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da Anemone rosso

La prima volta fui io a cercarti.
Sfidai la luce del sole, quel giorno, per venire da te, attraverso i sentieri segreti del parco. Avevo assunto l’aspetto di un giovane uomo, ma questo non mi proteggeva dal mio naturale nemico. La mia essenza ardeva, consumandosi in una squisita agonia, e tuttavia più feroce ardeva il desiderio di incontrarti.
Seduto in mezzo al prato sembravi piccolissimo, un fanciullo di carne e sangue schiacciato tra la terra e il cielo. Mi ero avvicinato in silenzio, e per un attimo ero rimasto a torreggiare su di te, che con le dita minute intrecciavi steli di fiori e lingue d’erba. La mia ombra ti avvolse completamente, non l’ombra del giovane mortale che ti sorrideva, ma l’ombra che scorreva in ogni singola fibra del mio essere, la sostanza stessa di cui ero fatto.
Senza una parola avevi allungato la mano verso di me, porgendomi un fiore, un anemone dalla veste scarlatta e dal cuore purpureo. Mi ero lasciato cadere accanto a te. Non ti chiedesti neppure chi io fossi, pago di quell’inaspettata compagnia, così rara, nei tuoi pomeriggi solitari. Il profumo della tua carne mi torturava, dilaniando la mia essenza già messa a dura prova dal sole. Eppure sorridevo. Tu no, ma mi scrutavi con gli occhi limpidi, e deponevi fiori sui miei capelli, sulla mia camicia color sangue. Mi copristi di fiori, come si copre di fiori un amante, o qualcuno che è morto. Ti lasciai fare. Conoscevo la tua genia, e solo per il nome che portavi ti odiavo. Ma mi bastava sapere che avrei potuto far scempio delle tue carni indifese, banchettare con la tua innocenza, dissetarmi col tuo sangue. Mi bastava sapere quanto poco ci sarebbe voluto, per essere appagato. Me ne andai prima che loro ti trovassero, prima che potessero accorgersi che non eri solo. Era per te che ero venuto, solo per te. Mentre mi alzavo per andarmene, la tua mano si sollevò verso di me, le dita si aprirono cercando le mie, intrecciandosi ad esse in un appiglio inaspettato.
“Domani?…” domandasti. Non c’era nella tua voce né una preghiera, né una supplica. Non era il capriccio di un bambino. Nessuna urgenza. Nessuna lamentosa richiesta di indulgenza.
“Presto” risposi, stringendo le tue dita, mentre già avvertivo la mia essenza liberarsi di quelle spoglie anguste, per tornare alla sua sconfinata dimora.

da Anemone rosso

Published: 6 Novembre 2013