Ultime notizie

da Chrysale: I fiori del deserto

“Buongiorno, signore”.
Il capitano della nave alzò gli occhi dal registro sdrucito che stava esaminando e il respiro gli si mozzò in gola.
“Buongiorno…” balbettò a fatica, lisciandosi automaticamente le pieghe del farsetto stazzonato, e spostandosi dalla fronte i capelli unti.
Gli occhi azzurri come il mattino che lo scrutavano sopra il velo rosa sorrisero ed i sonaglietti dorati che scendevano sulla fronte pallida tintinnarono graziosamente.
La donna indossava un’ampia veste di velo color pesca, di quelle comuni tra le genti del Mare di Sabbia: passamanerie ricamate in oro le si stringevano intorno alle caviglie sottili, i calzoni fluenti lasciavano intravedere una generosa porzione dei polpacci ben modellati ed il corpetto ornato di perle e specchietti lasciava indovinare chissà quali altre delizie. Benché gran parte del volto fosse coperta dal velo, il capitano ebbe la certezza che anch’esso fosse all’altezza del resto.
“Cosa posso fare per voi, mia signora?” domandò, cercando di dominarsi.
La voce della donna era calda e vellutata, leggermente velata e proprio per questo ancora più seducente.
“Io e la mia compagna di viaggio ci troviamo in serie ambasce” spiegò e solo allora l’uomo intravide le altre tre figure ferme poco lontano, sulla banchina del porto: altre due donne e un ragazzino.
“È necessario che attraversiamo il lago il prima possibile” continuò la sua interlocutrice.
“Dei predoni hanno assalito la nostra carovana e ucciso il nostro seguito. Come vedete siamo rimaste sole con la nostra ancella e un giovane paggio” disse, indicando il gruppetto.
“Capisco” rispose il capitano, grattandosi il mento.
“Non è prudente per due donne sole viaggiare, di questi tempi… Ma avreste di che pagarmi?”
La fanciulla si portò la mano bianca al corpetto, e fece scivolare fuori un borsellino damascato.
“Non temete” mormorò, mentre egli occhi dell’uomo erano ancora fissi sulla pelle bianca del seno appena intravisto.
“Siamo riuscite a portare con noi qualcosa. E se non dovesse essere sufficiente sull’altra sponda ci attende il promesso sposo di mia cugina con tutto il corteo nuziale”.
Il capitano soppesò il borsellino.
“Nessun problema, mia signora” ghignò poi, mostrando i denti marci.
“Sarà un onore avere voi e vostra cugina sulla mia umile nave. Disponete pure di me come volete”.
La fanciulla abbassò lo sguardo, grata, e saluto l’uomo, prima di tornare dalle sue compagne con la lieta notizia.

da Chrysale: I fiori del deserto

Published: 12 Novembre 2013

da La Rinascita di Hermes

La mano del Cacciatore si mosse meccanicamente verso un lenzuolo che cadeva, pesante di polvere, a celare una statua, e con un gesto lento lo tirò, facendolo scivolare a terra. Trattenne il fiato, mentre la figura gli si rivelava, come un miraggio a lungo vagheggiato, e che ora si faceva pietra davanti ai suoi occhi.
Non si stupì di aver trovato subito, tra tante statue, quella che stava cercando, come avrebbe potuto essere altrimenti? Era una scultura, a grandezza naturale, del dio Hermes, modellata nel marmo con una precisione e un realismo che sfidavano la natura stessa, irridendo i limiti della rappresentazione e dell’arte degli uomini. Quella statua non apparteneva ad un genere o un periodo definibile, trascendeva ogni catalogazione e affiliazione a canoni e definizioni di sorta.
Era la raffigurazione di una divinità fattasi carne e subito mutata in pietra, dalla mano di un artista, o di un mago, o ancora per sua stessa volontà, per beffare gli uomini con la propria superiore bellezza.
La figura esprimeva una grazia e un’armonia che nulla avevano a che fare con l’astratta perfezione neoclassica. Quel corpo di marmo non aveva mai rinunciato a vivere, e a stento l’immobilità della pietra tratteneva l’irrequietezza delle gambe snelle, dei piedi che calzavano i talari, colti sul punto di staccarsi da terra.
La stessa posizione, il modo in cui un braccio abbandonato seguiva languidamente la piega del fianco, mentre l’altro reggeva quasi con indolenza il caducèo, lasciava presagire che quel messaggero divino fosse impaziente di librarsi al più presto lontano dalla sua prigione di pietra e buio.
Il capo era leggermente reclinato all’indietro, il volto scoperto, esposto, e rinnovava quell’impressione di abbandono e languore, da un lato, e insofferenza dall’altro, che sembrava percorrere quella figura come un motivo ricorrente.
Una contraddizione squisita che nemmeno la pietra riusciva a rendere immobile, un essere sospeso tra l’urgenza della carne e il traguardo del cielo, diviso, dolorosamente forse, tra la propria natura corporea e il desiderio di un’elevazione spirituale che trascendesse ogni desiderio e sofferenza del corpo. Il viso rivolto al soffitto buio era quello di un angelo incarnatosi controvoglia, la nobiltà e la purezza dei lineamenti turbata dalla sensualità della bocca troppo grande, dalla curva irriverente delle sopracciglia che tracciavano una piega ironica tra gli occhi ciechi e l’alta fronte.

da La Rinascita di Hermes

Published: 8 Novembre 2013

da La rinascita di Hermes

Il corpo della donna era luce, una luce pura, vibrante, che emergeva dalle lenzuola nere come un riverbero di luna tra le nubi. Il giovane Rinato non osava emettere suono, mentre la osservava muoversi sinuosa, sciogliersi dall’abbraccio delle coltri, sollevarsi come un’onda di bianca spuma. Quando si alzò in piedi, staccandosi dal letto, il bagliore argenteo che pioveva dall’alta finestra investì la sua superba nudità, stagliandola dolorosamente nel buio della stanza. Poi, le ombre le furono attorno, docili, sottomesse, adoranti. Strisciarono lungo il pavimento di marmo e lambirono i suoi piedi nudi, risalirono lungo le gambe tornite in morbidi arabeschi, titillarono le punte delle sue dita tese, avviluppando in infiniti intrecci le mani, le braccia. Dalla massa tenebrosa dei capelli sciolti altre ne scaturirono, cingendole il collo e le spalle con una carezza d’amante, e quando sollevò le palpebre, nei suoi occhi tutta l’ombra parve annullarsi, per poi rifluire, più fitta, dal suo sguardo vellutato.

 

Da La rinascita di Hermes

 

Published: 8 Novembre 2013

da Il posto delle bambole

Erano passati dieci anni dal nostro primo incontro, ed eravamo cambiati entrambi. Eppure un privilegio degli amanti è la capacità di annullare lo scorrere del tempo, di lasciarlo sospeso fuori dalle pareti dell’alcova, lasciandolo fluire per tutti gli altri, ma non per loro. Tutto ciò che è stato e sarà non ha più importanza, ma il momento, diluito e infinite volte bevuto da coppe gemelle, solo quello ha valore. Un lusso speciale, che permette ad ogni incontro amoroso di rinnovarsi, alla passione di divampare come se fosse la prima volta, o l’ultima, sempre. Eravamo cambiati, io ero invecchiato, e quel corpo bianco allacciato al mio si era allungato, era cresciuto, come un albero sulla riva di un ruscello, snello, flessuoso, delicato e forte a un tempo.
Il pallore quasi luminoso della sua carnagione trasmetteva un’illusione di fragilità, come di qualcosa troppo facile da sgualcire, eppure il vigore dell’adolescenza scorreva in quelle membra, che cercavano le mie, bramose, audaci, lasciandomi spesso ansante, sfinito, ancora ardente di desiderio. Era una danza senza artifizi la nostra, un duello alla pari che non conosceva menzogna, sebbene ci separasse un’intera vita, o forse solo la mia, con le mie infinite esperienze consumate e perdute, così diversa e distante dal suo mondo di brezze e pomeriggi quieti.
La freschezza di quel corpo si trasmetteva a me, donandomi una seconda giovinezza, come un balsamo distillato da un generoso alchimista, e io non potevo, non volevo rinunciare a quella tardiva primavera.
Allungai la mano e l’affondai tra i suoi capelli, fini, curiosamente freddi al tatto, come se dell’argento non avessero solo il colore, ma anche la sostanza. Emise un sospiro simile a una risata, una delle sue risate sbuffanti, con le quali ostentava la sua ferma decisione di non prendere nulla sul serio. Forse tuttosommato non eravamo così diversi, lui ed io, ed era solo quell’indole malinconica che andavo sviluppando con l’età a voler dipingere per il mio giovane amante un’infanzia edenica e senza ombre. Un’infanzia vissuta tra le bambole, come una bambola.

da Il posto delle bambole

Published: 6 Novembre 2013

da Anemone rosso

La prima volta fui io a cercarti.
Sfidai la luce del sole, quel giorno, per venire da te, attraverso i sentieri segreti del parco. Avevo assunto l’aspetto di un giovane uomo, ma questo non mi proteggeva dal mio naturale nemico. La mia essenza ardeva, consumandosi in una squisita agonia, e tuttavia più feroce ardeva il desiderio di incontrarti.
Seduto in mezzo al prato sembravi piccolissimo, un fanciullo di carne e sangue schiacciato tra la terra e il cielo. Mi ero avvicinato in silenzio, e per un attimo ero rimasto a torreggiare su di te, che con le dita minute intrecciavi steli di fiori e lingue d’erba. La mia ombra ti avvolse completamente, non l’ombra del giovane mortale che ti sorrideva, ma l’ombra che scorreva in ogni singola fibra del mio essere, la sostanza stessa di cui ero fatto.
Senza una parola avevi allungato la mano verso di me, porgendomi un fiore, un anemone dalla veste scarlatta e dal cuore purpureo. Mi ero lasciato cadere accanto a te. Non ti chiedesti neppure chi io fossi, pago di quell’inaspettata compagnia, così rara, nei tuoi pomeriggi solitari. Il profumo della tua carne mi torturava, dilaniando la mia essenza già messa a dura prova dal sole. Eppure sorridevo. Tu no, ma mi scrutavi con gli occhi limpidi, e deponevi fiori sui miei capelli, sulla mia camicia color sangue. Mi copristi di fiori, come si copre di fiori un amante, o qualcuno che è morto. Ti lasciai fare. Conoscevo la tua genia, e solo per il nome che portavi ti odiavo. Ma mi bastava sapere che avrei potuto far scempio delle tue carni indifese, banchettare con la tua innocenza, dissetarmi col tuo sangue. Mi bastava sapere quanto poco ci sarebbe voluto, per essere appagato. Me ne andai prima che loro ti trovassero, prima che potessero accorgersi che non eri solo. Era per te che ero venuto, solo per te. Mentre mi alzavo per andarmene, la tua mano si sollevò verso di me, le dita si aprirono cercando le mie, intrecciandosi ad esse in un appiglio inaspettato.
“Domani?…” domandasti. Non c’era nella tua voce né una preghiera, né una supplica. Non era il capriccio di un bambino. Nessuna urgenza. Nessuna lamentosa richiesta di indulgenza.
“Presto” risposi, stringendo le tue dita, mentre già avvertivo la mia essenza liberarsi di quelle spoglie anguste, per tornare alla sua sconfinata dimora.

da Anemone rosso

Published: 6 Novembre 2013