Il Cristo velato

È impressionante vero? Il modo in cui il drappeggio cade, definendo i contorni del corpo, enfatizzando anziché celare l’armonia delle membra, il loro languido abbandono.
Basterebbe un soffio di vento per sollevare quel velo, per ridestare la carne dormiente che giace sotto di esso, racchiusa in un bozzolo impalpabile, pronta a flettersi, a guizzare, a estendersi in tutta la sua inquietudine. Questo è ciò che sembra. Questa è l’apparenza.
La realtà è diversa. Lo è sempre.
Eppure a volte basta credere intensamente a ciò che gli occhi suggeriscono, a cui il cuore anela, per rendere l’illusione più vera del vero. Può chiamarla fede, se crede. Un tempo l’avrebbero chiamata magia.
A me piace pensare sia una forma di amore, un amore tanto più forte perché si nutre solo di se stesso, non trova appagamento, non trova controparte, e nel suo eterno anelito, nel suo incessante tendersi verso un ideale irraggiungibile, genera il miracolo di tutti i miracoli.
Vedo che la faccio sorridere. È comprensibile. Parlare di miracoli oggi è anacronistico, come lo è parlare di magia. L’uomo ha definitivamente squarciato il velo di Maia, non accontentandosi di sollevarlo. Il vaso di Pandora giace in frantumi e su di esso si posa la polvere dei secoli. Non c’è più spazio per la speranza. Non c’è più tempo per l’illusione. L’oggi ha soppiantato il per sempre. L’eternità non è mai stata così breve.
Ma non è sempre stato così.
Badi bene, gli uomini hanno sempre messo l’appagamento delle proprie necessità prima di tutto. Fame, sete, affrancamento dalla fatica e dalla sofferenza. Poi il piacere dei sensi, la ricerca della conoscenza, il fuoco dell’arte. Una catena di bisogni che si susseguono, ognuno generato dalla soddisfazione del precedente, accatastati in una pira di cenere che si consuma nella sua stessa fiamma.
Anche questa è fede, questa brama senza fine, questa urgenza che non conosce requie, un supplizio di Tantalo che dona all’uomo l’illusione di essere immortale, di avere tutto il tempo per appagare l’inappagabile.
La mia non è una critica. Senza la consapevolezza dei propri limiti non esisterebbe la volontà di superarli e superarsi. Questo per farle capire che non condanno del tutto la modernità, sebbene certi suoi aspetti mi sgomentino al punto che preferisco tirarmene fuori, lasciarla scorrere lontana da me. La osservo in silenzio da questo rifugio incastonato in un passato dimenticato, sospeso in un tempo di cui nessuno conserva più memoria.
Su quella parete può leggere la storia della scultura. Il nome dell’esecutore, quello del committente. Troverà anche il racconto pittoresco elaborato a beneficio di chi giunge in questo grembo di pietra alla ricerca di misteri e favole. Di un principe-mago e della sua ossessione, dell’artista che realizzò i suoi sogni, o forse i suoi incubi. Ancora l’apparenza, il velo che cala sugli occhi nell’istante in cui varcate quel portone e l’ombra e il silenzio di questo sacrario profano vi avvolgono strappandovi al calore del sole, al frastuono della vita che scorre inesorabile oltre quei battenti. Entrate qui, e siete subito preda dell’illusione, imprigionati come in certi cerchi fatati, vittime e spettatori inconsapevoli di una storia che nessuna guida riporta, perché nessuno ha mai speso parole per raccontarla, inchiostro per scriverla.
Questo è ciò che sembra. Questo è ciò che è.
Lei deve capire che parliamo di un’altra epoca. Gli uomini erano fatti di carne e sangue, come oggi, ma si trattava di carne e sangue differenti. Il mondo si basava su un ordine preciso, semplice e crudele. Adeguarsi era il modo migliore per vivere degnamente. Pretendere di scardinarlo con azioni sconsiderate avrebbe portato a conseguenze terribili. Questa consapevolezza accumunava principi e mendicanti, che di fronte a essa erano uguali, come lo erano davanti alla morte.
In quel tempo di regole imprescindibili vivevano due principi, fratello e sorella, signori di Malombra. La sorte li aveva resi presto orfani, possessori di immensi terreni ammantati dall’argento degli uliveti, dall’oro degli agrumeti, smaltati dal mare di lapislazzulo e incoronati da foreste di smeraldo.
Tancredi e Diana erano cresciuti insieme, resi gemelli dalla solitudine e da due nature dissimili eppure uguali nel rifuggire i sentimenti e i legami.
Lei, fiera e indomita come la dea di cui portava in nome, sprezzava l’amore degli uomini e scherniva le loro profferte. Coloro che avevano l’ardire di chiedere la sua mano, forti di titoli e ricchezze che avrebbero costituito per qualunque altra donna una dote irresistibile, si scontravano con la sua freddezza e con la crudeltà del suo intelletto superiore. Nessuna guida autorevole aveva mai piegato la sua indole alla morbidezza che ci si sarebbe aspettati dal suo sesso. Tancredi, l’unico che avrebbe potuto forse smussare le asperità della sua natura, era il primo a godere dei suoi trionfi e dell’annientamento dei pretendenti. Nessuno era abbastanza per sua sorella, e chi osava supporre il contrario meritava una caduta tanto più dolorosa quanto grande era stata l’impudenza che lo aveva condotto fin lì. Né condannava il principe gli eccessi di Diana, la sua sfrenata libertà. Nell’intemperanza come nella solitudine i due erano più che mai stessa carne, stesso sangue.
Tra le mura del palazzo, Tancredi si conduceva in libertà e senza vergogna. Fascino e bell’aspetto gli assicuravano la compiacenza di molte amanti, e dove non giungeva l’avvenenza, subentravano rango e posizione a rendere vana ogni resistenza da parte di colei che aveva attirato la sua attenzione.
Diana era una regina algida e intoccabile, una madonna di neve. Circondata solo da poche dame scelte per bellezza e intelligenza, immune dai desideri della carne e da ogni turbamento, amava sopra ogni cosa la caccia, nella quale eccelleva superando in ardimento e ferocia molti uomini e lo stesso Tancredi.
Alcuni giuravano di aver visto i due fratelli cavalcare insieme, la notte, avidi di ogni piacere che la città potesse offrire loro. In quelle sortite Diana vestiva come un gentiluomo, i capelli di giaietto celati dalla parrucca e dal tricorno. Dove li conducessero i loro vizi lo si poteva solo supporre, giacché i due erano abili a cancellare ogni traccia.
Non era un mistero invece la comune passione per la magia. Diana collezionava antichi testi alchemici e trattati scritti da sapienti di ogni tempo. Suo fratello, meno portato alla speculazione, preferiva godere dei vantaggi immediati che l’antica arte poteva garantirgli. Entrambi si affidavano ai servigi di un giovane studioso che avevano accolto presso la loro corte e che li seguiva in ogni spostamento. Un uomo all’apparenza insignificante, il cui sembiante era facile dimenticare. Non è così anche oggi? Molti, troppi individui scivolano sulla superficie dell’esistenza senza lasciare traccia, privi di qualsiasi fascino o tratto distintivo che permetta loro di emergere nella folla. Vivono senza mai nascere davvero. A stento si potrebbe immaginare per essi una ragione d’esistere. Nessuno si accorge di loro. Nessuno li rende immortali.
Questo giovane dall’aria austera aveva immolato se stesso allo studio, consapevole che natura e sorte non gli avrebbero offerto altro in cui eccellere. Edotto in retorica, filosofia, logica, matematica e geometria, scienza, fisica, greco, latino, ebraico, aveva ben presto abbracciato anche rami più oscuri dello scibile, immergendosi in testi proibiti, la sola menzione dei quali, negli ambienti religiosi, sarebbe stata bollata come blasfema. La protezione dei principi di Malombra gli garantiva la tranquillità necessaria per proseguire nelle proprie ricerche. Non era del resto un individuo avido di potere o devoto alle forze oscure. Una genuina curiosità e sete di conoscenza guidavano le sue scelte, una brama di sapere che travalicava i confini imposti dalla morale e dalla religione nel grembo della quale era stato cresciuto.
Per i due principi egli pronunciava vaticini, compilava oroscopi, redigeva carte astrali. Distillava anche pozioni e creava unguenti a beneficio dei suoi protettori e dei loro amici.
Sorride di nuovo. Al giorno d’oggi si dà per scontato che la magia non funzioni. Che sia solo opera di suggestione, di un coacervo di menzogne ben orchestrate da ciarlatani disonesti. Si sottovaluta il potere autentico della mente di plasmare il reale, di indirizzare gli eventi e definirne l’evolversi. L’unico limite al potere è la volontà. Accade ancora. Accade ogni giorno.
Diana si rivolgeva a questo particolare consigliere per ogni aspetto della propria esistenza, eppure non lo trattava con maggior confidenza di quella riservata agli altri uomini. Egli era troppo dolorosamente consapevole del proprio aspetto insignificante e della mancanza di attrattive per poter anche solo pensare di ambire a ciò che uomini ben più gagliardi e meritevoli si erano visti rifiutare con spregio.
Tancredi, da parte sua, gli riservava l’apparente familiarità che rivolgeva a tutti, quella di una belva giocosa pronta a rivoltartisi contro e a sbranarti in qualsiasi istante. Anche di questo il giovane erudito era cosciente, come lo era del fatto che, solo finché fosse stato di una qualche utilità per i due terribili fratelli, avrebbe potuto godere di una relativa sicurezza. Rivestiva il proprio ruolo, in quella pantomima, un tassello posto a caso dalla sorte in quell’opera incompleta. La storia aveva iniziato a dimenticarsi di lui mentre ancora viveva.
L’arrivo dello straniero cambiò ogni cosa.
Giunse nella sublime agonia dell’estate, seguendo il volo radente degli aironi bianchi. Era come se una creatura proveniente da un mondo superiore, circonfusa di bellezza e grazia divina, fosse discesa per qualche passaggio misterioso tra i mortali. Un passaggio tortuoso. Egli si presentò ai principi come un mendicante, col solo splendore dei suoi occhi a fargli da araldo e lasciapassare.
Era impossibile guardare in quegli occhi senza innamorarsi.
Quando poi parlò, ogni parola era un gradino nella scala verso la beatitudine o la dannazione eterne. Lo straniero sembrava del tutto inconsapevole dell’effetto che sortiva su chi gli stava accanto. Nessuna arroganza deformava la purezza dei suoi lineamenti, nessuno sdegno piegava le sue labbra in una smorfia crudele. Era gentile quanto bello, magnifico negli atti e negli accenti quanto nell’aspetto. Non era fatto per questo mondo, né per la malvagità degli uomini.
Diana e Tancredi ne furono all’istante infiammati. Tutti lo furono.
Entrambi i fratelli si adoperarono fin da subito per averlo.
Senza un gesto, senza una parola, lo straniero era riuscito in ciò che molti, negli anni, avevano tentato affannandosi inutilmente: li aveva separati, mettendoli uno contro l’altra.
La violenza di quella battaglia fu ancora più terribile perché combattuta in silenzio. Nessuno dei due contendenti era disposto a svelare i propri desideri, ad ammettere l’enormità di quel bisogno che ogni giorno si faceva più impellente.
Solo chi li conosceva bene poteva cogliere il mutamento: la sregolatezza di Tancredi divenuta ancora più sfrenata, per mascherare la propria inclinazione, la freddezza di Diana mutata in una crudeltà di gelo e pietra, una fortezza invalicabile eretta per nascondere un’improvvisa fragilità. Entrambi amarono lo straniero nel solo modo concesso a creature incapaci di amare.
Per qualche tempo egli riuscì a schivare le trame subdole che i due principi tessevano per irretirlo. Lo faceva con grazia, senza volontà di ferire, ma con la fermezza di chi avesse già scelto da sempre un altare a cui immolare ogni fibra del proprio essere.
Come nulla chiedeva, nulla era disposto a concedere.
Ben presto, però, i sorrisi e le belle parole non bastarono più a preservarlo dalle attenzioni indesiderate. Dio deve essere ben crudele se talvolta invia i suoi angeli tra gli uomini senza lasciar loro le ali per poter volare via, prima che l’orrore del reale li stritoli e li annienti. Ma da molto tempo Dio aveva distolto il suo sguardo dai principi di Malombra.
La passione di Diana e Tancredi si mutò in fiele quando fu chiaro a entrambi che lo straniero non sarebbe appartenuto a nessuno di loro. L’odio riunì ciò che l’amore aveva diviso, e i due fratelli si ritrovarono più legati che mai nell’intento di distruggere colui che non si era piegato né ai loro sospiri, né alle loro minacce.
Lo straniero venne imprigionato. Non doveva solo morire. La sua morte non avrebbe appagato la loro sete di rivalsa. La sua sofferenza avrebbe dovuto essere un monito per chiunque avesse osato sfidarli ancora. Tutto ciò che di bello vi era in lui avrebbe dovuto essere distrutto, ogni purezza corrotta e insozzata, ogni splendore estinto. Di lui doveva restare solo dolore.
Il giovane erudito, che aveva assistito come gli altri attonito e pieno di orrore a quella tenzone, era impotente. Se si fosse ribellato ai propri padroni avrebbe rischiato di subire una sorte anche peggiore. Eppure, la prospettiva delle sofferenze cui il giovane era destinato avvelenava i suoi giorni e le sue notti. Il pensiero di lui colmava la sua anima come un abisso sconfinato.
Non vi è nulla di più desolante che perdere ciò che non si è mai posseduto. Un cuore disabituato all’amore non sanguina di meno. Anzi, il vuoto che si spalanca in esso si assomma a quello che da sempre vi alberga. Vuoto nel vuoto, e solo l’eco assordante del silenzio a colmarne la vastità.
Egli non poteva evitare che lo straniero morisse, ma non avrebbe permesso che venisse dimenticato. Era tutto ciò che poteva offrirgli, l’unico gesto d’amore che gli fosse concesso. Lo avrebbe reso immortale e sarebbe rimasto al suo fianco, per ricordare il suo nome.
È Dio a stabilire chi debba vivere o morire.
L’uomo ha la facoltà di scegliere chi affidare all’eternità.
Solo chi rimane possiede il potere di garantire l’immortalità o condannare all’oblio, e chi rimane è sempre un uomo, preda dei propri bisogni, incatenato ai propri limiti, a inutili sentimenti. Odio. Amore. Rimorso. Pietà. Il suo operato sarà inevitabilmente fallace e degno di biasimo. Allora potrà accadere che egli tenti di rimediare ai propri errori, di espiare i propri peccati raccontando a chi fosse disposto ad ascoltare ciò che accadde veramente, come tutto ebbe inizio e fine. Come il velo fu disteso sui vivi e sui morti per preservare, per condannare, per barattare l’unica libertà possibile con la sola eternità concessa dal destino.
Si recò nella segreta in cui il giovane era stato rinchiuso. Questi lo accolse con quieta rassegnazione. Gli sorrise, perfino, come nessuno gli aveva mai sorriso, come nessuno gli avrebbe sorriso mai, e riflettendosi in quelle iridi trasparenti lo studioso seppe che con quell’uomo uccideva la sua sola possibilità di amare ed essere amato.
Il giovane sembrava sapere il perché della sua venuta. Non mostrò paura. Non mostrò tristezza. Le parole dell’erudito sbocciavano come fiori di pietra nella penombra dolorosa della cella. Le orecchie dello straniero le accoglievano come la spiaggia accoglie la spuma di mare. Era così bello perfino mentre accettava il proprio destino, mentre si piegava docile alle istruzioni del suo pietoso carnefice. Sarebbe rimasto così per sempre, avvolto in quel velo ingualcibile, che lo avrebbe protetto dalla crudeltà degli uomini e dall’ingiuria del tempo, elevato al di sopra di ogni bruttura, custodito come uno scrigno da ogni male.
Vede come cambia la luce? A quest’ora le pieghe che s’increspano sul suo petto sembrano onde che rincorrano il tramonto. L’amore rende immortali. Chi ne è oggetto vive per sempre.
Ma anche chi lo prova può ingannare la morte, sgusciare tra i fili della storia, ignorato dallo scorrere delle stagioni. Può rimanere, guardiano e prigioniero della memoria, accecato dalla polvere dei secoli, assordato dal silenzio di chi non ha più voce. Vive nell’eternità di un desiderio irrealizzabile, per raccontare la sua storia a chi è disposto ad ascoltare, e nel farlo rinnova ogni volta il suo sacrificio e il suo peccato. È il miracolo di tutti i miracoli.
A me piace pensare sia amore.