La Porta Sbagliata

Silvano Moretti aveva sempre creduto di essere un uomo pratico.

Anni di compravendite immobiliari gli avevano insegnato a valutare gli spazi con un’occhiata sola: metratura, esposizione, potenziale. Allo stesso modo stimava le persone nello stesso modo, a capire subito chi poteva permettersi cosa, e chi stava solo perdendo il suo tempo.

Quindi quando aprì la porta del proprio appartamento e si trovò davanti a un corridoio che non aveva mai visto, pareti rosse come l’interno di un cuore pulsante, un lampadario di cristallo nero che si allargava sul soffitto come una ragnatela, la prima cosa che pensò fu: strano, non avevo visto questo nel rogito.

La seconda fu: bella metratura.

«Ah, finalmente.»

La voce giunse da qualche punto imprecisato dello spazio, morbida come velluto posato su un bordo tagliente. Poi apparve lui, o meglio, apparve prima il completo bianco, e solo in seguito l’uomo che lo indossava. Capelli corti, un orecchino che catturava la luce in modo del tutto improbabile, un sorriso che Silvano avrebbe descritto, nei suoi anni migliori, come di sicuro effetto commerciale.

«Silvano Moretti, giusto?» disse l’uomo in bianco, allargando le braccia con l’entusiasmo di chi incontra un vecchio amico. «Sono Cassandra. Benvenuto al Seven Sins. Siediti, siediti … no, non lì … sì, ecco, quello va benissimo.»

Silvano non si sedette.

«Senta,» disse, con la voce che usava quando voleva far capire a qualcuno che stava perdendo il suo tempo, «non so cosa stia succedendo, non so dove mi trovo, e francamente non me ne frega niente. Voglio sapere come si esce da qui, e lo voglio sapere adesso.»

Cassandra lo guardò con l’espressione paziente di qualcuno che ha già sentito quella frase molte, moltissime volte, in molte lingue diverse.

«Siediti, Silvano.»

Silvano si sedette. Non era del tutto sicuro di averlo deciso lui.

«Un drink?» Sul tavolino basso era già comparso un bicchiere. Silvano non lo ricordava lì un secondo prima. «No,» disse, ma le sue dita si mossero verso il bicchiere lo stesso, quasi per proprio conto, e si fermarono solo quando se ne accorse.

«Come sono arrivato qui?» riprese, e adesso nella voce c’era qualcosa di meno professionale, una crepa sottile che non aveva intenzione di mostrare. «Stavo uscendo di casa. Ho aperto la porta e… » Si interruppe. Guardò la parete di velluto scuro dove, fino a pochi secondi prima, era abbastanza sicuro ci fosse un corridoio. «Dov’è la mia porta?»

«La tua porta,» disse Cassandra, sorseggiando qualcosa di color ambra scuro con l’aria di chi non ha fretta di arrivare da nessuna parte, «è esattamente dove l’hai lasciata. Il problema è che adesso si apre qui. Queste cose succedono.»

«Queste cose non succedono.»

«E invece.» Cassandra sembrò genuinamente dispiaciuto per questa notizia. «Siediti più comodo, dai. Quella postura mi mette ansia.»

«Non ho intenzione di…»

«Silvano.» La voce non si era alzata di mezzo tono, eppure qualcosa nella stanza cambiò, impercettibilmente, come quando la pressione atmosferica cala prima di un temporale. «Sei al Seven Sins. Ci sei perché io ho voluto che ci fossi. Potresti scaldarti ancora un po’ con questa storia dei tuoi diritti e di quello che hai o non hai intenzione di fare, oppure potresti renderti conto, con l’intelligenza pratica di cui sei evidentemente tanto fiero, che non è una conversazione che ti conviene avere con me.»

Silenzio.

Cassandra riprese il suo sorriso come se non lo avesse mai posato. «Ottimo. Dicevo… potresti renderti utile. Qui al Seven Sins abbiamo sempre bisogno di una mano nel retrobar. Nulla di complicato, rifornire gli scaffali, pulire i banconi, portare vassoi. Lavoro onesto. Gratificante, persino.»

Silvano lo fissò. «Lavoro onesto,» ripeté, con una nota di incredulità offesa che tradiva anni di pratica nel comunicare, senza dirlo esplicitamente, di essere molto al di sopra di certe cose. «Io sono un professionista del settore immobiliare…»

«Eri,» lo corresse Cassandra, con dolcezza chirurgica. «Risultavi agente immobiliare. Come risultavi residente in quell’appartamento la cui porta ti ha portato fin qui. Come risulti, in genere, in molti posti senza essere davvero presente.» Inclinò la testa, studiandolo con l’interesse distaccato di un entomologo davanti a uno scarabeo di specie comune. «È un talento, a modo suo.»

Silvano aprì la bocca. La richiuse. Qualcosa in quelle parole aveva toccato un nervo che non sapeva di avere, e il fastidio di non capire esattamente quale nervo fosse lo irritò più di tutto il resto.

«Cosa vuole da me?»

«Te l’ho detto. Una mano nel retrobar.»

«E se rifiuto?»

Cassandra sembrò considerare la domanda con serietà autentica, come se fosse una questione filosofica di un certo interesse. «Potresti farlo, certo. Sei libero. Puoi alzarti, attraversare quella porta rossa in fondo al locale, e vedere dove ti porta.» Una pausa sospesa, densa come miele. «Oppure puoi restare seduto lì a fare il prezioso, e vedere dove ti porta anche quello. Il Seven Sins è un posto pieno di opportunità, Silvano. Dipende solo da come le si coglie.»

«E la porta rossa porta fuori?»

«La porta rossa porta,» disse Cassandra, «dove deve portare.»

Si alzò con la grazia pigra di un gatto che sa perfettamente di essere il predatore più grande nella stanza. «Vieni, ti mostro la cucina.»

Silvano lo seguì perché non riuscì a trovare, in quel momento, una ragione convincente per non farlo. La cucina era al di là di una seconda porta, scese tre gradini, e da lì si apriva su quello che Cassandra chiamava il retrobar, un ambiente lungo e stretto, illuminato male, che odorava di qualcosa di floreale e selvatico insieme, come un giardino dopo un temporale in un posto in cui i temporali non dovrebbero esistere.

Dietro il bancone, due ragazze stavano ridendo di qualcosa. Erano bellissime in modo che faceva venire un leggero mal di testa. Quando videro Silvano smisero di ridere, ma continuarono a sorridere, e i loro denti erano molto bianchi e molto appuntiti.

«Le mie cameriere,» disse Cassandra, da qualche posto alle sue spalle. «Si occuperanno di introdurti alle mansioni. Sono bravissime con i nuovi.»

Silvano guardò le ragazze. Le ragazze guardarono Silvano, che sentì qualcosa di freddo installarsi con discrezione tra le sue scapole.

«Aspetti,» disse, e adesso la voce aveva perso del tutto la sua patina professionale, si era fatta piccola e senza bordi, come qualcosa che cerca di occupare meno spazio possibile. «Ma io… lei non può… questo non è…»

«Non è cosa?» disse Cassandra, e per la prima volta quel giorno la sua voce aveva un suono diverso, non più morbida, non più paziente, ma tagliente e divertita e antica come la pietra sotto la città. Si voltò verso di lui con un sorriso che non era più commerciale in nessun senso del termine. «Legale? Silvano. Sei entrato nel Seven Sins. Qui le leggi sono le mie, e le mie leggi sono semplici: chi non paga i propri debiti prima o poi si trova a saldare il conto altrove. In una forma o nell’altra.»

Silvano aprì la bocca. «Io non ho nessun debito con…»

«No,» convenne Cassandra, «non con me. Ma il karma è una costruzione umana pigra e approssimativa. Io preferisco pensare in termini di equilibrio. Tu hai sottratto per anni, tempo, denaro, spazio, fiducia, e non hai mai restituito nulla a nessuno. Il Seven Sins è un nexus, caro mio. Raccoglie ciò che è rimasto in sospeso nel mondo e gli trova una collocazione.» Fece una pausa. «Adesso è anche la tua collocazione.»

«Questo è assurdo,» disse Silvano, ma la parola uscì vuota, una conchiglia senza mollusco.

«Probabilmente.» Cassandra si avvicinò alle due ragazze e scambiò con loro uno sguardo che non aveva bisogno di parole. La più alta delle due, capelli color rame scuro, dita sottili come rami secchi, scese dal bancone con un movimento che non seguiva le normali leggi articolari. Il tintinnio lieve che accompagnava ogni suo gesto era stranamente simile al suono di campanelli di vetro, o di risate molto lontane.

Gli porse un grembiule bianco.

«È stato un piacere conoscerti,» disse Cassandra, e lo diceva davvero, con la soddisfazione tranquilla di chi ha portato a termine una cosa ben fatta. «Queste piccole conversazioni mi spezzano la monotonia. E Silvano…» si fermò sulla soglia, il soprabito che si muoveva in una corrente d’aria inesistente, «… stai lontano dalla porta rossa. Non è per te. Non ancora.»

La seconda ragazza si affacciò da dietro il bancone. Aveva occhi color ambra e un sorriso che conteneva troppe cose per essere confortante.

«Allora,» disse, con una voce che sembrava venire da molto lontano e da molto vicino allo stesso tempo, «hai mai lavorato nell’ospitalità?»

Silvano guardò il grembiule. Guardò le ragazze. Guardò la porta rossa in fondo al locale, oltre la quale non si vedeva nulla, assolutamente nulla, nemmeno buio. Solo assenza.

Le due ragazze si mossero entrambe nello stesso momento, con quella sincronia innaturale che hanno le cose che condividono un’unica fame. La più alta raggiunse Silvano in due passi che non sembravano coprire la distanza che avrebbero dovuto coprire, e quando fu vicina abbastanza da toccarlo lui capì, con il ritardo tipico di chi ha passato una vita a non prestare attenzione alle cose importanti, che il tintinnio di campanelli che lo aveva accompagnato dall’inizio non era un suono. Era un avvertimento.

Le dita sottili come rami secchi si chiusero intorno al suo polso con una forza che non aveva nulla di umano, e quando tirò, tirò davvero, con tutta la serietà gioiosa di chi fa una cosa che gli piace molto, Silvano aprì la bocca per urlare, ma l’urlo rimase a metà perché il suono che uscì dal proprio braccio, quel crac umido e definitivo, quella separazione di cose che erano sempre state insieme, era così sbagliato, così profondamente sbagliato, che la voce si rifiutò di accompagnarlo.

La seconda ragazza gli fu subito addosso, china dietro al bancone. Quando si sollevò stava masticando, con l’aria soddisfatta e assente di chi mangia qualcosa di buono senza starci troppo a pensare, e le sue dita, quelle dita ambrate, lunghe, con le unghie perfette, erano rosse fino al polso.

«Non urlare,» disse la prima, con gentilezza autentica, come se stesse dando un consiglio utile. «Non serve a niente e disturba i clienti.»

Dalla porta chiusa giunse, lieve come fumo, il suono di Cassandra che fischiettava qualcosa di allegro mentre si allontanava attraverso il locale deserto, tra i lampadari di cristallo nero e i divanetti di pelle bianca, verso le vetrate che si affacciavano su una qualsiasi città del mondo perpetuamente al tramonto, perpetuamente splendida, perpetuamente ignara di tutto ciò che accadeva nei posti che non si trovano sulle mappe.

Il grembiule bianco rimase sul pavimento, intatto e inutile.

Non sarebbe più servito a nessuno.