L’ultima maschera

Venezia, ultimo giorno di Carnevale, 1623
L’ordine era arrivato al tramonto, sigillato con la ceralacca nera del Santo Uffizio: Il prigioniero Alvise Contarini deve essere interrogato e giudicato prima dell’alba. La sentenza deve essere emessa entro le campane del Mercoledì delle Ceneri.
Fra’ Tommaso aveva piegato la lettera con mani che non tremavano. Non tremavano mai, non da quando aveva preso i voti minori, non da quando era entrato al servizio dell’Inquisizione. Aveva imparato a controllare ogni muscolo, ogni respiro, ogni battito del cuore.
Ma ora, camminando per le calli strette dove il Carnevale agonizzava in un ultimo spasmo di follia, sentiva qualcosa cedere nel petto, come ghiaccio antico che si spaccasse sotto un peso troppo grande.
La città urlava. Dio, come urlava Venezia in quella notte.
Dai balconi piovevano petali di rosa appassiti e nastri colorati, dalle taverne straripava una marea di corpi mascherati che danzavano, si abbracciavano, si baciavano senza pudore né distinzione. Un gruppo di zanni ubriachi gli sbarrò la strada, trascinandolo quasi in un girotondo osceno. Si liberò con violenza, il tabarro nero che si apriva come ali di corvo, la baùta bianca, quella maschera del diavolo che copriva tutto il volto, immobile e spettrale nella luce tremolante delle torce.
Nessuno lo guardava davvero.
A Carnevale, i fantasmi camminavano liberamente per Venezia.
Attraversò Campo San Polo dove un palco era stato eretto per gli acrobati, e una donna seminuda, o forse un uomo truccato da donna, era impossibile dirlo, danzava tra le fiamme di una dozzina di torce mentre la folla ruggiva. Il fuoco lambiva la sua pelle dorata, e per un attimo Fra’ Tommaso vide altro fuoco, quello dei roghi che aveva visto accendere in Piazza San Marco, e dovette fermarsi, appoggiarsi al muro umido di un palazzo.
Respira, si disse. Respira come ti hanno insegnato. Il corpo è una prigione. La carne è menzogna.
Ma la carne quella notte sembrava l’unica verità.
Ovunque guardasse, vedeva corpi che si cercavano con la disperazione di chi sa che il tempo sta per scadere. All’angolo di Calle della Madonna, due figure si baciavano contro un muro, entrambe con maschere da medico della peste, i lunghi becchi che si scontravano goffamente mentre le mani frugavano sotto i vestiti. Non riusciva a capire se fossero uomo e donna, due uomini, due donne. Non importava. A Carnevale, Venezia dimenticava persino i suoi peccati.
O forse li ricordava troppo bene.
Alvise Contarini. Il nome bruciava nella sua mente come un ferro rovente. Quindici anni senza pronunciarlo ad alta voce. Quindici anni a costruire mura dentro di sé, a trasformare il desiderio in preghiera, il ricordo in cenere. Ed era bastato vedere quel nome scritto sulla denuncia—sodomia, pratiche contro natura, commercio carnale con altri maschi—perché ogni muro crollasse.
Aveva sperato di non essere lui a dover gestire il caso. Aveva pregato, Dio, quanto aveva pregato, che toccasse a Fra’ Lorenzo o a Fra’ Benedetto. Ma no. Il Superiore aveva posato la mano sulla sua spalla con quello che sembrava compassione e gli aveva detto: «Tu lo conoscevi, vero? Prima. Sarai più efficace nell’interrogatorio. Gli uomini confessano più facilmente a chi ha condiviso la loro giovinezza.»
Conoscerlo. Che parola ridicola, inadeguata, oscena nella sua insufficienza.
Svoltò in Calle dei Botteri, e qui il Carnevale si faceva più cupo, più disperato. Non c’erano più danze, solo corpi ammassati che bevevano vino direttamente dalle botti, che vomitavano negli angoli, che si aggrappavano l’uno all’altro come naufraghi. Una prostituta con una maschera da gatta gli afferrò la mano, ridendo.
«Vieni, bel frate, anche tu hai diritto a un peccato stanotte!»
Ma lui si liberò e proseguì.
I Piombi si ergevano davanti a lui, la prigione costruita sotto il tetto di piombo del Palazzo Ducale, dove il calore estivo uccideva lentamente i prigionieri e il freddo invernale li faceva delirare. Le guardie lo fecero passare senza una parola, la maschera non li ingannava, conoscevano quella postura rigida, quell’andatura da uomo che ha dimenticato come si corre.
Salì le scale di pietra. L’odore di muffa, di umanità compressa, di disperazione lo colpì come uno schiaffo. Quassù, nelle celle sotto il tetto, faceva un freddo che penetrava nelle ossa. Le torce fumavano, proiettando ombre danzanti sui muri umidi.
La guardia aprì una porta di ferro.
«Il Contarini», disse semplicemente. Poi entrò.
La cella era piccola, una finestra stretta lasciava filtrare il chiarore lunare e, più luminoso, più vivido, il bagliore rossastro dei fuochi del Carnevale che ancora ardevano nella città sottostante. Si sentivano, attutita dalla distanza e dalla pietra, la musica, le risa, la vita.
E lì, in piedi vicino alla finestra, le mani incatenate, ma il corpo eretto come se le catene fossero solo un ornamento scelto per un ballo in maschera, c’era un uomo.
Il tempo non lo aveva toccato. Oppure lo aveva toccato con la delicatezza crudele di un amante che sa esattamente dove posare le dita per aumentare il desiderio, invece che spegnerlo. I capelli erano biondi, quasi argentei nella luce lunare, sciolti sulle spalle in una cascata disordinata che un tempo sarebbe stata impensabile per un nobile veneziano, ma che ora, nella sordidezza della prigione, sembrava l’ultimo atto di ribellione contro la decenza. La pelle era pallida come cera di chiesa, tesa su zigomi alti e affilati. Gli occhi erano grandi, lucidi, circondati da ciglia così chiare da sembrare inesistenti. La bocca era piena, sensuale, con quella curva che poteva essere un sorriso o una smorfia di dolore, impossibile dirlo.
Indossava abiti che erano stati eleganti, un giubbone di velluto azzurro ghiaccio, brache di raso color perla, ora stropicciati, macchiati, ma che portava con la stessa grazia con cui un angelo caduto potrebbe portare le proprie ali spezzate.
Si voltò al rumore della porta. Guardò la maschera bianca, il tabarro nero. E sorrise, un sorriso sottile, ironico, che non raggiungeva gli occhi.
«Un visitatore», disse, e la voce era bassa, vagamente musicale, con un accento veneziano antico, quello dei patrizi che parlavano ancora il dialetto come una lingua di corte. «E mascherato, per giunta. Che delicatezza. Venite a vedere il mostro prima che lo brucino? O siete qui per l’interrogatorio?»
Fra’ Tommaso non rispose. Non subito. Rimase sulla soglia, rendendosi conto di quanto fosse difficile respirare. L’aria nella cella sembrava troppo densa, carica di qualcosa che non era solo umidità e freddo.
Il prigioniero lo studiò con curiosità, la testa leggermente inclinata, come un uccello che osserva qualcosa di insolito.
«Silenzioso, dunque. O forse la maschera vi impedisce di parlare? No, quella è una baùta, potete parlare benissimo.» Fece un passo avanti, e le catene tintinnarono, un suono che nell’immobilità della cella risuonò come campane funebri. «Lasciate che indovini. Giovane, dalla postura. Ben nutrito, dal modo in cui riempite quel tabarro. Del Santo Uffizio, ovviamente, dal colore. E… qualcuno che ha paura di essere riconosciuto.»
Si fermò a tre passi di distanza. Nella luce tremolante della torcia appesa al muro, i suoi occhi verdi, di un verde acqua impossibile, brillavano con intelligenza affilata.
«Allora? Cosa vi porta da me in questa notte di follia? Vogliamo giocare all’interrogatorio, voi e io? Possiamo farlo, se vi diverte. Posso confessare peccati che non ho commesso, se questo vi fa sentire potente. Posso inventarne di nuovi, se preferite. A Carnevale, tutto è permesso, persino la menzogna in nome della verità.»
Fra’ Tommaso finalmente trovò la voce. Uscì rauca, più bassa di quanto volesse, deformata leggermente dalla maschera.
«Sono qui per decidere il vostro destino.»
«Ah.» Alvise, perché era lui, anche se Fra’ Tommaso non lo aveva ancora chiamato per nome, anche se fingeva di guardarlo come si guarderebbe uno sconosciuto, inarcò un sopracciglio. «Che onore. E quale destino avete in mente per me? Il rogo, immagino. È sempre il rogo, per chi ama nel modo sbagliato.»
Il silenzio che seguì fu denso come il fumo dei roghi. Alvise aspettava una risposta, ma Fra’ Tommaso non riusciva a parlare. La voce gli si era bloccata in gola, strozzata da quindici anni di preghiere non ascoltate e desideri sepolti vivi.
Alvise fece un altro passo avanti. Le catene tintinnarono ancora, un suono osceno nella quiete della cella, come campane di chiesa suonate all’indietro.
«Silenzioso», mormorò, studiando la maschera bianca con occhi troppo acuti. «Interessante. Di solito voi del Sant’Uffizio non perdete occasione per ricordarci quanto siamo dannati. Amate le vostre prediche, i vostri sermoni sulla carne corrotta e l’anima perduta.» Si fermò a due passi di distanza. «Ma voi… voi state solo guardando.»
E lo stava guardando. Dio, come lo stava guardando. Dietro la maschera, gli occhi di Fra’ Tommaso divoravano ogni dettaglio: la linea della mascella, ancora perfetta, la curva del collo dove un tempo aveva premuto le labbra, le mani, pallide e lunghe, che quindici anni prima sapevano esattamente dove toccare per farlo tremare.
«Il rogo», disse finalmente Fra’ Tommaso, e la voce gli uscì troppo bassa, quasi roca. «Dipende.»
«Da cosa?» Alvise inclinò la testa, e nella luce tremolante della torcia sembrava un angelo caduto, uno di quelli dipinti sulle pareti delle chiese, belli e dannati insieme. «Dalla mia confessione? Dai nomi che potrei fare? Dagli uomini che ho amato e che potrei consegnare alla vostra santa giustizia?»
Uomini. Plurale. Qualcosa si spezzò nel petto di Fra’ Tommaso, una costola invisibile, forse, o il resto del cuore che credeva di aver già distrutto quindici anni prima.
«Avete confessato?» chiese, e odiò quanto tremava la sua voce.
«A chi?» Alvise rise, un suono breve, amaro. «All’altro inquisitore? Quello senza maschera? Quello che mi ha chiesto i nomi mentre il suo assistente scaldava i ferri?» Sollevò le mani incatenate, e Fra’ Tommaso vide, per la prima volta vide davvero, i segni rossi sui polsi, le bruciature recenti. «Non ho confessato niente. Non confesso mai. Perché dovrei pentirmi di aver vissuto? Preferisco bruciare intero piuttosto che salvarmi a pezzi.»
Fra’ Tommaso fece un passo indietro. Doveva farlo. Doveva mantenere la distanza, la barriera, il muro che aveva impiegato quindici anni a costruire pietra su pietra, preghiera su preghiera.
Ma Alvise lo incalzò.
«Allora perché siete qui? Se non per strappare una confessione, perché un inquisitore mascherato viene a trovarmi nell’ultima notte di Carnevale?»
«Per decidere», disse Fra’ Tommaso.
«Decidere cosa?»
Se lasciarti morire. Se salvarti. Se distruggermi per te un’ultima volta.
«Se meritate la misericordia.»
Alvise rise di nuovo, più forte stavolta, e il suono echeggiò nella cella come vetro rotto. «Misericordia. Che parola bellissima. E voi, Fra’… come devo chiamarvi? Come vi chiamate, voi che venite mascherato a giudicare gli altri?»
«Non importa.»
«Importa a me.» Alvise fece un altro passo, e ora erano così vicini che Fra’ Tommaso poteva sentire il suo odore: muffa e sudore, sì, ma sotto c’era ancora qualcosa, un profumo di lavanda e pelle calda che la prigione non era riuscita a cancellare. «Voglio sapere il nome dell’uomo che decide se vivo o muoio. È un diritto che anche un dannato può pretendere.»
«Non siete dannato», disse Fra’ Tommaso prima di potersi fermare. Le parole gli sfuggirono, un tradimento immediato, una crepa nell’armatura.
Alvise si immobilizzò. Qualcosa cambiò nel suo sguardo, gli occhi si strinsero leggermente, la testa si inclinò con attenzione felina.
«Non sono dannato», ripeté lentamente, assaggiando le parole. «Strano. Molto strano. Un inquisitore del Sant’Uffizio che dice a un sodomita impenitente che non è dannato.»
Si avvicinò ancora, così vicino ora che Fra’ Tommaso poteva vedere le striature più chiare nel verde dei suoi occhi, poteva contare le ciglia quasi invisibili. «Chi siete voi?»
«Nessuno.»
«Menzogna.» Alvise sollevò una mano incatenata e, prima che Fra’ Tommaso potesse reagire, la posò sul petto del tabarro nero, proprio sopra il cuore. «Sento il vostro cuore. Batte troppo veloce per un inquisitore. Batte come quello di un uomo che ha paura. O come quello di un uomo che ricorda qualcosa che non dovrebbe ricordare.»
Fra’ Tommaso afferrò il suo polso, un gesto istintivo, per fermarlo, per allontanarlo. Ma non appena le sue dita si chiusero intorno alla pelle calda di Alvise, capì di aver commesso un errore. Un errore terribile, imperdonabile.
Alvise si immobilizzò completamente. Guardò la mano guantata che stringeva il suo polso. Poi, molto lentamente, sollevò lo sguardo verso la maschera bianca.
«No», mormorò. La voce era cambiata, non più ironica, non più provocatoria. Solo… rotta. «No, non può essere.»
Fra’ Tommaso lasciò andare il polso come se bruciasse. Indietreggiò di un passo, poi di un altro, finché la schiena non urtò contro il muro freddo della cella.
Ma Alvise lo seguì.
«Tommaso?» Il nome era una domanda, una supplica, un’accusa. «Tommaso, sei tu?»
«No.»
«Menti.» Alvise sollevò entrambe le mani incatenate verso la maschera. «Toglila. Toglila e guardami in faccia, codardo.»
«Non sono…»
«TOGLILA!» Il grido echeggiò nella cella, si sparse per il corridoio. Fuori, la guardia si mosse. Fra’ Tommaso sentì i passi. Ma Alvise gridò di nuovo: «Lasciateci! È un interrogatorio privato!» E i passi si fermarono, esitanti, poi si allontanarono.
Alvise abbassò la voce, ma l’intensità rimase, anzi, aumentò, concentrata come luce attraverso il vetro, capace di bruciare.
«Ti conosco», disse. «Conosco il modo in cui ti muovi. Conosco il modo in cui indietreggi e chini il capo, quando sei nervoso. Lo facevi sempre, quindici anni fa, quando tuo padre ti rimproverava per aver passato troppo tempo con me. Conosco il modo in cui trattieni il respiro quando hai paura. E conosco…» La voce si spezzò. «Conosco il modo in cui dici ‘no’ quando intendi dire ‘sì’.»
Fra’ Tommaso premette la schiena contro il muro, come se potesse attraversarlo, scomparire dentro la pietra.
«Guardami», disse Alvise, e stavolta non era un ordine, ma una preghiera. «Tommaso. Per favore. Se sei davvero tu, se sei tornato dopo quindici anni per essere il mio giudice, almeno concedimi questo. Mostrami il tuo volto.»
«Non cambierebbe niente.»
«Cambierebbe tutto.»
No. No, non lo avrebbe fatto. Togliere la maschera avrebbe solo reso tutto più reale, più insopportabile. Meglio rimanere nascosto, protetto, un fantasma dietro la porcellana bianca.
Ma le mani di Fra’ Tommaso, quelle mani che aveva addestrato all’obbedienza, alla disciplina, al controllo, si sollevarono da sole verso la maschera.
Non farlo, si disse. Non farlo, non farlo, non…
La maschera cadde sul pavimento di pietra con un rumore secco.
Alvise inspirò, un suono strozzato, quasi un singhiozzo. Indietreggiò di un passo, portandosi una mano alla bocca.
«Dio», mormorò. «Dio santo. Sei davvero tu.»
Fra’ Tommaso non disse niente. Cosa poteva dire? Che era cambiato? Lo era. I capelli, un tempo castano scuro e lunghi come quelli di Alvise, erano ora tagliati corti, quasi rasati secondo l’uso dei frati. Il viso era più magro, più duro, segnato dal digiuno e dalla penitenza. Gli occhi, quegli occhi che un tempo guardavano Alvise con adorazione sconfinata, erano spenti, vuoti, morti.
«Ti sei fatto frate», disse Alvise, e sembrava incredulo, come se stesse guardando un miracolo al contrario. «Ti sei fatto frate domenicano. Sei entrato nell’Inquisizione.» Rise, un suono isterico, al limite della follia. «E ora sei qui. Tu. Proprio tu. A decidere se devo bruciare.»
«Alvise…»
«Non dire il mio nome.» Alvise alzò una mano tremante. «Non osare. Non con quella voce. Non dopo quindici anni di silenzio.»
«Non avevo scelta.»
«TUTTI ABBIAMO SEMPRE UNA SCELTA!» Alvise urlò, e la sua voce si spezzò a metà. «Io ho scelto di vivere. Di amare. Di essere quello che sono. Tu hai scelto di morire. Di seppellirti vivo in questo…» gesticolò verso il tabarro nero, verso la tonaca nascosta sotto «… in questo sudario.»
«Era l’unica via.»
«L’unica via per cosa? Per la salvezza?» Alvise sputò la parola come veleno. «Guarda dove ti ha portato la tua salvezza. Guarda cosa sei diventato. Sei un inquisitore, Tommaso. Torturi le persone. Le bruci vive.»
«Non io. Io non…»
«Quale differenza fa?» Alvise si avvicinò di nuovo, e ora c’era rabbia nei suoi occhi, rabbia pura, incandescente. «Firmi le sentenze. Consegni le persone al braccio secolare. Il fuoco che le brucia brucia anche con il tuo consenso.»
Era vero. Ogni parola era vera. Fra’ Tommaso aveva firmato sentenze, aveva consegnato uomini e donne alla tortura, al rogo. Non molti, meno di altri inquisitori, meno di quanto Roma avrebbe voluto. Ma abbastanza. Abbastanza perché le loro urla lo tenessero sveglio di notte.
«Perché sei qui?» chiese Alvise, e la rabbia si trasformò in qualcosa di più pericoloso, disperazione. «Perché proprio tu? Perché il destino o Dio o il diavolo ha deciso che l’uomo che ho amato più di chiunque altro al mondo dovesse essere quello che firma la mia condanna a morte?»
«Non l’ho ancora firmata.»
«Ma lo farai.» Alvise rise, un suono secco, senza allegria. «Devi. Perché sei un buon frate, un buon inquisitore. Perché hai passato quindici anni a uccidere tutto quello che eri per diventare questo.»
«Non lo so», disse Fra’ Tommaso, e furono le prime parole vere che pronunciava da quando era entrato in quella cella. «Non so se lo farò.»
Alvise lo guardò, davvero lo guardò, come se stesse cercando di leggere qualcosa scritto in una lingua dimenticata.
«Allora perché sei venuto?»
«Perché dovevo vederti.» Le parole gli sfuggirono, una confessione non richiesta. «Dovevo sapere se eri… se eri ancora…»
«Vivo?» Alvise allargò le braccia incatenate. «Eccomi. Vivo. Ancora vivo. Ancora io. Ancora l’uomo che ti ha baciato sotto i portici di Ca’ Rezzonico mentre pioveva. Ancora l’uomo che ti ha fatto ridere quella notte a Carnevale quando ci siamo mascherati da mercanti turchi. Ancora l’uomo che…»
«Basta.»
«Perché? Perché ti fa male ricordare? Bene. Deve fare male.» Alvise si avvicinò ancora, e ora erano così vicini che Fra’ Tommaso poteva vedere le venature verdi nei suoi occhi, le ombre sotto gli zigomi. «Dimmi, Tommaso. In tutti questi quindici anni, hai mai smesso di pensare a me? Anche solo per un giorno? Per un’ora?»
No. Mai. Nemmeno per un minuto. Ma ammetterlo sarebbe stato cedere, sarebbe stato riconoscere che tutto, i voti, la penitenza, l’Inquisizione, era stato inutile.
«Ho pregato», disse invece.
«Pregato.» Alvise rise, ma stavolta senza rabbia, solo con una tristezza infinita. «Sì, immagino. Hai pregato per dimenticarmi. Per cancellarmi. Per uccidere quella parte di te che mi amava.» Si fermò. «Ha funzionato?»
Fra’ Tommaso non rispose. La risposta era lì, tra loro, visibile come il sangue.
Fuori, nella città, il Carnevale moriva. Si sentivano ancora le grida, la musica, ma più fioche ora, più disperate, come se anche Venezia sapesse che il tempo stava scadendo, che tra poche ore le campane avrebbero suonato per il Mercoledì delle Ceneri e tutto sarebbe tornato cenere, appunto. Cenere e penitenza.
«Raccontami», disse Alvise improvvisamente. La sua voce si era addolcita, era diventata quasi tenera. «Raccontami cos’è successo. Dopo quella notte. Dopo che sei scappato.»
«Non sono scappato.»
«Sei scomparso.» Alvise abbassò le mani incatenate, le lasciò penzolare tra loro come un ponte spezzato. «Quella notte, dopo il ballo. Mi hai baciato in giardino, sotto il pergolato. Mi hai detto che mi amavi. E il giorno dopo eri sparito. Tuo padre ha detto che eri andato a Padova per studiare. Ma io sapevo. Ho sempre saputo.»
«Sapevi cosa?»
«Che eri fuggito da me. Da noi. Da quello che eravamo.»
Era vero. Fra’ Tommaso aveva diciannove anni quella notte, e aveva baciato Alvise come un uomo affamato, come se potesse divorarlo intero, fargli entrare dentro la pelle. E poi era tornato a casa, si era guardato allo specchio, e aveva visto un dannato. Un peccatore. Un mostro.
Il giorno dopo aveva bussato alla porta del convento dei domenicani.
«Avevo paura», disse, e fu come strapparsi le parole dal petto con un coltello. «Avevo paura di quello che provavo. Di quello che ero.»
«E così sei corso a nasconderti dietro Cristo.»
«Non era nascondersi. Era… salvezza.»
«Salvezza.» Alvise ripeté la parola come se fosse straniera. «Salvezza da cosa? Dall’amore? Dalla gioia? Dalla vita?»
«Dal peccato.»
«Ah, sì. Il peccato.» Alvise sorrise, un sorriso amaro, storto. «E dimmi, Tommaso, in questi quindici anni di preghiere e digiuni e auto-flagellazione, ti sei sentito salvato? Ti sei sentito libero?»
No. Si era sentito morto. Si era sentito come un cadavere che camminasse, che respirasse per abitudine, ma che non vivesse davvero.
«Ho fatto il mio dovere», disse invece.
«Dovere.» Alvise scosse la testa. «Tu e le tue parole morte. Dovere. Salvezza. Penitenza. Conosci ancora parole vive? Gioia? Piacere? Amore?»
«L’amore di Dio.»
«Non mi parlare dell’amore di Dio!» Alvise urlò, e stavolta non riuscì a fermare le lacrime, scesero sui suoi zigomi pallidi, brillarono nella luce della torcia. «Non mi parlare di un amore che ti chiede di odiare te stesso! Di uccidere tutto quello che sei! Un Dio che chiede questo non è amore, è tirannia!»
«Stai bestemmiando.»
«E allora cosa farai? Mi torturi per questo? Aggiungi la blasfemia alla lista dei miei crimini?» Alvise si pulì le lacrime con il dorso della mano incatenata. «Fallo. Fallo davvero. Mostrami chi sei diventato. Mostrami che l’uomo che amavo è davvero morto.»
Fra’ Tommaso tremava. Tutto il corpo tremava come se avesse la febbre. Voleva andarsene, voleva scappare di nuovo, voleva tornare nella sua cella al convento e pregare fino a dimenticare, fino a cancellare tutto.
Ma i suoi piedi non si muovevano.
«Non posso salvarti», disse, e la voce gli uscì spezzata. «Alvise, non posso. Anche se volessi, e non sto dicendo che voglio, non posso. Il processo è già iniziato. Ci sono testimoni. Denunce. Il nunzio apostolico vuole un esempio. I Savi all’Eresia vogliono dimostrare che Venezia è ancora una città cattolica, devota, pura. Tu sei…»
«Il capro espiatorio perfetto.» Alvise annuì. «Lo so. Un nobile decaduto, un sodomita impenitente, qualcuno che ha vissuto troppo apertamente, troppo liberamente. Meglio di così non potrebbero chiedere.»
«Allora perché?» Fra’ Tommaso fece un passo avanti, e per la prima volta lasciò trasparire la rabbia, quindici anni di rabbia repressa, trasformata in preghiera, ora finalmente libera. «Perché non hai avuto più attenzione? Perché non ti sei nascosto meglio? Venezia è grande, Alvise. Avresti potuto essere discreto. Avresti potuto…»
«Sopravvivere nascondendomi?» Alvise rise, un suono duro, tagliente. «Come hai fatto tu?»
«Sì! Esattamente come ho fatto io! Meglio vivi e nascosti che morti e liberi!»
«No.» Alvise scosse la testa lentamente. «No, Tommaso. Io non sono come te. Non sono mai stato come te. Tu hai scelto la gabbia. Io ho scelto il cielo. Anche se volare significa cadere, anche se la libertà significa bruciare, preferisco questo che la tua prigione dorata.»
«Non è una prigione.»
«Allora cos’è?» Alvise indicò il tabarro nero, la tonaca. «Guarda cosa indossi. Senti come parli. Ascolta il silenzio dentro di te. Se questa non è una prigione, dimmi cos’è.»
«È…» Fra’ Tommaso si fermò. Cercò le parole, quelle parole che i suoi superiori gli avevano insegnato, quelle risposte che aveva ripetuto mille volte. Ma ora, davanti ad Alvise, davanti a quegli occhi verdi che lo conoscevano meglio di quanto lui conoscesse se stesso, le parole suonavano vuote.
«Non lo sai nemmeno tu, vero?» Alvise fece un passo avanti, sollevò una mano e, con una tenerezza che spezzò il cuore di Fra’ Tommaso più di qualsiasi rabbia, gli toccò il viso. «Tommaso. Mio povero, dolce Tommaso. Cosa ti hanno fatto?»
E Fra’ Tommaso Venier, inquisitore del Sant’Uffizio, uomo di Dio, servo della fede, crollò.
Si piegò in avanti, appoggiò la fronte sulla spalla di Alvise, e pianse.
Pianse come non piangeva da quindici anni. Pianse per il ragazzo che era stato, per l’uomo che avrebbe potuto diventare, per tutti i baci mai dati, le notti mai vissute, le parole mai dette. Pianse per la gabbia che si era costruito intorno, sbarra dopo sbarra, voto dopo voto, preghiera dopo preghiera.
E Alvise, Alvise che avrebbe dovuto odiarlo, che aveva ogni diritto di respingerlo, lo abbracciò. Con le mani incatenate, goffamente, ma lo strinse forte. Passò le dita tra i suoi capelli corti, gli accarezzò la schiena attraverso il tabarro, mormorò parole che Fra’ Tommaso non riusciva a capire perché il sangue gli martellava troppo forte nelle orecchie.
«Shh», sussurrava Alvise. «Shh, sono qui. Sono ancora qui.»
Quando Fra’ Tommaso finalmente si staccò, il velluto azzurro sulla spalla di Alvise era bagnato. Si pulì il viso con mani che tremavano ancora.
«Non dovevo…» mormorò.
«Sì che dovevi.» Alvise gli prese il viso tra le mani incatenate, lo costrinse a guardarlo. «Dovevi piangere. Dovevi ricordare che sei umano. Che sei ancora vivo sotto tutta quella morte che ti sei messo addosso.»
«Non cambia niente.»
«Cambia tutto.» Alvise gli passò un pollice sotto l’occhio, raccogliendo un’ultima lacrima. «Tommaso. Ascoltami. Hai una scelta da fare stanotte. Non per me, per te. Devi decidere chi sei. Se sei davvero Fra’ Tommaso, inquisitore del Sant’Uffizio, servo fedele di un Dio che ti chiede di uccidere la tua natura. O se sei ancora, da qualche parte, sepolto sotto tutte quelle preghiere, il ragazzo che mi ha baciato sotto la pioggia.»
«Non posso essere quel ragazzo. È morto.»
«Niente muore davvero, Tommaso. Tutto quello che seppelliamo continua a vivere sottoterra, a marcire, a trasformarsi in veleno.» Alvise abbassò le mani, ma tenne gli occhi fissi sui suoi. «Tu mi hai sepolto. Hai sepolto noi. E per quindici anni hai bevuto il veleno di quella sepoltura. Ogni preghiera che dicevi, ogni voto che pronunciavi, ogni condanna che firmavi, era tutto veleno. E guardati. Guardati davvero. Sei un uomo o sei uno spettro?»
Fra’ Tommaso voleva protestare, voleva difendersi, ma le parole gli morivano in bocca. Perché Alvise aveva ragione. Aveva sempre ragione, anche quando Fra’ Tommaso odiava ammetterlo.
«Cosa vuoi che faccia?» chiese, e fu una resa.
«Voglio che tu scelga.» Alvise indietreggiò di un passo, lasciando spazio tra loro, uno spazio che sembrava un abisso. «Puoi firmare la condanna. Consegnarmi al rogo. Tornare al tuo convento e continuare a morire lentamente. Oppure…»
«Oppure?»
«Oppure puoi aprire quella porta, togliermi queste catene, e lasciarmi andare.»
«Sarebbe tradimento. Mi processerebbero. Mi…»
«Lo so.» Alvise sorrise, un sorriso triste, bellissimo. «Ti costringerebbe a scegliere davvero. A diventare quello che fingi di aver smesso di essere. Un criminale. Un fuggiasco. Un uomo che ha scelto l’amore invece dell’obbedienza.»
«Non posso.»
«Puoi. La domanda è: vuoi?»
E questa era la vera domanda, l’unica che contava. Fuori, nella città, le ultime grida del Carnevale si stavano spegnendo. Tra poco, forse un’ora, forse due, le campane avrebbero suonato per l’alba. Il Mercoledì delle Ceneri sarebbe arrivato con la sua penitenza, la sua austerità. E Fra’ Tommaso doveva decidere.
Guardò Alvise, quella bellezza impossibile, quella vita indomabile che quindici anni e la prigione non erano riuscite a spegnere. Poi guardò le sue mani, mani che avevano firmato sentenze, che si erano giunte in preghiera, che avevano dimenticato cosa significava toccare qualcuno con amore invece che con giudizio.
«Se ti lascio andare», disse lentamente, «non ti rivedrò mai più.»
Qualcosa lampeggiò negli occhi di Alvise, dolore, forse, o speranza. «No. Probabilmente no. Dovrò lasciare Venezia. L’Italia. Forse andare in Francia, o più lontano ancora.»
«E io…» Fra’ Tommaso deglutì. «Io dovrò affrontare le conseguenze. Quando scopriranno che sei fuggito, quando capiranno che l’ho permesso…»
«Scappa con me.»
Le parole caddero nella cella come pietre in acqua profonda. Fra’ Tommaso le guardò espandersi, creare cerchi sempre più larghi.
«Cosa?»
«Scappa con me.» Alvise fece un passo avanti, e ora la sua voce era urgente, viva. «Tommaso, ascolta. Abbiamo questa notte. Solo questa notte. Ultimo giorno di Carnevale, ultima possibilità. Apri quella porta. Liberami. E poi. poi vieni con me. Lascia tutto questo. Il tabarro, la tonaca, l’Inquisizione. Lascia il veleno e vieni a vivere davvero.»
«Saremmo braccati…»
«Sì! Esattamente! Braccati, fuggiaschi, criminali! Ma vivi, Tommaso. Finalmente vivi.» Alvise rise, e per la prima volta c’era gioia in quel suono, gioia pura, folle. «Immagina. Potremmo andare ovunque. Essere chiunque. Due mercanti veneziani in fuga dalle tasse. Due pellegrini diretti a Santiago. Due…» Si fermò, e la voce si addolcì. «Due uomini che si amano e che hanno smesso di chiedere permesso per esistere.»
Era follia. Era impossibile. Era… Era la cosa più bella che Fra’ Tommaso si fosse mai concesso di sognare.
Ed era impossibile.
Fra’ Tommaso chiuse gli occhi. Respirò, un respiro lungo, profondo. E in quel respiro sentì tutto: il freddo della cella, il calore del corpo di Alvise vicino al suo, l’odore di muffa e lavanda, il suono lontano della città che moriva e rinasceva, ancora e ancora, come faceva da secoli.
Venezia. La Serenissima. Città di maschere e segreti, di bellezza e corruzione, di fede e peccato mescolati fino a non poterli distinguere.
E lui, lui era figlio di quella città. Nato nelle sue acque, cresciuto nei suoi palazzi, educato nelle sue chiese. Veneziano fino al midollo, incapace di essere davvero di un solo Dio quando la città stessa ne serviva mille.
Aprì gli occhi.
«Le chiavi», disse. «Dove sono le chiavi delle catene?»
Alvise inspirò bruscamente. «La guardia. Le tiene appese alla cintura.»
Fra’ Tommaso si voltò, guardò la porta. Poteva sentire la guardia respirare dall’altra parte, un uomo anziano, probabilmente mezzo addormentato a quest’ora della notte.
«Aspetta qui», disse.
Andò alla porta, bussò. La guardia aprì, assonnata, irritata. «Cosa…»
Fra’ Tommaso non aveva mai colpito nessuno in vita sua. Ma quella notte, ultimo giorno di Carnevale, con il destino di un uomo, il destino del suo unico amore, nelle sue mani, colpì.
Non forte. Non abbastanza da ferire davvero. Solo abbastanza perché l’uomo crollasse, stordito. Fra’ Tommaso lo prese mentre cadeva, lo adagiò sul pavimento del corridoio, gli prese le chiavi dalla cintura.
Quando tornò nella cella, Alvise lo guardava con qualcosa che sembrava meraviglia mista a terrore.
«Dammi le mani», disse Fra’ Tommaso, e la voce gli tremava.
Alvise obbedì. Fra’ Tommaso infilò la chiave nella serratura delle manette, le aprì. Il metallo cadde sul pavimento con un tintinnio che sembrò assordante nel silenzio della cella.
Alvise si massaggiò i polsi, guardò Fra’ Tommaso, poi la porta aperta.
«Tommaso», disse piano. «Cosa hai fatto?»
«Ti ho liberato.» Fra’ Tommaso indietreggiò di un passo, come se mettere distanza tra loro rendesse la cosa più facile. «Ora vai. La guardia si risveglierà presto, e…»
«Vieni con me.»
«No.»
«Tommaso…»
«No.» Fra’ Tommaso scosse la testa, e qualcosa nel suo viso si indurì, una decisione presa, irrevocabile. «Non posso. Io devo… devo rimanere. Devo affrontare le conseguenze di quello che ho fatto.»
«Ti processeranno. Ti…»
«Lo so.» Fra’ Tommaso sorrise, un sorriso triste, spezzato. «Ma almeno sarà per qualcosa di vero. Per qualcosa che ho scelto io, non che mi è stato imposto. Vai, Alvise. Vivi. Per entrambi.»
Alvise lo guardò per un lungo momento. Poi, improvvisamente, si mosse, veloce, deciso. Afferrò Fra’ Tommaso per le spalle.
«Scusa», disse.
«Per co…»
Il colpo fu rapido, preciso. Alvise aveva imparato molte cose nei suoi anni di vita dissoluta, compreso dove colpire per stordire senza uccidere. Fra’ Tommaso barcollò, gli occhi che si spalancavano per la sorpresa, poi crollò.
Alvise lo prese, lo adagiò con cura sul pavimento di pietra della cella. Gli accarezzò il viso, un gesto tenerissimo, straziante.
«Perdono», sussurrò. «Ma non ti lascio diventare un martire. Non per me.»
Si alzò. Guardò il corpo di Fra’ Tommaso, incosciente, ma vivo, il petto che si alzava e abbassava regolarmente. Poi, con mani che tremavano leggermente, cominciò a spogliarlo.
Il tabarro nero venne via per primo, pesante e umido di lacrime. Poi la tonaca, quella veste che Fra’ Tommaso aveva indossato per quindici anni come un’armatura, come una prigione. Le brache, la camicia. Tutto.
Quando Fra’ Tommaso fu nudo sul pavimento freddo, Alvise si tolse i propri abiti stropicciati, il giubbone di velluto azzurro, le brache di raso. Li lasciò cadere accanto al corpo immobile.
Si vestì con gli abiti dell’inquisitore. Il tessuto era più ruvido di quello a cui era abituato, più pesante. Il tabarro gli cadeva diversamente sulle spalle. Ma quando si mise la maschera bianca, quella baùta che aveva nascosto il viso di Tommaso, si guardò le mani guantate e per un momento vide un fantasma. Un fantasma di quello che avrebbe potuto essere, forse, in un’altra vita.
Si chinò un’ultima volta su Fra’ Tommaso. Gli baciò la fronte, un bacio casto, fraterno, che sapeva di addio.
«Ti aspetto», sussurrò contro la sua pelle. «Non so dove, non so quando. Ma ti aspetto. E quando uscirai, quando avrai pagato quello che loro pensano tu debba pagare, ti troverò. O tu troverai me. E allora sì, Tommaso. Allora sì che viaggeremo insieme.»
Si alzò. Raddrizzò la maschera. Aprì la porta della cella e uscì nel corridoio, dove la guardia giaceva ancora stordita.
L’uomo si mosse leggermente, gemette. Alvise, vestito da inquisitore, nascosto dalla maschera, gli passò accanto con passo sicuro.
All’uscita le guardie lo guardarono appena.
«Il prigioniero è stato interrogato», disse Alvise, e la sua voce era bassa, controllata, completamente diversa dalla sua. «Vado a riferire al nunzio.»
Le guardie annuirono, e Alvise proseguì. Attraversò i corridoi dei Piombi, scese le scale, uscì nel cortile del Palazzo Ducale.
Venezia era ancora sveglia. Gli ultimi ubriachi barcollavano verso casa, le ultime maschere si trascinavano per le calli. Nessuno guardò due volte l’inquisitore col tabarro nero e la maschera bianca.
Alvise camminò. Camminò finché non raggiunse i moli, finché non trovò una nave pronta a partire con la marea del mattino. Pagò il doppio del prezzo normale, e il barcaiolo non fece domande a un frate mascherato che voleva lasciare Venezia prima dell’alba.
Quando la barca scivolò via dalle fondamenta, Alvise si voltò un’ultima volta. Guardò la città, la sua città, quella che lo aveva cresciuto e poi condannato. Guardò i tetti, le cupole, i campanili che cominciavano a stagliarsi contro il cielo che schiariva.
E pensò a Tommaso, solo in quella cella, nudo e vulnerabile, che avrebbe aperto gli occhi tra poco e capito.
Ti aspetto, pensò ancora. Dovunque tu vada, comunque tu esca, ti aspetto.
Poi si voltò verso il mare aperto, verso l’orizzonte che cominciava a tingersi di rosa, e lasciò che Venezia scomparisse dietro di lui.

All’alba del Mercoledì delle Ceneri, quando le campane suonarono e il Carnevale morì ufficialmente, la guardia dei Piombi si svegliò con un mal di testa atroce e un ricordo confuso della notte.
L’inquisitore era venuto. Aveva interrogato il prigioniero. Poi…
Quando aprì la cella, non trovò Alvise Contarini incatenato. Trovò Fra’ Tommaso Venier, nudo, steso sul pavimento freddo, una contusione livida sulla tempia, completamente immobile.
Gli abiti del prigioniero, il giubbone azzurro, le brache di raso, giacevano piegati accanto a lui, come un’offerta. Le catene erano aperte, abbandonate.
E dell’inquisitore col tabarro nero e la maschera bianca, quello che le guardie giuravano di aver visto uscire, non c’era più traccia.

Il processo fu rapido e spietato.
Fra’ Tommaso, quando finalmente riprese conoscenza, ore dopo, sostenne di essere stato aggredito. Di aver aperto la cella per interrogare il prigioniero, di essere stato colpito alla testa, di non ricordare altro.
Ma le prove parlavano chiaro: le sue vesti erano sparite. Il prigioniero era fuggito. Le guardie avevano visto qualcuno, qualcuno vestito da inquisitore, uscire dai Piombi.
Il nunzio apostolico era furioso. I Savi all’Eresia, umiliati. Come poteva un inquisitore, proprio uno di loro, tradire la fiducia del Sant’Uffizio?
Lo spretarono prima ancora della fine del processo. Fra’ Tommaso Venier tornò a essere solo Tommaso, spogliato dell’ordine, della protezione della Chiesa, esposto al giudizio.
L’Inquisizione voleva la verità. Voleva sapere se aveva aiutato il Contarini. Se erano complici. Se c’era altro, altri nomi, altri tradimenti, altri peccati nascosti.
Lo torturarono. Non come avrebbero fatto con un eretico, ma abbastanza, abbastanza perché confessasse, abbastanza perché il dolore lo svuotasse di tutto tranne la verità essenziale: sì, aveva amato quell’uomo. Sì, forse, forse, aveva voluto salvarlo.
Ma Alvise se n’era andato da solo. Questo era vero. Tommaso non aveva cospirato con lui, non aveva pianificato la fuga.
Alla fine, dopo mesi di interrogatori, di celle umide, di pane e acqua, gli credettero. O forse decisero che non importava più. L’importante era che Tommaso pagasse.
Sette anni. Sette anni nelle prigioni della Repubblica, non più come inquisitore, ma come prigioniero. Sette anni per espiare il peccato di aver amato nel modo sbagliato, di aver messo un uomo prima di Dio.
E Tommaso pagò. Ogni giorno, ogni notte, ogni ora infinita.
Ma qualcosa era cambiato. Nella cella, nella sua cella, ora, non più quella di Alvise, Tommaso non pregava. Non più.
Invece ricordava. Ricordava mani che lo avevano spogliato con cura. Ricordava un bacio sulla fronte. Ricordava una voce che sussurrava: Ti aspetto.
E si aggrappò a quello. A quella promessa. Attraverso la fame e il freddo e la disperazione, si aggrappò all’idea che da qualche parte, in Francia, in Spagna, in Germania, chissà dove, Alvise era vivo. E lo aspettava.

SETTE ANNI DOPO
L’uomo che uscì dalle prigioni veneziane non era più Fra’ Tommaso Venier.
Non era nemmeno più il ragazzo di diciannove anni che aveva baciato Alvise Contarini sotto i portici, tanto tempo prima.
Era qualcosa di diverso. Qualcosa di nuovo. Consumato dalla prigione, indurito dalla sofferenza, ma, stranamente, più vivo di quanto fosse mai stato nei quindici anni passati al convento.
Gli diedero pochi soldi e una veste semplice. Gli dissero che era libero, ma che non doveva mai più tornare a Venezia.
Tommaso annuì. Non aveva intenzione di tornare.
Camminò. Prima verso nord, poi verso ovest. Seguendo non una mappa, ma un’intuizione, un richiamo sottile, come quello che guida gli uccelli migratori.
Ci volle tempo. Mesi. Attraversò città e villaggi, dormì in taverne malandate, lavorò dove poteva per guadagnarsi il cibo. Chiese informazioni, discretamente, sempre discretamente, su veneziani in fuga, su nobili decaduti, su uomini con capelli biondi e occhi verdi.
E una sera, in una piccola città francese vicino ai Pirenei, in una locanda dove la luce delle candele tremolava sulle pareti di pietra, lo vide. Seduto a un tavolo nell’angolo, da solo, con un bicchiere di vino davanti. I capelli ancora biondi, anche se legati in una coda bassa. Il viso leggermente più segnato, ma ancora, sempre, di una bellezza che non apparteneva a questo mondo.
Alvise alzò lo sguardo.
E si immobilizzò.
Per un lungo momento, nessuno dei due si mosse. Si guardarono attraverso la sala fumosa della locanda, attraverso sette anni di silenzio e sofferenza, attraverso tutto quello che era stato distrutto e tutto quello che, forse, poteva essere ancora salvato.
Poi Alvise si alzò. Lentamente. Come se avesse paura che Tommaso fosse solo un’illusione, un fantasma evocato dal troppo vino e dalla troppa solitudine.
Tommaso fece un passo avanti. Poi un altro.
Si fermarono a un passo di distanza.
«Hai aspettato», disse Tommaso, e la voce gli uscì rauca, non aveva più parlato così tanto, non da anni.
«Te l’avevo promesso», rispose Alvise.
«Sette anni.»
«Sette anni.» Alvise sollevò una mano, esitante, come se chiedesse permesso, e la posò sul viso di Tommaso. Passò il pollice su una cicatrice nuova, vicino alla tempia. «Ti hanno fatto male.»
«Sì.»
«Mi dispiace.»
«Non dovrebbe.» Tommaso chiuse gli occhi, si appoggiò al tocco. «È stata la mia scelta. Alla fine. È stata la mia scelta pagare.»
«E ora?» La voce di Alvise tremava. «Ora che hai pagato, ora che sei qui, cosa vuoi?»
Tommaso aprì gli occhi. Guardò quell’uomo, quell’uomo che aveva amato, perduto, ritrovato. Quell’uomo che lo aveva salvato nel modo più crudele possibile.
«Voglio vivere», disse. «Finalmente. Voglio vivere.»
E Alvise, Alvise che non piangeva mai, che aveva affrontato la prigione e la tortura e la condanna a morte con un sorriso ironico, si appoggiò a Tommaso, nascose il viso nel suo collo, e tremò.
«Andiamo via da qui», sussurrò Alvise contro la sua pelle. «Domani. Dopodomani. Non importa quando. Ma andiamo. Andiamo ovunque tu voglia.»
E così fecero.

FINE