio con soldati che camminano sui bastioni, non un nido di congiurati dove ogni ombra nasconde un pugnale, non un rifugio improvvisato lungo una strada fangosa dove si dorme con un occhio aperto e la mano sulla spada. Nemmeno la corte rutilante di Uther, con i suoi saloni di pietra rossa come sangue rappreso e le scalinate che sembravano salire all’infinito verso cieli irraggiungibili. Una casa, semplicemente. E Cassian si rese conto di aver dimenticato come ci si sentiva in un posto così. Ammesso che lo avesse mai provato, ammesso che nella sua vita ci fosse mai stato un luogo che potesse chiamare con quel nome.

«Ti aspettavamo qualche giorno fa» disse Blane, dirigendosi verso la tavola. Gli fece cenno di seguirlo, e Cassian obbedì, sebbene ogni fibra del suo essere reclamasse un angolo in ombra dove ritrarsi, un posto dove non essere visto, dove poter osservare senza essere osservato.

«Le strade a sud sono piene di fango» rispose, e la sua voce aveva quella qualità rauca che viene dalla stanchezza e dal freddo. «Alcune non esistono nemmeno più—la pioggia le ha cancellate come se fossero state tracciate nella sabbia. Altre sono pessimamente frequentate da gente che non capisce quando è il momento di farsi da parte. Ho dovuto… convincere qualcuno a cambiare abitudini. E prospettive.»

Blane inarcò un sopracciglio. «Briganti?» I capelli gli erano ricresciuti, un bel biondo dorato come grano maturo, una tale differenza rispetto alla lanugine candida e malaticcia che gli aveva aureolato il capo quando il veleno correva ancora nelle sue vene, un altro degli effetti nefasti della Spina di loto, quella maledizione dolce. «Ce ne stiamo occupando—stanno diventando un problema che non possiamo più ignorare. Mi rammarico che abbiano osato importunarti.» E aggiunse, con un accenno di riso nella voce che la rendeva più giovane, quasi fanciullesca: «Uther non mi perdonerebbe mai se dovesse capitare qualcosa ai suoi occhi e alle sue orecchie nel regno. E Briden si lagnerebbe fino alla fine dei tempi—e oltre, se riuscisse a trovare il modo—per le mappe che non gli avresti portato indietro.»

Per un istante Cassian ebbe la netta, dolorosa nostalgia della voce del Sapiente. Di quella calma irritante che sembrava fatta di pietra e acqua insieme, di quel modo di guardare le cose come se ogni pezzo del mondo fosse un ingranaggio che, da qualche parte nel disegno divino o nel caos universale, poteva ancora tornare a funzionare, poteva ancora avere senso.

«Briden si lagna abbastanza da solo, senza bisogno di incentivi» ribatté, prendendo posto al lato della tavola che il Lord gli indicava, sedendosi con la cautela di chi è abituato a non abbassare mai del tutto la guardia. «Se voleva le mappe, poteva venire lui a disegnarsele con le sue mani meticolose. Ma suppongo che ormai sia diventato sedentario, intrappolato nei suoi doveri. Troppo occupato a insegnare ai piccoli reali come non rompersi l’osso del collo sulle scale della Fortezza, come non cadere dalle balaustre, come non morire stupidamente.»

Un lampo divertito attraversò lo sguardo di Blane. «Gli riesce meglio insegnarlo agli altri che a sé stesso, temo. L’ultima volta che l’ho visto, aveva un livido sul mento grande come un pugno. Non ha voluto dirmi come se l’era procurato, ma sospetto che le scale abbiano vinto anche quella battaglia.»

Un servitore entrò, silenzioso, portando una brocca di vino caldo che fumava come se contenesse l’essenza stessa dell’inverno domato. Blane gliela prese di mano con un sorriso di ringraziamento, versando prima per l’ospite—come voleva la tradizione antica—e poi per sé stesso. I gesti erano misurati, attenti, e in quei movimenti Cassian scorse ancora un residuo di tremore, piccole esitazioni quasi impercettibili, come se le mani ricordassero un tempo in cui non riuscivano a tenere nulla senza rovesciarlo. Non era più il tremito scomposto e disperato del bisogno, quello spasmo incontrollabile che scuote chi è preda della dipendenza. Era piuttosto come l’eco lontana di un terremoto, quella vibrazione sottile che continua a far tremare le fondamenta di una casa anche dopo che la terra ha smesso di muoversi, anche quando il disastro è passato.

«Hai viaggiato da solo per tutto questo tempo?» chiese Blane, porgendogli il boccale.

Cassian lo prese, facendo in modo di non toccargli le dita. «Sempre. Meglio così.»

«Meglio per te?» La domanda era dolce, priva di giudizio.

«Meglio per tutti.»

Blane non insistette. Non spinse, non scavò, non cercò di aprire porte che erano state chiuse e sigillate da anni. Si limitò a portare il boccale alle labbra e a bere un sorso lento, chiudendo gli occhi un istante, come se anche il calore del vino fosse qualcosa di nuovo e prezioso, un piccolo miracolo da assaporare con gratitudine.

Consumarono la cena procedendo con una sorta di cautela reciproca, come funamboli su una corda tesa sopra un abisso, dove ogni passo, ogni parola poteva infrangere l’equilibrio fragile che si stava creando tra loro. L’arrosto di capriolo era cotto alla perfezione—tenero come burro, con quella crosta scura e croccante—il pane scuro fragrante come se fosse appena uscito dal forno, le radici stufate piacevolmente amare, quel tipo di amaro che pulisce la bocca e risveglia i sensi. Il silenzio non era ostile, ma nemmeno del tutto confortevole—era piuttosto una presenza terza tra loro, qualcosa che occupava spazio.

Ogni tanto Blane gli rivolgeva una domanda. Cassian rispondeva con il minor numero di parole possibili per non risultare sgarbato.

Eppure, sotto la scorza ruvida che si era costruito intorno come un’armatura, qualcosa in lui stava prendendo nota di ogni dettaglio. Il modo in cui Blane spezzava il pane, distribuendolo prima al suo ospite e solo alla fine a sé stesso. Il modo in cui Blane ascoltava. Era ciò che lo disarmava di più. Non annuiva per cortesia, non riempiva i silenzi: restava lì, immobile come una statua ma vivo come fiamma, con lo sguardo ancorato al suo volto, come se ogni parola che Cassian pronunciava avesse un peso reale e meritasse tempo per essere accolta, per affondare radici, per attecchire nel terreno della comprensione.
Era lo sguardo di qualcuno che aveva imparato—a sue spese, nel modo più crudele—a diffidare della gentilezza, e che proprio per questo la offriva adesso con un’attenzione quasi dolorosa, come si offre un dono che si teme possa essere rifiutato. E poi c’erano quei momenti—brevi come respiri rubati—impossibili da ignorare, in cui il vento faceva vibrare le finestre con un suono simile a un lamento, e Blane si perdeva altrove. Gli occhi gli si velavano come specchi coperti di nebbia, come se vedesse un’altra stanza sovrapporsi a quella in cui si trovavano: muri più stretti, più bui, soffocanti; un letto disfatto dove il corpo non trovava mai riposo; mani che portavano una coppa o un cucchiaio non per nutrire ma per avvelenare, per corrompere, per distruggere lentamente. Un lampo, un’ombra fugace, un riflesso che gli attraversava il viso e gli lasciava addosso una tensione sottile—quasi impercettibile ma reale come una cicatrice. Poi tornava, con un respiro più profondo, con un gesto più attento, con uno sguardo cocciuto che sembrava dire adesso no, non qui, non più. E si aggrappava con decisione feroce al presente: alla tavola apparecchiata con discrezione, al fuoco quieto che crepitava nel camino, agli arazzi alle pareti, e soprattutto—più di tutto—all’uomo seduto di fronte a lui, quell’ancora di carne e ossa che lo teneva legato al mondo dei vivi.

Quando il servitore sgombrò i piatti e rimase solo la brocca, Blane posò il boccale e si appoggiò allo schienale della sedia.

«Domani sarà la notte del Solstizio» disse, e la sua voce aveva preso una qualità diversa, più profonda. «Qui, di solito, accendiamo una candela per chi è lontano da noi. E una per chi non può tornare, per chi è perduto oltre il velo.»

Cassian fece scorrere il pollice lungo il bordo ruvido del boccale, sentendo le imperfezioni nella terracotta. «Un’usanza allegra.»

«Il Nord è allegro come può esserlo una montagna di pietra» ribatté Blane, con un’ombra di sorriso che gli addolcì i lineamenti scavati. «Ma ha memoria lunga. Ricorda i morti e i vivi. È già qualcosa, in questo mondo che dimentica tutto.»

Cassian alzò lo sguardo su di lui, e nei suoi occhi c’era qualcosa di tagliente. «E per chi accenderai le tue candele, Lord Protettore?»

Per un istante pensò di aver esagerato—di aver girato la lama nella ferita. Quel titolo, un tempo, sarebbe stato veleno sulla lingua, un’accusa, un ricordo di tradimenti e vergogne. Ma Blane non si ritrasse, non sussultò. Sembrò anzi soppesare quelle parole con cura, come oggetti preziosi, come se stesse ancora imparando cosa implicavano, se davvero gli appartenevano o se erano state cucite addosso come un abito che non calza bene.

«Per mia sorella. Per mio fratello» rispose, dopo un momento. «Per mio nipote. Per il re che avevo un tempo, e che ho tradito senza volerlo. Per quello che ho ora, e che cerco di non tradire più.»

Una fila di candele, pensò Cassian. Un’intera mensola illuminata, un altare di cera e memoria.

«E tu?» aggiunse Blane, inclinando la testa. «Hai qualcuno per cui accendere una candela?»

Cassian lasciò andare il boccale. La domanda lo colpì con una semplicità disarmante, come un pugno portato al centro del petto. Si prese un istante—non per pensare, no, perché la risposta era lì, chiara e crudele. Contò mentalmente i volti, i nomi, gli insulti scambiati, i contratti firmati col sangue o con la saliva, le notti passate all’addiaccio con uomini che avrebbero potuto sgozzarlo nel sonno e lui loro, in un gioco infinito di diffidenza reciproca. Il mare infinito di Vhyrid, la sabbia bianca della Costa che bruciava sotto i piedi, il fango dei campi di guerra che succhiava gli stivali come bocche affamate.

Alla fine, scoprì che la risposta era esattamente quella che già conosceva, quella che aveva sempre saputo.

«No.»

Blane non distolse lo sguardo. «Nessuno che ti aspetta?»

«Nessuno che sarebbe particolarmente felice di vedermi tornare» disse Cassian, e mentre pronunciava quelle parole si rese conto che la differenza—la sfumatura—non era da poco, che tra nessuno e nessuno che sarebbe felice c’era un abisso di significato. «E, in ogni caso, non sono fatto per farmi attendere. Non sono il tipo di uomo che torna.»

Per la prima volta quella sera, Blane sorrise davvero. Non il sorriso breve e cortese del padrone di casa che accoglie un ospite, non la maschera educata dietro cui nascondersi. Qualcosa di reale, che gli allargò gli occhi e fece comparire una minuscola ruga all’angolo della bocca.

«Allora ne accenderò una io» dichiarò. «Per te.»

Cassian lo fissò, convinto di aver capito male. «Per me?»

«Per un uomo che non è fatto per essere atteso» spiegò Blane, con quella calma nuova che Cassian non gli aveva mai conosciuto, quella pace conquistata centimetro per centimetro nel dolore, «ma che è tornato lo stesso. Nonostante tutto. Non so se questo faccia di me un pessimo custode delle tradizioni, o un discreto ostinato. In ogni caso, suppongo che lo scoprirò.»

Avrebbe dovuto ridere, scrollare le spalle, ribattere con uno dei suoi commenti corrosivi che tenevano il mondo a distanza. Era la cosa più naturale da fare. Ma la gola gli si era improvvisamente serrata, come se qualcuno avesse stretto intorno ad essa un laccio troppo rigido. Il vino nel boccale si era fatto in un attimo troppo dolce, troppo caldo, troppo reale.

«Fai come vuoi, mio lord» riuscì a dire. «Non sono io a pagare per la tua cera.»

Blane annuì—un movimento lento della testa che era insieme accettazione e promessa—e non insistette.

Quella, Cassian cominciava a capirlo con una chiarezza che gli faceva quasi male, era una delle differenze più notevoli tra l’uomo seduto davanti a lui e l’ombra piegata e disperata che aveva intravisto nelle stanze soffocanti di Llyle: Blane Lanser aveva imparato—pagando un prezzo che nessuno dovrebbe mai pagare—quando era il momento di fermarsi, quando una porta doveva essere lasciata chiusa, quando il silenzio era più eloquente di qualsiasi parola.

 

.3.

La notte scese su Roccabruna con una luce azzurrina e spettrale, che si spense poco a poco nella neve come una candela che muore. Il cielo era un coperchio basso di nuvole gravide, ma tra gli strappi nel tessuto grigio brillavano stelle ostinate, piccoli fuochi che si rifiutavano di arrendersi all’inverno.

Nel castello, le luci dei corridoi furono attenuate una dopo l’altra, come palpebre luminose che si abbassavano. Le porte si chiusero con sospiri di legno vecchio. Passi si dispersero nelle scale, dissolvendosi nell’oscurità. Il rumore lieve di qualche risata—giovane, incosciente—si spense dietro un arazzo, inghiottito dalla notte.

Cassian non dormiva.

Non che fosse una novità—il sonno, per lui, era sempre stata una tregua sospettosa, concessa a tratti brevi come respiri rubati, interrotta da sogni che erano più simili a incubi popolati di ombre e sangue. Ma quella notte, nel letto ampio e solido della stanza degli ospiti—con il materasso pieno di lana che profumava di lavanda secca e il peso di due coperte che gli premevano addosso come mani di cui non riusciva a fidarsi, mani che potevano accarezzare o soffocare—ogni fibra del suo corpo si rifiutava di concedersi all’oblio con una tenacia che rasentava la ribellione.

Non era abituato a leggere i silenzi di un luogo chiuso, a interpretare il linguaggio delle mura e delle pietre. Gli mancava il fruscio del vento tra le foglie morte, il crepitare di un fuoco improvvisato sotto le stelle che sembrano sempre più vicine quando si dorme all’aperto. Gli mancava persino il russare sguaiato di qualche compagno di ventura—mercenari che avrebbero potuto sgozzarlo nel sonno per le monete nella sua bisaccia—o il mugolio inquieto di un cavallo nell’oscurità, quella sentinella a quattro zampe che avverte il pericolo prima dell’uomo.

Invece, là, c’erano solo il respiro caldo del focolare e il battito ostinato del proprio cuore nelle orecchie.

Alla fine si alzò, scrollandosi di dosso le coperte divenute all’improvviso troppo pesanti. Per un attimo godette dell’aria fredda sulla pelle nuda, quel bacio gelido che lo risvegliava, che lo riportava a sé stesso. Poi si gettò sulle spalle il mantello, senza preoccuparsi di essere presentabile, e uscì nel corridoio. Quando i suoi piedi nudi sfiorarono le pietre gelide ricordò in un istante che, per quanto raffinata fosse la tessitura dei tappeti, Roccabruna era pur sempre roccia e gelo, ossa di montagna e anima di inverno. Il freddo gli si arrampicò lungo le caviglie come edera velenosa, ma non si fermò—continuò a camminare come se quel dolore minore potesse in qualche modo placare il disagio maggiore che gli rodeva dentro.

Scese le scale con l’istinto di chi conosce già l’architettura dei castelli, quella conoscenza istintiva che viene dall’aver dormito in troppi luoghi simili: bastano poche ore in un posto per capire come respira, dove sono i polmoni e dove il cuore, quali corridoi portano alla salvezza e quali alla trappola. Il rumore del vento—attutito ma non del tutto sconfitto—gli fece da guida, una voce familiare che lo chiamava. Quando raggiunse la grande sala, trovò il fuoco del camino ancora acceso, meno vivace di prima ma non ancora ridotto a braci morenti—respirava ancora, quella bestia di fiamme, con un fiato più debole, ma ostinato.

Una figura sedeva davanti alle fiamme, immobile.

Blane era su una panca bassa, le gambe raccolte sotto di sé in una posizione che aveva qualcosa di infantile, di vulnerabile, un mantello pesante sulle spalle che lo avvolgeva come ali scure. Il profilo si stagliava contro la luce del fuoco come un’ombra intagliata nel legno prezioso: la linea aristocratica del naso, la curva pensosa della fronte, il taglio netto della mascella che parlava di una bellezza consumata ma non distrutta. I capelli—più lunghi di quanto Cassian li ricordasse, cresciuti in quei mesi di guarigione—gli scendevano sciolti sulle spalle, catturando il riflesso delle fiamme con fili ramati e dorati che sembravano ardere di luce propria.

Non si voltò subito. Doveva averlo sentito arrivare: Cassian non era mai stato un uomo discreto quanto avrebbe voluto, e il mantello sfiorava la pietra con un fruscio leggero. Ma Blane attese un istante prima di parlare, come se volesse concedere all’altro il tempo di decidere se avvicinarsi o fuggire, se restare o dissolversi nell’ombra.

«Non riesci a dormire.»

Non era una domanda.

Cassian si fermò a un paio di passi di distanza, mantenendo quella zona di sicurezza che aveva bisogno di preservare. «Nemmeno tu, a quanto pare.»

«Le notti del Solstizio non sono fatte per dormire» rispose Blane, con un mezzo sorriso che non arrivò del tutto alle labbra, ma gli illuminò lo sguardo. «Da bambini ci raccontavano che, se si chiudono gli occhi in questa notte particolare, gli spiriti dell’inverno vengono a spingerci fuori dal letto con le loro mani di ghiaccio. E non sono mai stato particolarmente desideroso di buttarmi nella neve, nemmeno da bambino quando credevo in tutto.»

Cassian annusò l’aria—quell’abitudine da lupo che non riusciva a perdere. L’odore della sala era cambiato, si era arricchito: oltre alla legna di pino e al fumo che pizzicava le narici, c’era qualcosa di dolce e invitante, di speziato e avvolgente. Seguì quel profumo con lo sguardo come un segugio segue una traccia, fino a trovarne l’origine: sul tavolo vicino al camino, disposti con cura quasi rituale, qualcuno aveva collocato una piccola bottiglia panciuta dal vetro scuro e due tazze di terracotta smaltata.

E, tra le tazze, due candele.

Erano piccole, modeste, di cera scura che sembrava aver assorbito la notte stessa, infilate in portacandele di ottone semplice che l’uso aveva reso opachi. Entrambe accese, con fiamme che danzavano al minimo respiro dell’aria. Entrambe consumate solo per metà, come se aspettassero qualcosa—o qualcuno.

«Hai iniziato la cerimonia senza di me» osservò Cassian, e la sua voce uscì più brusca di quanto intendesse, carica di un’accusa che non sapeva nemmeno di voler formulare.

«Non è una cerimonia» ribatté Blane, con una dolcezza così inattesa che Cassian quasi indietreggiò. «È solo un modo per ricordare—per non dimenticare—che qualche luce resta accesa anche quando non la vediamo, anche quando siamo così immersi nell’oscurità da credere che non esista più nulla oltre.»

Si spostò un poco sulla panca, facendo cenno a Cassian di sedersi accanto a lui. «Vieni. Ho fatto scaldare il vino speziato. Non proverò a raccontarti la bugia che ti farà dormire—so che non ci crederesti—ma almeno non sarai completamente lucido mentre resti sveglio a tormentarti con i tuoi fantasmi.»

Cassian esitò ancora un istante che parve durare un’eternità, in bilico tra la fuga e la resa. Poi cedette—più per stanchezza che per altro, si disse, anche se sapeva che era una menzogna. Si sedette dall’altro lato del fuoco, a distanza sufficiente perché il calore non lo schiacciasse e lo soffocasse, ma abbastanza vicino da sentirne il respiro caldo sulla pelle, quel soffio che era vita e conforto.

Blane riempì le tazze. Il vino caldo sprigionava un profumo complesso e seducente: chiodi di garofano che pizzicavano il naso, cannella dolce e legnosa, e qualcosa di agrumato—forse scorza d’arancia candita—che alleggeriva la miscela e la rendeva quasi eterea.

«Tradizione del Nord?» chiese Cassian, portando la tazza alle labbra con cautela, come se potesse contenere veleno invece che conforto.

«Tradizione di mia madre» rispose Blane, e nella sua voce passò un’ombra di malinconia antica, di perdita che il tempo aveva addolcito ma non cancellato. «Lei sosteneva—con quella caparbietà che hanno le madri quando insegnano verità ai figli—che nessun uomo potesse dichiararsi davvero signore di un castello, padrone di queste mura e di questa terra, se non sapeva preparare il vino del Solstizio con le proprie mani. Diceva che era un modo per ricordare che anche i signori sono mortali, che anche loro devono servire qualcuno—se non gli uomini, almeno la memoria.»

«E tu?» La domanda era semplice, ma pesava come piombo.

Blane abbassò gli occhi nella tazza, come se potesse leggere il futuro in quel liquido scuro. «Sto imparando. Lentamente, con molti errori. Ma sto imparando.»

Per un po’ bevvero in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri come nuotatori solitari in mari diversi. Le candele proiettavano piccoli coni perfetti di luce sul piano levigato del tavolo, e il fuoco riempiva la sala di riflessi danzanti che trasformavano ogni oggetto in qualcosa di vivo, di animato da una magia sottile. La neve picchiettava debolmente contro le finestre con un suono che era quasi musica, come dita impazienti che provavano a entrare, spiriti dell’inverno che bussavano alla porta del mondo dei vivi.

«Quella a sinistra» disse Blane, all’improvviso, indicando una delle candele con un cenno del mento. «È per mia sorella—che non vedo da troppo tempo—per Briden, per il piccolo Callum, che sta crescendo senza conoscermi davvero. Quella a destra è…»

Si interruppe. Fece un respiro lento, come se stesse ancora imparando a usare i propri polmoni.

«È per chi non crede di avere una casa. Per chi cammina sempre, senza mai fermarsi. Da solo.»

Cassian appoggiò la tazza sulle ginocchia. «Basta dire che è per me, mio lord. Non serve girarci intorno.»

Blane alzò lo sguardo su di lui. Nella luce del fuoco, i suoi occhi avevano qualcosa dell’ambra più scura, attraversata da una crepa sottile.

«Ti infastidisce?» chiese, e nella domanda non c’era difesa, solo curiosità genuina.

Cassian aprì la bocca per dire sì—perché sì, lo infastidiva profondamente, lo irritava fino al midollo delle ossa. Lo irritava che qualcuno pensasse a lui quando non era presente, che sprecasse pensieri su un uomo che non li meritava. Che accendesse una candela, sprecando cera preziosa e tempo ancora più prezioso, per un uomo che poteva non tornare mai più, che poteva scomparire nella nebbia di una strada qualsiasi, o che poteva semplicemente non volerlo fare, poteva scegliere l’oblio invece della memoria.

Ma quello che uscì dalla sua bocca fu qualcosa di completamente diverso, parole che non sapeva di possedere.

«Non capisco perché. Non capisco perché tu lo faccia.»

Blane si concesse un sorriso così lieve da sembrare quasi un tremito.

«Perché sei qui» rispose con semplicità devastante. «Perché non dovevi esserci, avresti dovuto essere già lontano, al sicuro nella tua solitudine, eppure sei qui. Perché se un giorno non tornassi più, se sparissi nel nulla come fanno gli spiriti quando l’alba li dissolve, qualcuno dovrebbe almeno ricordarsi che c’è stato un uomo—uno solo, forse, ma c’è stato—che ha camminato attraverso la brughiera quando il resto del regno si rannicchiava vicino al fuoco tremando di paura. Non è molto, me ne rendo perfettamente conto. Non ti salverà, non ti proteggerà. Ma è quello che posso fare, l’unica cosa che posso offrirti.»

Quelle parole caddero tra loro con la semplicità disarmante di un sasso gettato in uno stagno. Cassian ne sentì le onde luminose propagarsi dentro di sé, allargarsi in cerchi sempre più ampi, colpendo luoghi nascosti che avrebbe preferito tenere sepolti in ombra perpetua, stanze chiuse di cui aveva perso da tempo, o gettato via, la chiave.

«E se un giorno non ci fossi più?» chiese, e la sua voce si era fatta più bassa, quasi un sussurro roco. «Quando non sarà solo una strada diversa da percorrere, ma…»

Fece un gesto vago con la mano—un movimento nell’aria che cercava di catturare l’incatturabile, come se indicasse qualcosa oltre il soffitto di pietra, oltre le montagne che circondavano Roccabruna come giganti dormienti, oltre tutto ciò che è tangibile, oltre la vita stessa e dentro il regno delle ombre.

«Continuerò ad accenderla lo stesso» disse Blane, e nella sua voce c’era una determinazione quieta ma inflessibile, dura come il granito di quelle montagne. «Non per te—non per l’uomo che non c’è più. Ma per il fatto che ci sei stato.»

Era una risposta idiota, illogica, pericolosamente sentimentale.

Cassian bevve ancora un sorso di vino, più per occupare la bocca—per impedirle di dire cose che avrebbe rimpianto—che per reale desiderio o sete. Il liquido gli scese giù caldo, bruciandogli dolcemente la gola, lasciandosi dietro una scia lenta e vellutata che sapeva di chiodi di garofano e lacrime.

«Ti sei fatto filosofico» mormorò con voce roca, cercando di riportare la conversazione su un terreno più sicuro, «per essere un uomo che un tempo non riusciva nemmeno a tenere una tazza in mano senza rovesciarla, che tremava come una foglia al vento.»

«Ho avuto buoni maestri» ribatté Blane, con quella tranquillità nuova che sembrava venire da un pozzo profondo dentro di lui. «Uno di loro aveva una lingua affilata quanto una lama di Vhyrid—poteva tagliare con le parole come altri fanno con l’acciaio—e un altro sapeva piegare le nuvole con la mente, leggere nelle stelle e nelle mappe il destino del regno. Qualcosa avrò pur imparato, in mezzo a tanta saggezza, anche se ero il meno degno degli allievi.»

Per un attimo fugace, nei suoi occhi passò un lampo di qualcosa che Cassian riconobbe fin troppo bene perché lo aveva visto mille volte riflesso negli specchi e nelle pozze d’acqua: un misto doloroso di vergogna ancestrale e gratitudine inesprimibile, due emozioni che si annodano insieme come serpenti che si divorano a vicenda. Il ricordo di Uther—il re che aveva perdonato l’imperdonabile—di Briden che aveva tessuto pazienza come si tesse un arazzo complesso, di tutte le mani—così tante mani—che lo avevano afferrato mentre affondava nelle acque nere della dipendenza, che avevano rifiutato di lasciarlo annegare anche quando lui supplicava di mollare la presa.

«E tu?» chiese Blane. «Chi ti ha insegnato a restare, anche solo per una notte? Chi ti ha mostrato che fermarsi non significa morire?»

Cassian ridacchiò, senza allegria. «Nessuno. Nessuno ha mai provato, e io non ho mai chiesto. Non è una lezione che avevo intenzione di apprendere. Non faceva parte del piano.»

«Eppure sei qui.» Semplice constatazione, devastante nella sua ovvietà.

Le dita di Blane sfiorarono il bordo della candela di destra—quella che ardeva per i senza casa—senza toccarlo davvero, passando così vicino alla cera calda che doveva sentirne il calore sulla pelle. Il gesto era così lieve, così delicato che Cassian avrebbe potuto convincersi di averlo immaginato, di averlo sognato.

Il fuoco scoppiettò improvvisamente, lanciando una cometa di scintille arancioni verso il camino nero. Una di esse, temeraria, salì più in alto delle altre, come un lucignolo impazzito che sfidava la gravità, e per un istante Cassian ebbe l’illusione assurda che potesse raggiungere il soffitto altissimo e incendiare tutto, ridurre Roccabruna in cenere come era successo a tanti altri castelli.

Non lo fece. Si spense a metà strada, dissolvendo la propria arroganza dorata in una scia di fumo invisibile, diventando nulla.

Cassian si ritrovò a fissare la candela accesa “per chi non crede di avere una casa”. La fiamma tremava leggermente, spinta da correnti d’aria che non sentiva.

«Sai che non posso fermarmi» disse lentamente, e ogni parola gli costava fatica, come se stesse sollevando pietre pesanti. «Non per molto tempo, comunque. Non è… Non sono fatto per stare in un posto e aspettare passivamente che qualcosa accada. Io vado a cercarlo, il caos. Lo inseguo attraverso i regni. È l’unica cosa che so fare bene, forse l’unica cosa che mi riesce naturale.»

Blane annuì con un movimento lento del capo, e nel gesto non c’era sorpresa. «Lo so. L’ho sempre saputo, dal primo momento in cui ti ho visto.»

Non c’era rimprovero in quella risposta—nemmeno una traccia di risentimento o delusione. Solo una tristezza quieta, antica, e qualcosa che somigliava vagamente a rispetto, forse anche ad ammirazione per quella libertà terribile che Cassian aveva scelto o che era stata scelta per lui.

«Allora perché…» Cassian si interruppe, incapace, per un momento, di trovare la parola giusta. «Perché fai questo?»

Blane si strinse il mantello sulle spalle con un gesto che aveva qualcosa di protettivo, come se solo in quell’istante si fosse accorto del freddo che strisciava dalle finestre, che si insinuava sotto le porte, che viveva eternamente nelle pietre di Roccabruna.

«Perché anch’io pensavo di essere fatto solo per una cosa» disse, e nella sua voce c’era un’eco di dolore antico che il tempo aveva reso sopportabile ma non aveva cancellato. «Per compiacere, per distruggermi lentamente, per farmi usare come si usa uno strumento—finché non si rompe, finché non diventa inutile. E poi qualcuno—persone che non avevano motivo di preoccuparsi—ha insistito ostinatamente per vedermi fare altro. All’inizio ho odiato quell’insistenza con tutto me stesso. Mi sembrava una tortura peggiore dell’altra, più crudele perché offriva speranza. Ora…»

Alzò lo sguardo verso di lui.

«Ora, quando posso, quando ne ho la forza, mi ostino anch’io. Insisto anch’io. È una sorta di eredità maledetta del regno, suppongo. La peggiore malattia di Daederian—quella che non si può curare con le erbe né con le preghiere—è la perseveranza. L’ostinazione stupida di continuare anche quando sarebbe più saggio arrendersi.»

Cassian sbuffò, e questa volta la risata gli uscì quasi vera, quasi spontanea. «Conosco re che ti tirerebbero una brocca in testa—se non qualcosa di più pesante—a sentirti definire la perseveranza una malattia.»

«Conosco re» replicò Blane con un sorriso malizioso, «che hanno un disperato bisogno di sentirselo dire. Che dovrebbero imparare che non tutto può essere risolto con l’ostinazione.»

Per un istante—sospeso come una goccia di rugiada su un filo d’erba—negli occhi di entrambi passò la stessa immagine, nitida come se fosse reale: Uther, con le mani larghe piantate sui fianchi e il fango secco agli stivali consumati, il volto sudato e arrossato dallo sforzo, nel tentativo disperato e nobile di tenere insieme un regno che non aveva mai chiesto di essere così complesso, così pieno di contraddizioni e dolore. E, accanto a lui—sempre accanto a lui, ombra fedele—Briden con le dita eternamente sporche d’inchiostro come se fosse un marchio, a ricordargli con pazienza infinita che il potere non era solo spada lucente e temporale furioso, ma anche numeri scritti su pergamene, mappe che mostravano confini invisibili, e scelte incise a volte sulla carta ma più spesso—molto più spesso—nei cuori pulsanti degli uomini.

La stanza sembrò colmarsi della loro assenza.

«Loro accenderebbero candele per metà del regno» disse Cassian, piano. «Se potessero.»

«Briden lo fa» rispose Blane, annuendo. «Non con le candele di cera che si consumano. Con i nomi. Li ripete come mantra, come preghiere. Li scrive nelle sue pergamene interminabili con quella calligrafia impossibile. Li ricorda tutti—ogni soldato caduto, ogni bambino morto di febbre, ogni donna che non ha superato il parto. Li porta con sé come si portano pietre nel cuore.»

«E Uther?»

«Uther porta il fardello di sapere che non può salvarli tutti.»

Il silenzio che seguì non fu pesante, ma denso come miele, altrettanto dolce. Una pausa tra una frase e l’altra di una conversazione che non era più solo loro.

Cassian si rese conto, con un certo sgomento, che il vino caldo gli aveva sciolto qualcosa dentro. Le spalle gli si erano abbassate, come se avesse deposto per un attimo uno dei tanti pesi invisibili che si trascinava dietro.

«Quanto resterai?» chiese Blane, infine.

Era la domanda che pendeva tra loro come una spada sospesa dal momento esatto in cui Cassian aveva varcato la soglia del castello, da quando era sceso da cavallo nella neve.

«Non lo so» ammise, sorprendendosi da solo. «Qualche giorno. Fino alla fine delle tempeste, forse. Fino a quando Uther non manderà un corvo con un’altra strada da battere.»

Blane annuì. Non si illuminò di speranza, non si rabbuiò di tristezza. Prese quella risposta come si prende il tempo in montagna: per quello che è, senza illusioni, senza pretese di controllarlo o cambiarlo.

«Allora ti insegnerò a preparare il vino del Solstizio» disse, con calma. «Così, la prossima volta che sarai in qualche posto dimenticato dagli dei, potrai farlo e maledirmi in pace per averti insegnato una cosa inutile.»

Cassian lo guardò, colto di sorpresa da quella promessa così piccola e così ostinata.

«Non bevo vino per ricordare» borbottò. «Bevo per dimenticare.»

«Ma se un giorno, lontano da qui—in qualche taverna sporca o accampamento militare, sotto stelle che non conosci—ti verrà voglia di accendere una candela per qualcuno, o per nessuno, o semplicemente perché la notte è troppo buia e troppo fredda, sarebbe bene che nessuno restasse completamente al buio mentre ti maledice per essere sparito di nuovo.»

La frase era talmente assurda che Cassian non riuscì a trovare una risposta adeguata. Alla fine si limitò a scuotere il capo e a bere un altro sorso di vino, che gli scese giù caldo, lasciandosi dietro una scia lenta, dolce.

Per un po’ rimasero così: due uomini che la vita aveva spezzato in modi diversi, seduti davanti a un fuoco che non chiedeva loro di essere niente se non vivi, se non presenti in quell’istante rubato all’eternità.

Fu forse per colpa del vino speziato che gli scorreva caldo nelle vene, o della stanchezza che finalmente vinceva la sua battaglia contro l’ostinazione, o del fatto che il vento aveva smesso di battere con tanta furia sulle finestre e ora era solo un sussurro lontano—un ricordo di tempesta invece che tempesta vera—che Cassian non si accorse di aver allungato la mano fino a sfiorare il bordo della candela di destra, quella che ardeva per lui anche se non lo voleva ammettere.

Le dita si avvicinarono troppo a quelle di Blane, e le sfiorarono appena. Un contatto leggero, quasi un errore.

Avrebbe potuto ritirarsi subito. Avrebbe dovuto.

Blane, però, non si mosse. Non si ritrasse. Lasciò che quel contatto durasse un attimo di più del necessario, come se volesse assicurarsi che fosse davvero accaduto.

Gli occhi dei due uomini si incontrarono sopra la fiamma tremolante, e in quel minuscolo spazio di calore, fatto di pelle e cera e luce, qualcosa prese forma. Non ancora abbastanza da potersi chiamare con un nome, ma sufficiente per esistere.

Cassian fu il primo a distogliere lo sguardo. Ma non ritirò la mano, non subito.

«Se domani ti sveglierai e scoprirai che sono partito prima dell’alba» disse, piano, «non metterti a correre nella neve. Non sono un cervo da inseguire attraverso la brughiera, non sono una preda da catturare.»

«E se scoprissi che sei ancora qui?» chiese Blane, con una calma che aveva il sapore di una scommessa.

Cassian esitò. Poi, contro ogni abitudine, concesse una risposta che non era né un sì né un no.

«Allora riscalda il vino, mio lord. Non sopporto di berlo freddo. È l’unica cosa che detesto più della compagnia.»

Blane sorrise. Questa volta, un sorriso vero.

 

.4.

L’alba del giorno seguente trovò Roccabruna avvolta in una coperta nuova di neve fresca—immacolata, vergine, non ancora calpestata. Il cielo era ancora basso, gravido di nuvole che promettevano altra neve, ma di un grigio più chiaro, quasi argenteo, come se qualcuno—forse gli dei annoiati o forse semplicemente il tempo—avesse deciso di risparmiare al Nord almeno la fatica del buio fitto e soffocante, di concedergli una tregua nella guerra eterna contro l’inverno.

Blane si svegliò con la sensazione strana, quasi aliena, di aver dormito davvero—non quel dormiveglia tormentato pieno di incubi e sussulti, ma un sonno profondo e riparatore che aveva lasciato il corpo rilassato e la mente curiosamente quieta. Per un istante disancorato dal tempo non si ricordò dove fosse, chi fosse. Poi l’odore familiare della pietra fredda—quell’aroma minerale che è proprio delle montagne—e quello più lontano del fumo di legna lo riportarono dolcemente alla realtà, lo ancorarono a Roccabruna e a tutto ciò che significava quel nome.

Si alzò lentamente, godendosi il lusso di non avere fretta, infilandosi il mantello pesante sulle spalle nude, e andò alla finestra con passi ancora incerti di sonno. La aprì quel tanto che bastava perché il freddo mattutino gli pizzicasse il volto—un bacio gelido che lo svegliò completamente—senza però far entrare troppo della tempesta che ancora covava là fuori, in attesa.

La corte sottostante era immersa in un silenzio quasi surreale, ovattato dalla neve fresca. Nessuna traccia di cavalli in fuga, nessun solco profondo e rivelatore nella neve candida che indicasse una partenza anticipata e furtiva. Solo qualche impronta delicata dei servitori—già svegli nonostante l’ora ancora incerta—che avevano riempito le legnaie di legna secca e controllato i bastioni per assicurarsi che tutto fosse in ordine, che il castello respirasse ancora.

Blane chiuse la finestra con un sospiro che era insieme sollievo e qualcos’altro che non voleva nominare—non ancora, non mentre era ancora così fragile, così nuovo. Poi scese verso la grande sala, con i capelli ancora in disordine—ciocche dorate che gli cadevano sulla fronte—e le dita intorpidite dal freddo che sembrava vivere nelle pietre stesse del castello.

Il fuoco nella grande sala era stato ravvivato da mani attente—il fuoco non muore mai del tutto a Roccabruna, qualcuno veglia sempre su di esso. Sul tavolo vicino al camino, le due candele del Solstizio erano ridotte a piccoli cilindri informi di cera, quasi del tutto consumati dal loro ardere notturno. Una—quella di sinistra, per i lontani—era morta durante la notte in solitudine, lasciando una goccia secca e opaca sul legno del tavolo come una lacrima pietrificata. L’altra, quella di destra—quella per chi non crede di avere una casa—aveva resistito un po’ di più con ostinazione, come se avesse voluto vedere l’alba: si era spenta solo da poco, a giudicare dal filo sottile di fumo grigio che ancora saliva pigro e sinuoso verso il soffitto alto, disegnando arabeschi nell’aria ferma.

Un giovane servitore entrò nella sala con il viso acceso e arrossato dal freddo pungente del mattino e annunciò con voce rispettosa che l’ospite del Re dormiva ancora profondamente nella stanza degli ospiti, che il suo cavallo era stato accudito e nutrito ma la sua bisaccia era ancora al suo posto, Blane annuì semplicemente con un movimento del capo che non tradiva emozioni.

«Allora fategli trovare il vino caldo pronto quando si sveglierà» disse con voce calma, padrone di sé stesso. «E dite alle cucine che oggi serviranno il pane del Solstizio per due. Non per uno. Per due.»

Non aggiunse altro—non c’era altro da aggiungere. Quando tornò alla finestra alta e guardò fuori verso la brughiera che si estendeva all’infinito, coperta di neve che sembrava non avere fine, dove il bianco si fondeva con il grigio del cielo in un orizzonte indefinito, non si sentì più del tutto solo in quel luogo remoto, là dove il mondo sembrava finire in un bianco senza contorni né confini.

Da qualche parte, nel dedalo silenzioso dei corridoi di pietra antica, Cassian stava ancora dormendo—o forse era sveglio, sdraiato immobile nel letto troppo morbido, a maledirsi furiosamente per non essere partito come avrebbe dovuto, come gli imponeva la sua natura nomade. In entrambi i casi, poco importava. Era lì. Non era fuggito nella notte. Non aveva sellato il cavallo e non era sparito come fumo nella nebbia. Era rimasto.

Nella sala grande di Roccabruna, sopra il tavolo dove due candele si erano consumate completamente per loro, l’aria sembrava ancora trattenere una luce sottile e persistente, ostinata come il Nord stesso, ostinata come tutto ciò che sopravvive all’inverno. Non era il miracolo scintillante che i vecchi raccontavano ai bambini nelle lunghe notti d’inverno, con voce bassa e occhi pieni di meraviglia. Non era nemmeno la promessa ingenua di una felicità perfetta che non avrebbe mai conosciuto crepe o ombre, che sarebbe durata per sempre senza mai rompersi.

Ma era più che abbastanza.