La Partita

Il fumo di sigaro si arrotolava pigro sotto le lampade del Velvet Room, tingendo tutto di ambra sporca.
Nessuno parlava. I pochi uomini rimasti nella sala stavano appoggiati contro le pareti, immobili come oggetti di mobilio, le mani vicine alle fondine. Aspettavano. Osservavano.
Daniel “Danny” Rosen si chinò sul biliardo, la stecca scivolò tra le dita come in un’asola di seta. Aveva trent’anni e una faccia che raccontava ogni singola cicatrice guadagnata nelle strade del Lower East Side. Lineamenti affilati, occhi scuri troppo intelligenti, capelli neri pettinati all’indietro. Indossava un completo grigio che doveva essere costato quanto un mese d’affitto per una famiglia intera, ma lo portava con disinvoltura, quasi svagatezza.
—Angolo sinistro— disse a voce bassa.
Dietro di lui, appoggiato al bordo del tavolo con una sigaretta tra le dita, Vincent Russo osservava, spalle larghe sotto la giacca di tweed scuro, mascella definita che si contraeva impercettibilmente ogni volta che Danny si muoveva. Il genere di presenza che riempiva una stanza anche quando non diceva niente. Del resto era il Boss dei North Side, l’uomo che controllava i docks, i magazzini, mezza città.
L’uomo che Danny aveva adorato quando era un ragazzino affamato di dodici anni, un galoppino entusiasta che si dava da fare per eseguire le commissioni dei gangster più grandi.
La biglia rotolò sul panno verde, colpì quella rossa con un rumore secco, affondò nella buca.
Danny si raddrizzò lentamente, facendo scorrere la mano lungo la stecca in un lunga carezza. Si voltò verso Vincent.
I loro sguardi si incrociarono. Durò un battito di troppo.
—Fortunato— disse Vincent, la voce roca.
Danny sorrise appena, un’ombra di sorriso che non arrivava agli occhi.
—Tu mi hai insegnato che la fortuna è per gli stupidi.
Lo aveva fatto. Diciotto anni prima, in un vicolo dietro Orchard Street, quando Danny era solo un moccioso che aveva provato a rubare dal posto sbagliato e Vincent gli aveva spaccato il naso, ma poi gli aveva dato da mangiare. La fortuna è per gli stupidi, ragazzino. Tu impara a essere intelligente. Danny aveva imparato. Aveva imparato tutto da Vincent Russo. Come muoversi, come parlare, come sopravvivere. Come diventare qualcuno, invece di morire nel fango come tutti gli altri.
Aveva anche imparato a desiderarlo in un modo che avrebbe dovuto restare sepolto.
—Tocca a te— disse Danny, facendosi da parte.
Vincent si staccò dal bordo del tavolo, posò la sigaretta nel posacenere. Si avvicinò, prese posizione. Danny non si allontanò. Restò lì, abbastanza vicino perché le loro braccia quasi si sfiorassero, abbastanza vicino che Vincent sentisse il profumo del tabacco turco che Danny fumava adesso, quello costoso, non le sigarette da tre cent che si faceva quando era ragazzino.
Vincent si chinò sul tavolo. Danny spostò il peso da un piede all’altro, impercettibile, ma abbastanza che la sua coscia sfiorasse quella di Vincent.
Vincent sbagliò il tiro.
La biglia rotolò oltre la buca, rimbalzò sulla sponda. Vincent si raddrizzò di scatto, rigido. Danny non disse niente, ma Vincent sentiva il suo sguardo addosso come una bruciatura.
—I moli del West Side— disse Vincent, la voce bassa, controllata. —Se vinco, sono miei.
—Se vinci tu— Danny si passò la lingua sulle labbra, gesto veloce che Vincent colse lo stesso. —Ma non vincerai.
—Così sicuro?
Danny si voltò completamente verso di lui. Erano vicini adesso, troppo vicini per una sala piena di uomini armati che li guardavano. Danny alzò una mano, aggiustò il bavero della giacca di Vincent con un gesto deliberatamente lento. Le dita sfiorarono il suo collo, appena, pelle contro pelle per mezzo secondo.
Vincent trattenne il respiro.
—Sì— disse Danny piano. —Sono sicuro.
Lasciò cadere la mano, fece un passo indietro. Si chinò di nuovo sul tavolo, il corpo disteso sul panno verde, la schiena curva, le dita che stringevano la stecca. La stoffa dei pantaloni si tendeva sui fianchi, sulla curva dei glutei. Danny non si affrettò. Si prese il suo tempo, sistemò la posizione, alzò leggermente il bacino per trovare l’angolazione giusta.
Vincent lo guardava. Non poteva non guardarlo.
Ricordava quel ragazzino magro che lo seguiva ovunque, che lo guardava come se fosse Dio in persona. Ricordava quando Danny aveva sedici anni e aveva preso tre coltellate per coprirgli le spalle in una rissa ai moli. Ricordava la mano di Danny nella sua mentre aspettavano che il dottore ricucisse il taglio più profondo.
Va tutto bene, capo. Io sto con te.
Ricordava quella notte di tre anni prima.
Danny ubriaco per festeggiare il suo primo grande colpo, Vincent che lo aveva accompagnato fuori dal locale, perché non si ammazzasse. Il retro del magazzino, l’odore di fiume e catrame. Danny che lo aveva baciato. Senza preavviso, senza scuse. Solo bocca contro bocca, mani che lo afferravano per la giacca, corpo che si premeva contro il suo con disperazione.
Vincent aveva risposto. Dio santo, se aveva risposto. Aveva aperto la bocca, aveva ricambiato quel bacio con una fame che non sapeva di avere, aveva spinto Danny contro il muro e lo aveva baciato come se fosse la prima e ultima cosa che avrebbe mai voluto fare in vita sua.
Poi si era staccato. Aveva visto gli occhi di Danny, lucidi, spalancati, pieni di tutto quello che Vincent non poteva permettersi di volere. Lo aveva spinto via.
Non farlo più.
Danny non lo aveva più fatto.
La biglia nera affondò nella buca. Partita finita.
Danny si raddrizzò. Non si voltò subito. Restò lì, una mano ancora appoggiata al bordo del tavolo, le spalle tese sotto la giacca.
—I moli sono miei— disse alla fine, la voce piatta.
Vincent annuì, anche se Danny non poteva vederlo.
—Sono tuoi.
Danny si voltò. Si avvicinò, si fermò a mezzo metro. Troppo lontano per essere intimo, troppo vicino per essere neutrale. Tese la mano.
Vincent la guardò. Quella mano che aveva fasciato quando Danny era solo un ragazzino che si era fatto male in una rissa. Quella mano che lo aveva afferrato tre anni, prima come se Vincent fosse l’unica cosa solida in un mondo che crollava.
La strinse.
Le loro dita si chiusero insieme, forte, troppo forte. Vincent sentiva il polso di Danny contro il suo palmo, sentiva il calore, la forza. Avrebbe potuto tirarlo più vicino. Avrebbe potuto.
Non lo fece.
Danny invece sì. Fece un mezzo passo avanti, abbastanza che Vincent sentisse il suo respiro. Si chinò, solo un centimetro, come per dirgli qualcosa all’orecchio. Le loro guance quasi si toccarono.
—Un giorno— sussurrò Danny, così piano che nessun altro avrebbe potuto sentire, —un giorno smetterai di avere paura.
Vincent serrò la mascella.
—Non ho paura di niente.
Danny si staccò appena, abbastanza per guardarlo negli occhi. C’era qualcosa di crudele in quello sguardo, ma anche qualcosa di rotto.
—No, Vince. Di questo hai paura.
Lo chiamava Vince solo quando erano soli. Solo quando voleva ricordargli che una volta, tanto tempo prima, erano stati qualcosa che somigliava agli amici. Qualcosa che somigliava alla famiglia.
Danny lasciò andare la sua mano, fece un passo indietro. Si girò, attraversò la sala. I suoi uomini si mossero per seguirlo. Sulla soglia, Danny si fermò. Guardò indietro.
Vincent era rimasto immobile, una mano ancora chiusa a pugno dove un attimo prima aveva stretto quella di Danny.
—Arrivederci, Vincent— disse Danny. Non ci vediamo presto. Non alla prossima.
Arrivederci.
La porta si chiuse.
Vincent restò fermo mentre i suoi uomini aspettavano. Restò fermo mentre il fumo di sigaro si dissolveva e la sala tornava solo una sala. Restò fermo finché non fu sicuro che la sua voce non lo avrebbe tradito.
Poi prese la stecca dal bordo del tavolo e la spezzò con un gesto secco. Il rumore riempì il silenzio come uno sparo.
—Fuori— disse agli uomini. —Tutti fuori.
Se ne andarono senza fare domande.
Vincent rimase solo col tavolo da biliardo e il ricordo delle dita di Danny contro il suo collo. Col ricordo di un ragazzino ebreo affamato che lo guardava come se fosse un eroe. Col ricordo di un bacio che aveva il sapore della verità.
E col peso di sapere che Danny aveva ragione.
Aveva sempre avuto ragione.