“La Ballata del Cane e del Signore”

[Verso I]

C’era pioggia sulla strada
fango sotto le ginocchia
un cane senza padrone
trascinato da due ladri

i signori ridevano
il vino scorreva rosso e corposo
ma lui sputava sangue in silenzio
e non abbassava la testa

[Verso II]

Poi arrivò un uomo più scuro
silenzioso nei suoi panni
non il tipo che spreca parole
non il tipo che mostra niente

Le risa morirono intorno a lui
come una candela nel freddo
quando il suo sguardo cadde lento e pesante
sul ragazzo che tenevano fermo

[Chorus]

No, questo non è amore,
mio caro, né misericordia vestita di bianco
è una mano intorno alla gola
che ti tiene lì tutta la notte
è un fuoco sotto la pelle
che non preghi si spegne mai
e se provi a scappare
è la catena che ti trattiene

[Verso III]

«Alzati,» disse piano
come una gentilezza a metà
ma c’era gelo sotto la voce
che avrebbe spezzato un uomo migliore
il ragazzo gli rise in faccia,
col sangue lucido sui denti
«Non mi inginocchio per belle parole
né per quello che pensi di me»

[Verso IV]

Allora il signore si chinò accanto a lui
abbastanza vicino da sentirne il respiro
non un bacio — no, non ancora
qualcosa di più tagliente, vicino alla morte
e la taverna cadde in silenzio
come il silenzio prima di uno sparo
quando due bestie si osservano
aspettando quale delle due cederà

[Chorus]

No, questo non è amore,
mio caro, né qualcosa che guarisce
è una lama tra le dita
che ricorda come si sente
è un vino che ti lascia più freddo
è una febbre che non passa
e se provi ad affogarla
striscia di nuovo nel cuore

[Bridge — basso, quasi sussurrato]

Dicono che il cane sia feroce
Dicono che il signore sia in catene
ma nessuno ti dice mai
quale dei due tiene il guinzaglio

[Chorus finale]

No, questo non è amore, mio caro,
ma ha il viso di chi ama
quando il buio comincia a trascinarti
dove non dovresti andare
resti lì senza respiro
nelle mani di qualcosa di selvatico
e il potere più crudele è volerlo… come un bambino

[Outro]

C’era pioggia sulla strada
due ombre sulla porta
uno rideva attraverso il sangue
e l’altro voleva di più.

Prologo

«Tu sei il tipo che preferisce farsi rompere che farsi prendere.»

Il cancello del parco non era sbarrato.
Cameron lo notò senza fermarsi. Aveva lasciato il cavallo al villaggio, due miglia indietro, perché un cavallo fa rumore e un uomo a piedi nel buio è quasi invisibile se sa come muoversi. Cameron sapeva come muoversi.
La lettera di Ambrose era arrivata quattro giorni prima. Vieni. Non posso spiegare. Vieni prima che sia troppo tardi. Tre righe, la calligrafia storta di chi scrive di fretta o ha paura, il sigillo pressato male, mezzo sciolto. Cameron l’aveva letta due volte, l’aveva piegata con cura, l’aveva messa in tasca, e aveva detto alla zia di Ambrose che doveva assentarsi qualche giorno per una faccenda di famiglia.
La zia aveva alzato gli occhi dal ricamo e aveva risposto: Fate pure, Cameron. Cercate di tornare intero.
Il maniero era illuminato come per una festa: ogni finestra del piano nobile accesa, luce dorata che filtrava attraverso le tende pesanti, il suono lontano di un pianoforte che arrivava intermittente con il vento. Cameron si fermò un momento sotto i tigli, contò le finestre, valutò le distanze. Poi riprese a camminare verso l’ingresso di servizio sul lato est. Lo conosceva bene,aveva percorso quel corridoio decine di volte nei mesi in cui erano stati ospiti al maniero, portando messaggi, aspettando fuori dalle porte, imparando la geometria di quella casa nel solo modo in cui si impara davvero, vivendoci dentro.
Ambrose non aveva mai capito perché Cameron tenesse a memoria queste cose. Non lo aveva mai chiesto, come non chiedeva molte cose che riguardavano Cameron, fin da quando aveva quattordici anni e Cameron diciassette e il mondo era già abbastanza caotico da richiedere qualcuno che ci mettesse ordine. Cameron era stato quel qualcuno. Non perché non avesse scelta, ma perché aveva visto subito cosa c’era sotto il caos, un ragazzo che non aveva mai imparato a stare in piedi da solo perché nessuno gliene aveva mai dato la necessità. Aveva deciso che valeva la pena. Una piccola scelta, poi un’altra, poi un’altra ancora, così vicine da sembrare un’unica direzione. Dieci anni.
E adesso erano qui, in questo maniero, per colpa di quell’uomo.
Il Duca di Blackthorn. Nigel Ashworth. Trentasei anni, mai sposato, vasta tenuta nel Surrey, interessi in tre contee. Una reputazione che Cameron aveva ricostruito da frammenti durante quei mesi, una parola qui, un’allusione là, il modo in cui certi nomi vengono pronunciati in certi ambienti, piano e senza commento. Il tipo di uomo che non ha bisogno di alzare la voce, perché le cose che vuole accadono lo stesso.
Cameron non si fidava di quel tipo di uomo.
Lo aveva detto ad Ambrose, naturalmente. Più volte, nei mesi in cui erano stati ospiti al maniero, durante le cene, durante le cacce, durante quelle serate in cui il Duca offriva tutto con quella generosità che non chiede niente, non ancora, e Ambrose riceveva con la naturalezza di chi non ha mai dovuto chiedersi da dove venissero le cose. Cameron stava nell’ombra come il suo ruolo imponeva, apriva le porte e teneva i cappotti e riempiva i bicchieri, e guardava.
Aveva imparato presto come il Duca guardava Ambrose. Non sempre quando Ambrose ne era cosciente, più spesso nel momento esatto in cui non se ne accorgeva, quando rideva di qualcosa con qualcun altro o si girava verso la finestra, o semplicemente esisteva in quella sua maniera solare e inconsapevole che aveva sempre avuto l’effetto di riempire uno spazio senza apparente sforzo. Il Duca lo guardava allora, con quell’attenzione ferma e paziente che Cameron aveva subito riconosciuto per quello che era. Non c’era niente di ambiguo in quello sguardo, per lui era inequivocabile. Lo aveva letto la prima sera e non aveva avuto bisogno di rivederlo per essere sicuro.
Ogni tanto, in quei momenti, il Duca alzava gli occhi e li posava su Cameron. Un secondo, non di più. Cameron abbassava lo sguardo su quello che stava facendo e continuava a farlo. Lo leggeva come un avvertimento: so che guardi, stai al tuo posto. La cosa più naturale del mondo da parte di un gentiluomo verso un servo che pretende di impiccarsi troppo. Abbassava gli occhi e si faceva i fatti suoi, perché era così che ci si aspettava che lui facesse.
Attento, aveva detto ad Ambrose, nelle rare occasioni in cui si trovavano soli. Questo tipo di attenzione ha sempre un prezzo. Ambrose lo aveva guardato con quella sua aria leggermente offesa di chi pensa che il pessimismo altrui sia una forma di scarsa immaginazione. Non sei divertente, Cameron. Non tutto finisce male. E Cameron aveva lasciato perdere, come lasciava perdere molte cose con Ambrose, perché ci sono battaglie che non si vincono e persone che devono toccare il fuoco da soli prima di credere che scotta.
Era rimasto nell’ombra. Aveva fatto il suo lavoro. Aveva guardato il Duca lavorare su Ambrose con quella pazienza ferma di chi non ha fretta, e aveva tenuto tutto questo per sé perché non era affar suo, perché il suo ruolo era unicamente prendersi cura di Ambrose.
O almeno era quello che si era detto.
La porta di servizio cedette alla terza spinta.
Il piano di servizio era in pieno movimento, vassoi, candele, bottiglie, la servitù che non si fermava mai quando i piani di sopra erano accesi. Cameron si mosse controcorrente, testa bassa, passo deciso. Nessuno lo fermò.
Non arrivò alla scala secondaria.
Il corridoio che portava alle scale era stretto e mal illuminato, due appliques a muro che proiettavano più ombra che luce. Il Duca di Blackthorn era in piedi a metà corridoio, le mani intrecciate dietro la schiena, in abito da sera completo, giacca scura, cravatta perfettamente annodata, il bianco della camicia che emergeva preciso nel buio come qualcosa di geometrico.
Cameron si fermò.
Non c’era sorpresa sul viso del Duca. C’era qualcosa di più difficile da classificare, l’espressione di chi aspetta da abbastanza tempo da aver smesso di aspettare, e poi la cosa arriva lo stesso, e non è sorprendente, è solo puntuale.
«Cameron,» disse. Non chi siete o cosa fate qui. Solo il nome, detto con la stessa naturalezza con cui avrebbe potuto pronunciare quello di qualcuno che conoscesse bene e che stava aspettando.
Cameron non rispose subito. Registrò il nome, il suo nome, detto da quell’uomo in quel corridoio, e non mostrò quello che suscitava in lui sentirsi scoperto.
«Milord,» disse.
Il Duca inclinò leggermente la testa, un gesto che poteva essere saluto o valutazione o entrambe le cose.
«Sei venuto per il tuo padrone.»
«Dove si trova?»
«Di là.» Un cenno vago verso il piano nobile, verso il suono lontano della festa. «Sta bevendo il mio Bordeaux e discutendo di caccia con il conte di Warwick. Probabilmente non vuole essere disturbato.»
«Lasciate che sia lui a dirmelo.»
Il Duca rimase fermo. Nella penombra il suo viso era per metà nascosto, zigomi affilati, la bocca chiusa in una linea controllata. Guardava Cameron come se soppesasse ogni suo gesto, misurando le distanze senza sembrare che lo stesso facendo. Cameron aveva visto quello sguardo prima, nei mesi al maniero, ogni volta che il Duca alzava gli occhi da Ambrose e li posava su di lui per un secondo. Lo aveva letto come un avvertimento. Adesso, in quel corridoio stretto, non era più così sicuro di quella lettura.
«Potresti entrare,» disse il Duca. «Salutarlo davanti a tutti. Fare la scena del valletto fedele che viene a portare il cappotto del padrone.» Una pausa breve, quasi distratta. «Oppure potresti aspettare qui mentre vado a dirgli che sei arrivato, e lui deciderà da solo se vuole venire.»
Cameron guardò il corridoio oltre il Duca. Poi guardò di nuovo il Duca.
«Andate,» disse.
Il Duca non si mosse subito. Rimase fermo ancora qualche secondo, gli occhi su Cameron con quella lettura silenziosa, il tipo di sguardo che Cameron trovava più fastidioso di qualsiasi parola avesse detto fino a quel momento, non perché fosse ostile, ma perché non riusciva a capire cosa ci fosse dentro.
Poi disse, quasi sottovoce, come chi constata qualcosa di secondario, il Duca sussurrò: «Ci rivedremo, Cameron.»
Si voltò verso la porta del piano nobile. La aprì, e il rumore della festa entrò per un secondo come acqua, voci, musica, il tintinnio di bicchieri, poi si richiuse.
Cameron rimase solo nel corridoio.
Tenne le mani ferme lungo i fianchi. Il piano era ancora quello: aspettare Ambrose, portarlo via, chiudere questa faccenda prima che diventasse qualcosa che non si poteva più chiudere. Era un piano ragionevole. Cameron era un uomo ragionevole.
Eppure rimase fermo lì, nel buio, e tornò su quella frase. Ci rivedremo. Non arrivederci, non buonasera. Ci rivedremo, detto con la stessa naturalezza con cui si constata il tempo che fa.
Cameron scosse la testa, appoggiò la schiena al muro freddo, e aspettò.

Ambrose arrivò dopo qualche minuto.
Cameron lo sentì prima di vederlo … quel passo leggermente affrettato che aveva sempre avuto quando era agitato e cercava di non darlo a vedere. Poi lo vide, e per un secondo Ambrose si fermò del tutto, gli occhi spalancati.
«Cameron.» Non un sospiro di sollievo … sorpresa vera, quasi incredulità. «Sei davvero venuto.»
«Hai scritto di venire.»
«Sì, ma…» Ambrose si guardò rapidamente alle spalle, verso la porta da cui era uscito, poi di nuovo su Cameron. Il corridoio era deserto. «Non pensavo che lo facessi davvero. Non così in fretta.»
Cameron lo guardò. Ambrose era in abito da sera, impeccabile come sempre quando l’occasione lo richiedeva … giacca ben tagliata, cravatta dritta, i capelli sistemati con cura. Niente di esteriormente sbagliato. Era il resto … il modo in cui teneva le spalle, il modo in cui continuava a guardarsi intorno … che diceva qualcosa di diverso.
«Come stai,» disse Cameron.
Ambrose aprì la bocca. La richiuse. «Bene,» disse, e la parola uscì un secondo di troppo tardi.
Cameron aspettò.
«Benissimo, in realtà. È una casa meravigliosa, la gente che viene qui è interessante, lui è…» Si interruppe. Abbassò leggermente la voce, anche se erano soli. «Lui è un ottimo ospite. Generoso. Attento.»
«La lettera non sembrava scritta da qualcuno che sta benissimo.»
Ambrose spostò lo sguardo sul pavimento per un momento. «L’ho scritta in un momento di…» Cercò le parole. «Di stanchezza, forse. Certe sere qui sono lunghe.»
Cameron lasciò che il silenzio lavorasse.
«Non è che ci sia qualcosa di sbagliato,» continuò Ambrose, più piano. «È solo che ultimamente ho questa sensazione. Come se…» Si interruppe di nuovo, si passò una mano sulla manica della giacca in quel gesto che faceva quando non sapeva come finire una frase. «Quando mi guarda, Cameron. Non è come all’inizio. È cambiato qualcosa nel modo in cui mi guarda.»
«Cosa vedi, quando ti guarda.»
Ambrose alzò gli occhi su di lui. «Non lo so come spiegarlo. Non è mai esplicito. Non ha mai detto niente di…» Una pausa. «Ma quando ho provato a parlare di tornare a Londra, lui ha sorriso e ha cambiato argomento. E quella sera c’erano ospiti. E il giorno dopo ancora ospiti. E ogni volta che la cosa viene fuori c’è sempre qualcosa, una cena, un invito, qualcuno che arriva.» Si guardò di nuovo alle spalle. «Probabilmente esagero.»
«Non esageri.»
Ambrose lo guardò.
«Lo riconosco,» disse Cameron. «Quello che descrivi. L’ho visto.» Non aggiunse da mesi, non aggiunse te lo ho detto, non ne aveva bisogno. «Adesso dimmi: vuoi andartene o no.»
«Io…» Ambrose esitò. «Non è che sia ostile. Non mi ha mai fatto niente di…»
«Non te lo ha chiesto ancora,» disse Cameron. «Quando lo farà, cosa risponderai?»
Ambrose non rispose. Questo era già una risposta.
«Allora questa è l’occasione,» disse Cameron, e la voce era ferma, quasi brusca, il tono che usava quando Ambrose aveva bisogno di sentire le cose senza attenuazioni. «Esci con me adesso, stanotte, o aspetti che la situazione diventi qualcosa che non puoi più gestire. Scegli.»
Ambrose rimase fermo per un momento. Poi… quel piccolo cedimento che Cameron conosceva, le spalle che scendevano di mezzo centimetro. Disse: «Le stalle sono sul lato est.»
«Lo so,» disse Cameron. «Tu davanti. Piano.»
Ambrose fece un mezzo passo verso la scala, poi si fermò. «Le mie cose,» disse.
Cameron lo guardò.
«I vestiti. Lui mi ha … ci sono delle giacche, un soprabito nuovo, degli stivali che non ho ancora nemmeno…» Vide la faccia di Cameron e si interruppe. «Non posso andarmene con quello che ho addosso.»
«Sì che puoi.»
«Cameron, quelle cose valgono…»
«Ambrose.» La voce ferma, bassa. «Esci da questa casa stanotte, oppure resti e vedi come finisce. Ma non puoi fare entrambe le cose.»
Ambrose aprì la bocca. La richiuse. Guardò il corridoio buio davanti a lui, poi guardò Cameron, con quell’espressione di chi sa già cosa sceglierà e odia saperlo.
«Andiamo,» disse alla fine.
Scesero senza parlare, Cameron dietro, una mano leggermente alzata ogni volta che Ambrose rallentava o accelerava di troppo. Al piano intermedio un lacchè giovane girò l’angolo con un secchio di carbone e si fermò di colpo, gli occhi che andavano da uno all’altro.
Cameron lo guardò. Solo questo, lo guardò, fermo, senza cambiare espressione, con tutta la calma di chi sa esattamente dove sta andando e non ha tempo per le domande degli altri.
Il lacchè abbassò gli occhi e riprese a camminare.
La porta sul cortile secondario era sbarrata dall’interno. Cameron sollevò la sbarra, aprì, fece cenno ad Ambrose di passare. L’aria fredda della notte entrò come acqua.
Le stalle erano sull’ala destra. Settanta passi, forse ottanta. Attraversarono il cortile vicino al muro, dove le ombre erano più spesse, il selciato bagnato di rugiada che attutiva i passi.
Le stalle odoravano di fieno e cuoio. Cameron aprì il primo box, valutò la bestia, scelse quella accanto, un baio scuro con quell’aria sveglia che preferiva ai cavalli placidi. Non c’era tempo per la sella. Prese le redini, guidò il cavallo fuori.
«Sai ancora cavalcare,» disse ad Ambrose.
«Sì, ma non senza…»
Cameron gli fece il predellino con le mani intrecciate. Ambrose ci mise il piede, si issò con quella goffaggine di sempre, le redini che Cameron gli metteva già in mano. Gli mise le redini in mano. «Il cancello del parco è aperto. Non fermarti. Al villaggio c’è un’osteria, il Cervo rosso. Aspetteremo lì fino all’alba, poi prenderemo la carrozza di posta…»
Ambrose non aspettò che finisse. Spronò il cavallo e partì al galoppo senza voltarsi, il rumore degli zoccoli che si allontanava rapido sul vialetto di ghiaia fino a sparire nel buio del parco.
Cameron si girò verso i box. Aprì il secondo, prese le redini.
Erano già lì.
Tre lanterne, quattro, cinque, che emergevano dagli angoli con quella sincronizzazione di chi aspettava il momento giusto. Cameron fece in tempo a contarli, sei uomini, prima che il primo si lanciasse avanti.
Non scappò. Non aveva dove andare, ma soprattutto non era nella sua natura. Si girò verso il primo, scartò di lato, usò il peso dell’altro contro di lui e lo scaraventò contro il muro delle stalle. Il secondo arrivò da destra, Cameron incassò il colpo alla spalla, rispose con un gomito alla mascella che lo mandò a terra. Il terzo e il quarto insieme, troppo, Cameron cedette indietro ma rimase in piedi, una mano che afferrava un polso e lo torceva, un ginocchio che trovava uno stomaco. Qualcuno gli colpì le costole, poi di nuovo, e il respiro si fece corto, ma le gambe reggevano ancora.
Reggevano ancora quando lo portarono davanti al Duca.
Era in piedi nel mezzo del cortile, le mani intrecciate dietro la schiena, in abiti da sera, la cravatta sciolta. Guardò Cameron, il labbro spaccato, la camicia strappata, i due uomini che lo tenevano per le braccia. Non disse niente in un primo momento. Sul suo viso non c’era rabbia. C’era qualcosa di più difficile da leggere, qualcosa che Cameron non riuscì a classificare prima che sparisse.
Cameron non abbassò gli occhi. Cercò di scrollarsi di dosso le mani che lo tenevano. Uno degli uomini gli torse il braccio più forte.
«Lasciatelo,» disse il Duca.
Obbedirono all’istante. Cameron fece un passo avanti. Il Duca alzò una mano, il gesto minimo di chi è abituato a essere obbedito, e i sei uomini si irrigidirono senza muoversi.
Cameron si fermò a tre passi da lui. Le costole dolevano. Il sangue del labbro aveva un sapore metallico sulla lingua.
«Il tuo padrone è partito,» disse il Duca. La voce era ragionevole, quasi distratta, come chi constata il tempo che fa. «Senza guardarsi indietro.»
Cameron non rispose. Era vero, e il Duca lo sapeva che era vero, e usarlo in quel modo, non come insulto, come fatto nudo, era la cosa più precisa che potesse dirgli in quel momento.
«Era questo il piano,» disse Cameron. La voce uscì ferma.
Il Duca lo guardò con quella lettura silenziosa che Cameron aveva già visto nel corridoio, quella misurazione delle distanze che non sembrava quello che era.
Poi disse, piano: «Un valletto che sacrifica la propria libertà per il proprio padrone. O un uomo che sceglie di restare indietro.» Una pausa breve. «Ti avevo detto che ci saremmo rivisti, Cameron.» Poi inclinando il capo da un lato, lo soppesò.
«Hai fegato,» disse. La voce era bassa, priva di irritazione. Gli si avvicinò di un passo. La luna illuminava metà del suo viso: zigomi affilati, bocca una linea controllata. «O forse solo stupidità. Hai rischiato molto.» Fece una pausa. «Per lui. Per Ambrose.» Pronunciò il nome come se fosse una ferita aperta. «Dimmi, Cameron… quanto vale la sua salvezza per te?»
Cameron strinse i denti. «Quanto basta per non lasciarlo nelle vostre mani.»
Un lampo attraversò lo sguardo del Duca, non rabbia, ma qualcosa di più pericoloso: riconoscimento.
Gli afferrò il mento con dita fredde, costringendolo a guardarlo.
Cameron non abbassò gli occhi. Provò a girare la testa, ma la presa si fece più dura.
«Non ho fretta,» mormorò il Duca. Il pollice gli sfiorò il labbro inferiore, dove il sangue sgorgava in stille purpuree. «Ambrose… posso riprenderlo quando voglio. Tu, invece…» Si chinò più vicino, l’alito caldo contro l’orecchio. «Tu sei il tipo che preferisce farsi rompere che farsi prendere.»
Cameron si scrollò di dosso la mano del Duca e gli tirò un pugno. Non andò a segno.
Il Duca si spostò di quel tanto che bastava, il pugno gli sfiorò la guancia, e nell’istante in cui Cameron era sbilanciato due uomini lo afferrarono da dietro, una mano al collo della camicia, una al braccio, con quella efficienza di chi stava aspettando esattamente quel momento.
Cameron non smise di muoversi. Si dimenò, riuscì a liberare il gomito destro e lo tirò indietro con forza, sentì il contatto, qualcuno imprecò, ma erano in due e lui aveva già le costole ammaccate e le gambe non del tutto affidabili dopo la lotta nel cortile, e alla fine fu solo questione di peso. Lo trascinarono via. «Figlio di puttana,» disse Cameron, ad alta voce, senza preoccuparsi di chi sentisse, ma era chiaro a chi si rivolgesse. «Lasciatemi! »
Un pugno allo stomaco gli tolse il fiato. Si piegò in avanti, i polmoni che rifiutavano di lavorare per qualche secondo, le gambe che cedevano. Gli uomini lo tennero su senza gentilezza.
Riprese fiato. Riaprì la bocca. Un altro pugno, stesso posto. Questa volta non disse niente, non perché avesse smesso di volerlo, ma perché il corpo aveva stabilito le sue priorità e parlare non era tra queste.
Il Duca non si mosse. Rimase dov’era, le mani intrecciate dietro la schiena, e guardò Cameron sparire nel buio con quella stessa calma ferma con cui aveva guardato tutto il resto. L’ultima cosa che Cameron vide, prima che la porta si chiudesse, fu il suo volto di tre quarti, freddo, impassibile.
Poi il mondo si restrinse a un corridoio, alle mani che lo tenevano, al suono dei propri passi sul pavimento di pietra.
Poi una porta e infine il buio.

Capitolo 1

«Avete resistito tutta la notte. È questo che trovo interessante. Non la resistenza. La ragione per cui resistete. Resistete per lui. Tutto questo, per un uomo che a quest’ora dorme in un letto caldo e probabilmente non sta pensando a voi.»

Il freddo saliva dal pavimento di pietra.
Cameron lo sentiva attraverso le suole degli stivali, poi intorno alle caviglie, nelle ginocchia. Le braccia tese sopra la testa avevano smesso di bruciare dopo le prime ore. Adesso erano solo peso, un peso che aumentava a ogni respiro. Il ferro tagliava i polsi, la gola bruciava per la sete, le costole ricordavano ogni passo falso compiuto la notte precedente.
Contò per l’ennesima volta le crepe nel muro davanti a lui. Tredici in verticale, sette in orizzontale, una che correva diagonale dall’angolo in alto a destra fino a quasi il pavimento, come se qualcosa avesse spinto da dentro. Quando ebbe finito ricominciò da capo. Non perché servisse, ma la mente aveva bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi, quando il corpo non poteva muoversi, e tredici più sette era meglio del vuoto.
Ambrose era arrivato al cancello. Lo aveva sentito, gli zoccoli sul selciato, poi sul vialetto di ghiaia, poi niente, il silenzio del parco aveva inghiottito ogni suono. Poteva averlo sentito davvero o poteva averlo costruito, il cervello fa queste cose quando ha abbastanza buio e abbastanza tempo. Ma Cameron sceglieva di crederci, con la stessa precisione con cui aveva scelto tutto il resto quella notte. Ambrose era arrivato al cancello. Era fuori. Era al sicuro.
Questo era sufficiente.
La porta si aprì senza preavviso.
Cameron alzò la testa. La luce della lanterna gli ferì gli occhi, ma li tenne aperti lo stesso, voleva vedere subito, voleva le informazioni prima del dolore. Il Duca era solo. Niente scorta, niente di quello che Cameron si era aspettato. Solo lui, la lanterna, e quella postura che Cameron aveva già imparato a riconoscere: schiena dritta, mani lungo i fianchi, il tipo di calma che non è assenza di tensione, ma contenimento di qualcosa che c’è.
Posò la lanterna su un gradino. Avanzò di qualche passo, si fermò a distanza ragionevole, né abbastanza vicino da minacciare, né abbastanza lontano da essere al sicuro, e rimase lì a guardare Cameron con quell’espressione che Cameron non riusciva ancora a classificare.
Poi disse: «Come stanno le costole?»
Cameron non rispose subito. Era una domanda strana. Non era la domanda che si aspettava.
«Abbastanza bene da rompervi il naso quando mi libererete,» disse alla fine.
Il Duca non sorrise. Guardò le catene, poi i polsi di Cameron, poi il suo viso, con quella lettura metodica che sembrava quasi clinica.
«Qualcuno le ha fissate troppo strette,» disse. Come se stesse notando un difetto nella biancheria.
«Già.»
«Parlerò con loro.»
Cameron lo fissò.
«La vostra premura mi commuove.»
Il Duca non raccolse il sarcasmo. Si avvicinò di altri due passi, adesso erano a braccio teso di distanza, e continuava a guardarlo con quella stessa attenzione ferma. Cameron resistette all’impulso di irrigidirsi ulteriormente. Il corpo lo faceva da solo, indipendentemente dalla volontà, ogni muscolo che si preparava a qualcosa che non arrivava.
«Ambrose?» disse Cameron.
Il Duca fece un passo avanti. «Ambrose è partito questa mattina.» Lo disse con la stessa voce con cui avrebbe detto qualsiasi altra cosa, piana, ragionevole, senza alcuna pretesa di convincere. «Ha denaro sufficiente e un biglietto per la carrozza di posta. Nessuno lo ha seguito.»
Cameron strinse le catene. «Lo dite come se dovessi ringraziarvi.»
«Lo dico perché è la verità. Puoi scegliere di non credermi.» Un passo avanti, adesso erano a braccio teso di distanza. «Non cambia niente.»
«E io?» disse Cameron. «Cosa volete da me.»
Il Duca non rispose subito. Lo guardò con quella lettura silenziosa, quella misurazione delle distanze, come se la domanda fosse interessante ma non urgente.
«Tu sei qui perché hai scelto di esserlo,» disse alla fine. «Hai scelto di venire. Forse hai scelto anche di restare indietro.» Una pausa breve. «Sono curioso di vedere cosa sceglierai dopo.»
Cameron rise, un suono secco. «Bella risposta. Non dice niente.»
«Dice tutto.» Il Duca allungò una mano e sfiorò con le nocche la guancia di Cameron, un tocco più clinico, che sensuale, come se dovesse verificare qualcosa. Cameron girò la testa di scatto, cercando di mordergli la mano. Il Duca ritrasse le dita appena in tempo, senza cambiare espressione.
Cameron gli sputò ai piedi.
Il Duca abbassò gli occhi sul pavimento, poi li rialzò su Cameron. L’angolo della bocca si sollevò, brevissimo, il tempo di un battito. «Ambrose non l’avrebbe fatto,» disse piano. Non come insulto. Come constatazione.
Cameron tenne quegli occhi. Cercò la menzogna, il punto dove la voce si incrinava o dove lo sguardo scivolava di lato. Non trovò niente di utile. Il che poteva significare che diceva la verità o che era molto bravo a mentire, e Cameron non aveva ancora abbastanza elementi per distinguere.
Il Duca guardò la stanza, le pareti umide, la feritoia sbarrata, le catene, con l’aria di chi sta valutando qualcosa. Poi tornò a guardare Cameron.
«Per stanotte abbiamo finito. Volevo vedere come stavi.»
«Sto benissimo.»
«No,» disse il Duca. Senza crudeltà, senza soddisfazione. Solo il fatto. «Non stai bene. Hai freddo, sete, probabilmente due costole incrinate. E sei appeso a quelle catene da abbastanza ore da rendere le spalle inutilizzabili per giorni.»
Cameron non disse niente.
Il Duca tornò verso il gradino dove aveva posato la lanterna. Accanto, c’erano una brocca e un bicchiere, che Cameron non aveva notato nell’ombra. Li prese, tornò verso Cameron, e questa volta non si fermò a distanza ragionevole. Si fermò vicino, abbastanza da fargli percepire il proprio calore attraverso la camicia, abbastanza da costringere Cameron a tenere la testa alta per guardarlo, invece di abbassarla.
Riempì il bicchiere senza fretta. Poi, invece di portarlo alle labbra di Cameron, lo inclinò deliberatamente troppo, lasciando che l’acqua gli colasse sul mento, sul collo, lungo la linea della gola, fino a sparire sotto i lembi strappati della camicia.
Cameron non si mosse. Tenne gli occhi sul viso del Duca e non abbassò la testa.
Il Duca sostenne il suo sguardo. Guardò la mascella stretta, gli occhi duri, il modo in cui Cameron stava usando tutta la sua volontà per restare fermo invece di reagire, e sul suo viso non c’era soddisfazione, non ancora, c’era qualcosa di più inquietante. Il riconoscimento di chi vede esattamente quello che cercava e lo trova migliore di quanto si aspettasse.
«Apri la bocca,» disse. Sottovoce. Non un ordine, peggio, era la voce di chi non aveva bisogno di ordinare.
Cameron aprì le labbra, non perché cedesse, questa distinzione la tenne ferma in testa con la stessa precisione con cui aveva contato le crepe nel muro, ma perché aveva troppa sete, e morire di sete in un sotterraneo del Surrey non era nei suoi piani. Il Duca tenne il bicchiere inclinato quel tanto che bastava per far colare ancora l’acqua lungo il mento, sul collo, una scia fredda sulla pelle, e Cameron non si spostò, non si scrollò, lasciò che succedesse, perché ogni movimento sarebbe stato una reazione e una reazione avrebbe dato al Duca qualcosa.
Quando il bicchiere fu vuoto il Duca non si allontanò. Rimase lì, a quella distanza sbagliata, e guardò Cameron, non il viso, ma la scia d’acqua che ancora scendeva lenta verso la clavicola. Camero percepì l’intensità di quello sguardo, che era già un tocco. Sentì qualcosa stringersi nello stomaco. Non paura. Qualcosa di più scomodo della paura.
Il Duca alzò gli occhi. Incontrò i suoi e li tenne, un secondo, due, con quella calma assoluta di chi sa che l’altro non può andare da nessuna parte e non ha fretta di usare questo fatto.
Poi si allontanò. Prese la lanterna.
«Hai resistito tutta la notte,» disse, di spalle, il tono di chi aggiorna mentalmente una stima. «È questo che trovo interessante.» Si fermò sulla soglia. «Non la resistenza. La ragione per cui resisti.» Una pausa. «Resisti per lui. Tutto questo, per un uomo che a quest’ora dorme in un letto caldo e probabilmente non sta pensando a te.»
Oltrepassò la soglia, ma prima di chiudere la porta guardò Cameron un’ultima volta.
«Ambrose non sarebbe rimasto indietro per te» sentenziò, e non vi era alcun compiacimento nella sua voce.
La porta si chiuse.
Cameron rimase nel buio, il collo ancora umido, il freddo che tornava più intenso, adesso che il calore del Duca era sparito dalla stanza. Le parole giravano senza appoggiarsi da nessuna parte: resisti per lui, per un uomo che probabilmente non sta pensando a te. Cameron le lasciò girare perché non aveva l’energia per smontarle un’altra volta.
Contò le crepe nel muro. Tredici in verticale, sette in orizzontale, una diagonale dall’angolo in alto a destra.
Non serviva a niente. Ricominciò lo stesso.

Capitolo 2

«Puoi morire di sete con l’orgoglio intatto. Oppure puoi vivere abbastanza da continuare a odiarmi.»

Il buio aveva smesso di essere assenza di luce. Era diventato una sostanza, qualcosa con peso e temperatura, che si appoggiava sulle spalle e riempiva i polmoni a ogni respiro.
Cameron contava i respiri, quando la sete diventava troppo acuta per pensare ad altro. Arrivava fino a cento, ricominciava. Le catene tintinnavano piano a ogni movimento involontario, quel suono sottile che era diventato l’unico riferimento temporale nell’oscurità che lo premeva da ogni parte.
Le parole del Duca continuavano a tornare.
Resisti per lui. Per un uomo che a quest’ora dorme in un letto caldo e probabilmente non sta pensando a te.
Cameron smontava la frase con la stessa pazienza con cui smontava tutto il resto. Era una mossa calcolata, costruita per trovare il punto esatto dove fare male. Funzionava, ma questo non significava che fosse vera.
Ambrose pensava a lui.
Dieci anni. Da quando Ambrose aveva quattordici anni e Cameron diciassette, e il mondo di Ambrose era già abbastanza caotico da richiedere qualcuno che ci mettesse ordine. Un ragazzo che non aveva ancora la statura per i vestiti che gli cucivano addosso, che perdeva i guanti con una frequenza che sfidava ogni spiegazione ragionevole, che aveva quella qualità rara e pericolosa di fidarsi di chiunque gli rivolgesse un sorriso. Cameron era entrato in servizio come valletto e aveva capito subito, non con le parole, con quella parte di sé che registrava le cose prima che la testa le elaborasse, che quel ragazzo non sarebbe sopravvissuto a se stesso senza qualcuno che stesse attento.
Non era stata una scelta deliberata. Era stata una serie di piccole scelte, una dopo l’altra, così vicine da sembrare un’unica direzione. Tieni d’occhio il guanto che sta per cadere. Intercetta la lettera che non va spedita. Siediti vicino alla porta quando gli ospiti di suo padre bevono troppo. Dieci anni di piccole scelte, e adesso era qui, incatenato nel sotterraneo di un maniero del Surrey, e Ambrose era da qualche parte. Al sicuro, forse. Probabilmente.
Ambrose non sarebbe rimasto indietro per te.
Cameron la smontò ancora una volta. La rimise da parte.
Quello che non riusciva a rimettere da parte era l’altra cosa, il modo in cui il Duca l’aveva pronunciata, quella frase, come se conoscesse già la risposta e la stesse solo usando. Come se avesse osservato abbastanza a lungo da sapere dove premere.
Cameron si chiese da quanto osservava.
La sete era peggio del freddo. Il freddo si poteva gestire, contrarsi, respirare piano, tenere i muscoli appena in tensione per produrre calore. La sete non aveva contromisure. Cresceva con una logica propria, indipendente dalla volontà, e a un certo punto smetteva di essere un dolore e diventava un rumore di fondo costante che colorava ogni altro pensiero.
Cameron lasciò andare la mente, non del tutto, non abbastanza da perdere il filo, ma quanto bastava per smettere di lottare contro il buio. E il buio portò quello che porta sempre quando si smette di tenerlo fuori: le cose a cui non si pensa di giorno perché di giorno c’è sempre qualcos’altro da fare.
Sua madre. La casa di Islington con la cucina troppo piccola e la finestra che non chiudeva bene d’inverno, il freddo che entrava lungo il davanzale e che Cameron aveva tappato con uno straccio piegato tre volte perché non c’erano i soldi per il vetraio. Eleanor che teneva i conti sul quaderno rilegato in tela blu, la calligrafia piccola e precisa, le colonne perfettamente allineate. Aveva preso quella precisione da qualcuno, dal padre forse, o l’aveva sviluppata da sola come risposta al caos di una casa con cinque figli e un’entrata sola. Cameron non lo aveva mai chiesto. Avrebbe dovuto chiederlo.
Beatrice che non stava mai ferma, che a sette anni aveva imparato a salire sul tetto della rimessa e che a dodici aveva già la reputazione di essere il tipo di persona con cui era meglio non fare scommesse. Clara che lo chiamava ancora il mio eroe con quella naturalezza disarmante di chi non ha ancora imparato che certe cose non si dicono ad alta voce, o le ha imparate e ha deciso che non le importava. Charlotte che era troppo bella per la sua età e lo sapeva dannatamente bene. Le medicine per sua madre, il dottore che veniva ogni tre settimane e che Cameron pagava con quello che riusciva a mettere da parte. Il modo in cui Eleanor gli scriveva ogni mese, lettere brevi, precise, senza lamentarsi mai, che era il modo di Eleanor di lamentarsi eccome. Cameron pensò a quanto fosse lontano da qui tutto questo. Non in miglia, in tutto il resto.
Poi ricominciò a contare i respiri, perché pensare alla famiglia nel buio di un sotterraneo era un lusso che non poteva permettersi, e perché Eleanor non avrebbe approvato.
Contò fino a cento. Ricominciò.
La porta si aprì.
Cameron alzò la testa contro la luce, gli occhi che bruciavano. Il Duca era solo, come in occasione della sua visita precedente. Portava la lanterna e la brocca pinea. Nessun bicchiere. Cameron vide subito l’acqua, non poté fare a meno di vederla, il corpo aveva già risposto prima che la testa potesse intervenire con qualcosa di più dignitoso.
Il Duca avanzò. Si fermò vicino, troppo, dentro quella distanza sbagliata, e guardò Cameron in silenzio, il tremore leggero nelle spalle, le labbra screpolate, il modo in cui lottava per tenere gli occhi aperti con uno sforzo che adesso costava visibilmente.
«Oggi c’è una condizione,» disse.
Cameron aspettò.
«Bevi dalla mia mano. Guardandomi.»
«Andate al diavolo.»
Il Duca non si mosse.
«Puoi morire di sete con l’orgoglio intatto.» La voce era ragionevole, quasi distratta. «Oppure puoi vivere abbastanza da continuare a odiarmi.» Immerse la mano nella brocca bicchiere, la estrasse gocciolante, l’acqua che scorreva lungo il polso, e la tese verso Cameron con quella calma assoluta di chi non ha fretta. «Scegli.»
Cameron guardò il palmo.
L’acqua scorreva lenta lungo le linee della mano, raccogliendosi all’attaccatura del polso prima di cadere goccia a goccia sul pavimento di pietra. Ogni goccia era uno spreco insensato e deliberato. Cameron lo sapeva, e sapeva che il Duca lo sapeva, e sapeva che era esattamente questo il punto, non l’acqua, ma il gesto, la forma di quello che stava chiedendo.
Bevi dalla mia mano. Guardandomi.
Non era una condizione pratica. Era una dichiarazione di qualcosa che Cameron non voleva nominare, e obbedirvi significava qualcosa che non era disposto ad ammettere. Tenne gli occhi sul palmo aperto e non si mosse.
La sete era un dolore fisico adesso, non più solo disagio, una pressione sorda che saliva dalla gola e si espandeva, si impossessava dei pensieri, colorava ogni cosa con quella sua logica ottusa e irresistibile. Cameron aveva resistito alla fame, al freddo, al buio. Sapeva come si resiste. Si prende il disagio, lo si guarda, lo si mette da parte.
Ma il corpo non stava collaborando.
Un’altra goccia cadde sul pavimento. Cameron sentì qualcosa stringersi nello stomaco, non cedimento, rabbia, rabbia pura verso quel palmo aperto e quella voce ragionevole e quella calma assoluta di un uomo che poteva aspettare quanto voleva perché sapeva già come finiva.
Poi cedette.
Non fu una decisione. Fu il momento esatto in cui la testa smise di avere l’ultima parola. Il corpo si protese in avanti prima che Cameron potesse costruire un altro argomento, le labbra trovarono il palmo del Duca con quella disperazione controllata di chi odia ogni secondo di quello che sta facendo, e lo fa lo stesso perché non c’è altra scelta.
L’acqua era fredda, quasi dolorosa sulla lingua screpolata. Cameron bevve, con quella consapevolezza amara di chi conosceva il meccanismo della trappola e ci cadeva lo stesso, e sapeva che sarebbe caduto ancora, come sapeva che il Duca lo sapeva.
La pelle del Duca era calda, Cameron lo registrò con quella parte di sé che non smetteva mai di raccogliere informazioni anche quando avrebbe preferito non farlo. Bevve fino a quando il palmo fu quasi asciutto, e in tutto quel tempo tenne gli occhi su quelli del Duca, come richiesto, e il Duca li tenne sui suoi senza che niente sul suo viso cambiasse.
Quando finì rimase con la testa china un secondo di troppo.
La sete era ancora lì. Attenuata, ma il corpo non si lasciava ingannare da così poco dopo così tanto tempo. Cameron lo sentì con una chiarezza scomoda, e prima che potesse costruire qualcosa di più dignitoso intorno alla cosa, la cosa uscì.
«Ancora.»
La parola era rauca, quasi irriconoscibile. Cameron non abbassò gli occhi.
Il Duca lo guardò. Poi un angolo della bocca si mosse, un momento breve, quasi impercettibile. Non un sorriso, qualcosa di più freddo, l’esultanza contenuta di un uomo che ha fatto una scommessa con se stesso e ha appena scoperto di aver vinto tutta la posta in gioco.
Cameron lo vide. Non riuscì a interpretarlo prima che sparisse.
Il Duca immerse di nuovo la mano nella brocca, la tese. Cameron bevve ancora, più lentamente, con quella consapevolezza amara di chi sa esattamente cosa sta facendo e lo fa lo stesso perché il corpo ha vinto sulla testa e non c’è niente da fare al riguardo tranne registrare la sconfitta e andare avanti.
Quando il palmo fu quasi asciutto il Duca non ritrasse la mano subito. Rimase lì, a quella distanza, e con le dita ancora umide seguì lentamente la linea del collo di Cameron, dal mento verso la clavicola, un solo passaggio, leggero quanto bastava da non essere una presa, ma abbastanza da far sentire ogni centimetro. L’acqua lasciò una scia fredda sulla pelle calda.
Cameron non si mosse. Tenne gli occhi su quelli del Duca e non abbassò la testa.
Il Duca ritrasse la mano. La asciugò sul fianco senza smettere di guardarlo. Non disse niente. Si limitò a restare lì un momento, la mano ancora umida lungo il fianco, a guardare Cameron con quell’attenzione che non era trionfo e non era pietà, e qualcos’altro, che si agitava in fondo ai suoi occhi, troppo oscuro perché Cameron potesse leggerlo chiaramente.
Poi si voltò verso la porta.
«Tornerò,» disse. Non come promessa. Come fatto.
La porta si chiuse.
Cameron rimase nel buio con il sapore dell’acqua in gola e quell’angolo della bocca che continuava a tornargli in mente. Non soddisfazione, o forse sì, ma non solo. Qualcosa sotto che non aveva ancora un nome.
E la parola ancora, uscita dalla sua bocca senza permesso, che non poteva riprendere indietro.
Contò fino a cento. Ricominciò.

Trascorse altro tempo, un giorno, forse due. Il Duca tornò altre volte, sempre solo, sempre con la brocca, sempre con quella stessa condizione che Cameron continuò a odiare e a rispettare perché non aveva altra scelta. Ogni volta che beveva dalla mano del Duca stringeva i denti e beveva, e odiava quanto fosse diventato facile farlo, un riflesso incondizionato al quale poteva solo abbandonarsi, con una docilità che non gli apparteneva. Ogni volta che finiva il Duca se ne andava senza commenti, senza dichiarazioni, senza nient’altro che quella presenza ferma e silenziosa che Cameron stava imparando a temere più di qualsiasi minaccia esplicita.
Nel mezzo c’era tutto il resto, il freddo che non andava mai via del tutto, il pavimento di pietra sotto i piedi, e l’odore, quello che Cameron non poteva ignorare e non poteva fare niente per cambiare, l’odore di un corpo che non ha avuto scelta. Lo registrò la prima volta con quella precisione distaccata con cui registrava tutto, e poi smise di registrarlo perché non serviva a niente e il disgusto verso se stesso era un lusso che non poteva permettersi. Esisteva. Sopravviveva. Il resto era dettaglio.
Non capiva ancora cosa stesse cercando il Duca. Questo era il problema principale.

Infine la porta si aprì e non fu il Duca.
Due uomini in livrea nera. Uno teneva una chiave pesante.
«Ordini del Duca. Siete libero dalle catene.»
Quando il metallo cedette ai polsi le braccia caddero come pesi morti. Cameron non cadde, si appoggiò al muro, ci rimase il tempo necessario perché le gambe capissero cosa ci si aspettava da loro, poi si staccò. Uno degli uomini fece un mezzo passo avanti per aiutarlo. Cameron lo fulminò con lo sguardo. L’uomo si fermò.
Scale. Corridoi. Luce vera che entrava dalle finestre alte. Cameron tenne gli occhi socchiusi e contò le porte, i gradini, le svolte, informazioni, sempre, anche quando la testa girava e le gambe non erano del tutto affidabili.
La stanza in cui lo condussero era nell’ala est. Non più una cella, una camera vera, con un letto, un tavolo, un camino acceso. Sul tavolo pane, formaggio, acqua, una mela. In un angolo una tinozza di rame con vapore che saliva lento.
«Non tentate di fuggire. Le finestre sono sbarrate.»
Uscirono. La chiave girò nella toppa.
Cameron rimase fermo al centro della stanza. Il calore del camino lo lambiva, concreto e reale, e il corpo lo ricevette prima che la testa potesse fare obiezioni. Si sedette sul bordo del tavolo, non perché volesse, ma perché stare in piedi stava costando più di quanto valesse.
«Bastardo,» disse alla stanza vuota.
Poi si alzò, andò alla tinozza, si liberò degli abiti sudici, e ci entrò con un suono che non riuscì a trattenere, non un gemito, qualcosa di più involontario, il suono del calore che raggiunge qualcosa che aspettava il calore da troppo tempo. Scivolò sotto la superficie per un secondo, solo per sentire il silenzio liquido intorno alla testa. Quando riemerse rimase con la nuca appoggiata al bordo di rame e gli occhi chiusi.
Sapeva esattamente cosa stava facendo il Duca. Privazione, poi sollievo. Il corpo impara presto, il corpo non ha i principi della testa, il corpo ricorda solo chi ha portato il caldo dopo il freddo. Era una tecnica vecchia. Non richiedeva ingegno, richiedeva solo pazienza e la certezza di avere tutto il tempo del mondo.
Il problema era che funzionava lo stesso anche sapendo come funzionava.
Si sfregò vigorosamente col sapone, pelle, capelli, poi tornò a immergersi ancora e ancora. Si alzò quando l’acqua cominciò a raffreddarsi e si asciugò con movimenti rapidi, quasi rabbiosi, per poi avvolgersi nei teli morbidi lasciati per lui. Così paludato sedette al tavolo e mangiò tutto quello che c’era, con quella metodicità silenziosa che era l’unica forma di controllo che gli restava: il pane, il formaggio, l’acqua bevuta direttamente dalla brocca. Tenne la mela per ultima, e la morse con forza, lasciando che il succo gli colasse lungo il mento.
Si sedette sul bordo del letto con l’asciugamano sulle spalle e guardò il fuoco.
Da qualche parte oltre le finestre sbarrate c’era un parco. Oltre il parco un cancello. Oltre il cancello una strada. Ambrose aveva percorso quella strada, e era già molto più lontano, o forse non era così, forse il Duca aveva preso anche lui, e ora lo teneva altrove, nel maniero. Cameron non sapeva ancora quale ipotesi fosse vera e non aveva modo di scoprirlo. Questa era la cosa più difficile. Non le catene. Non la sete. Non il bere dalla mano del Duca con quella consapevolezza amara. Il non sapere.
La chiave girò nella serratura.
Il Duca entrò da solo, camicia scura aperta sul collo, stivali, niente giacca. Chiuse la porta e avanzò fino al centro della stanza, dove si fermò. Non cercò una sedia, non si appoggiò al muro. Stava in piedi come chi non ha bisogno di appoggiarsi a niente per stare comodo, e guardava Cameron, seduto sul bordo del letto con l’asciugamano sulle spalle e nient’altro, i polsi segnati dal ferro, ancora gonfi, la colorazione scura che andava dal viola al giallo ai bordi, le costole che sporgevano più del dovuto, i lividi della cattura al fianco destro. Aveva freddo, il fuoco scaldava la stanza, ma non abbastanza, non ancora, ma non aveva nessuna intenzione di tirarsi le lenzuola addosso.
Il Duca guardava, non il fuoco, non la stanza, solo lui, con quella lettura lenta e metodica, più ferma adesso, il tipo di sguardo che si prende il tempo che vuole perché sa di poterselo prendere. Scese sui polsi, sulle costole, sul livido al fianco, risalì. Cameron non riusciva a leggere il suo sguardo. Non c’era soddisfazione, o forse sì, ma non solo, c’era qualcosa sotto che non aveva ancora un nome e che continuava a sfuggirgli ogni volta che credeva di averlo quasi a fuoco.
«Quando uscirò da qui,» disse Cameron, «vi spezzerò il collo.»
«Lo so.» La stessa voce di sempre, ragionevole, quasi distratta, come chi prende nota di un fatto rilevante.
«Non sono il vostro trofeo.»
«No,» concordò il Duca. Senza ironia, senza il tono di chi concede qualcosa. Solo la parola, posata lì come un oggetto che non aveva bisogno di altro intorno.
Cameron sentì le mani chiudersi sulle ginocchia. Avrebbe potuto alzarsi, attaccarlo, ma sapeva com’era andata nel cortile, con le forze intatte e sei uomini intorno. Adesso aveva due giorni di catene nelle spalle e un livido che gli occupava metà del fianco. Restò seduto. Lo odiò con una precisione quasi confortante, e quel sentimento era qualcosa di solido a cui appoggiarsi.
Il Duca abbassò di nuovo gli occhi sui suoi polsi. «Domani manda a chiamare uno dei domestici. Ci sono bende nell’ala medica.»
«Non ho bisogno delle vostre bende.»
Il Duca non commentò. Si voltò verso la porta. Si fermò sulla soglia.
«Il bagno ti ha giovato,» osservò.
«Andate a fanculo,» disse Cameron.
Il Duca girò appena la testa, non abbastanza da guardarlo, solo abbastanza da mostrare il profilo, e l’angolo della bocca si mosse di nuovo, brevissimo. Un angolo della bocca, niente di più, ma Cameron lo vide, e non riuscì a capire cosa fosse peggio, che lo facesse, o che non si preoccupasse nemmeno di nasconderlo.
Poi uscì. La porta si chiuse piano.
Cameron rimase seduto sul bordo del letto con il fuoco che crepitava e quello sguardo ancora addosso, come qualcosa che non se ne andava del tutto. Quell’angolo della bocca. Non riusciva ancora a nominare quello che ci aveva visto, non trionfo, non crudeltà, qualcosa di più specifico e quindi più difficile da combattere.
Le bende. Domani manda a chiamare uno dei domestici.
Non un gesto costruito per creare debito. Solo un’informazione lasciata lì senza aspettarsi niente in cambio. Cameron non sapeva cosa farsene.
Si sdraiò, tirò le coperte calde fino alle spalle, fissò il soffitto nel buio crescente.
Come funziona quest’uomo? si disse.
Era la prima volta che se lo chiedeva in quei termini. Non come lo batto. Non come esco da qui.
Come funziona.
Chiuse gli occhi prima di poterci pensare troppo.

Capitolo 3

«Vestiti,» disse. Si passò il dorso della mano sul labbro sanguinante senza smettere di guardarlo. «E la prossima volta che provi a uccidermi, cerca di non farmelo piacere così tanto.»

Cameron dormì come un morto.
Il corpo aveva semplicemente spento tutto, si era steso sul letto senza infilarsi sotto le coperte, l’asciugamano ancora sulle spalle, e aveva perso conoscenza prima di poter formulare un pensiero coerente. Il fuoco si era ridotto a braci. Non sognò. Solo buio pesante, senza catene, senza voci, fino all’alba.
Quando la chiave girò nella serratura la luce grigia del mattino filtrava appena dalle imposte.
Il Duca entrò da solo. Teneva sul braccio una pila di vestiti, camicia bianca di lino, pantaloni scuri di lana, stivali morbidi, una giacca semplice. Chiuse la porta con un calcio leggero e posò tutto sul tavolo senza guardare Cameron.
Cameron aprì gli occhi. Rimase fermo un secondo, sveglio del tutto in quell’istante, a valutare, distanza, postura, mani del Duca occupate dai vestiti, nessuna guardia alle spalle.
Si alzò dal letto lentamente, come se stesse ancora stiracchiando i muscoli indolenziti. L’asciugamano scivolò a terra. Rimase nudo un secondo senza muoversi, non per provocazione, solo per far capire al Duca che la sua presenza non cambiava niente, che Cameron occupava quello spazio con la stessa naturalezza con cui avrebbe occupato qualsiasi altro. Poi avanzò di due passi verso il tavolo.
«Per me?» disse, la voce ancora rauca.
«Vestiti,» disse il Duca. «Mangia ancora se vuoi. Oggi parliamo.»
Fu in quel momento che Cameron attaccò.
Non con un urlo, non con un preavviso. Si lanciò in avanti come una molla che cede, una spallata violenta al petto del Duca che lo fece barcollare indietro, poi un pugno secco alla mascella. Il Duca incassò, ma non cadde. Cameron non gli diede tempo: gli afferrò il polso, gli torse il braccio dietro la schiena, lo spinse contro il muro e gli premette l’avambraccio sulla gola.
«Una mossa e vi spezzo il collo.» Il corpo nudo di Cameron era premuto contro quello vestito di Blackthorn, petto contro schiena, coscia contro coscia. Sentiva il calore, i muscoli tesi, il respiro accelerato dell’altro sotto la pressione. «Aprite la porta. Subito. O vi porto fuori come ostaggio.»
Il Duca rimase immobile un secondo. Poi rise, una risata bassa, quasi ammirata, anche se la voce usciva strozzata. «Hai aspettato il momento perfetto.»
Cameron strinse più forte. Sentiva il battito del Duca sotto l’avambraccio, rapido, reale. Sentiva anche il proprio corpo in quello stato strano che viene dalla lotta dopo giorni di immobilità, adrenalina e calore e qualcosa di più complicato che non aveva tempo di esaminare.
Il Duca era più forte di quanto sembrasse. E più veloce.
Con un movimento fluido, quasi danzato, ruotò su se stesso, usò l’inerzia di Cameron contro di lui, gli afferrò il braccio e lo scagliò via. Cameron finì contro il letto, si rialzò subito, afferrò la sedia e la lanciò. Il Duca la schivò, si slanciò in avanti, lo placcò in vita. Lo sollevò di peso e lo scaraventò sul materasso.
I due corpi rotolarono. Cameron finì sotto, il Duca sopra, le ginocchia che gli bloccavano i fianchi, una mano che gli inchiodava il polso sopra la testa. L’altra mano era premuta sul suo petto nudo, sopra il cuore che martellava.
Erano vicinissimi. Il Duca aveva il labbro spaccato che sanguinava appena.
«Hai finito?» chiese, la voce bassa, rauca.
Cameron cercò di dargli una testata. Il Duca schivò all’ultimo, la fronte di Cameron gli sfiorò la guancia.
«Mai,» ringhiò Cameron.
Il Duca lo guardò dall’alto. Sul suo viso non c’era rabbia, c’era quella cosa che Cameron aveva già visto, quella qualità del predatore che trova la preda migliore del previsto. Un angolo della bocca si mosse, appena. «Bene,» disse. «Se avessi ceduto subito mi avresti deluso.»
Rimase sopra di lui ancora qualche secondo, i corpi premuti, il respiro di Cameron che gli arrivava sul viso, poi si alzò lentamente, lasciando andare il polso.
«Vestiti,» disse. Si passò il dorso della mano sul labbro sanguinante senza smettere di guardarlo. «E la prossima volta che provi a uccidermi, cerca di non farmelo piacere così tanto.»
Uscì. La porta si chiuse.
Cameron rimase steso sul letto, ansimante, il soffitto sopra di lui. Per la prima volta da quando era entrato in quella casa, sorrise, un sorriso feroce, cattivo, che non aveva niente di divertente.
«Ci puoi contare,» mormorò al soffitto.

***

Attese il peggio. Dopo la rissa, dopo aver lasciato il Duca con il labbro spaccato e un livido sulla mascella, si era preparato al ritorno immediato, guardie, sotterraneo, catene, buio e sete.
Non accadde niente.
La porta rimase chiusa per il resto del giorno. Verso sera entrò una cameriera anziana, muta, con un vassoio coperto da un panno bianco. Lo posò sul tavolo senza una parola, abbassò lo sguardo e uscì.
Sotto il panno: zuppa densa, pane, formaggio, una mela, acqua. Cibo vero.
Cameron mangiò. Non perché si fidasse, ma morire di debolezza non avrebbe aiutato nessuno.
Il giorno dopo, stesso copione. Il terzo giorno la cameriera posò il vassoio come al solito e uscì.
Cameron sollevò il panno.
Sotto il cibo c’era qualcosa di diverso. Un fazzoletto di lino fine, piegato con cura. Le iniziali ricamate in un angolo: A.A. in filo azzurro scuro.
Cameron lo aprì piano.
Sporco di sangue, macchie rossastre secche, concentrate in un angolo, come se qualcuno l’avesse premuto contro una ferita. E dentro, avvolto con cura, una ciocca di capelli biondi. Il colore esatto di quelli di Ambrose.
Cameron rimase fermo. Il fazzoletto in mano, la ciocca tra le dita.
Non era panico quello che sentiva, era qualcosa di più scomodo, la sensazione di non poter fare il conto. Il fazzoletto poteva essere di Ambrose. La ciocca poteva essere di Ambrose. Ma potevano anche essere stati presi, sottratti, strappati, raccolti dopo, e posati lì da qualcun altro, con una cura deliberata che aveva la forma di un messaggio senza mittente.
Ambrose era fuori. Ambrose era al sicuro. Cameron se l’era detto abbastanza volte da renderlo quasi vero.
Ma quasi era l’unica parola che restava, adesso.
Strinse la ciocca tra le dita. «Vieni,» disse sottovoce alla stanza vuota. Non sapeva a chi lo stesse dicendo.
Il Duca non venne. Non quel giorno, non il giorno dopo. Solo la cameriera, il vassoio, il silenzio, e Cameron che aspettava con quella rabbia pulita e quella consapevolezza fredda che il Duca stava aspettando qualcosa, stava lasciando che il dubbio lavorasse al posto suo, e che stava funzionando esattamente come previsto.
Cameron non avrebbe più aspettato.

***

Quando la cameriera entrò nel tardo pomeriggio, Cameron era già in posizione, in piedi dietro la porta, addossato al muro. La donna posò il vassoio sul tavolo con il solito gesto lento. Quando si voltò per uscire, Cameron le bloccò la strada.
Non la toccò. Solo le si parò davanti, alto, fermo.
«Non gridare. Siediti sul letto. Mani in vista.»
La cameriera impallidì. Si sedette. Le mani intrecciate in grembo, la testa bassa.
Cameron prese le chiavi dalla tasca del suo grembiule. La chiuse dentro. La sentì sussurrare qualcosa, una preghiera, forse, ma non gridò.
Il corridoio era deserto. Cameron si mosse veloce, scalzo per non fare rumore. Le scale di servizio erano strette e buie. Si fermava ad ascoltare a ogni piano, tintinnio lontano di stoviglie, vento contro le finestre, niente passi. Al piano intermedio si appiattì in una nicchia buia mentre un lacchè giovane passava con un secchio di carbone, gli occhi bassi, il viso stanco.
Il piano nobile era più illuminato, candelabri a muro, tappeti spessi. Cameron conosceva la strada: l’aveva percorsa decine di volte nei mesi al maniero, portando messaggi, aspettando fuori dalle porte, imparando la geometria di quella casa nel solo modo in cui si impara davvero, vivendoci dentro. L’angolo nord-est, le finestre sul lago artificiale, il velluto verde scuro del baldacchino.
Attraversò un salone deserto. Superò una porta socchiusa da cui veniva il ticchettio lento di una pendola. Il corridoio si allungava, curve, porte chiuse, ombre lunghe. Alla fine una porta, il velluto verde visibile dallo spiraglio, luce calda che filtrava tremolante.
Cameron posò la mano sulla maniglia. La spinse piano.
La stanza era calda, profumata di cera d’api e qualcosa di più intimo, pelle, sudore, il calore di corpi che non si preoccupano di essere osservati. Le candele accese su ogni superficie. Il baldacchino che gettava ombre profonde.
Sul letto, due figure. Quella sopra era inconfondibile, la corporatura larga, le spalle che Cameron aveva imparato a riconoscere di spalle e di lato e in ogni angolazione nel mese che aveva trascorso a osservare quell’uomo: Blackthorn, le mani grandi strette sui fianchi sottili dell’altro, i movimenti lenti, implacabili, il controllo esatto di un uomo che non perde mai la misura di se stesso nemmeno in certi frangenti. Quello sotto era esile, la schiena curva, la testa gettata all’indietro sul cuscino, i capelli biondi bagnati di sudore sparsi sulla seta bianca. Un gemito basso, spezzato, che si spezzò ancora a metà quando il Duca si mosse in un certo modo.
Il viso era girato di lato, illuminato solo a metà dalla fiamma più vicina. Zigomi delicati. Labbra socchiuse.
Sembrava lui.
La linea della mascella, il collo, tutto aveva quella forma specifica, quella proporzione che Cameron conosceva senza sapere di conoscerla, come si conosce la sagoma di qualcosa che si è guardato troppe volte.
Cameron fece un passo avanti.
Doveva vedere gli occhi.
Non arrivò al letto.
Un colpo secco alla nuca, preciso, calcolato, e il mondo esplose in bianco, poi nero. Le ginocchia cedettero. Le mani cercarono le tende del baldacchino. Poi niente.

***

Rinvenne nel buio.
Non nel buio del sotterraneo, questo era diverso, caldo, con l’odore di tabacco e cera e quella stessa intimità che aveva sentito dall’uscio prima che il buio arrivasse. Il fuoco nel camino ardeva alto. Le corde ai polsi e alle caviglie erano di seta, strette ma non crudeli, le quattro colonne del letto, fissate da qualcuno che sapeva quello che faceva.
Era nudo. La camicia e i pantaloni spariti, la pelle a contatto con le lenzuola.
Rimase fermo. Ascoltò.
Silenzio. La stanza apparentemente vuota.
Tirò le corde con metodo, polso sinistro, destro, caviglie, valutando la resistenza, cercando il nodo, la direzione del cedimento. Seta intrecciata, quattro colonne. Non avrebbe ceduto in fretta.
Cameron smise di tirare e guardò il soffitto.
Pensò a quello che aveva visto. I capelli biondi sul cuscino, la linea delle spalle, il gemito, aveva fatto un passo avanti perché doveva vedere gli occhi, perché fino a quel momento non era certo. Perché sembrava lui. Perché la linea del collo, le proporzioni della schiena, il modo in cui la testa era caduta all’indietro, tutto aveva quella forma specifica che Cameron non avrebbe dovuto conoscere così bene.
Ma non aveva visto gli occhi.
E il Duca lo sapeva. Il Duca sapeva esattamente fino a dove arrivava la certezza di Cameron, e aveva fatto in modo che rimanesse lì, abbastanza vicino da vedere, abbastanza lontano da non poter giurare su niente.
Questo era il problema. Non le corde. Non la trappola. Il problema era che Cameron non sapeva, e finché non sapeva, il dubbio lavorava al posto del Duca: era Ambrose. Non era Ambrose. Era costretto. Era venuto da solo. Il fazzoletto col sangue era vero. La ciocca era vera. Il ragazzo sul letto era un sosia pagato. Oppure no.
La porta si aprì.
Il Duca entrò senza fretta, camicia aperta sul collo, i capelli leggermente scompigliati, quello stesso disordine controllato che Cameron aveva già visto, come se quell’uomo non fosse mai del tutto fuori posto nemmeno quando avrebbe dovuto esserlo. Portava due bicchieri e una caraffa. Li posò sul comodino senza guardare Cameron, si versò da bere, rimase in piedi accanto al letto.
Bevve un sorso. Guardò Cameron con quella lettura silenziosa.
Cameron non aspettò. «Chi era?»
Il Duca non rispose subito. Girò il bicchiere tra le dita una volta, come se stesse valutando quanto la domanda meritasse.
«Hai visto,» disse alla fine.
«Non abbastanza.»
«No,» disse il Duca. E il tono era neutro, non una conferma, non una smentita. Semplicemente: no, non abbastanza. Come se la domanda di Cameron fosse stata un’altra, e questa fosse la risposta a quella.
Cameron strinse i denti. «Rispondete.»
«ti rispondo quando mi farai la domanda giusta.» Si avvicinò al letto, si fermò accanto alla colonna, guardò Cameron dall’alto con quella calma assoluta. «Cosa hai visto, esattamente?»
«Voi,» disse Cameron. «E qualcuno sotto di voi.»
«Qualcuno.»
Una pausa piccola, chirurgica.
«Eppure hai fatto un passo avanti,» continuò il Duca, sottovoce. «Quando avresti potuto fermarvi sulla soglia. Quando avresti potuto tornare indietro.» Gli occhi fissi su Cameron, fermi. «Sei venuto lo stesso. Perché?»
«Perché dovevo vedere.»
«Vedere cosa?»
Cameron non rispose.
Il Duca posò il bicchiere. Si sedette sul bordo del letto, non ai piedi, non a distanza di sicurezza: accanto al fianco di Cameron, abbastanza da sentire il calore attraverso l’aria tra loro. Rimase così un momento, senza toccare.
Poi allungò una mano e la posò sul petto di Cameron, piatta, ferma, sopra il cuore che batteva troppo forte. Non un gesto violento. Solo una presenza, calda contro la pelle nuda, abbastanza pesante da far sentire ogni battito.
Cameron non si mosse. Tenne gli occhi sul soffitto.
La mano si spostò, lenta, senza urgenza, lungo il fianco. Non scendeva: scivolava, come chi prende misura di qualcosa che non ha fretta di finire. Cameron sentì ogni centimetro di quella traiettoria con una precisione inutile e detestabile, il calore che precedeva il contatto di mezzo secondo, la pressione leggera che non era né gentile né violenta, ma qualcosa di peggio, qualcosa di attento. La mano si fermò sull’osso dell’anca.
Cameron non si mosse. Si disse che non si stava muovendo perché le corde non glielo permettevano. Sapeva che era una bugia.
Il calore passava attraverso la pelle con quella persistenza stupida del corpo che non chiede permesso, si accumulava nel punto di contatto, si irradiava verso l’interno, e Cameron sentì qualcosa stringersi nello stomaco che non era paura e non era rabbia e che avrebbe preferito non dover nominare. Il respiro gli uscì diverso da come era entrato. Solo un po’. Abbastanza.
«Quella mano,» disse, la voce bassa e ferma quanto riusciva a tenerla, «la togliete adesso o vi spacco le dita una per una quando mi slegate.»
«Sì,» disse il Duca. Non la tolse.
Un silenzio.
«Se era Ambrose,» disse Cameron al soffitto, «allora era lì di sua volontà. Oppure no. Uno dei due è peggio dell’altro e non so quale.»
Il Duca non rispose immediatamente. Quando parlò, la voce era piana, quasi clinica, il tono di chi sceglie le parole come si scelgono strumenti chirurgici. «Perché peggio?»
«Perché se era costretto» Cameron si interruppe, poi ricominciò, «allora è ancora qui dentro. O ci è tornato. E io sono legato e non posso fare niente.» Una pausa. «E se non era costretto, allora è venuto da solo. Ha scelto di tornare. Il che significa che tutto quello che ho fatto per farlo uscire non valeva niente, o valeva qualcosa che non capisco.»
Si fermò un secondo. «E il fazzoletto, non so nemmeno quello. Potrebbe averlo mandato lui. Potreste averlo mandato voi. Potrebbe non significare niente. Ma sono venuto lo stesso.»
Il Duca lasciò passare quel discorso. La mano sull’anca di Cameron non si mosse, né avanzò, né si ritirò.
«Non capisci ancora,» disse infine, «che queste potrebbero non essere le domande giuste.»
«Allora quale sarebbe la domanda giusta?»
Il Duca lo guardò. Quella domanda sembrava costargli qualcosa, non rispondere, ma riceverla, come se fosse la prima volta che qualcuno gliela faceva in modo diretto.
Poi disse, quasi sottovoce: «Non lo so ancora.»
La mano si tolse. Il Duca si alzò, prese il bicchiere, andò verso la porta. Si fermò sulla soglia.
«Domani ti slego,» disse. «E vediamo cosa fai quando non avete più le corde come scusa.»
Uscì. La porta si chiuse.
Cameron rimase legato nel silenzio, il fianco ancora caldo dove era stata quella mano, il petto ancora caldo dove era stata posata prima. Non lo so ancora.
Non era la risposta di un uomo che voleva dominare. Non aveva la forma giusta per essere una mossa.
Ma il ragazzo sul letto, la curva della schiena, i capelli, il gemito, girava senza fermarsi. Cameron lo ripercorreva cercando il punto in cui poteva dire con certezza: non era lui. Non lo trovava. Cercava il punto in cui poteva dire: era lui. Non lo trovava nemmeno.
Il Duca aveva costruito qualcosa di molto preciso. Non una prova. Un’ombra.
E le ombre non si combattono.

Capitolo 4

«Capisci perché sono qui?»
«Perché siete un predatore,» disse Cameron. La voce uscì più rauca del previsto.
«Sì.» Nessuna difesa, nessuna smentita. «E tu sei la cosa più interessante che mi sia capitata da anni. Non per come cedi. Per come non cedi.»

Cameron passò la notte in un limbo di rabbia e confusione. Le corde di seta non tagliavano, ma stringevano abbastanza da ricordargli ogni respiro, ogni movimento mancato. Il fuoco si era ridotto a braci, la stanza pesante di quell’odore di tabacco e cera che ormai gli entrava nei polmoni come un segno di riconoscimento.
Non dormì davvero: chiuse gli occhi, ma la mente girava in cerchi ossessivi. Cinque minuti di buio, poi di nuovo sveglio con la stessa immagine addosso. Capelli biondi sul cuscino. Il corpo esile inarcato. Il Duca sopra. Il gemito basso, spezzato.
Non era Ambrose. Non poteva essere Ambrose, questo lo sapeva, lo sentiva con quella parte di sé che registrava i dettagli anche quando il resto stava andando in pezzi. La linea della mascella era sbagliata. Le spalle troppo strette. Ma il corpo aveva fatto un passo avanti lo stesso, e questo era il fatto che non riusciva a mettere da parte.
Aveva fatto un passo avanti.
Verso cosa, esattamente, non riusciva a rispondersi. E non riuscire a rispondersi era peggio di qualsiasi risposta avrebbe potuto trovare.
Più ci pensava, più la logica si faceva strada, tagliente.
Il Duca aveva lasciato la porta socchiusa. Aveva lasciato che salisse senza una guardia vera. Aveva permesso che arrivasse fino alla stanza. E poi il colpo alla nuca, preciso, calcolato, nel momento esatto in cui era abbastanza vicino da vedere, ma non abbastanza da capire.
Una trappola. Costruita per farlo agire d’impulso, per fargli credere di aver visto ciò che temeva di vedere, e portarlo esattamente dove era ora: nudo, legato, vulnerabile, nel letto del suo nemico. Il Duca non aveva bisogno di Ambrose per torturarlo. Gli bastava il dubbio, il dubbio che Cameron si costruiva da solo.
Quando l’alba filtrò grigia attraverso le tende pesanti Cameron era già sveglio, le corde ai polsi che aveva smesso di sentire da ore, la pelle nuda fredda nonostante il fuoco ridotto a braci. Fuori qualcosa si muoveva, passi lontani, il rumore sordo di una casa che si sveglia. Dentro, silenzio.
Aspettò.
Non sapeva se quel corpo sul letto fosse Ambrose o un sosia pagato. Ma sapeva una cosa con certezza assoluta: aveva fatto esattamente il gioco del Duca.

La porta si aprì verso metà mattina.
Il Duca entrò con un vassoio piccolo, caffè nero, pane tostato, una mela, che posò sul comodino con quella sua efficienza tranquilla. Aveva i capelli leggermente umidi, la camicia scura aperta sul collo. Nessun segno della notte precedente tranne il livido sulla mascella, che Cameron gli aveva procurato tre giorni prima, già più giallo che viola.
Si fermò ai piedi del letto.
Cameron lo guardò.
«Che cosa volete da me?» disse. Non era una domanda, era una resa dei conti, la voce bassa e ferma di chi ha passato una notte intera ad arrivare a questo punto. «Sul serio. Senza giochi. Ditemelo.»
Il Duca non rispose subito. Lasciò scorrere lo sguardo sulle corde ai polsi, le caviglie legate alle colonne, il corpo nudo di Cameron immobile sotto il suo sguardo. Poi disse: «Voglio vederti scegliere.»
«Scegliere cosa?»
«Qualcosa.» Si avvicinò al letto, appoggiò una mano sulla colonna. «Finora hai reagito. Hai lottato, insultato, tentato di fuggire. Tutto in risposta a quello che facevo io.» Gli occhi su Cameron, fermi. «Voglio vedere cosa fai quando non stai rispondendo a niente.»
«Bella teoria,» disse Cameron. «Slegatemi e vediamo.»
Il Duca non batté ciglio.
«Ti ho dato cibo. Calore. Ti ho costruito una via di fuga abbastanza convincente da farti correre.» Fece un passo avanti, le mani che si appoggiavano alle colonne del letto. «E tu l’hai presa. Perché non riesci a stare fermo quando si tratta di lui.»
«L’avete fatto apposta,» disse Cameron. «Il fazzoletto, la ciocca, la porta socchiusa. Volevate che venissi a vedere. Volevate che mi facessi prendere.»
«Volevo che scegliessi di venire.» Si chinò leggermente, il viso più vicino a quello di Cameron. «E l’hai fatto.»
Il Duca raddrizzò la schiena. Rimase in piedi ai piedi del letto, il silenzio che si allungava, poi disse: «Quando hai aperto quella porta, cosa speravi di trovare?»
«Non lo so. Ditemelo voi» ringhiò Cameron.
Il Duca riprese, la voce era piana. «Speravi di trovare qualcosa che ti rimettesse i conti in ordine. Qualcosa che ti dicesse che il tuo sacrificio aveva senso.» Una pausa breve. «Invece hai trovato me. E non sei tornato indietro.»
Cameron non rispose. Non perché non avesse una risposta, perché l’unica risposta onesta era quella che non aveva intenzione di dare.
Il Duca prese il vassoio dal comodino e lo posò sul petto nudo di Cameron con quella cura precisa e deliberata che aveva per i gesti che voleva far pesare. Il caffè fumava ancora. La ceramica calda bruciava leggermente sulla pelle.
«Mangia. Ho delle cose da fare. Tornerò stasera.»
Cameron guardò il vassoio sul proprio petto. Poi guardò il Duca.
«Devo mangiare così?»
Un angolo della bocca del Duca si mosse, quella cosa che non era un sorriso.
«Puoi provarci,» disse. E uscì.
Cameron rimase solo con il vassoio sul petto e la rabbia che non trovava dove appoggiarsi. Fissò il vassoio sul petto. Le braccia erano legate sopra la testa, le caviglie alle colonne. Non poteva sollevarsi, non poteva chinarsi, non poteva nemmeno girarsi di lato senza tendere tutto il corpo.
Ci provò con metodo. Contrasse gli addominali, alzò il busto quanto le corde permettevano, non abbastanza. La mela rotolò verso il bordo del piatto. Il caffè oscillò pericolosamente, si inclinò, e una scia calda gli colò sul mento, lungo il collo, sul petto nudo.
Imprecò tra i denti.
Dopo vari tentativi si arrese al metodo più umiliante: chinò la testa il più possibile e usò la lingua per avvicinare il pane tostato al bordo del piatto. Lo afferrò con i denti e ne staccò un morso. Il burro gli colò sul labbro inferiore.
Mangiò così, pezzo dopo pezzo, pane a morsi goffi, mela a morsi laterali, caffè a sorsate precarie che gli bagnarono il collo e il petto.
Quando finì il vassoio era un disastro e lui era peggio. Briciole sparse sul petto, macchie di caffè sul collo, succo della mela fino alla clavicola. Si lasciò ricadere sul cuscino, il respiro corto per lo sforzo, e fissò il soffitto.
«Contento?» disse alla stanza vuota.
La stanza non rispose. Il fuoco crepitava piano. Fuori la luce calava.
Cameron pensò al fazzoletto con le iniziali di Ambrose, alla ciocca bionda, al modo in cui il Duca aveva costruito quella trappola con la stessa pazienza con cui faceva tutto il resto. Pensò al passo avanti che aveva fatto entrando in quella stanza. Pensò alla domanda che continuava a tornare senza risposta. Ma sotto la rabbia, un pensiero freddo si faceva strada: il Duca non l’aveva lasciato così solo per umiliarlo. L’aveva lasciato così per abituarlo. Abituarlo alla dipendenza, al contatto, alla vicinanza forzata. Abituarlo a ricevere ogni cosa, cibo, acqua, libertà, anche il dubbio su Ambrose, da una sola mano.
E il peggio era che stava funzionando.
Quando la porta si aprì era già buio.
Il Duca entrò con un candelabro, lo posò sul comodino. Rimase in piedi ai piedi del letto e guardò Cameron, il vassoio, le macchie di caffè e succo sul petto nudo, le briciole, il modo in cui le corde lo tenevano aperto e fermo, e quell’angolo della bocca si mosse di nuovo, brevissimo. Non disse niente per un momento.
Poi prese il vassoio e lo spostò sul tavolo. Si sedette sul bordo del materasso, vicino al fianco di Cameron, abbastanza da far sentire il calore attraverso l’aria.
«Hai mangiato.»
«Vaffanculo,» disse Cameron. «Basta con questi giochetti. Dite quello che volete e facciamola finita.»
«Dimmi una cosa,» disse. La voce era bassa, quasi distratta, il tono di chi fa una domanda a cui conosce già la risposta e vuole solo sentirla ad alta voce. «Quando hai aperto quella porta e hai visto il ragazzo sotto di me, cosa hai sentito?»
«Niente che vi riguardi.»
«Tutto qui mi riguarda.» Allungò una mano e con due dita raccolse una briciola dal petto nudo di Cameron. Poi fece scivolare il dorso della mano lungo il fianco, lento, seguendo la linea delle costole verso l’anca. Non sfiorava, premeva, abbastanza da far sentire ogni centimetro di pelle. «Cos’era? Paura per lui? Rabbia verso di me?»
Cameron tenne gli occhi sul soffitto. Sentiva quel tocco con una precisione che non aveva chiesto. Inspirò bruscamente. I muscoli si tendevano sotto quel contatto senza che potesse impedirlo, la pelle che reagiva al calore di quella mano con quella precisione inutile del corpo che non aspetta il permesso della testa.
«Slegatemi e ve lo mostro.»
«Non ancora.» Le dita si fermarono sull’anca. La pressione era leggera, ferma, non violenta, non gentile. Semplicemente presente, come qualcuno che prende possesso di qualcosa senza fretta. «Cos’hai sentito, Cameron?»
Il silenzio si allungò.
«Guarda come reagisci,» disse il Duca, sottovoce. «Anche ora. Anche dopo avermi insultato.» La mano si fermò sull’anca, il pollice che premeva appena sull’osso. «Il corpo sa già quello che la testa non vuole sapere.»
«Non sapete niente,» disse Cameron.
Il Duca lo guardò. Poi si alzò, andò verso il cordone sul muro e lo tirò.
La cameriera anziana entrò quasi subito, un catino di acqua calda, un panno, una caraffa di vino rosso scuro. Posò tutto sul comodino e uscì senza alzare gli occhi.
Il Duca riempì il calice fino a metà.
Cameron lo guardò. «No.»
«Puoi bere da soli.» La voce ragionevole. «Oppure posso aiutarti.»
«No,» ripeté Cameron.
Il Duca gli afferrò la mascella con fermezza, non brutalmente, con la precisione di chi sa esattamente quanta forza serve. Gli inclinò la testa all’indietro. Cameron strinse le labbra.
«Apri la bocca oppure ti tappo il naso,» disse il Duca. «Il primo sistema è più dignitoso.»
Cameron lo fulminò con lo sguardo. Poi aprì le labbra, non perché cedesse, ma perché aveva imparato a riconoscere le battaglie che non si potevano vincere. Il Duca inclinò il calice lentamente. Il vino era denso, dolce, con un retrogusto amaro che Cameron identificò dopo il secondo sorso.
Laudano.
Cercò di girare la testa. Il Duca gliela tenne ferma e gli versò ancora due sorsate prima di posare il calice. Cameron inghiottì e rimase fermo ad aspettare quello che sapeva stava arrivando.
Il laudano fece effetto gradualmente. I contorni si fecero meno netti, i pensieri rallentarono senza fermarsi. La rabbia rimase. Era sempre lì, pulita e ferma nel centro del petto. Ma i muscoli persero quella tensione pronta al combattimento, e i movimenti diventarono più lenti di quanto Cameron volesse.
Il Duca sciolse le corde, prima i polsi, poi le caviglie. Cameron si mise seduto, si massaggiò i polsi. Le gambe risposero, lente, ma risposero.
«Alzati.»
Cameron si alzò. Nudo, instabile quanto bastava da far sentire il pavimento di pietra sotto i piedi in modo più acuto del solito.
Il Duca lo guidò con una mano sul braccio, non una presa, una presenza, verso lo specchio alto nell’angolo della stanza. Cameron lasciò che succedesse perché il laudano aveva trasformato ogni resistenza in qualcosa di ovattato, e perché sapeva già che lottare in quello stato era solo un modo per dargli più soddisfazione.
Si fermarono davanti allo specchio.
«Guardati,» disse. La voce era bassa, quasi clinica. «Non me. Te.»
Cameron guardò. Non aveva molta scelta.
Vide loro due: lui nudo, i polsi arrossati dalle corde, il petto ancora macchiato di caffè e succo di mela, i segni del fianco destro ancora visibili; dietro di lui il Duca, vestito, composto, il livido sulla mascella l’unico segno che qualcosa fosse mai uscito dai binari.
«Questo è quello che vedo io,» continuò il Duca, la voce vicina all’orecchio, il fiato caldo sul collo. «Ogni volta che entro in quella stanza. Ogni volta che ti guardo combattere.» La mano si mosse, lenta, lungo il fianco, sul filo dell’anca, una traiettoria che Cameron seguì nello specchio con una precisione involontaria.
Cameron teneva gli occhi sul proprio riflesso. Non sul Duca.
La mano del Duca si posò sul suo fianco, ferma, senza muoversi. Solo presente, calda contro la pelle nuda. Cameron sentì il calore e non si mosse perché muoversi era complicato e perché non aveva ancora deciso cosa volesse fare al riguardo.
«Capisci perché sono qui?»
«Perché siete un predatore,» disse Cameron. La voce uscì più rauca del previsto.
«Sì.» Nessuna difesa, nessuna smentita. «E tu sei la cosa più interessante che mi sia capitata da anni.» La mano si fermò. «Non per come cedi. Per come non cedi.»
Cameron tenne gli occhi sullo specchio. Vide la propria mascella stringersi.
«Cosa hai sentito,» disse il Duca, sottovoce, «quando avete visto quella scena. Non i conti. Non la logica. Cosa hai sentito nel corpo, nel secondo prima che la testa intervenisse.»
Cameron non rispose.
La mano si spostò, lenta, metodica, dal fianco verso l’addome, il palmo piatto contro la pelle. Cameron sentì i muscoli contrarsi involontariamente, una reazione che arrivava prima di qualsiasi decisione consapevole. Guardò nello specchio il proprio corpo rispondere a quel tocco e non riuscì a decidere se era peggio vedere o non vedere.
«Qualcosa si è mosso,» disse il Duca. Non una domanda.
«Non verso di voi.»
«No?» La mano si spostò appena. «Allora guarda.»
Cameron guardò nello specchio e vide quello che il Duca voleva che vedesse, il suo corpo che reagiva, nonostante tutto, nonostante la rabbia e il laudano e dieci anni di una vita costruita su tutt’altro. Vide se stesso e vide il Duca dietro, perfettamente vestito, perfettamente controllato, con quella pazienza oscena di chi ha aspettato abbastanza da essere certo del risultato.
Il Duca non commentò. La mano continuò, su, lungo le costole, poi il petto, poi di nuovo giù, con quella lentezza deliberata di chi sta imparando la geometria di qualcosa che intende conoscere bene. Il respiro di Cameron si fece più corto nel silenzio.
Quando la mano scese più in basso Cameron disse «No» con tutta la fermezza che gli restava.
Il Duca si fermò. Un secondo. Poi continuò.
Cameron chiuse gli occhi. Li riaprì perché chiuderli era peggio, nello specchio almeno poteva vedere tutto, poteva tenere quella distanza minima di chi osserva invece di subire. Il Duca lo guardava nello specchio con quella concentrazione assoluta, lo sguardo di chi non sta performando niente, ma è semplicemente presente, e questo era in qualche modo più difficile da sopportare di qualsiasi dichiarazione avrebbe potuto fare.
Il corpo di Cameron rispose. Non perché volesse, perché era fatto in un certo modo, e il laudano aveva abbassato tutte le difese che normalmente lo separavano da quello che sentiva fisicamente.
«Questo non significa niente,» disse. La voce era ferma. Quasi.
«No,» concordò il Duca. «Non significa niente che abbia scelto tu.» La mano si chiuse intorno al sesso, calda, ferma, inequivocabile. «Ma il corpo non aspetta le tue scelte.»
Cameron inspirò bruscamente. Tenne gli occhi aperti per volontà pura, perché chiuderli sarebbe stata un’altra concessione in una sera che ne aveva già fatte troppe. Nello specchio vide il proprio viso, la mascella stretta, le labbra serrate, gli occhi duri e traditori allo stesso tempo.
Il Duca non aveva fretta. Si muoveva con quella stessa misura implacabile che Cameron aveva imparato a riconoscere come la sua forma di potere più autentica. Ma la schiena di Cameron era premuta contro il suo petto, e quello che sentiva contro di sé era inequivocabile, il Duca non era indifferente a quello che stava facendo, non lo era mai stato, e adesso non si preoccupava nemmeno di nasconderlo.
Cameron sentì qualcosa stringersi nello stomaco che non era paura e non era disgusto e che non aveva nessuna intenzione di esaminare più da vicino.
Cameron combatté, invece. Non con le mani, non con le parole, ma con quella parte di sé che si rifiutava di cedere. Non fu sufficiente.
La mano del Duca si mosse, lenta, implacabile, e il corpo di Cameron rispose nel modo in cui i corpi rispondono quando non hanno più difese. Prima il respiro gli si spezzò, poi i fianchi iniziarono a cercare quel ritmo senza che lui lo volesse. Infine un suono basso gli uscì dalla gola prima che potesse fermarlo.
Il Duca non accelerò. Aspettò ancora, tenne Cameron esattamente sul filo, fino a quando non rimase niente tra lui e quello che stava succedendo.
Cameron venne con un suono soffocato che non riuscì a trattenere. Le ginocchia cedettero. Il Duca lo sostenne.
Ci fu silenzio. Solo il respiro di Cameron e il fuoco.
Il Duca lo rimise in piedi lentamente. Prese il panno dal catino, lo passò sulla pelle di Cameron con gesti impersonali ed efficienti, come chi sistema una cosa che è stata spostata dal posto giusto. Cameron non si mosse. Non aveva le forze, e il laudano aveva trasformato anche la vergogna in qualcosa di distante, reale, ma lontano, un fuoco dall’altra parte di un vetro.
Il Duca andò all’armadio, tirò fuori una veste da camera di seta nera, la porse a Cameron.
Cameron la prese. La indossò perché non aveva altra scelta e perché aveva freddo, e queste erano le uniche ragioni.
Il Duca aprì la porta. Due valletti silenziosi apparvero nel corridoio. «Accompagnatelo nella sua stanza.»
Cameron li seguì per le scale con quella camminata lenta e incerta del laudano. La seta frusciava contro le cosce. Il maniero era silenzioso intorno a lui, buio e caldo e indifferente.
Quando fu solo nella sua stanza si sedette sul bordo del letto e rimase fermo per un tempo che non seppe misurare. Il fuoco davanti. Il silenzio intorno.
Non era stato lui. Questo era il fatto concreto a cui si aggrappò con quella precisione distaccata con cui si aggrappava sempre ai fatti concreti. Non era stato lui, era stato il laudano, era stato il corpo che risponde a quello per cui è fatto, era stata la coercizione di un uomo che non aveva avuto la pazienza di aspettare quello che non sarebbe mai arrivato da solo.
Questo non era una resa. Era qualcosa che era stato preso.
C’era differenza.
Cameron si ripeté questa distinzione con la stessa metodicità con cui aveva contato le crepe nel muro, la stessa con cui aveva contato i respiri nel buio del sotterraneo. La tenne ferma nel centro del petto come si tiene ferma una fiamma con le mani quando c’è vento.
Si sdraiò sul letto. La seta fresca contro la pelle.
Il sonno arrivò pesante, scuro.
E nell’unico momento prima che arrivasse, con quella chiarezza bizzarra che viene sull’orlo del sonno, Cameron pensò che il Duca aveva preso qualcosa stanotte. E che domani mattina Cameron si sarebbe svegliato con i conti ancora da pareggiare.
Non era una resa.
Era un debito.

Capitolo 5

«Devi legarmi. Devi costruire trappole abbastanza elaborate da far sembrare che io ci entri da solo, e poi chiamarla scelta. Senza tutto questo non hai niente. Sei un uomo che ha bisogno di rendere qualcuno abbastanza debole da non poter dire di no, e chiama questo desiderio.»

La goccia di cera cadde sul pavimento con un piccolo ticchettio. Il Duca non ci fece caso.
Rimase fermo nel corridoio, le mani intrecciate dietro la schiena, il dorso appoggiato al muro freddo. Dalla porta chiusa al piano di sotto non proveniva nessun suono. Cameron dormiva già, o stava fissando il soffitto con la stessa intensità feroce con cui fissava tutto il resto, non c’era molta differenza, in fondo. In entrambi i casi non era qui. In entrambi i casi era ancora suo.
Il Duca pensava.
Non ai dettagli di quello che era appena accaduto, quelli li conosceva con precisione, li aveva costruiti con cura, sapeva esattamente cosa aveva funzionato e perché. Pensava al momento prima. Alla tensione nella mascella di Cameron, alle nocche bianche, al modo in cui aveva cercato di ricacciare il gemito indietro fino all’ultimo secondo possibile come se il suono stesso fosse una concessione che non poteva permettersi.
Cameron non cedeva con grazia. Cedeva come si spezza un osso, tutta resistenza, poi di colpo niente, e il silenzio dopo era quasi peggio del rumore. Aveva subìto. Con quella dignità ostinata e furiosa che era la cosa più sua che avesse.
Era stato bellissimo.
Il Duca si passò lentamente le dita sulle labbra. C’era qualcosa in quell’uomo che non aveva calcolato, o forse aveva scelto deliberatamente di non calcolarlo, perché era più interessante così, perché le cose che non si calcolano sono le uniche che valgono ancora la pena di guardare. Cameron non combatteva per sé. Ogni insulto, ogni tentativo di fuga, ogni rifiuto di piegarsi, tutto orientato nella stessa direzione, verso un ragazzo che probabilmente non sarebbe mai tornato a prenderlo.
Questo lo rendeva più fragile e più pericoloso di chiunque il Duca avesse mai tenuto in quella casa. Più fragile perché il suo punto di rottura non era interno, era altrove, era Ambrose, era una devozione che qualcun altro avrebbe potuto usare prima di lui. Più pericoloso perché un uomo che non combatte per sé non ha negoziazioni da fare, non ha un prezzo.
Si allontanò dalla parete e riprese a camminare lungo il corridoio. I passi silenziosi sul tappeto, le candele che proiettavano ombre lunghe, il maniero che dormiva intorno a lui con quella quiete precaria che viene dopo le cose importanti, prima che riprendano. Aveva usato il laudano perché senza non avrebbe ottenuto niente, questo era vero, e non aveva senso negarlo. Cameron lucido avrebbe combattuto fino allo sfinimento prima di dare al suo corpo il permesso di rispondere a qualcosa che la testa non aveva autorizzato. Il laudano era stato necessario.
Era stato anche sbagliato.
Non sul piano morale, il Duca non si interrogava su quello, non ancora, forse non avrebbe mai avuto il coraggio di interrogarsi su quello. Era sbagliato sul piano pratico, su quello che voleva davvero. Aveva voluto vedere Cameron scegliere, lo aveva detto quella mattina, e invece aveva costruito una situazione in cui la scelta non c’era. Aveva preso. E prendere era facile, il Duca aveva sempre potuto prendere quello che voleva, ma non era quello che lo interessava in quest’uomo.
Sapeva già cosa sarebbe successo il mattino dopo. Cameron si sarebbe svegliato con la certezza che era stato il laudano, non lui. E avrebbe avuto ragione. E questa certezza sarebbe diventata uno scudo che il Duca stesso gli aveva fabbricato e consegnato, e adesso Cameron se ne sarebbe servito per mesi.
Il Duca si fermò davanti alla finestra in fondo al corridoio. La luna era velata, il parco buio e silenzioso.
Sei mio, pensò, ma non con la soddisfazione del possesso, con qualcosa di meno comodo, di più inquieto. Qualcosa che assomigliava, pericolosamente, al riconoscimento.
Cameron avrebbe continuato a combattere. Proprio come piaceva al Duca.
E questo, capiva adesso, era il problema.
Cameron non era suo. Cameron era di nessuno, e questo era esattamente il problema e esattamente quello che gli rendeva impossibile smettere di pensare a lui.
Domani, capiva adesso, avrebbe dovuto ricominciare. Non da capo, non poteva permettersi quel lusso, e Cameron non glielo avrebbe concesso neanche se avesse potuto. Ma da un posto diverso. Senza laudano. Senza corde. Con Cameron in piedi davanti a lui, lucido, furioso, e con tutti i conti aperti tra loro.
Senza scudi per nessuno dei due.
Il Duca tornò verso la sua ala del maniero con quella stessa calma ferma con cui faceva tutto. Ma sotto, in quel posto che raramente si concedeva di esaminare, c’era qualcosa di meno comodo.
Qualcosa che assomigliava, senza che lo volesse, alla consapevolezza di aver sbagliato.

Il mattino dopo Cameron si svegliò di scatto, come se il sonno avesse ceduto all’improvviso invece di dissolversi gradualmente.
Per qualche secondo rimase fermo, il soffitto sopra di lui, il silenzio della stanza intorno. Il fuoco si era spento. La veste da camera di seta nera gli si era attorcigliata intorno al corpo nel sonno, aperta sul petto.
Poi arrivò tutto insieme.
La mano del Duca. Lo specchio. Il suono che gli era uscito dalla gola, quel suono che aveva cercato di trattenere fino all’ultimo, che era uscito lo stesso, che non poteva riprendere indietro. La vergogna aveva la consistenza fisica di qualcosa che si appiccica, calda, vischiosa, presente. No, non era vergogna, o non solo. Qualcosa di più freddo e più preciso, la stessa sensazione di quando si fa un conto e il conto non torna. Aveva tenuto la schiena dritta. Aveva tenuto gli occhi aperti. Non aveva detto una parola. Il corpo aveva risposto perché il corpo risponde, perché il laudano abbassa tutto, perché la fisiologia non ha principi. Questo era il fatto concreto. Cameron tenne questa distinzione ferma, la girò da tutte le parti cercando il punto dove non reggeva. Non lo trovò. Era una distinzione reale, non una storia che si raccontava per stare meglio. Non era stato lui.
Il Duca aveva preso qualcosa.
Si alzò. Andò alla finestra, appoggiò la fronte al vetro freddo.
Fuori il parco era umido di rugiada, gli alberi avevano quel velo di verde chiaro che precede le foglie vere. C’era un sole pallido che non scaldava ma almeno illuminava. Cameron rimase lì a guardarlo finché il freddo del vetro non diventò insopportabile.
Aveva resistito per giorni. Fame, sete, catene, umiliazioni di ogni tipo, e alla fine era bastata una dose di laudano e una mano elegante. Questo era il fatto. Lo guardò senza cercare di ammorbidirlo.
Si lavò il viso. Si vestì. Quando la cameriera bussò con il vassoio della colazione e la notizia che poteva uscire nel parco, non ringraziò, ma mangiò tutto, bevve il tè fino all’ultima goccia, e indossò il soprabito scuro che gli porsero senza discutere.
Aveva bisogno di aria. Era l’unica cosa di cui era certo.

Camminò per quasi due ore.
Le guardie lo seguivano a distanza, uno sulla destra, l’altro più indietro, senza avvicinarsi, senza parlare. Cameron le ignorò come si ignorano le cose che non si possono cambiare e non vale la pena di odiare. Camminò senza meta tra i sentieri di ghiaia, le siepi basse, le statue coperte di muschio. Arrivò fino al lago artificiale e si fermò sulla riva, le mani nelle tasche del soprabito, a guardare l’acqua scura che rifletteva il cielo.
La mente si quietò un poco. Non del tutto, non era il tipo di quiete che Cameron conosceva, pulita e stabile, ma una versione provvisoria, sufficiente per respirare.
Pensò a sua madre. Alle sue sorelle. All’affitto, alle medicine, al modo in cui Eleanor teneva i conti con quella precisione tranquilla che aveva ereditato da lui o forse da loro padre o forse da nessuno, forse era solo sua. Pensò a Beatrice che non stava mai ferma e a Clara che lo chiamava ancora il mio eroe a sedici anni come se non fosse ridicolo, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Poi riprese a camminare, più veloce, come se il movimento potesse fare qualcosa che il pensiero non riusciva a fare. Il parco era vasto. Il maniero incombeva sempre, da qualunque angolazione lo guardasse, bestia di pietra, presente e paziente.
Rientrò prima del buio.
Non perché volesse. Perché le alternative erano scappare davvero, con le guardie, senza un soldo, senza meta, o restare fuori nel freddo fino a quando qualcuno sarebbe venuto a prenderlo. Nessuna delle due era una scelta. Quindi rientrò, e il fatto che non fosse una scelta era esattamente il problema.

Il Duca era nella sua stanza.
Cameron lo vide appena aprì la porta, seduto accanto al fuoco, una gamba accavallata sull’altra, il bicchiere di vino in mano. Perfettamente a suo agio. Del resto la stanza era sua, lo era sempre stata, Cameron era solo di passaggio.
Cameron si tolse il soprabito, lo lasciò sulla sedia, andò al tavolo e versò dell’acqua. Bevve in piedi, le spalle all’uomo, il vetro freddo tra le dita.
«Com’è stato il parco?» chiese il Duca.
«Pieno di alberi che crescono sulla tua terra.»
Il Duca bevve un sorso di vino. Non commentò.
Cameron sentì il silenzio espandersi e capì, con quella lettura quasi fisica che aveva sviluppato nelle settimane in quella casa, che il Duca non avrebbe riempito quel silenzio. Aspettava. Era sempre quello che faceva: aspettava, e lasciava che Cameron ci costruisse dentro qualcosa che poi diventava munizione.
Si voltò.
«Perché tutto questo?» disse. La voce era bassa, controllata, ma con qualcosa sotto che non era del tutto controllato. «Il cibo, l’acqua calda, la passeggiata. E poi il fazzoletto, la ciocca di capelli, la stanza con i due corpi, il laudano.» Un passo avanti. «Cosa stai cercando di fare, esattamente?»
Il Duca girò lentamente il vino nel bicchiere. «Voglio vedere quanto resistenza ti resta quando non hai più motivi validi per resistere.»
«Ne ho ancora.»
«Sì.» Il Duca posò il bicchiere. Si alzò, non in fretta, con quella grazia fluida che Cameron aveva imparato a riconoscere come una forma di potere, la dimostrazione che non aveva mai bisogno di affrettarsi. «Ma sono tutti su qualcun altro. Non su di te.»
Cameron non rispose.
Il Duca fece un passo verso di lui. «Hai camminato per ore. Hai guardato gli alberi come se potessi attraversarli. Hai respirato aria che ti ricordava a ogni passo quanto fossi prigioniero.» Un’altra pausa. «E poi sei rientrato. Prima del buio. Da solo.»
«Non avevo scelta.»
«La porta del parco era aperta.»
Cameron aprì la bocca. La richiuse.
Il Duca continuò, la voce così ragionevole da essere quasi insopportabile: «Hai avuto tutto il pomeriggio per andartene. Hai scelto di non farlo. Questo non è mancanza di scelta, è una scelta che non ti piace riconoscere come tale.»
Qualcosa cedette.
Non in modo drammatico, non ci fu un momento preciso, un’esplosione. Fu più simile a una pressione che superava una soglia, e Cameron sentì le parole uscire con una forza che non aveva del tutto cercato.
«Devi drogarmi,» disse. Piano, tagliente, senza il volume che avrebbe reso la cosa meno pericolosa. «Devi legarmi. Devi costruire trappole abbastanza elaborate da far sembrare che io ci entri da solo, e poi chiamarla scelta.» Un passo avanti, erano vicinissimi adesso. «Senza tutto questo non hai niente. Sei un uomo che ha bisogno di rendere qualcuno abbastanza debole da non poter dire di no, e chiama questo desiderio.»
Il Duca non si mosse.
«Vigliacco,» disse Cameron. Non come insulto, come referto. «È quello che sei.»
Il silenzio che seguì fu lungo abbastanza da diventare qualcosa di diverso dal silenzio.
Poi il Duca abbassò lo sguardo sul bicchiere abbandonato sul tavolo. Lo guardò per un momento come se contenesse qualcosa di interessante. Poi disse, senza alzare gli occhi: «Il laudano è stato un errore.»
Alzò gli occhi su Cameron. Non era una scusa, non aveva la forma di una scusa, non aveva il tono di chi cerca di riparare qualcosa. Era la stessa voce con cui quell’uomo diceva tutto il resto, piana, ragionevole, la voce di chi registra un fatto e lo enuncia.
Il Duca continuò, con la stessa voce piana: «La prossima volta non ci sarà laudano. Non ci saranno catene. Non ci sarà nessuna delle cose che usi come scudo quando il tuo corpo fa qualcosa che la tua testa non ha autorizzato.» Posò il bicchiere sul tavolo con un suono leggero, definitivo. «E quando reagirai, e reagirai, non potrai chiamarmi vigliacco. Potrai solo chiamarmi per nome.»
Si voltò verso la porta.
Cameron rimase fermo, il respiro corto, la rabbia che non trovava più dove appoggiarsi. Perché il Duca aveva detto era un errore e non mi dispiace, e questa differenza era piccola e enorme allo stesso tempo, e Cameron non sapeva ancora cosa farsene.
Il Duca si fermò sulla soglia, non si voltò, la voce che arrivava di spalle, quasi distratta: «Un vigliacco non aspetta. Io aspetto da settimane.»
La porta si chiuse.
Cameron rimase solo.
Si sedette sul bordo del letto, i gomiti sulle ginocchia. Il fuoco crepitava piano. Fuori il parco era già buio, il lago artificiale invisibile oltre le finestre, il cielo senza luna.
È stato un errore.
Non ti chiedo perdono. Non non avrei dovuto. Solo quello, la registrazione fredda di un uomo che ha fatto una valutazione sbagliata e lo ammette con la stessa voce con cui avrebbe ammesso qualsiasi altro calcolo errato.
La rabbia era ancora lì, non era sparita, non spariva mai del tutto, ma aveva perso qualcosa. Un appiglio. Una certezza su cui fare leva.
Perché il Duca aveva ragione su una cosa, e Cameron era abbastanza onesto, in quel silenzio, in quel buio, da ammetterlo almeno a se stesso.
Era rientrato prima del buio.
Non perché non avesse potuto fare altrimenti.
Rimase seduto così per un tempo indefinito, il fuoco che si abbassava, il freddo che saliva dal pavimento di pietra. Non cercò di riordinare i pensieri, li lasciò stare, disordinati e scomodi, come sono le cose vere.
Poi si alzò, si sdraiò sul letto vestito, fissò il soffitto nel buio.
Domani non ci sarebbe stato laudano.
Domani avrebbe dovuto essere solo se stesso, senza scudi, senza scuse, senza niente a cui attribuire quello che sentiva.
E sotto la rabbia, sotto la stanchezza, sotto tutto quello che aveva accumulato in settimane in quella casa, c’era qualcosa che Cameron non riusciva a chiamare con il suo nome ma che riconosceva lo stesso.
Non era paura.
Era peggio.
Era curiosità.

Capitolo 6

«Tu non sai quello che stai facendo.»

Il mattino arrivò con la luce grigia e il silenzio di chi ha già deciso qualcosa.
Cameron si alzò, si vestì, seguì i valletti lungo i corridoi senza fare domande. Ogni passo aveva il sapore di una marcia verso qualcosa che non aveva ancora il coraggio di nominare.
Il salone verde era luminoso, le finestre sul parco, il Duca in piedi di spalle come sempre, quella postura che Cameron aveva imparato a leggere come contenimento, non calma.
Si voltò quando Cameron entrò.
«Hai dormito bene?»
«Abbastanza.»
Il Duca non commentò il tono. «Allora parliamo.»
«Preferisco restare in piedi.»
«Come vuoi.» Si avvicinò di qualche passo, distanza rispettosa, presenza assoluta. «Ieri sera mi hai dato del vigliacco. Mi hai accusato di aver bisogno di droghe per toccarti.» Una pausa. «Quindi oggi ho deciso di accontentarti. Niente laudano. Niente catene. Solo tu e io.»
Cameron strinse i pugni. «Sei davvero convinto di farcela?»
Il Duca lo guardò per un lungo istante. «No. Sono curioso.»
L’aria tra loro divenne pesante.
«Allora cosa vuoi fare adesso?»
Cameron non rispose. Girò i tacchi e andò verso la porta.
«Cameron.»
La voce tagliò l’aria prima che toccasse la maniglia.
Si voltò lentamente. «Non sapevo di aver bisogno del tuo permesso.»
Il Duca fece due passi verso di lui, non arrabbiato, peggio: calmo. «Se esci adesso, domani non ci sarà più nessuna passeggiata. Nessuna stanza confortevole. Solo la cella con le catene.» Una pausa breve, tagliente. «Oppure resti e dimostri che non hai paura di me senza laudano. Scegli.»
Cameron si voltò di scatto. «Sei stato tu a dirmi che potevo provare a scappare. E adesso minacci di rinchiudermi perché voglio andarmene?»
Fece un passo verso il Duca, la voce che si abbassava.
«Voglio vedere Ambrose. Adesso. Se è davvero qui, portami da lui. Se è vivo e sta bene, accetto. Accetto di vedere cosa succede quando mi tocchi senza droghe e senza catene.»
Si fermò, la voce ridotta a un filo: «Ma se stai bluffando… questa volta per toccarmi di nuovo dovrai uccidermi.»
Il Duca lo osservò in silenzio. Poi, quasi divertito ma senza allegria: «Stai negoziando con me.»
«Sì o no?»
«Ti porterò da lui domani mattina.» La voce si abbassò, ogni parola pesata. «Ma quando lo avrai visto, non ci saranno più trattative. Non ci saranno più scuse. Il tuo corpo sarà mio, quando vorrò, come vorrò.» Fece un passo. «Se accetti, domani vai da lui. Se no… sappi che la prossima volta non sarò paziente.»
Si voltò verso la porta e aggiunse, senza girarsi:
«E per la cronaca, non sono io il vigliacco tra noi due. Sei tu quello che sta barattando il proprio corpo pur di non guardare la verità.»
La porta si chiuse.
Cameron rimase solo, le parole sotto la pelle come spine.

Il mattino dopo il Duca entrò senza scorta, senza cerimonie.
«Sei pronto?»
«Portami da lui.»
Lo guidò attraverso corridoi che Cameron non aveva mai percorso, su per una scala secondaria, fino all’ala nord. Si fermò davanti a una porta come tante altre.
«Ricorda il patto,» disse piano. «Lo vedi. Poi torni da me.»
Aprì la porta.
La stanza era in penombra. Sul letto, sotto le coperte, una figura bionda, i capelli dello stesso colore di Ambrose, la linea delle spalle simile, il respiro tranquillo di chi dorme.
Cameron si avvicinò. Allungò una mano tremante, toccò la spalla nuda.
La figura si mosse, girò il viso verso di lui.
Non era Ambrose.
Zigomi diversi, naso diverso, mascella diversa. Somigliava, abbastanza da ingannare nell’oscurità, abbastanza da inchiodare Cameron a quella porta con il cuore in gola. Ma non era lui.
Cameron ritrasse la mano di scatto. Si voltò verso il Duca.
«Figlio di puttana.»
Il Duca era sulla soglia, le mani dietro la schiena. «Non ho mai detto che fosse lui. Hai visto i capelli biondi. Hai sentito i gemiti. Hai tratto le tue conclusioni.»
«Il fazzoletto. La ciocca. Tutto falso.»
«Il fazzoletto era suo. La ciocca anche, li ho presi la notte in cui è fuggito.» Un passo verso di lui. «Il ragazzo nel letto no. Ma tu eri già corso fin qui come…»
«Come un cane fedele,» disse Cameron. Piano. Come un referto. «Esattamente come volevi.»
Il Duca non smentì.
«Il patto vale ancora,» disse. «Hai detto che volevi vederlo. L’hai visto, o credevi di averlo visto, il che per te era lo stesso. Le condizioni erano quelle.»
Cameron rimase immobile, i pugni stretti, le nocche bianche.
«Il patto era Ambrose,» disse alla fine, la voce bassa e tagliente. «Non un attore da quattro soldi.»
«Il patto era una scusa,» rispose il Duca, con una sincerità quasi brutale. «Per entrambi. E lo sai.»

Il ragazzo biondo non si era mosso. Stava lì con le lenzuola tirate fino al petto, gli occhi bassi, il respiro trattenuto, l’aria di chi ha capito che la cosa più sicura è non esistere.
Cameron lo vide con la coda dell’occhio. Sentì qualcosa stringersi nello stomaco, non verso di lui, verso se stesso. Verso il riflesso condizionato che lo aveva portato fin lì di corsa, esattamente nel punto in cui Blackthorn lo aspettava.
Si voltò verso il Duca.
Non pensò. O pensò tutto insieme, troppo in fretta per chiamarlo pensiero, i giorni nel sotterraneo, le catene, il laudano, il fazzoletto con le iniziali di Ambrose, il ragazzo biondo sul letto che non era lui. Tutto questo in un secondo, poi niente.
Con un gesto secco si tolse la giacca. La lasciò cadere senza guardarla. La camicia, i bottoni cedevano sotto le dita, non seduzione, non resa, qualcosa di più simile a strappare via una benda che non si era mai lasciata cambiare davvero. La lanciò da qualche parte. I pantaloni, gli stivali.
Rimase in piedi, nudo, nel mezzo della stanza.
Il ragazzo biondo scivolò fuori dal letto in silenzio, raccolse i vestiti, sparì dalla porta senza rumore, senza sguardi. Cameron lo sentì andare senza voltarsi.
Erano soli.
Guardò il Duca, dritto, senza abbassare gli occhi, senza coprirsi. I polsi ancora segnati dalle corde, le costole che sporgevano più del dovuto, i lividi vecchi che viravano al giallo sui fianchi. Non stava offrendo niente. Stava mostrando quello che c’era, tutto, senza filtri, senza il laudano come alibi e senza le catene come giustificazione.
«Eccolo,» disse. La voce era piana, quasi fredda. «Prendete quello che volete e poi lasciatemi andare.»
Il Duca non si mosse.
Gli occhi scivolarono sul corpo di Cameron, non veloci, non volgari. Lenti. Come chi guarda qualcosa che ha aspettato a lungo e sa che affrettarsi adesso sarebbe uno spreco. Cameron sentì quello sguardo sulla pelle come una pressione fisica e non si coprì, non girò la testa.
Poi vide le mani del Duca, lungo i fianchi, chiuse. Le nocche leggermente bianche.
Il Duca fece un passo avanti. Si fermò.
«Tu non sai quello che stai facendo.»
La voce era più bassa del solito, quasi rauca, non un’accusa, qualcosa di più scomodo. Come se la frase fosse uscita prima che potesse trattenerla.
Cameron aprì la bocca.
Il Duca scosse appena la testa, un gesto piccolo, involontario, il tipo di gesto che appartiene a conversazioni interne che Cameron non avrebbe dovuto vedere. Rimase fermo ancora qualche secondo, le mani lungo i fianchi, le nocche bianche, quella contenzione che costava qualcosa di reale e visibile, poi respirò, controllato.
«Non così,» disse. «Non perché non hai più ragioni per resistere. Non perché non hai altro posto dove andare.» Una pausa breve, quasi dolorosa. «Voglio che tu lo voglia. Non che te ne faccia una ragione.»
Cameron rimase immobile, il cuore che batteva troppo forte per un uomo che stava cercando di sembrare indifferente.
Il Duca si voltò verso la porta.
«Rivestiti. Questa sera stai solo.» Si fermò sulla soglia, le spalle rivolte a Cameron. «Ma domani. Cena. Noi due. Senza scambi, senza condizioni, senza nessun altro nel letto.» Una piccola pausa. «Solo per vedere cosa succede quando non stai combattendo contro qualcosa.»
Uscì. La porta si chiuse piano.
Cameron rimase in piedi, nudo, nel silenzio della stanza.
Il letto era ancora disfatto. Il cuscino portava ancora l’impronta di una testa che non era quella di Ambrose, un dettaglio piccolo, concreto, che per qualche ragione era più difficile da guardare di tutto il resto.
Si sedette sul bordo lentamente, come se le gambe avessero ricevuto l’informazione in ritardo.
Le mani sulle ginocchia. Il fuoco che crepitava piano. Il silenzio del maniero intorno, quella quiete che Cameron aveva imparato a distinguere dai silenzi ostili delle prime settimane, questo era diverso, più neutro, quasi indifferente alla sua presenza.
Non pianse. Non ne aveva i mezzi, in quel momento, non tristezza, non sollievo, non la rabbia pulita a cui si era aggrappato per settimane come a una ringhiera. C’era qualcosa di più scomodo al posto di tutto questo. Qualcosa che non aveva ancora un nome.
Il Duca avrebbe potuto prenderlo.
Era lì, nudo, senza catene, senza laudano, senza nessuna ragione pratica per cui Blackthorn non potesse semplicemente attraversare quei tre passi e prendersi quello che aveva costruito settimane intere per ottenere.
E non lo aveva fatto.
Cameron rimase seduto sul bordo del letto, le mani sulle ginocchia, e cercò di capire cosa stesse sentendo. Non ci riuscì del tutto. Trovò solo questo: che il rifiuto del Duca pesava più di qualsiasi cosa gli avesse fatto nei giorni precedenti. Più delle catene. Più del laudano. Più dello specchio.
Perché le catene e il laudano erano comprensibili, erano potere esercitato, erano la logica di un uomo che voleva qualcosa e usava gli strumenti che aveva. Cameron li capiva. Poteva combatterli.
Questo non riusciva a combatterlo.
Non sapeva come fare a combattere un uomo che lo guardava con le nocche bianche e diceva non così.
Si alzò. Raccolse i vestiti dal pavimento, la giacca, la camicia, i pantaloni, con movimenti meccanici, uno alla volta, come se rivestirsi fosse una procedura che richiedeva attenzione per non sbagliare. Si abbottonò la camicia fino in cima. Infilò gli stivali.
Rimase in piedi al centro della stanza, vestito, il letto disfatto alle spalle, il fuoco davanti.
Domani. Cena. Noi due.
Cameron non sapeva ancora cosa avrebbe fatto domani. Non sapeva ancora cosa voleva che succedesse, o se quello che sentiva aveva un nome, o se avrebbe trovato il coraggio di stare fermo invece di combattere quando il Duca si fosse avvicinato senza catene e senza scuse.
Sapeva solo che il Duca aveva visto tutto, i polsi segnati, le costole, i lividi, e aveva scelto di non toccare.
E che questo, stranamente, era la cosa più vicina alla cura che qualcuno gli avesse mostrato da quando era entrato in quella casa.
Spense la candela sul comodino.
Uscì dalla stanza senza voltarsi indietro.

Capitolo 7

«Ora non hai più nessuno da proteggere,» continuò il Duca, la voce quasi un sussurro contro il suo orecchio. «Non hai più scuse. Non hai più ragioni per resistere che non siano solo tue.»

La porta si aprì senza bussare.
Cameron era sveglio da ore, seduto sul bordo del letto con la veste da camera ancora addosso, il fuoco ridotto a braci. Quando il Duca entrò, solo, senza guardie, con una lettera piegata in mano, si alzò istintivamente, il corpo ancora abituato a prepararsi.
Il Duca si fermò al centro della stanza. Guardò Cameron per un momento senza parlare. Poi tese la lettera.
«Ho scritto ad Ambrose due giorni fa. Gli ho offerto di dimenticare tutto, di restituirgli il suo valletto vivo e intero, senza condizioni. Gli ho chiesto solo di tornare a prenderti.»
Fece una pausa.
«Questa è la sua risposta.»
Cameron la prese. Riconobbe subito la calligrafia, quella grafia elegante, un po’ inclinata, che aveva visto mille volte su biglietti e note affrettate. Aprì il foglio.

Caro Duca, accetto la vostra proposta di pace. Sono sollevato che siate disposto a dimenticare il passato. Per quanto riguarda Cameron potete tenervelo. Non tornerò al castello. Non ce n’è motivo.

Con stima, Ambrose Annesley.

Cameron lesse una volta. Poi un’altra.
Le parole non cambiarono.
Il silenzio nella stanza era totale, solo il crepitio lontano di qualcosa che si stava spegnendo.
Il Duca lo osservò. Non disse niente per qualche secondo, lasciò che il silenzio facesse il lavoro che le parole non avrebbero fatto meglio. Poi si avvicinò, lento, e si fermò a un passo da lui.
«L’ha scritta lui. Con la sua mano. Con la sua ceralacca.» La voce era bassa, quasi clinica. «Non è una contraffazione.»
Cameron non alzò gli occhi dalla carta.
«Ambrose è un ragazzo che ha paura,» continuò il Duca. «Quando si spaventa abbastanza, sceglie sempre la via che gli costa meno. Gli ho offerto di liberarlo da ogni pretesa, in cambio del suo valletto.» Una pausa breve, tagliente. «Ha scelto se stesso. In quattro righe.»
Cameron piegò la lettera lungo le stesse righe in cui era stata piegata. La ripiegò ancora. Tenne il rettangolo di carta tra le dita senza sapere dove metterlo.
Il Duca fece un altro passo.
«Hai passato dieci anni a proteggerlo. A mettere il suo nome davanti al tuo in ogni cosa che hai fatto.» Si fermò vicinissimo, abbastanza da far sentire il calore, non abbastanza da toccare. «E lui ti ha scaricato con la stessa cura con cui si lascia un paio di stivali vecchi.»
Cameron alzò gli occhi.
Il Duca lo stava guardando, non con trionfo, o non solo. C’era qualcosa di più ambiguo in quello sguardo, qualcosa che Cameron non riuscì a decifrare del tutto. Come se il Duca stesse guardando una cosa che lo interessava e che allo stesso tempo lo disturbava, e non avesse ancora deciso cosa farsene.
«Ora sei solo,» disse il Duca. La voce si abbassò ancora. «Nessuno verrà a salvarti. Nessuno ti rivuole indietro.»
Allungò una mano, lenta, visibile, e la posò sul petto di Cameron, sopra il cuore. Non premette. Solo la tenne lì, aperta, come se stesse ascoltando qualcosa.
«Lo senti?» mormorò. «Sta correndo.»
Cameron abbassò gli occhi sulla mano. Sentiva il proprio battito contro il palmo del Duca, troppo forte, troppo veloce, traditore.
«Ora non hai più nessuno da proteggere,» continuò il Duca, la voce quasi un sussurro contro il suo orecchio. «Non hai più scuse. Non hai più ragioni per resistere che non siano solo tue.»
Si chinò leggermente, le labbra vicine alla tempia di Cameron.
«Quindi dimmi, adesso che Ambrose non c’è più, cosa resta?»
Cameron rimase immobile per un momento. Il dolore era lì, profondo e reale, ma lo aveva chiuso da qualche parte e messo un coperchio sopra. Non avrebbe dato al Duca la soddisfazione di vederlo crollare, non così, non adesso.
«Non toccarmi,» disse. La voce uscì bassa, roca, ma ferma.
Il Duca non si mosse subito.
Rimase lì ancora qualche secondo, la mano sul petto di Cameron, il respiro caldo vicino alla sua tempia, e Cameron ebbe la netta sensazione che stesse valutando qualcosa. Non se obbedire o no. Qualcosa di più interno, meno leggibile.
Poi ritrasse la mano.
Fece mezzo passo indietro. Si raddrizzò.
Nel silenzio che seguì, qualcosa era cambiato, sottilmente, quasi impercettibilmente, ma Cameron lo sentì. Il Duca era rimasto in piedi lì, vicinissimo, con quella lettera come arma in mano e tutto il vantaggio dalla sua parte, e si era fermato. Non per generosità. Non per calcolo. Per qualcosa che non aveva ancora un nome preciso, e questo era esattamente il problema.
Il Duca si voltò verso la finestra. Guardò fuori per un momento, il parco, il cielo bianco, gli alberi fermi nell’aria immobile.
«Vestiti,» disse alla fine. La voce era tornata controllata, ma non del tutto. Come una porta richiusa su qualcosa che non era ancora sistemato. «I cavalli sono già sellati.»
«Non voglio uscire.»
«Lo so.» Si voltò verso la porta. «Vestiti lo stesso. L’aria ti farà bene, o almeno ti darà qualcosa da odiare che non sia quella lettera.»
Si fermò sulla soglia, senza voltarsi.
«Dieci minuti.»
Uscì.
Cameron rimase solo nella stanza. La lettera era ancora in mano. La guardò un’ultima volta, quelle quattro righe, quella calligrafia elegante e un po’ inclinata, poi la piegò ancora una volta e la infilò nel taschino della giacca appesa sulla sedia.
Si vestì. Camicia, pantaloni, stivali. Ogni gesto meccanico, ogni bottone un’azione da completare prima della successiva.
Quando uscì nel corridoio, il Duca era già lì, soprabito addosso, due cavalli sellati visibili dal fondo del corridoio attraverso la porta aperta sul cortile.
Non disse niente. Si limitò a camminare verso i cavalli.
Cameron lo seguì.
Non aveva motivi particolari per farlo. Lo fece lo stesso.

Cavalcarono in silenzio.
Il parco si apriva davanti a loro, vasto e invernale, con quella luce piatta dei giorni senza sole che non proietta ombre e non scalda niente. Cameron teneva le redini con una presa più stretta del necessario, il corpo rigido in sella, gli occhi fissi tra le orecchie del cavallo. Il Duca gli stava accanto senza avvicinarsi, senza parlare.
Per diversi minuti ci fu solo il rumore degli zoccoli sulla terra umida e il respiro dei cavalli che usciva in nuvole bianche nell’aria ferma.
Poi il Duca parlò, senza guardarlo.
«Puoi insultarmi, se ti aiuta. Puoi dirmi che sono responsabile di tutto questo. Puoi fermarti e tornare dentro.» Una pausa breve. «Ma non fingere che non stia succedendo niente. Non fingere di essere lo stesso uomo che è entrato in questa casa.»
Cameron non rispose.
Il Duca continuò, la voce quasi colloquiale, quel tono che Cameron aveva imparato a riconoscere come la sua versione più pericolosa, quella in cui sembrava stesse parlando di cose ordinarie mentre diceva cose che non lo erano per niente. «Oggi non ti toccherò. Non ti chiedo niente. Cavalchiamo.»
Cameron guardò il lago artificiale in lontananza, l’acqua scura, immobile, che rifletteva il cielo bianco. Pensò alla lettera piegata nel taschino. Pensò a quelle quattro righe scritte con la calligrafia elegante di Ambrose.
Potete tenervelo.
Piantò i talloni nei fianchi del cavallo.
Il baio scattò in avanti come se avesse aspettato quel segnale, dal passo al galoppo in pochi istanti, gli zoccoli che affondavano nella terra, le zolle che volavano. Cameron si abbassò sul collo dell’animale e spinse ancora, e ancora, senza pensare a dove stava andando. Voleva solo sentire il vento che tagliava il viso, il cuore che batteva per una ragione diversa dal dolore, i polmoni che bruciavano per qualcosa di pulito e fisico e reale.
Sentì il Duca partire dietro di lui.
Non gridò. Non ordinò di fermarsi. Solo lo seguì, e questo, in qualche modo, era peggio di qualsiasi ordine.
Galopparono attraverso il parco, Cameron che cambiava direzione di scatto tra gli alberi, il Duca che anticipava le svolte senza perdere terreno. Era un buon cavaliere, meglio di quanto Cameron avesse previsto, o forse Cameron non aveva previsto niente perché non aveva mai pensato al Duca come a un uomo che facesse cose ordinarie come cavalcare. Per lunghi minuti ci fu solo il rumore degli zoccoli e il sibilo del vento e il vapore che usciva dai musi dei cavalli nell’aria fredda, e Cameron smise di pensare a qualsiasi cosa.
Quando il baio cominciò a cedere, il respiro che si faceva pesante, il passo che perdeva potenza, il Duca gli si affiancò e afferrò le redini con un gesto deciso. I cavalli rallentarono, galoppo e trotto e passo, entrambi con i fianchi che si alzavano e abbassavano pesantemente, il fiato che usciva in folate.
Cameron aveva il respiro corto, i capelli incollati alla fronte per il sudore, il cuore che martellava nelle orecchie. Per un momento non riuscì a fare niente, solo stare in sella e respirare e sentire il cavallo che si calmava sotto di lui.
Il Duca, al suo fianco, non era molto più in ordine: il mantello aperto, i capelli scomposti, il petto che si muoveva rapidamente. Aveva le guance arrossate per il freddo e la corsa. Sembrava, e Cameron lo notò con una specie di fastidio sordo, un uomo, solo un uomo, che aveva cavalcato forte sotto un cielo bianco.
Per un lungo momento nessuno parlò.
Poi il Duca, ancora con il fiato grosso, disse: «Se volevi correre… bastava dirlo.»
Cameron girò la testa verso di lui. Gli occhi erano lucidi, non lacrime, qualcosa di più complicato, adrenalina e dolore che non si erano ancora separati, che forse non si sarebbero separati tanto presto.
«Non volevo correre,» disse. «Volevo smettere di sentire quella cosa.»
Il Duca lo guardò per un momento, quella stessa qualità di attenzione che Cameron trovava impossibile da sostenere, che però adesso reggeva meglio di prima, come si reggono le cose a cui ci si abitua senza volerlo ammettere.
«Ha funzionato?» chiese.
Cameron considerò la domanda seriamente. «Per un po’.»
Il Duca annuì lentamente, come se quella fosse una risposta sufficiente. Poi spronò il cavallo a un trotto sostenuto.
«Allora cavalchiamo ancora.»
Cameron lo seguì. Non aveva motivi particolari. Lo fece lo stesso.

La pioggia arrivò senza preavviso.
Prima qualche goccia rada, quasi sospesa nell’aria, poi il cielo si aprì di colpo, fitta, gelida, il tipo di pioggia invernale che non ha niente di romantico e trasforma il terreno in fango in pochi minuti. In pochi istanti Cameron era fradicio: la camicia incollata alla pelle, i pantaloni pesanti di acqua e terra, i capelli che gocciolavano sulla fronte e sul collo. Il Duca non era messo meglio, il mantello nero zuppo, i capelli scuri che gli ricadevano sugli occhi, gli stivali infangati fino al ginocchio.
Nessuno dei due propose di tornare.
Continuarono a cavalcare sotto la pioggia battente, più piano adesso, i cavalli stanchi e appesantiti dall’acqua. Cameron smise di sentire il freddo dopo un po’, o lo sentiva diversamente, come un dato di fatto del mondo invece che come una sofferenza. La pioggia tamburellava sul mantello, sulla sella, sulla terra. Il parco aveva un odore diverso sotto l’acqua, terra bagnata, corteccia, qualcosa di più antico e meno coltivato.
Solo quando i cavalli cominciarono a rallentare da soli, il Duca tirò le redini.
«Basta.»
La parola uscì senza enfasi, semplice come un fatto. Tornarono verso il castello al passo, fianco a fianco, con l’acqua che colava da ogni cosa. Nel cortile due stallieri si precipitarono a prendere i cavalli. Il Duca smontò con un movimento fluido nonostante i vestiti fradici, poi guardò Cameron che era rimasto in sella un secondo di troppo, non per scelta, solo perché il corpo era lento e le gambe erano fredde e rientrare significava ricominciare a pensare.
«Vieni,» disse il Duca. Non come ordine. Come quando si indica la direzione a qualcuno che si è perso.
Lo portò attraverso corridoi che Cameron non aveva mai percorso, corridoi di servizio, più stretti, meno illuminati, che odoravano di cera e pietra umida. L’acqua che gocciolava dai loro vestiti lasciava tracce sul pavimento. Nessuno dei due parlava. I passi risuonavano in modo diverso su quel pavimento, più nudo, meno ovattato dai tappeti del piano nobile.
Arrivarono in una stanza grande, calda, una stanza che Cameron non aveva mai visto, nell’ala privata del Duca. Il pavimento era di marmo scuro, il soffitto alto, e al centro della stanza c’erano due vasche di rame già piene, il vapore che saliva denso e profumato nell’aria. Rosmarino, sandalo, qualcosa di più dolce che Cameron non riuscì a identificare. Le candele erano accese su ogni superficie. Sul tavolino tra le vasche, due bottiglie di vino rosso già stappate e due bicchieri di cristallo.
Due cameriere stavano finendo di versare l’ultima brocca di acqua bollente. Il Duca fece loro un cenno con la testa. Uscirono senza una parola, chiudendo la porta.
Il Duca si tolse il mantello fradicio, cadde sul pavimento con un suono pesante, come qualcosa che aveva assorbito troppo. Poi cominciò a sbottonarsi la giacca, senza fretta, i movimenti di chi è abituato a fare le cose da solo. Guardò Cameron fermo sulla soglia, ancora bagnato e infangato, con quella stessa espressione di chi non si fida ancora del terreno sotto i piedi.
«Non è una trappola,» disse. La voce era bassa, quasi stanca. «È solo acqua calda. E ne hai bisogno, lo vedo.»
Si tolse la camicia bagnata. Si avvicinò alla prima vasca e vi entrò lentamente, l’acqua che saliva lungo i fianchi, il petto, fino alle spalle. Chiuse gli occhi per un secondo, non per effetto, solo stanchezza vera che trovava finalmente dove andare.
Poi aprì gli occhi e versò il vino in entrambi i bicchieri. Posò quello di Cameron sul bordo della seconda vasca, a portata di mano. Non disse altro.
Cameron rimase sulla soglia ancora un momento. Guardò la vasca, il vapore che saliva, il bicchiere di vino posato lì con quella cura quasi neutra. Poi guardò il Duca, immerso fino al petto, la testa appoggiata al bordo, gli occhi che lo aspettavano senza pressione.
Si spogliò. Stivali infangati, giacca, camicia bagnata. Ogni indumento che cadeva era qualcosa di pesante che smetteva di pesare. Quando rimase nudo esitò solo un istante, non per pudore, non con il Duca, non dopo tutto quello che era successo, poi entrò nella seconda vasca.
L’acqua bollente lo prese come qualcosa di violento e necessario insieme. Un suono involontario gli sfuggì, non gemito, qualcosa di meno costruito, più istintivo, il corpo che cedeva al calore dopo ore di freddo e fango e dolore sordo. Si immerse fino alle spalle. Chiuse gli occhi. Il vapore gli bagnava il viso, i capelli, scioglieva qualcosa nei muscoli che non sapeva di avere ancora contratto.
Rimase così per un tempo indefinito, il calore che penetrava nelle ossa, il profumo di rosmarino nell’aria, il silenzio della stanza rotto solo dal leggero sciabordio dell’acqua e dal crepitio lontano di un fuoco in un’altra stanza.
Il Duca non parlò. Non si avvicinò. Stava nella sua vasca e lasciava che il silenzio fosse quello che era, non un’arma, non una tattica. Solo silenzio.
Alla fine Cameron aprì gli occhi, prese il bicchiere di vino, bevve. Il vino era forte, corposo, scese caldo nello stomaco come una brace.
«Meglio?» chiese il Duca, la voce bassa e quasi distratta, gli occhi ancora semichiusi.
«Non fingere che ti importi.»
«Non sto fingendo.» Una pausa. «Hai cavalcato sotto la pioggia per quasi due ore. Hai le labbra viola. L’acqua calda aiuta, è fisiologia, non sentimento.»
Cameron quasi rise. Non lo fece, ma quasi, e questo era già qualcosa.
Bevve ancora. Il silenzio tornò, diverso da prima, più neutro, più abitabile. Come un accordo non detto tra due persone che hanno smesso, almeno per quella stanza, di cercare di vincere qualcosa.
Il Duca appoggiò la testa all’indietro contro il bordo della vasca. Il petto emergeva dall’acqua, arrossato per il calore. «Puoi stare zitto tutta la sera,» disse. «Non ti chiedo niente. Nemmeno stasera.»
Cameron guardò il vapore che saliva dalla superficie dell’acqua davanti a lui.
«Mi sento tradito,» disse alla fine.
Tre parole. Niente altro. Non parlò di Ambrose, non parlò della lettera, non parlò dei dieci anni. Le tre parole pesavano da sole abbastanza da non aver bisogno di spiegazioni intorno.
Il Duca non commentò. Aprì gli occhi, lo guardò attraverso il vapore, poi tornò a fissare il soffitto.
L’acqua fumava intorno a loro.
E Cameron, per la prima volta da quando era entrato in quella casa, non si sentiva solo una preda.
Si sentiva qualcosa di più scomodo e di più vero.
Si sentiva visto.

Cenarono nell’appartamento privato del Duca.
Un tavolo vicino al camino acceso, piatti coperti, pane fresco, una bottiglia di vino rosso, candele che diffondevano una luce bassa e calda. Niente di elaborato, niente che richiedesse commenti o apprezzamenti. Cameron si sedette, il Duca si sedette di fronte a lui, e per qualche minuto ci fu solo il suono delle posate e del fuoco e della pioggia contro i vetri.
Cameron mangiava lentamente, senza fretta, come se ogni boccone fosse una piccola tregua da onorare. Il cibo era buono, semplice, caldo, reale. Il tipo di cibo che non ha secondi fini.
Il Duca non lo pressava. Versava il vino quando il bicchiere si svuotava, passava il pane senza chiedere, non faceva domande. Ogni tanto i loro sguardi si incrociavano per un istante, poi si allontanavano, senza che nessuno dei due decidesse di farlo, come le cose che si fanno quando non si è ancora sicuri di cosa significhino.
Il vino aiutava. Era buono, corposo, e scendeva caldo nello stomaco con quella qualità delle cose che non chiedono niente in cambio. Cameron ne bevve più di quanto avesse previsto, non per ubriacarsi, ma perché il calore gli rendeva il silenzio meno pesante, o forse solo diversamente pesante, del tipo che si può portare invece di quello che schiaccia.
A un certo punto il Duca spezzò un pezzo di pane con le dita, lo masticò lentamente, disse quasi tra sé: «Piove ancora.»
«Si sente,» rispose Cameron.
Silenzio. Il fuoco crepitava. La pioggia batteva contro i vetri con quel ritmo monotono e ostinato che ha quando non ha intenzione di smettere presto.
«Hai cavalcato bene,» disse il Duca dopo un po’. «Anche sotto la pioggia. Soprattutto sotto la pioggia.»
Cameron alzò gli occhi per un secondo. «Non volevo tornare.»
Il Duca annuì appena, come se la risposta confermasse qualcosa che già sapeva. Non aggiunse altro. Versò ancora del vino.
La cena continuò così, poche parole, lunghi intervalli, il crepitio del fuoco e il rumore leggero della pioggia. Non era un silenzio ostile, non era nemmeno il silenzio studiato del Duca quando stava costruendo qualcosa. Era il silenzio di due persone stanche che hanno smesso, almeno per quella sera, di dover dimostrare niente.
Quando non rimase più niente da mangiare, rimase solo il vino e il fuoco che si abbassava lentamente e la pioggia fuori che non smetteva.
Il Duca si appoggiò allo schienale della sedia, il bicchiere mezzo pieno tra le dita, e guardò Cameron per un momento, senza pressione, senza sfida, con quella strana qualità di attenzione tranquilla che Cameron aveva imparato a distinguere dalle altre versioni della sua attenzione.
«C’è una stanza comunicante,» disse alla fine, la voce bassa. «Puoi dormire qui stanotte. O tornare nella tua, come preferisci.»
Cameron fissò il vino nel bicchiere. Il fuoco. La pioggia contro i vetri.
«Qui,» disse.
Il Duca non sorrise. Non mostrò niente di leggibile. Si alzò, finì il bicchiere, andò verso la porta della stanza comunicante. Si fermò un istante sulla soglia, le spalle ancora rivolte a Cameron.
«Grazie per non avermi insultato durante tutta la cena.»
Poi uscì.
Cameron rimase solo al tavolo. Il fuoco si stava spegnendo piano, la stanza che diventava più buia ai bordi. Il bicchiere era ancora mezzo pieno. Non lo finì.
Il silenzio adesso era diverso da tutti gli altri silenzi di quella casa. Non ostile. Non carico di qualcosa in attesa di esplodere. Solo sospeso, come un respiro trattenuto che non sa ancora se verrà rilasciato.
Cameron rimase seduto ancora qualche minuto, le mani sul tavolo, gli occhi sul fuoco che moriva.
Poi si alzò e andò a dormire.

La stanza comunicante era calda e silenziosa, le lenzuola profumavano di lavanda, il fuoco era acceso basso nel camino. Cameron si sdraiò nel buio e rimase sveglio.
Non per la stanza, la stanza era la cosa meno difficile da quella casa. Per quello che girava dentro, quel movimento lento e ostinato dei pensieri che non vogliono fermarsi quando si vorrebbe che si fermassero.
Dieci anni.
Il numero tornava senza che lo cercasse, come tornano le cose che non hanno ancora finito di essere guardate. Non come rimpianto, o non solo, come un peso che aveva portato così a lungo da non sentirlo più, e che adesso, improvvisamente posato, aveva lasciato un’impronta. La forma di qualcosa che non c’era più.
Pensò a sua madre, la tosse che peggiorava d’inverno, le medicine che costavano quanto due settimane di affitto, il modo in cui cercava di nascondere quanto fosse stanca. Pensò alle sue sorelle. Pensò al piccolo giardino sul retro di casa, a Londra, che d’estate aveva sempre qualcosa di fiorito anche quando il resto era trascurato perché nessuno aveva tempo.
Tutto questo era ancora lì. Tutto questo aveva ancora bisogno di lui.
Ma il modo in cui aveva sempre funzionato, Cameron come perno, come cinghia di trasmissione tra il mondo e le persone che amava, quel modo era finito con quattro righe di calligrafia elegante.
Si girò su un fianco. Il fuoco proiettava ombre sul soffitto.
Pensò al Duca nella stanza accanto, se dormisse davvero o se stesse fermo nel buio come lui. Pensò alle nocche bianche quando aveva ritratto la mano. Pensò a piove ancora detto a bassa voce come se fosse una cosa che valesse la pena dire. Pensò a grazie per non avermi insultato, quella piccola cosa strana, quasi affettuosa, quasi ironica, impossibile da decifrare del tutto.
Non capiva quell’uomo. Probabilmente non lo avrebbe capito del tutto, forse non era possibile, forse non era questo il punto.
Il punto era che era ancora lì.
Non perché non potesse andarsene, non perché non avesse alternative, non perché la lettera di Ambrose avesse spento qualcosa che adesso si poteva riempire con qualsiasi altra cosa. Il punto era più scomodo di così, meno ordinato, più difficile da tenere in mano senza farlo cadere.
Era lì perché aveva scelto di esserlo.
Il fuoco crepitò piano.
Cameron aprì gli occhi nel buio.
La solitudine era lì, reale e pesante, ma era diversa da come l’aveva conosciuta prima. Non era la solitudine di chi è stato lasciato, era la solitudine di chi si è fermato abbastanza a lungo da sentire il proprio respiro senza il rumore di qualcun altro intorno. Strana, scomoda, con i bordi ancora irregolari.
Ma era sua.
Chiuse gli occhi.
Il sonno arrivò tardi, piano, senza avvertire, come arrivano le cose che smettono di essere aspettate.

Capitolo 8

«Ti lascerò andare. Non ho intenzione di tenerti prigioniero per sempre.» Fece una pausa. «Ma non oggi. E nemmeno domani.»

La mattina arrivò grigia e silenziosa.
Cameron si svegliò di scatto quando sentì la porta della stanza comunicante aprirsi piano. Si mise seduto sul letto, il cuore che batteva forte, ancora mezzo intrappolato tra sonno e diffidenza.
Non era il Duca.
Era il cameriere biondo, quello che aveva visto nel letto, quello che aveva finto di essere Ambrose. Adesso indossava una livrea semplice, ma elegante, i capelli chiari ordinati, un sorriso sfacciato sulle labbra. Portava un vassoio con la colazione: caffè caldo, pane tostato, uova, frutta, un piccolo vaso con un fiore fresco.
«Buongiorno,» disse con voce troppo vivace per quell’ora. «Il Duca ha detto di lasciarvi dormire, ma ho pensato che aveste fame.»
Posò il vassoio sul comodino e rimase lì, in piedi accanto al letto, squadrando Cameron senza alcun imbarazzo.
«Puoi posare e andare,» disse Cameron, secco.
Il cameriere non si mosse. Inclinò la testa, osservandolo con un sorrisetto curioso.
«Quindi siete voi il famoso Cameron.» Lo disse con un tono leggero, quasi divertito. «Ieri sera non ho avuto modo di presentarmi. Mi chiamo Elias.»
Fece un passo più vicino, gli occhi che brillavano di malizia.
«Devo dire che da vicino siete ancora più interessante. Il Duca ha buon gusto.»
Cameron lo fissò in silenzio, senza rispondere.
Elias non si lasciò scoraggiare. Si appoggiò con una mano alla colonnina del letto, chinandosi leggermente.
«Sapete, quando vi ho visto ieri sera nella stanza… ho pensato che il Duca avesse finalmente trovato qualcuno capace di tenergli testa.» Un sorrisetto eloquente. «E stamattina, vedendovi qui… be’, ho immaginato che la notte fosse stata intensa.»
Si avvicinò ancora, la voce che diventava un sussurro giocoso: «Se mai vi servisse compagnia… io sono qui. E non sono timido come sembro.»
Allungò una mano e sfiorò con un dito il bordo della coperta, proprio sopra il petto di Cameron.
Cameron gli afferrò il polso con forza, fermandolo di colpo. Gli occhi erano freddi, duri.
«Togliti di dosso,» disse piano. «E non azzardarti mai più a toccarmi.»
Elias non sembrò spaventato. Il sorriso si allargò, divertito.
«Peccato,» mormorò. «Siete proprio il tipo che mi piace.»
Si raddrizzò con grazia, liberando il polso con delicatezza. «La colazione è servita. Il Duca vi aspetta nel salottino tra un’ora.»
Sulla soglia si voltò un’ultima volta e gli fece l’occhiolino.
«Se cambiate idea… sapete dove trovarmi.»
La porta si chiuse.
Cameron rimase seduto sul letto. Quel ragazzo gli aveva lasciato addosso una sensazione viscida, come se qualcuno gli avesse sfiorato l’anima con dita troppo curiose.
Si alzò. Si vestì. Ogni indumento sembrava una piccola armatura che si stava rimettendo addosso dopo averla persa la sera prima.

Il salottino privato del Duca era una stanza calda con grandi finestre che davano sul parco ancora umido. Il camino era acceso. Sul tavolo rotondo una colazione leggera: caffè, pane tostato con burro, marmellata, uova, frutta.
Il Duca era in piedi vicino alla finestra, di spalle, una tazza di caffè in mano. Quando Cameron entrò, si voltò.
Per un momento nessuno dei due parlò.
Poi il Duca indicò il tavolo.
«Siediti. Mangia.»
Cameron si sedette, versò del caffè nero, cominciò a mangiare in silenzio senza guardarlo. Il Duca si accomodò di fronte a lui, sorseggiando il caffè con calma.
Dopo qualche minuto, fu il Duca a parlare per primo.
«Oggi non ci saranno catene. Non ci sarà laudano. Non ci sarà nessun giochetto.» Posò la tazza. «Voglio solo parlare. E voglio che tu mi ascolti.»
Cameron alzò gli occhi, lo sguardo diffidente e stanco.
«Ieri sera hai detto che non ti avrei mai avuto davvero,» continuò il Duca. «Allora oggi ti propongo qualcosa di diverso. Niente sesso, niente violenza, niente ricatti. Solo una giornata in cui non sei né il mio prigioniero né il mio giocattolo.» Una pausa. «Voglio vedere chi sei quando non stai combattendo per sopravvivere.»
Cameron rimase in silenzio per un lungo momento, rigirando il cucchiaino nel caffè ormai tiepido. Poi alzò lo sguardo.
«Quando avete intenzione di lasciarmi andare?»
Il Duca non rispose subito.
«La vostra ospitalità è squisita,» continuò Cameron, la voce bassa e ironica. «Il cibo, il vino, le vasche calde, le passeggiate a cavallo sotto la pioggia. Un vero paradiso per prigionieri.» Si appoggiò allo schienale. «Ma ho una famiglia a cui provvedere. Mia madre e quattro sorelle. E a quanto pare, da ieri, non ho più un lavoro.»
Il Duca posò la tazza. Per qualche secondo non disse niente, limitandosi a osservarlo con quello sguardo calmo che sembrava vedere troppo.
«Quindi è questo che ti preoccupa davvero,» disse alla fine. «Il denaro. La famiglia. Il futuro.»
Si alzò, andò verso la finestra, diede le spalle a Cameron per un momento. Quando si voltò, il viso era serio.
«Ti lascerò andare. Non ho intenzione di tenerti prigioniero per sempre.» Fece una pausa. «Ma non oggi. E nemmeno domani.»
Cameron strinse la mascella.
«Hai passato dieci anni a servire un uomo che ti ha scaricato con quattro righe,» continuò il Duca. «Hai diritto a un po’ di tempo per capire cosa vuoi fare della tua vita.» Si avvicinò al tavolo. «E io ho bisogno di tempo per capire se quello che voglio da te è solo un capriccio… o qualcosa di più.»
«E nel frattempo dovrei stare qui a farvi da passatempo?»
«No.» Il Duca si fermò davanti a lui. «Nel frattempo puoi girare per la tenuta, leggere, cavalcare, pensare. Ma non ti lascerò andare finché non sarò sicuro che quando uscirai da quel cancello, non tornerai indietro solo perché non hai altro posto dove andare.»
Cameron posò lentamente il cucchiaino nel piattino.
«Non pretendevo che avreste capito,» disse piano. «Uno come voi non ha mai dovuto preoccuparsi di pagare l’affitto, di assicurare le medicine a chi sta male, di mettere qualcosa sulla tavola per chi dipende da te.»
Alzò lo sguardo, non con astio, con qualcosa di più pesante e più reale.
«Quando uscirò da quel cancello, lo farò prima di tutto perché non posso permettermi di non farlo. Riuscite a capirlo?»
Il Duca rimase in silenzio per un momento. Poi disse, la voce bassa e sorprendentemente seria: «Capisco che hai quattro sorelle e una madre che dipendono da te. Capisco che il tuo mondo non è mai stato fatto di manieri e cavalli.»
Si chinò leggermente in avanti.
«Ma capisco anche che sei disposto a tutto pur di proteggerli. Anche a restare qui. Anche a lasciarti toccare da me. Anche a fingere che sia solo un accordo di convenienza.»
Cameron non abbassò lo sguardo.
Il Duca continuò, la voce più bassa: «Allora facciamo così. Ti darò denaro sufficiente per tua madre, per le medicine, per le tue sorelle, abbastanza per un anno almeno. Nessuna condizione scritta. Solo la mia parola.» Una pausa. «In cambio, resti qui qualche settimana. Non come prigioniero, non come amante. Solo per vedere cosa succede tra noi quando non siamo più nemici.»
Si raddrizzò.
«Nessuna violenza. Nessuna coercizione. Solo tempo. Puoi accettare?»
Cameron rimase seduto, il caffè freddo davanti a lui.
Per un lungo momento non disse niente. Dentro di lui qualcosa si era inceppato, quella parte piccola e folle che aveva ascoltato le parole del Duca e aveva pensato, anche solo per un secondo, e se accettassi? La stessa parte che lo disgustava più di qualsiasi altra cosa.
Alzò gli occhi sul Duca.
«Mi fate schifo,» disse. La voce era bassa, quasi quieta. Non era un insulto, era una constatazione. «Mi fate schifo perché mi state facendo prendere in considerazione qualcosa che non dovrei nemmeno pensare.»
Il Duca non rispose. Rimase fermo, in silenzio, lasciando che le parole restassero nell’aria.
Cameron abbassò lo sguardo sul tavolo. Lo rialzò.
«Va bene,» disse alla fine. «Accetto.»
Le parole gli uscirono pesanti, come se ogni sillaba costasse qualcosa. «Prenderò il vostro denaro. Resterò il tempo che avete chiesto. Ma non illudetevi, non sto vendendo me stesso. Sto comprando tempo per le persone che dipendono da me. Niente di più.»
Il Duca lo guardò per un lungo momento. Non c’era trionfo sul suo viso, solo quella quieta attenzione che Cameron stava ancora imparando a leggere.
«Capisco,» disse piano.
Si alzò, andò verso la porta. Si fermò sulla soglia con la mano sul battente, non voltandosi del tutto, la voce che arrivava di spalle, quasi neutra: «Non pensare che questo sia generosità, Cameron. Non lo so ancora nemmeno io cosa sia.»
La porta si chiuse.
Cameron rimase solo nella stanza.
Si passò una mano sul viso.
Aveva appena accettato di restare, non per lui, si disse. Per sua madre, per Eleanor e Charlotte e Beatrice e Clara. Per l’affitto e le medicine e tutto quello che non smetteva di esistere solo perché lui era finito in questa casa.
Eppure quella piccola parte traditrice era ancora lì, silenziosa e ostinata, che non sembrava del tutto sicura che fosse solo questo.

La giornata passò in una strana quiete sospesa.
Cameron camminò. Non con uno scopo, senza meta, senza le guardie troppo vicine, solo il rumore degli stivali sulla ghiaia e l’aria fredda che entrava nei polmoni con quella pulizia particolare dei giorni senza sole. Il parco era silenzioso, gli alberi fermi, il lago artificiale piatto e scuro come uno specchio che non riflette niente di utile.
Nel pomeriggio prese un cavallo e lo spinse al galoppo finché entrambi non furono esausti. Non era fuga, o non era solo fuga. Era il bisogno fisico di sentire qualcosa che non fosse il pensiero, il corpo che lavorava invece della testa, il vento che tagliava abbastanza forte da coprire tutto il resto.
Quando rientrò, si sedette in biblioteca con un libro in mano che non lesse. Le parole scivolavano via senza lasciare traccia. Mangiò poco, bevve acqua invece del vino che gli avevano portato, guardò il fuoco spegnersi lentamente senza fare niente per tenerlo vivo.
Il Duca non si fece vedere per tutto il giorno. Un valletto riferì in modo neutro che sarebbe stato ospite da un vicino per la serata. Cameron incassò l’informazione senza chiedersi troppo cosa sentisse a riguardo.
Verso sera il calore del camino e la stanchezza accumulata lo presero di sorpresa, si addormentò sulla poltrona con il libro ancora sulle ginocchia, la testa reclinata di lato, il respiro che si faceva più lento senza che se ne accorgesse.

Quando riaprì gli occhi la stanza era immersa nella penombra. Il fuoco si era abbassato, la lampada a olio sul tavolo proiettava una luce bassa e calda sugli scaffali. Cameron rimase fermo un secondo, ancora a metà tra il sonno e la veglia, e impiegò un momento a capire di non essere solo.
Il Duca era seduto sulla poltrona di fronte a lui.
Immobile, le gambe accavallate, un bicchiere di brandy tra le dita. Lo stava guardando, non con la fame predatoria che Cameron aveva imparato a riconoscere, con qualcosa di più quieto. Come si guarda qualcosa che si ha il lusso di guardare perché non sta scappando.
Cameron si raddrizzò lentamente, si passò una mano sul viso.
«Hai dormito,» disse il Duca. La voce era bassa, quasi neutra. «Sembri diverso quando dormi.»
«Diverso come?»
«Meno armato.»
Cameron non rispose. Si sistemò la veste da camera che si era aperta sul petto e cercò il bicchiere che qualcuno, il Duca, probabilmente, aveva posato sul tavolino accanto a lui. Lo prese. Brandy, non vino.
«Avete passato una serata proficua?» chiese.
Il Duca inclinò la testa, un sorriso piccolo e stanco. «Dipende da cosa intendi.» Bevve un sorso. «Sono stato da Lord Harrington. Tre figlie in età da marito, tutte estremamente interessate al fatto che io sia ancora scapolo.»
«Immagino.»
«È stato estenuante.» Lo disse senza ironia, solo un fatto. «Ogni domanda era una freccia. Ogni sorriso, un calcolo. Per due ore ho dovuto essere esattamente quello che volevano che io fossi.» Si appoggiò allo schienale, lo sguardo che scivolava per un momento verso il fuoco. «Di solito sono io quello che caccia. È strano trovarsi dall’altra parte.»
Cameron lo guardò in silenzio. C’era qualcosa in quel racconto quasi involontario che rendeva il Duca semplicemente un uomo stanco di una cena difficile. Non più pericoloso di così, non meno reale.
«E tu?» chiese il Duca. «Come hai passato la serata?»
Cameron fissò il brandy nel bicchiere.
«Non sono abituato a non avere niente da fare,» disse alla fine. La voce era bassa, senza la solita durezza. «Da quando ho memoria c’era sempre qualcuno che aveva bisogno di qualcosa. Ambrose, mia madre, le mie sorelle. Il mio tempo non è mai stato mio.»
Fece una pausa.
«Oggi ho cavalcato, ho camminato, ho tenuto in mano un libro senza leggerlo. Nessuno che mi chiamasse. È strano, ho troppo tempo per me stesso e non so ancora cosa farne.»
Il Duca lo ascoltava senza interrompere, senza il solito calcolo negli occhi.
«È come aver portato un peso per così tanto tempo da non sentirlo più,» continuò Cameron. «E poi qualcuno te lo toglie. E non sai ancora se ti senti più leggero o solo vuoto.»
Il silenzio che seguì era quello delle cose dette per la prima volta.
«Forse è questo il punto,» disse il Duca, sottovoce. Non come risposta, come osservazione. Come se stesse pensando ad alta voce qualcosa che non aveva ancora deciso di condividere.
Cameron alzò gli occhi sugli scaffali, le file ordinate di libri, le volte alte, la luce del fuoco che si muoveva sulle dorature dei volumi.
«La vostra biblioteca è bellissima,» disse. Non come complimento, come constatazione, la prima cosa vera che si diceva quando non si sa più cosa dire.
«Mio padre la considerava un ornamento,» rispose il Duca. «Io ci ho passato molte notti. A volte leggendo, a volte solo seduto qui.» Un piccolo gesto vago verso la stanza. «Puoi venire quando vuoi. Non serve chiedere permesso.»
Cameron annuì appena. Non ringraziò, ma accettò, e il Duca lo sapeva.
Il fuoco si era ridotto a braci. Nessuno dei due si alzò per riattizzarlo.
Fu il Duca a muoversi per primo, alla fine, lentamente, come se avesse bisogno di un momento per tornare in piedi dopo quella quiete. «Si è fatto tardi.»
Cameron si alzò a sua volta. Si avviarono verso la porta.
Sulla soglia il Duca si fermò. «Domani mattina vorrei che uscissi a cavallo con me. Voglio mostrarti i confini della proprietà.» Una pausa breve. «Non è un ordine.»
Cameron lo guardò per un secondo, cercando la trappola, non trovandola. «Va bene,» disse. «Uscirò con voi.»
Il Duca annuì. «Alle nove nel cortile.»
«Buonanotte.»
«Buonanotte.»
La porta si chiuse piano.
Cameron rimase solo nella biblioteca, il fuoco quasi spento, il bicchiere di brandy ancora mezzo pieno in mano.
Domani avrebbe cavalcato con lui. Non come prigioniero, non come ostaggio, come qualcuno che il Duca voleva avere accanto. E Cameron, per la prima volta, non sapeva con certezza se quello lo infastidisse del tutto.
Posò il bicchiere e uscì dalla stanza senza voltarsi.

Capitolo 9

«Stai cercando di immaginarmi più giovane? Con meno rughe e più illusioni?»
«Non riesco a immaginarvi diverso da come siete adesso. Sembra che siate nato già così… controllato. Come se la maschera e il viso fossero la stessa cosa.»

Il mattino dopo era limpido e freddo, con quel tipo di luce pallida che annuncia la primavera senza ancora concederla, una luce che illumina senza scaldare, che rivela tutto senza dare niente.
Cameron si svegliò presto, prima che qualcuno venisse a chiamarlo. Si vestì con cura: camicia bianca pulita, giacca scura da equitazione, pantaloni robusti e stivali. Non era la cura di chi vuole piacere, ma quella più silenziosa di chi ha bisogno di sentirsi integro. Non voleva apparire né elegante né trasandato. Solo… pronto.
Quando scese nel cortile alle nove in punto, il Duca era già lì.
Indossava una redingote nera da cavallo, i capelli perfettamente pettinati, l’aria di chi ha dormito bene e non ha motivo di aspettarsi che la giornata lo deluda. Due cavalli sellati li aspettavano: il baio robusto che Cameron aveva cavalcato il giorno prima, e lo stallone nero del Duca, fermo e composto come il suo padrone.
Il Duca lo guardò arrivare e fece un piccolo cenno d’approvazione, il tipo di cenno che si riserva a qualcosa che si aspettava e che non ha deluso.
«Buongiorno,» disse semplicemente. «Sei puntuale.»
Cameron annuì, senza sorridere. «Andiamo?»
Il Duca montò in sella con eleganza fluida, senza sforzo visibile, come se il movimento non richiedesse nessuna deliberazione. Cameron fece lo stesso.
Partirono al passo, uscendo dal cortile e dirigendosi verso i confini occidentali della proprietà. Il Duca non forzava la conversazione. Cavalcarono in silenzio per i primi minuti, il rumore degli zoccoli sul terreno umido, l’odore di terra e d’erba bagnata, il respiro dei cavalli che si condensava nell’aria fredda. Era un silenzio diverso da quello del maniero, meno carico, più aperto. Come se la vastità del paesaggio ne diluisse il peso.
Solo dopo aver superato il lago artificiale, dove l’acqua rifletteva il cielo bianco senza distorcerlo, il Duca parlò:
«Oggi non ci sono guardie,» disse, guardando dritto davanti a sé. «Non ci sono limiti precisi. Puoi andare dove vuoi. Se vorrai tornare indietro da solo, potrai farlo.»
Cameron gli lanciò un’occhiata di traverso, senza rispondere. La diffidenza era ancora lì, automatica come un riflesso, ma aveva imparato, nelle settimane trascorse in quella casa, che il Duca diceva raramente cose che non intendesse.
Il Duca continuò, con voce calma: «Voglio mostrarti i confini della tenuta. Ci sono boschi, un vecchio mulino abbandonato, e un punto alto da cui si vede quasi tutta la proprietà. Poi, se ti va, possiamo arrivare fino al villaggio. Non è grande, ma ha una locanda decente.»
Fece una pausa. Quando aggiunse altro, la voce si era abbassata di qualche tono, come se la frase costasse qualcosa di diverso dalle altre: «Oggi non ti chiedo niente. Non ti provoco. Non ti tocco. Solo… cavalchiamo.»
Cameron non rispose subito. Teneva le redini con presa salda, lo sguardo fisso sul sentiero che si apriva davanti a loro tra campi ancora umidi di rugiada. Le parole del Duca erano semplici. Troppo semplici, forse, per essere una trappola. O forse era proprio questo il punto.
Dopo un po’, disse soltanto: «Va bene.»
Il Duca annuì, apparentemente soddisfatto della risposta minima. Non insistette, non ringraziò, non commentò. Si limitò a guidare il cavallo nella stessa direzione di prima.
Continuarono uno accanto all’altro, il silenzio tra loro non più ostile, ma ancora carico di tutto ciò che non era stato detto. Il sole saliva lentamente nel cielo, illuminando i campi con quella luce invernale che rende tutto più nitido e insieme più fragile.
Per la prima volta da quando era arrivato, Cameron non si sentiva un prigioniero.
Si sentiva… un ospite. E questa sensazione, invece di tranquillizzarlo, lo rendeva stranamente inquieto. Come se accettarla significasse perdere qualcosa, un confine, una certezza, qualcosa che fino ad allora lo aveva tenuto in piedi.
Cavalcarono per un po’ in silenzio, il ritmo cadenzato dei cavalli che diventava quasi ipnotico, i corpi che si adattavano al passo senza doverci pensare. Era quella specie di tregua che i movimenti fisici sanno costruire, un’occupazione abbastanza concreta da tenere la mente a bada.
Il Duca fu il primo a parlare, con voce calma, quasi casuale, come se riprendesse un discorso interrotto e non uno che non era ancora iniziato:
«Hai detto che hai quattro sorelle.»
Cameron annuì appena, senza guardarlo.
Il Duca continuò, lo sguardo fisso sul sentiero davanti a loro: «Sono tutte in età da marito, come le figlie di Harrington?»
Cameron esitò. La domanda era innocua in superficie, quasi ovvia, il tipo di cosa che si chiede per fare conversazione. Ma toccava un territorio che aveva imparato a tenere lontano da tutto ciò che riguardava quel posto, quell’uomo, quella situazione. La famiglia era qualcosa di separato. Pulito. Non voleva portarla tra loro .
Per qualche secondo non rispose, le redini strette tra le dita.
Poi, con voce bassa e un po’ guardinga, disse: «…Sì.»
Il Duca non insistette. Lasciò che il silenzio si allungasse ancora per qualche minuto, lasciò spazio, come aveva imparato a fare, come se sapesse che spingere non avrebbe ottenuto niente mentre aspettare, a volte, otteneva tutto.
Alla fine Cameron sospirò piano, un suono sommesso che non aveva deciso di fare, e disse, come se si fosse arreso non al Duca, ma a qualcosa di più interno:
«La più giovane ha sedici anni. Si chiama Clara. È ancora una bambina, ma già si preoccupa per tutti, per me, per le sorelle, per nostra madre. Come se avesse capito troppo presto che il mondo richiede attenzione.» Fece una pausa. «La più grande ne ha venticinque e si chiama Eleanor. Fa l’istitutrice presso una famiglia aristocratica vicino a Oxford. È la più responsabile… e la più testarda.»
Un piccolo sorriso gli sfiorò le labbra senza che se ne accorgesse. «In questo ci somigliamo, forse.»
«Poi c’è Charlotte, ventidue anni. Ha una voce bellissima, canta come se non ci fosse nessun altro nella stanza, e probabilmente lo pensa davvero. E infine Beatrice, diciannove anni. La più vivace. Quella che mi fa impazzire di preoccupazione, perché non sta mai ferma e pensa che il mondo sia un posto più generoso di quanto sia.»
Cameron guardò per un momento il paesaggio che si apriva ai lati del sentiero, i campi, i boschi lontani, il profilo della collina. La voce gli si era addolcita senza che lo avesse deciso.
«Da quando nostro padre è morto, sono io l’uomo di casa. Avevo diciassette anni all’epoca. Non ero pronto.» Una pausa. «Ma non avevo scelta, quindi ho smesso di pensare se ero pronto e ho fatto quello che c’era da fare.»
Fece un respiro lento, poi aggiunse, con una sincerità che non era cercata: «Ciascuna di loro è speciale. Non sono un dovere, o non solo. Sono… tutto ciò che mi resta di buono.»
Il Duca lo aveva ascoltato senza interrompere, senza commenti ironici, senza la piccola nota di malizia che di solito era presente anche nei suoi silenzi. Per una volta sembrava davvero interessato, non a ottenere qualcosa, non a trovare un punto debole, ma solo ad ascoltare.
Cameron scosse leggermente la testa, quasi sorpreso di aver parlato così tanto. «Non sono abituato a parlarne,» ammise piano. «Di solito tengo queste cose per me.»
Il Duca lo guardò di traverso, con un’espressione stranamente seria. «Grazie per avermelo detto,» disse semplicemente.
Nient’altro. Nessuna domanda, nessun commento, nessun tentativo di usare quelle informazioni per qualcosa. Solo questo.
Continuarono a cavalcare uno accanto all’altro, il silenzio tornato tra loro, ma questa volta meno pesante.
E Cameron, per la prima volta, si rese conto di aver appena condiviso qualcosa di vero con l’uomo che lo teneva prigioniero. Non come mossa. Non per necessità. Solo… perché gli era stato chiesto, e per una volta non aveva trovato motivo di rifiutare.
Dopo un po’, quasi controvoglia, mormorò: «Clara mi chiama ancora “il mio eroe”. Anche se ha sedici anni.»
Il Duca sorrise appena, senza guardarlo. «Lo immaginavo.»
Cavalcarono ancora qualche minuto in silenzio, il villaggio che cominciava a intravedersi in lontananza come una macchia scura nella valle. Poi il Duca parlò di nuovo, con la stessa voce misurata, curiosa senza essere invadente: «Tua madre… come sta? È in buona salute?»
Cameron esitò un istante. Era una domanda semplice, concreta, il tipo di domanda che si fa e a cui si risponde senza pensarci. Ma venendo da quell’uomo, in quella mattina, aveva un peso diverso.
«Ha la tosse cronica da anni,» rispose alla fine. «L’inverno è sempre difficile per lei. Ma resiste. È una donna che ha imparato a resistere.»
Il Duca annuì. «E la casa? Dove vivete?»
«Una piccola casa a nord di Londra, vicino a Islington. Non è grande, ma è nostra. Due piani, un giardino sul retro. Sufficiente per noi cinque.» Fece una pausa. «Sufficiente, se si sa accontentarsi. E noi abbiamo imparato.»
Il Duca continuò, con una gentilezza che sembrava quasi sincera: «E le tue sorelle? Come sono fatte? Somigliano a te?»
Cameron gli lanciò un’occhiata sospettosa, ma rispose comunque: «Eleanor è la più alta, capelli castani chiari, occhi verdi. Molto seria. Charlotte ha i capelli più scuri, quasi come i miei, ed è la più bella, lo sa e lo usa con discrezione, il che è peggio. Beatrice è piccola e piena di energia, con le lentiggini sul naso. Clara invece è ancora quasi una bambina, bionda come nostro padre.»
Fece una pausa, poi chiese, con un velo di sospetto nella voce: «Perché tutta questa curiosità?»
Il Duca voltò leggermente la testa verso di lui. Il suo sguardo era tranquillo, quasi pensoso, senza l’ombra del gioco che di solito abitava i suoi silenzi.
«Voglio provare a immaginarti,» rispose, con una sincerità che Cameron non si aspettava. «Voglio vederti nella tua casa, tra quelle quattro ragazze che probabilmente ti adorano e ti fanno impazzire in egual misura. Voglio immaginare come sei quando non sei arrabbiato, quando non devi combattere contro di me. Quando sei semplicemente… il fratello maggiore.»
Fece una breve pausa, e quando riprese la voce era più bassa, più privata: «Forse perché è l’unico modo che ho per conoscerti davvero. Al di là di tutto questo.»
Cameron non rispose subito. Continuò a guardare davanti a sé, il viso teso, le mani ferme sulle redini. Dentro sentiva qualcosa di strano, una piccola crepa nella corazza che si era costruito, non abbastanza grande da cedere, ma abbastanza da far passare luce.
Il Duca non insistette. Lasciò che il silenzio tornasse, rotto solo dal ritmo degli zoccoli sul terreno.
Il villaggio apparve dopo una curva del sentiero, annidato in una piccola valle come qualcosa che non volesse essere trovato. Era minuscolo: una ventina di case di pietra con i tetti di ardesia lucida per l’umidità, una chiesa con il campanile basso, una locanda con l’insegna di legno che dondolava nel vento, e poche botteghe lungo la strada principale. Non era un posto ricco. Ma aveva un’aria ordinata, tenuta, il tipo di dignità sobria che appartiene a chi non ha molto ma cura ciò che ha.
Qualche contadino salutò il Duca con un cenno del capo mentre passavano. Lui rispose con un breve sorriso, senza fermarsi, il sorriso di chi è abituato ad essere riconosciuto e non ci pensa più.
Smontarono davanti alla locanda. L’insegna diceva “The Blackthorn Arms” in lettere ormai sbiadite. Un ragazzo di stalla si precipitò a prendere i cavalli con la fretta di chi sa che la mancia dipende dalla velocità.
Il Duca si tolse i guanti, li infilò nella tasca della giacca. «Qui si mangia bene,» disse. «Soprattutto lo stufato di agnello. Niente di raffinato, ma onesto.»
Cameron annuì senza entusiasmo. Si sentiva stranamente esposto, camminare accanto al Duca in un luogo pubblico come se fossero due gentiluomini qualsiasi in gita, come se quella normalità fosse una recita, e lui non conoscesse le battute.
Entrarono nella locanda. L’interno era caldo, odorava di legno bruciato, birra e pane appena sfornato, odori concreti, familiari, che non avevano niente a che fare con il maniero e con tutto ciò che il maniero conteneva. Il locandiere, un uomo robusto con i baffi grigi e le guance rosse, si illuminò nel vedere il Duca.
«Vostra Grazia! Che onore. Il solito tavolo?»
«Grazie, Thomas. E porta qualcosa di caldo per il mio ospite.»
Li accompagnarono a un tavolo vicino al camino, appartato dalla confusione del locale. Cameron si sedette con una certa rigidità, ancora diffidente. Il Duca invece sembrava perfettamente a suo agio, il tipo di persona che porta con sé il proprio territorio ovunque vada.
Ordinarono: stufato di agnello con verdure, pane fresco, formaggio, due boccali di birra scura.
Mentre aspettavano, il Duca si appoggiò allo schienale e lo guardò. «Qui nessuno sa chi sei,» disse piano. «Per loro sei solo un mio ospite. Nessuno ti guarderà con sospetto.»
Cameron non rispose subito. Prese il boccale che gli avevano portato e bevve un sorso. La birra era forte, amara, buona. «Strano,» mormorò infine. «Camminare per strada senza dovermi guardare le spalle.»
Il Duca annuì, ma non commentò.
Quando arrivò lo stufato, mangiarono in un silenzio quasi confortevole. Cameron scoprì di avere più fame di quanto pensasse. Il cibo era semplice e caldo, il tipo di cibo che non cerca di essere altro da quello che è.
A un certo punto, una bambina di circa otto anni si avvicinò timidamente al tavolo, capelli scuri arruffati, grembiule macchiato, una striscia di carta da imballaggio in mano e una matita tenuta come un oggetto prezioso.
«Per favore, signore… posso avere un disegno del vostro cavallo?» chiese al Duca, arrossendo fino alle orecchie.
Il Duca sorrise, un sorriso vero, senza calcolo, il tipo di sorriso che Cameron non gli aveva ancora visto. Prese la matita e, in pochi tratti rapidi e sicuri, disegnò uno schizzo sorprendentemente buono dello stallone nero, criniera e tutto.
La bambina se ne andò saltellando, felice, stringendo il foglio contro il petto.
Cameron lo guardò. «Non vi facevo capace di disegnare,» disse piano.
Il Duca scrollò le spalle. «Ho molti difetti. Ma so disegnare decentemente.» Fece una pausa, poi lo guardò con un mezzo sorriso. «E tu? Hai qualche talento nascosto, oltre a essere insopportabilmente testardo?»
Cameron non rispose subito. Bevve un altro sorso di birra, poi disse, quasi controvoglia: «So suonare un po’ il violino. Mia madre me l’ha insegnato da bambino. Ma non lo faccio da anni.»
Il Duca lo guardò con interesse genuino, senza ironia. «Mi piacerebbe sentirti, un giorno.»
Cameron abbassò lo sguardo sul piatto. «Non cantate vittoria troppo presto,» mormorò.
Ma il tono non era ostile. Era solo stanco, quella specie di stanchezza morbida che arriva quando si smette per un momento di combattere e ci si accorge di quanto pesasse.
Mangiarono in silenzio per un po’, il rumore della locanda che faceva da sottofondo, voci lontane, il crepitio del fuoco, il tintinnio dei boccali. Poi, inaspettatamente, fu Cameron a rompere il silenzio.
«Posso farvi una domanda?»
Il Duca alzò lo sguardo dal piatto, sorpreso, ma incuriosito. «Certo.»
«Quando avete ereditato il titolo?»
Il Duca posò la forchetta. Si appoggiò leggermente allo schienale, come se la domanda richiedesse più spazio del solito. «A ventitré anni. Mio padre morì improvvisamente, un attacco di cuore, di notte, senza avvertire. Non c’è stato molto tempo per prepararmi.»
Cameron annuì. «Avete fratelli o sorelle?»
«Una sorella maggiore. Vive in Scozia con il marito e tre figli. Non ci vediamo spesso.» Una pausa breve, neutra. «Non abbiamo mai avuto molto da dirci.»
Cameron bevve un sorso di birra, poi fece la domanda che gli bruciava di più: «E perché non vi siete mai sposato?»
Il Duca lo guardò per un lungo momento. Poi, lentamente, un sorriso gli curvò le labbra, non crudele, non del tutto malizioso, ma con quella nota sotto che Cameron aveva imparato a riconoscere.
«Perché non ho ancora trovato una donna che mi interessi abbastanza per sopportarla per tutta la vita,» rispose con tono leggero. «O forse perché sono troppo esigente. O troppo egoista. O semplicemente perché mi diverto di più a far innervosire i miei vicini presentandomi alle cene da solo e lasciando che si chiedano il perché.»
Si chinò leggermente in avanti, gli occhi che brillavano. «Perché? Stai cercando di immaginarmi più giovane? Con meno rughe e più illusioni?»
Cameron distolse lo sguardo, un po’ a disagio.
«Non riesco a immaginarvi diverso da come siete adesso,» ammise con sincerità. «Sembra che siate nato già così… controllato. Come se la maschera e il viso fossero la stessa cosa.»
Il Duca rise piano, un suono basso, caldo, che Cameron non riuscì a catalogare tra quelli che conosceva.
«Oh, ero molto peggio da giovane. Più impulsivo. Più arrogante, se ci riesci a crederlo. Credevo che il mondo mi dovesse tutto solo per il mio cognome.»
Si versò altro vino nel bicchiere, ne offrì anche a Cameron con un gesto che non aspettava risposta. «Poi ho capito che il potere vero non sta nel titolo. Sta nel capire cosa vuole davvero la persona che hai di fronte… e nel decidere se darglielo o no.»
Guardò Cameron con un’intensità che si accese all’improvviso, la voce che si abbassava: «E tu, Cameron? Cosa vuoi davvero, adesso che non hai più Ambrose a cui pensare?»
Cameron non rispose subito. Bevve un sorso di birra per prendere tempo. Il Duca sorrise di nuovo, più dolce, quasi provocatorio.
«Vedi? Non sei l’unico che sa fare domande.»
Cameron posò il boccale. La voce che uscì era bassa, senza ornamenti: «Non lo so più.»
Fece una piccola pausa, come se stesse cercando le parole giuste in un posto dove non le aveva mai messe. «Per dieci anni ho saputo esattamente cosa dovevo fare: proteggere Ambrose, anticipare i suoi bisogni, tenerlo lontano dai guai. La mia vita aveva uno scopo chiaro. Era sufficiente. Era abbastanza.»
Scosse leggermente la testa. «Ora non ho più niente da proteggere. Non ho più un lavoro. Non ho più un posto dove tornare che non sia solo un tetto sopra la testa.» Una pausa. «E questo mi fa sentire perso in un modo che non so come spiegare. Come trovarsi in una stanza senza porte che conosci.»
Il Duca lo ascoltò in silenzio. Non intervenne subito, lasciò che le parole si depositassero, come si lascia depositare qualcosa di fragile. Poi disse, con voce misurata:
«Dieci anni a vivere per qualcun altro. È molto tempo per non chiedersi mai cosa si vuole per sé.»
Non era una critica. Non era compassione. Era solo un’osservazione, pronunciata con quella calma che il Duca usava quando non stava ancora attaccando ma stava già scegliendo dove farlo.
«Allora te lo chiedo io,» continuò, inclinando leggermente la testa. «Adesso che Ambrose non c’è più da proteggere, cosa vuoi, Cameron? Non per obbligo. Non per dovere. Solo per te.»
Cameron alzò lo sguardo, diffidente. La domanda sembrava semplice. Non lo era.
Il Duca sorrise, appena, con quella nota sotto che Cameron aveva imparato a riconoscere. «Perché se non lo sai… forse hai più paura di scoprirlo che di continuare a non saperlo.»
Si chinò leggermente in avanti. «Dimmi: cosa ti disturba di più? Che io ti voglia… o che tu abbia paura di desiderare che io continui a volerti?»
Cameron non rispose. Strinse solo la mascella, lo sguardo che si induriva.
Il Duca si appoggiò di nuovo allo schienale. «Rilassati. Non sto dichiarando amore eterno. Sto solo dicendo che mi interessi, più di quanto mi interessi la maggior parte delle persone.» Fece una pausa. «E prima o poi scoprirai se è solo curiosità… o qualcosa di più pericoloso.»
Cameron abbassò lo sguardo sul tavolo, senza replicare.
Finirono di mangiare in silenzio, ma questa volta il silenzio era carico, elettrico, il tipo di silenzio che non è assenza di parole, ma eccesso di cose non dette.
Quando uscirono dalla locanda, il sole era già basso e il vento aveva preso il freddo della sera. Il Duca montò in sella e lo guardò. «Torniamo?»
Cameron annuì. E mentre cavalcavano verso il castello, con il vento che gli sferzava il viso, si chiese quanto tempo sarebbe passato prima che quella strana tregua si spezzasse.
Il cielo stava cambiando colore mentre tornavano, arancione e viola all’orizzonte, quel breve momento in cui il sole cede senza scomparire del tutto e il paesaggio perde i suoi contorni netti e diventa qualcosa di più morbido, più ambiguo. I cavalli procedevano al passo, stanchi dopo la lunga cavalcata, e anche Cameron si sentiva addosso quella stanchezza buona che lascia il corpo pesante, ma non il pensiero.
Fu lui a rompere il silenzio, senza guardarlo, la voce bassa e diretta come sempre quando faceva una domanda che non voleva sembrasse importante:
«Elias è il vostro amante?»
Il Duca voltò leggermente la testa verso di lui, un sopracciglio inarcato, non per la domanda in sé, sembrava, ma per il momento in cui arrivava. «Diretto come sempre,» commentò con un mezzo sorriso. «No. Elias non è il mio amante.»
Fece una pausa, poi aggiunse con tono calmo: «È un cameriere molto disponibile. E molto discreto. A volte mi diverte. A volte mi è utile. Ma non è il mio amante.»
Cameron strinse leggermente le redini. «Però vi piace,» disse, più un’affermazione che una domanda.
«Mi piace la sua sfacciataggine,» rispose il Duca. «Mi piace che non abbia paura di dire quello che pensa. Mi piace che sia disposto a tutto senza pretendere niente in cambio.» Guardò Cameron di traverso, con quel lampo di malizia che Cameron aveva imparato a riconoscere qualche secondo prima che arrivasse. «Un po’ come te… ma senza tutta quella rabbia deliziosa che ti rende così interessante.»
Cameron non rispose. Continuò a guardare il sentiero, la mascella contratta.
«Sei geloso, Cameron?»
La domanda era leggera. Sotto c’era qualcosa di diverso.
Cameron voltò la testa di scatto, gli occhi freddi. «No. Sono solo stufo di essere circondato da persone che sembrano tutte pronte a inginocchiarsi davanti a voi.»
Il Duca sorrise, lentamente, stavolta, come se si prendesse il tempo di assaporare la risposta. «Attento. Potresti scoprire che non sei così diverso da loro come credi.»
Cameron non replicò. Continuarono a cavalcare in silenzio, l’aria tra loro di nuovo carica, elettrica.
Il castello apparve in lontananza, imponente contro il cielo che si scuriva, e Cameron si chiese per l’ennesima volta in che guaio si fosse cacciato accettando di restare.
Quando rientrarono nel cortile, le torce erano già accese e due carrozze eleganti erano ferme davanti all’ingresso principale, i cavalli fermi e pazienti, i cocchieri immobili sui loro posti. Il Duca tirò le redini e imprecò sottovoce, un suono così basso e misurato che Cameron quasi non lo sentì.
«Harrington,» mormorò, riconoscendo subito lo stemma sulle portiere.
Prima che potessero smontare, Lord Harrington in persona uscì dal salone d’ingresso, seguito dalle sue tre figlie come un’onda seguita da tre onde più piccole. L’uomo era robusto, i baffi grigi, il sorriso di chi sa di essere benvenuto ovunque vada, il tipo di sorriso che non chiede permesso. Le ragazze erano vestite con cura, i capelli acconciati, gli sguardi curiosi e calcolatori sotto un velo di educazione impeccabile.
«Vostra Grazia!» esclamò Harrington con entusiasmo. «Passavamo di qui di ritorno da una visita e abbiamo pensato di fermarci per porgervi i nostri saluti. Spero non sia un disturbo.»
Il Duca smontò da cavallo con grazia fluida e, in un istante che Cameron osservò con qualcosa tra lo stupore e il fastidio, la sua espressione cambiò completamente.
Il freddo predatore scomparve. Al suo posto apparve un gentiluomo impeccabile: sorriso cortese e caldo, postura eretta ma non rigida, voce che aveva imparato a calibrare al millimetro. Come se indossasse un secondo corpo, altrettanto preciso del primo, altrettanto controllato, ma completamente diverso.
«Lord Harrington, che piacere inaspettato,» disse con tono perfettamente calibrato tra sorpresa e gioia. «E le vostre incantevoli figlie. Signorine, è un onore avervi qui.»
Fece un inchino elegante, prima al padre e poi, con un sorriso più caldo, alle tre ragazze. La maggiore, una brunetta alta e composta, arrossì appena. La seconda, più vivace, fece una piccola riverenza con gli occhi che brillavano. La più giovane abbassò lo sguardo con timidezza studiata.
Cameron, ancora in sella, assistette alla trasformazione in silenzio. Il Duca che aveva cavalcato accanto per tutto il pomeriggio, freddo, diretto, pericoloso nelle sue domande come nelle sue pause, era sparito. Al suo posto c’era un aristocratico perfetto, galante, attento, con quel giusto tocco di charme che non era mai eccessivo, mai arrogante, sempre esattamente il necessario.
Cameron smontò dal cavallo in silenzio, consegnò le redini a uno stalliere. Rimase un po’ in disparte, osservando la scena. Ogni gesto del Duca era calcolato alla perfezione. Ogni parola aveva il peso giusto, la distanza giusta. Sembrava nato per quel ruolo, oppure aveva passato la vita a impararlo così bene da non distinguere più il confine.
Il Duca si voltò verso di lui per una frazione di secondo. Lo sguardo si incupì appena, come se ricordasse improvvisamente la sua presenza.
«Permettetemi di presentarvi il signor Ashbrook,» disse con tono neutro. «Un mio… ospite.»
La pausa prima di “ospite” era quasi impercettibile. Quasi.
Le tre ragazze lo guardarono con curiosità educata. Harrington gli fece un cenno cortese del capo. Cameron chinò leggermente la testa, senza sorridere. «Piacere,» disse soltanto.
Il Duca tornò subito a concentrarsi sulle ospiti, riprendendo la conversazione con la facilità di chi non ha mai veramente smesso. Cameron rimase lì, infangato, stanco, estraneo in un modo che sentiva sulla pelle come qualcosa di fisico.
E per la prima volta si chiese quale delle due versioni del Duca fosse quella vera. O se la domanda stessa avesse senso.
Il Duca, con il sorriso più caldo del suo repertorio, si voltò verso Harrington e le figlie.
«Dato che siete qui, sarebbe un piacere se voleste fermarvi a cena. La cucina ha preparato qualcosa di buono stasera, e la cantina non delude.»
Harrington accettò con entusiasmo che non aveva bisogno di fingere. Le tre figlie arrossirono di piacere nel modo in cui le giovani donne arrossiscono quando qualcosa va esattamente come speravano.
Cameron sentì lo stomaco stringersi. Non aveva scelta, lo capì immediatamente, con la stessa chiarezza con cui si capiscono le trappole solo dopo che si è già dentro.

Capitolo 10

«Perché?»
«Perché sei l’unica persona che mi ha guardato in faccia e mi ha detto che sono un vigliacco, senza mai abbassare lo sguardo. Perché hai preferito sputarmi in faccia piuttosto che implorare. Perché hai scelto di soffrire piuttosto che cedere. Perché anche quando sei incatenato, anche quando sei umiliato, continui a essere te stesso. Tu non sei nessuno, Cameron Ashbrook. Ma sei l’unico che mi fa sentire che sto perdendo il controllo.»

La cena fu servita nel grande salone. Cameron si era cambiato in fretta, indossando abiti puliti, ma semplici. Si sedette a tavola con la postura di chi vuole occupare meno spazio possibile, cercando di diventare parte dell’arredamento.
Le tre figlie di Harrington avevano altri piani.
La maggiore lo guardò con interesse educato. «Signor Ashbrook, da dove venite?»
Cameron aprì la bocca. Il Duca lo precedette con la naturalezza di chi ha già preparato la risposta.
«Il signor Ashbrook è un gentiluomo che conosco da diversi anni,» disse con voce calda e sicura. «Ha fatto fortuna in America, dove ha gestito affari piuttosto rischiosi. Ha vissuto avventure che la maggior parte di noi può solo immaginare.»
Le ragazze spalancarono gli occhi con quell’entusiasmo che appartiene a chi legge troppi romanzi e ne è grato.
La seconda si sporse leggermente in avanti. «Avventure? Di che tipo?»
Il Duca sorrise con un velo di mistero, e Cameron vide, in quel sorriso, esattamente quanto si stesse divertendo. 
«Oh, ha affrontato banditi, speculatori senza scrupoli, tempeste sul Mississippi. Ha salvato più di una vita e ha perso quasi tutto almeno due volte. È un uomo che ha visto il lato più selvaggio del mondo… e ne è tornato.»
Cameron rimase immobile, le mascelle strette, le mani ferme sul tavolo. Sentiva lo sguardo delle tre ragazze su di sé, incuriosito, sognante, il tipo di sguardo che si riserva ai personaggi dei romanzi gotici che si leggono di notte con la candela bassa. Il Duca lo stava costruendo in tempo reale, mattone per mattone, con la precisione di un artigiano.
La più giovane chiese, con gli occhi che brillavano: «E ora siete qui, in Inghilterra… per riposarvi?»
«Esattamente,» rispose il Duca al posto suo, con un sorriso perfetto. «Gli ho offerto un po’ di pace nella mia umile dimora. Dopo tutto quello che ha passato, se lo merita.»
Cameron strinse il coltello nella mano fino a farsi male.
Per tutta la cena rimase sulle spine. Ogni volta che una delle ragazze cercava di coinvolgerlo direttamente, «Avete davvero sparato a un bandito, signor Ashbrook?», il Duca interveniva con grazia, arricchendo la storia con dettagli vaghi e suggestivi, trasformandolo in una figura romantica e irraggiungibile. Cameron rispondeva con monosillabi quando era strettamente necessario, lo sguardo cupo, il corpo teso come una corda troppo tirata.
Dentro di sé ribolliva.
Il Duca lo stava usando. Lo stava dipingendo come un eroe oscuro per divertire le sue ospiti, e forse per tenerlo sotto controllo, per impedirgli di dire la verità, per costringerlo a stare in quel ruolo senza potersi muovere. Era una gabbia diversa dalle catene di ferro. Più raffinata, ma non meno stretta.
Quando finalmente la cena terminò e gli ospiti si congedarono con mille ringraziamenti e sguardi sognanti, Cameron rimase in piedi nell’atrio con le mani strette a pugno lungo i fianchi. Appena la porta si chiuse, si voltò.
«Un eroe gotico?» disse. La voce era bassa, tagliente. «Davvero?»
Il Duca si limitò a sorridere, lento, pericoloso.
«Ti si addice.»
Il suono delle carrozze si allontanò nel cortile e poi svanì nel silenzio della sera. L’atrio tornò a essere quello che era: un posto illuminato dalle candele, silenzioso, con soltanto loro due.
Cameron si voltò verso il Duca, e la maschera cadde.
«Avventure in America? Banditi sul Mississippi? Mi avete fatto passare per un personaggio da romanzo da quattro soldi!» sibilò, la voce bassa, ma vibrante di una rabbia che aveva trattenuto per tutta la durata della cena, per ogni sorso di vino, per ogni domanda delle ragazze, per ogni risposta del Duca al suo posto. Fece un passo verso di lui, gli occhi che bruciavano. «Mentre io me ne stavo lì come un idiota, voi vi divertivate a inventare storie su di me. A dipingermi come un avventuriero oscuro e affascinante solo per far sospirare le vostre ospiti.»
La voce gli si alzò leggermente, carica di qualcosa che andava oltre la frustrazione, qualcosa di più vecchio, più personale.
«Sapete quanto mi è costato stare zitto? Sapete quanto mi ha fatto schifo sentirvi parlare di me come se fossi una proprietà da esibire? Come se, per il solo fatto di essere in quella stanza con voi, vi appartenessi?»
Cameron respirò profondamente, cercando di controllare la collera.
«Io non sono una delle vostre collezioni da mostrare a cena. Non sono un giocattolo da far sognare alle figlie dei vostri vicini.»
Fece un altro passo avanti, la voce che si abbassava di nuovo ma non perdeva il filo: «Sono un uomo che ha appena scoperto di essere stato scaricato dal suo padrone di una vita. E voi… voi mi avete trasformato in una favola per intrattenere le vostre ospiti.»
Si fermò. Il petto che si alzava e abbassava rapidamente.
«Se volete giocare, giocate pure. Ma non con me. Non così.»
Il Duca lo aveva ascoltato senza interromperlo, il viso impassibile. Solo un angolo della bocca si curvò appena, non un sorriso vero, qualcosa di più sottile e più pericoloso.
Rimase in silenzio per qualche secondo, lasciando che le parole di Cameron aleggiassero nell’aria tra loro.
Poi disse, con voce bassa e vellutata: «Sei arrabbiato.»
Fece un passo verso di lui, riducendo la distanza.
«Bene. Preferisco la tua rabbia alla tua indifferenza.» I suoi occhi scuri brillarono nella luce delle candele. «Ma sappi una cosa: non ti ho trasformato in una favola per divertire le mie ospiti.»
Fece un altro passo, fino a essere vicinissimo.
«L’ho fatto perché volevo che loro ti guardassero… e vedessero esattamente ciò che vedo io.»
Il silenzio tornò tra loro, denso e carico.
Cameron era lì, il respiro accelerato, la rabbia che gli pulsava nelle vene. Il Duca lo guardava senza arretrare.
«Volevate che mi vedessero,» ripeté Cameron, la voce bassa e carica di disprezzo. «Come se fossi un vostro trofeo. Un’avventura esotica da far sognare alle figlie dei vostri amici.»
Fece un passo avanti. «Io non sono una delle vostre storie. Non sono un personaggio da romanzo gotico che potete usare per intrattenere le vostre ospiti mentre io me ne sto lì a fingere di essere d’accordo.»
Il Duca inclinò leggermente la testa.
«Ti dà fastidio essere guardato?» chiese con voce vellutata. «O ti dà fastidio che ti abbiano guardato come qualcosa di desiderabile… invece che come un valletto scaricato dal suo padrone?»
Cameron strinse i pugni. La frecciata era arrivata dritta al punto dolente.
«Non osate,» sibilò.
Il Duca fece un altro piccolo passo avanti, la voce che si abbassava ancora.
«Perché no? Perché ti ricorda che non sei più solo il fedele servitore di Ambrose? Che ora sei qui, e che qualcuno ti guarda, ti vede, e vede un uomo… non un domestico?»
Cameron lo fissò, il petto che si alzava e abbassava rapidamente. La rabbia era ancora lì, viva, ma sotto di essa c’era qualcosa di più pericoloso: la consapevolezza che il Duca aveva toccato un nervo scoperto. Uno di quelli che non si toccano per distrazione.
«Puoi continuare a odiarmi quanto vuoi, Cameron,» disse il Duca, la voce quasi gentile nella sua crudeltà. «Ma stasera, per qualche minuto, quelle ragazze ti hanno guardato come se fossi qualcuno. Non come un valletto. Non come un problema da risolvere.»
Una pausa. La voce che diventava un sussurro. «E tu hai odiato ogni secondo… perché una parte di te ha quasi desiderato che fosse vero.»
Cameron non rispose.
Rimase lì in piedi nell’atrio illuminato dalle candele, il corpo teso, la mascella contratta, il respiro corto. Poi parlò, la voce bassa, tagliente, ogni parola pronunciata con la precisione di chi sa che deve essere preciso altrimenti crolla.
«Io sono qualcuno.»
Fece un passo verso il Duca, lo sguardo fisso nel suo. «Non ho bisogno che tre oche aristocratiche mi guardino con gli occhi sognanti per sentirmi tale. E di certo non ho bisogno che uno come voi mi trasformi in un personaggio da romanzo per darmi un valore.»
La sua voce si abbassò, diventando più dura, più personale.
«Ho protetto un uomo per dieci anni. Ho tenuto in piedi una famiglia quando mio padre è morto. Ho fatto cose che voi, con tutti i vostri titoli e i vostri soldi, non dovrete mai fare.»
Fece un altro passo avanti, fino a essere vicinissimo.
«Quindi non ho bisogno che voi mi usiate per farvi bello davanti alle vostre ospiti. Non osate dipingermi come un’avventura esotica per farvi sembrare più interessante.»
Cameron lo fissò dritto negli occhi, la voce che tremava appena per la rabbia trattenuta: «Io non ho bisogno che voi mi diciate chi sono.»
Il silenzio che seguì fu denso, elettrico.
Il Duca non arretrò. Non sorrise. Si limitò a guardarlo con quegli occhi scuri e impenetrabili, come se stesse valutando ogni singola parola.
Poi, con voce bassa disse: «Hai ragione.» Una pausa brevissima. «Tu sei qualcuno. E questo rende tutto molto più interessante.»
Inclinò leggermente la testa, lo sguardo che non lasciava quello di Cameron nemmeno per un istante. «Ma dimmi una cosa… se sei così sicuro di chi sei… perché ti dà tanto fastidio che io ti veda?»
Cameron aprì la bocca per ribattere, ma le parole gli morirono in gola.
Rimase lì, fermo, a un passo dal Duca. Voleva dire qualcosa di tagliente, di definitivo, qualcosa che chiudesse questo discorso e tutti gli altri. Voleva farlo con la stessa forza con cui aveva parlato un momento prima.
Ma non ci riuscì.
Non capiva cosa il Duca vedesse in lui. Non capiva perché quell’uomo potente, ricco, pericoloso, continuasse a guardarlo come se fosse qualcosa di prezioso e di raro, invece che un semplice valletto che nemmeno il suo padrone voleva più. Non capiva perché lo provocasse, perché lo sfidasse, perché sembrasse disposto a concedergli tempo, spazio, libertà… solo per averlo vicino.
Deglutì a fatica. La rabbia era ancora lì, ma sotto di essa c’era una confusione profonda, quasi dolorosa, il tipo di confusione che non si risolve pensandoci, ma che si porta addosso come un peso di cui non si trova il punto d’appoggio.
«Io non…» iniziò, ma la voce gli uscì incerta. Scosse la testa, frustrato con se stesso. «Non capisco cosa vedi in me.»
Le parole gli sfuggirono prima che potesse fermarle. Erano sincere, crude, quasi vulnerabili, il tipo di sincerità che si paga.
«Sono solo un valletto. Un uomo che ha passato la vita a pulire i guai di un altro. Non ho titoli, non ho terre, non ho niente di speciale. Eppure tu…» Fece un respiro spezzato. «Tu mi guardi come se valessi la pena di tutto questo.»
Cameron alzò gli occhi e incontrò quelli del Duca. La sua voce si abbassò fino a diventare un sussurro rauco: «Perché?»
Il Duca rimase in silenzio per un lungo momento. Non sorrise. Non lo provocò. Si limitò a guardarlo con quell’intensità calma e profonda che sembrava non passare attraverso le parole, ma più direttamente, come qualcosa che non aveva bisogno di essere tradotto.
Poi, con voce bassa e sorprendentemente sincera, rispose: «Perché sei l’unica persona che mi ha guardato in faccia e mi ha detto che sono un vigliacco, senza mai abbassare lo sguardo.»
Fece un passo avanti, riducendo la distanza tra loro.
«Perché hai preferito sputarmi in faccia piuttosto che implorare. Perché hai scelto di soffrire piuttosto che cedere. Perché anche quando sei incatenato, anche quando sei umiliato, continui a essere te stesso.» Il Duca alzò una mano e sfiorò con le dita la linea della mascella di Cameron, un tocco leggero, quasi riverente, niente a che fare con la possessività di prima. «Tu non sei nessuno, Cameron Ashbrook. Ma sei l’unico che mi fa sentire che sto perdendo il controllo.»

Cameron non si ritrasse. Rimase lì, immobile, il cuore che gli martellava nel petto, la confusione che gli annebbiava la mente.
Non sapeva cosa dire.
Non sapeva cosa provare.
Sapeva solo che, per la prima volta, il Duca non sembrava più solo un nemico. Sembrava un uomo che vedeva qualcosa in lui che nemmeno lui stesso riusciva a vedere. E questo lo spaventava più di qualsiasi catena.
Lottò per cercare le parole, quelle giuste, quelle definitive, quelle che avrebbero messo il Duca al suo posto una volta per tutte e chiuso questo discorso e tutti gli altri, ma Blackthorn fece un passo avanti e gliele tolse dalla bocca.
Non fu un avvertimento. Non fu una domanda.
Le dita del Duca gli afferrarono la nuca, una presa ferma, decisa, senza brutalità, ma senza margine di interpretazione. La sua bocca trovò quella di Cameron con la precisione di chi sa esattamente cosa sta facendo e ha smesso, da qualche momento imprecisato, di chiedersi se sia una buona idea.
Cameron si irrigidì.
Un secondo, forse meno, forse abbastanza da poter dire dopo che aveva provato a resistere. Le mani che si alzavano per spingerlo via, i muscoli che si contraevano, la voce nella testa che diceva no, questo no, non così.
Poi qualcosa cedette.
Non il corpo, non solo. Cedette qualcosa di più interno, qualcosa che aveva tenuto contratto per settimane, per mesi forse, da prima ancora di entrare in quella casa. Le mani che avrebbero dovuto spingerlo via invece lo afferrarono: una sulla giacca, le dita che stringevano il tessuto; l’altra che trovava i capelli del Duca e ci affondava dentro con una presa che non era tenerezza.
Il bacio non diventò più dolce. Rimase esattamente com’era: una collisione. Cameron rispose con la stessa forza che riceveva, con la stessa assenza di gentilezza, come se fosse ancora una lotta, e forse lo era, solo che adesso non sapeva più con certezza chi stesse combattendo contro chi.
Il Duca lo spinse contro il muro. Cameron lo lasciò fare e insieme tirò, le dita strette tra i capelli neri, tenendolo vicino con una violenza che era l’unico modo che conosceva per toccare qualcosa senza ammettere di volerlo. Sentì il respiro del Duca contro la propria bocca quando si separarono per un istante, caldo, accelerato, reale in un modo che lo spaventò più di qualsiasi minaccia.
Poi si ritrovarono di nuovo. Più lento, stavolta. Più consapevole. Peggiore.
Cameron sentì il Duca tremare appena, o forse era lui, non riusciva a distinguere dove finiva uno e cominciava l’altro in quel momento, e strinse più forte, come se lasciar andare fosse la cosa più pericolosa che potesse fare.
La luce cambiò.
Ci volle un secondo prima che il cervello elaborasse l’informazione: passi, il suono di una porta, il tintinnio di un vassoio. Cameron aprì gli occhi nel mezzo del bacio e vide, oltre la spalla del Duca, Elias sulla soglia, immobile, il candelabro in mano, gli occhi spalancati con un’espressione che stava a metà tra lo shock e qualcosa di più complicato.
Dietro di lui, un altro cameriere. Anche lui fermo. Anche lui in silenzio.
Cameron si staccò.
Il movimento fu così brusco che urtò il muro con la spalla, un dolore sordo che attraversò l’osso e che fu quasi un sollievo, qualcosa di concreto a cui aggrapparsi. Si fece da parte, un passo, due, finché non ci fu abbastanza spazio tra lui e il Duca da respirare senza sentirne il calore.
Il silenzio nell’atrio era totale.
Cameron non guardò il Duca. Non guardò Elias. Teneva gli occhi fissi su un punto della parete, un candelabro spento, un dettaglio architettonico irrilevante, qualsiasi cosa che non fosse un viso umano. Sentiva le proprie labbra ancora calde, le proprie dita ancora aperte come se tenessero qualcosa che non c’era più.
Poi si voltò e se ne andò.
Non corse, si rifiutò di correre, era l’unica dignità che gli restava. Ma il passo era rapido, irregolare, i tacchi che risuonavano sul pavimento dell’atrio in modo che sembrava troppo rumoroso per la quiete di quella casa. Il corridoio, le scale, il corridoio del piano superiore, la porta della sua stanza.
La chiuse dietro di sé. Non a chiave, ma la chiuse, e rimase con la mano ancora sulla maniglia nel buio, il respiro corto, la fronte quasi appoggiata al legno.
Fuori, in fondo alle scale, non sentiva niente. Nessun passo che saliva. Nessuna voce. Solo il silenzio del maniero e, lontano, il vento contro le finestre.
Cameron rimase lì per un tempo che non seppe misurare, la mano sulla maniglia, il cuore che batteva troppo forte per un uomo che stava fermo.
Poi, lentamente, la lasciò andare.
Si sedette sul bordo del letto nel buio, senza accendere niente, senza togliersi la giacca. Le mani sulle ginocchia, la schiena dritta, la postura di chi si aspetta ancora qualcosa e non vuole farsi trovare impreparato. Non era una vera scelta, era il corpo che continuava a fare quello che sapeva fare: stare all’erta, aspettare, essere pronto.
Nessuno venne.
Il maniero aveva i suoi suoni notturni, legno che lavorava, vento contro le finestre, qualche passo lontano di una guardia che faceva il giro. Cameron li conosceva ormai, li aveva imparati nelle settimane trascorse a misurare il silenzio di quella casa. Sapeva distinguere il passo di un valletto da quello del Duca, più lento, più fermo, senza la fretta nervosa del servizio.
Aspettava quel passo. Non arrivò.
Si sdraiò senza togliersi la giacca, le braccia lungo i fianchi, gli occhi aperti nel buio. Il soffitto era invisibile. Cameron lo fissò comunque.
Il bacio tornò senza che lui lo cercasse, come tornano le cose che il corpo ricorda meglio della mente. La presa delle dita del Duca sulla sua nuca. Il secondo di resistenza, quel secondo che aveva creduto fosse ancora lui, ancora integro. E poi il cedimento, improvviso e totale come una trappola che scatta, come una decisione presa dal corpo prima che la mente potesse opporre veto. Le proprie mani che afferravano invece di spingere. La propria bocca che rispondeva invece di chiudersi.
Hai risposto, disse una voce dentro di lui, piatta e precisa come un referto. Non sei stato costretto. Non c’era laudano. Hai risposto.
Cameron chiuse gli occhi.
La porta non si apriva.
Cercò di capire cosa stesse sentendo, se fosse paura o qualcos’altro, e trovò entrambe le cose così aggrovigliate da non riuscire a separarle. C’era paura, sì, la paura concreta di cosa sarebbe successo se il Duca avesse aperto quella porta, se lui si fosse ritrovato di nuovo in quella situazione senza scuse e senza niente a cui aggrapparsi tranne la propria volontà, e avesse scoperto che la propria volontà non bastava.
Ma sotto la paura c’era qualcosa che la paura cercava di coprire. E Cameron era abbastanza onesto con se stesso, in quel buio, da non fingere di non saperlo.
Lo voleva.
Non il Duca, o non solo il Duca, non come persona, non ancora, non in quel modo semplice e pulito. Voleva che qualcuno aprisse quella porta e attraversasse il corridoio e venisse a trovarlo nel buio. Voleva che qualcuno lo cercasse, non perché aveva bisogno di lui, non perché era utile, non perché era il valletto fidato o il protettore o lo strumento, ma perché lo voleva lì, specificamente lui, nessun altro.
Dieci anni. Dieci anni passati a essere necessario senza mai essere voluto.
La porta non si apriva.
Cameron aprì gli occhi di nuovo. Il soffitto buio, il vento contro i vetri, il silenzio del maniero che respirava intorno a lui. Si girò su un fianco, poi sull’altro, poi tornò sulla schiena, come se cambiare posizione potesse cambiare qualcosa di più sostanziale. Le lenzuola erano fresche. La giacca gli pesava sulle spalle. Non se la tolse.
Pensò al Duca dall’altra parte del corridoio, o forse al piano di sotto, nel suo studio o in biblioteca. Pensò a come stesse, se stesse aspettando anche lui, se stesse pensando alla stessa cosa, se quel tremore che aveva sentito sotto le proprie mani fosse reale o un’altra tattica di un uomo che di tattiche ne aveva troppe.
Pensò che non lo sapeva. Che non poteva saperlo. Che forse era proprio questo il punto, che con quell’uomo non si poteva mai sapere, e forse era quello che lo rendeva impossibile da ignorare.
La porta non si apriva.
E a un certo punto, tardi, quando il freddo della stanza era diventato definitivo e le orecchie avevano smesso di tendere verso suoni che non arrivavano, Cameron capì che non sarebbe arrivato. Che il Duca aveva scelto di non venire, quella notte, esattamente come aveva scelto di non prenderlo quando stava in piedi nudo nel mezzo di una stanza e gli offriva tutto con la disperazione di chi non ha più niente da perdere.
Rimase con questa consapevolezza per un momento, a guardarla.
Non era sollievo. Non completamente. C’era qualcosa nell’assenza, nella scelta deliberata di quell’assenza, che faceva più male della presenza avrebbe fatto. Cameron non riusciva a capire se questo lo rendesse furioso o qualcos’altro interamente.
Il sonno arrivò tardi e di traverso, non come resa, ma come cedimento graduale, la tensione che si scioglieva a strati, le orecchie che smettevano di ascoltare, il respiro che si faceva più lento senza che lui decidesse di lasciarlo andare.
L’ultima cosa che pensò, prima che il buio interno si sovrapponesse a quello della stanza, fu che il Duca avrebbe potuto venire.
Aveva scelto di no.
E Cameron, galleggiando sul confine del sonno, non riusciva a decidere se odiarlo per questo o, peggio, se sentirsi, sotto tutto il resto, sotto la rabbia e la confusione e la stanchezza, stranamente visto.

Capitolo 11

«Lo stai facendo per quell’uomo? Dopo quello che ti ha fatto?»
«Non è per lui. È per me.»

Si svegliò che era ancora buio, poi rimase sveglio mentre il cielo diventava grigio e il grigio diventava la luce piatta e incolore di un mattino invernale che non aveva deciso ancora se voleva esistere.
Non aveva dormito molto. Non aveva dormito bene. Ma aveva dormito, e questo, stranamente, lo irritò. Come se il corpo non avesse capito la gravità della situazione e avesse pensato bene di arrangiarsi per conto proprio.
Si alzò, andò alla catinella, si lavò il viso con l’acqua fredda. Si guardò nello specchio, piccolo, appeso storto sopra il tavolo, e vide un uomo con le labbra ancora leggermente gonfie e gli occhi di chi ha passato la notte a fare i conti con qualcosa che non torna. Si sistemò i capelli, si cambiò la camicia. Prese la giacca, la indossò, la abbottonò fino in cima con la cura metodica di chi sta costruendo una versione presentabile di se stesso prima di uscire nel mondo.
Mentre lo faceva, pensò. Non in modo ordinato, il pensiero non obbediva, quella mattina, saltava da un punto all’altro senza chiedere permesso.
Pensò al bacio. Pensò alla porta che non si era aperta. Pensò al Duca che aveva scelto di non venire e a se stesso che era rimasto sveglio ad aspettarlo, e a come queste due cose insieme dicessero qualcosa su entrambi che nessuno dei due aveva ancora detto ad alta voce. Pensò che aveva risposto al bacio. Pensò che voleva, non sapeva ancora cosa, non sapeva ancora come chiamarlo, ma che c’era qualcosa, reale e presente e non costruito dal laudano o dalla fame o dalla privazione. Qualcosa che era suo, che era lì prima che il Duca aprisse la porta di quella stanza e che adesso non riusciva più a ignorare. Pensò che forse era per questo che stava per andare a cercarlo. Non per Ambrose. Non per sua madre o per le sue sorelle o per il denaro o per nessuno degli argomenti ragionevoli che aveva usato per giustificare ogni altra scelta in quella casa. Solo perché voleva vederlo, voleva stare nella stessa stanza e capire se quello che aveva sentito la notte prima era ancora lì alla luce del giorno, o se si dissolveva come certe cose che sembrano vere solo nel buio.
Aprì la porta. Il corridoio era deserto. Il maniero aveva quella quiete particolare delle prime ore del mattino, quando il servizio si muove in silenzio e l’aria sa ancora di candele spente. Cameron camminò verso le scale, lentamente, senza fretta ostentata, con i passi di un uomo che ha deciso qualcosa e non ha ancora cambiato idea. Le sentì prima di arrivare in fondo. Voci nell’atrio. La prima era quella del Duca, bassa, controllata, con quel tono particolare che Cameron aveva imparato a riconoscere come la sua versione della sorpresa tenuta a freno. L’altra era…
Cameron si fermò sul pianerottolo. L’altra voce era quella di Ambrose. Non c’era possibilità di errore. Cameron quella voce la conosceva meglio della propria, ne conosceva le inflessioni, i toni, il modo in cui saliva di un’ ottava quando Ambrose era agitato e si abbassava quando cercava di sembrare più maturo di quanto fosse. La conosceva dal primo giorno, quando Ambrose aveva quattordici anni e lui diciassette e il mondo sembrava una cosa che si poteva ancora tenere insieme con abbastanza volontà e abbastanza cura.
Si fermò sul pianerottolo e non scese. Le parole non arrivavano chiare, solo il ritmo, il tono, la musica di una conversazione che non poteva udire. La voce di Ambrose aveva quella nota leggermente querula che Cameron associava alla difensiva, al sentirsi in torto senza volerlo ammettere. La voce del Duca era piatta, cortese, impenetrabile. Cameron rimase immobile, una mano sul corrimano, il piede sul gradino. Aspettò che il suo stomaco smettesse di fare quella cosa, quella contrazione brusca, quasi fisica, come un passo falso nel vuoto. Aspettò che i polmoni ricominciassero a lavorare con regolarità. Poi si sedette sul gradino, lentamente, e rimase lì. Ambrose era venuto. Non a salvarlo, Cameron lo sapeva già, con la certezza che viene da dieci anni di conoscenza. Ambrose non funzionava così. Non aveva la struttura interna per il gesto eroico, per una scelta consapevole e costosa.
Era venuto perché qualcuno lo aveva spinto, o perché si era spaventato, o perché senza Cameron qualcosa non tornava nei meccanismi della sua vita quotidiana, e lui aveva confuso quella mancanza con rimpianto.
Era venuto, e la sua voce nell’atrio suonava esattamente come era sempre suonata, familiare, un po’ incerta, la voce di un eterno ragazzo che non sa ancora di essere cresciuto. Cameron rimase seduto sul gradino e capì, con una chiarezza che faceva quasi male, che non sentiva quello che avrebbe dovuto sentire. Non sentiva sollievo. Non sentiva il desiderio di scendere quelle scale di corsa, di attraversare l’atrio, di rimettere le cose al loro posto come aveva sempre fatto. Sentiva invece qualcosa di molto più scomodo: la distanza. La percezione nitida di quanto fosse cambiato qualcosa tra la notte prima e questo momento, di quanto quel bacio nell’atrio avesse spostato un confine che non sapeva di avere. La voce di Ambrose salì di tono, poi si abbassò.
Cameron rimase seduto sul gradino, la mano ancora sul corrimano, e aspettò che qualcuno gli dicesse cosa fare. Nessuno lo fece. Per la prima volta in dieci anni, non sapeva da che parte stare. Alla fine si alzò. Non perché avesse deciso cosa fare, non lo aveva ancora deciso, forse non lo avrebbe deciso fino all’ultimo secondo, ma perché stare seduto lì era diventato insostenibile. Il corpo aveva preso la scelta al posto suo: in piedi, un passo, poi un altro, poi le scale che scendevano con la stessa solidità indifferente di sempre. L’atrio si aprì davanti a lui. Il Duca era in piedi vicino alla porta, le mani intrecciate dietro la schiena, con quella postura che Cameron ormai leggeva come contenimento, non calma, contenimento. Stava guardando qualcosa davanti a sé con un’espressione così neutra da essere quasi un’opera d’arte. Ambrose era di spalle. Cameron lo riconobbe prima ancora che si girasse, la linea delle spalle, il modo in cui teneva la testa leggermente inclinata quando era agitato, il cappotto che portava storto perché nessuno glielo aveva sistemato. Lo riconobbe con quella parte di sé che aveva imparato Ambrose a memoria nel corso di dieci anni, catalogo completo, nessuna eccezione. Poi Ambrose si voltò. Vide Cameron e il suo viso cambiò. Non in modo drammatico, Ambrose non era fatto per i gesti drammatici, nonostante quello che credeva di se stesso. Cambiò in modo piccolo e immediato: le spalle che scendevano di mezzo centimetro, il respiro che usciva in un soffio, gli occhi che si illuminarono di qualcosa che Cameron aveva visto centinaia di volte e che solo adesso riusciva a nominare con precisione. Sollievo. Non gioia, non solo. Non il sollievo di chi ritrova qualcuno che gli mancava. Il sollievo di chi vede arrivare qualcuno che sa come si fa. Le guance di Ambrose erano arrossate, come sempre quando si agitava, gli occhi lucidi, le mani che stringevano i guanti che aveva tolto nell’atrio. Sembrava un ragazzo, sembrava sempre un ragazzo, questo era il problema, questo era sempre stato il problema, che aveva provato a fare una cosa da adulto e non ci era riuscito del tutto e adesso aspettava che qualcun altro venisse a rimettere i pezzi a posto.
«Cameron,» disse. La voce era quella di sempre, un po’ incerta, con quel tono che aveva sempre funzionato come una chiave. «Grazie al cielo. Non riuscivo a…» Si interruppe, guardò il Duca di traverso con qualcosa che era a metà tra il risentimento e l’imbarazzo. «Non riuscivamo a capirci.»
Cameron rimase fermo in fondo alle scale. Guardò Ambrose, i capelli biondi leggermente scompigliati, il cappotto storto, gli occhi lucidi, e aspettò di sentire qualcosa di familiare. La molla che scattava sempre, automatica, il riflesso di dieci anni: cosa c’è, cosa è successo, come si aggiusta. Non scattò. Ci fu solo silenzio, dentro. Un silenzio nuovo, strano, quasi rumoroso nella sua assenza.
«Cosa ci fai qui, Ambrose?» disse. Non era una domanda, non aveva l’inflessione giusta, non saliva alla fine. Era una constatazione, quasi pensata ad alta voce.
Ambrose aprì la bocca, la richiuse. Le labbra arrossate si mossero per un secondo senza produrre suono. «Sono venuto a… volevo… mia zia ha detto che…»
Si fermò di nuovo, con quella capacità tutta sua di incepparsi esattamente quando avrebbe avuto più bisogno di essere articolato. «Sono venuto a riprenderti,» disse alla fine, come se fosse semplice. Come se fosse ovvio. Come se Cameron fosse un oggetto dimenticato in una stanza e bastasse tornare a prenderlo.
Cameron lo guardò. Lo guardò davvero, forse per la prima volta, non con gli occhi di chi conosce ogni dettaglio a memoria, ma con qualcosa di più distaccato e più doloroso. Vide un ragazzo di ventiquattro anni con il cappotto storto che aveva scritto potete tenervelo con la propria calligrafia elegante e poi si era fatto convincere a tornare indietro, da sua zia, dalla solitudine, dalla mancanza pratica di qualcuno che gli sistemasse le cose, e adesso stava lì nell’atrio di un uomo pericoloso con gli occhi lucidi, aspettando che Cameron facesse quello che Cameron aveva sempre fatto: sistemasse le cose. Sentì qualcosa muoversi dentro di sé, non rabbia, o non solo. Qualcosa di più antico e più stanco. Il riconoscimento preciso di un meccanismo che aveva tenuto in moto per dieci anni e che adesso, visto da fuori per la prima volta, sembrava diverso da come lo aveva sempre immaginato.
Si sentì, per un istante, molto lontano da quel ragazzo con il cappotto storto.
Poi sentì lo sguardo del Duca su di sé.
Non lo cercò, non girò la testa, non incontrò quegli occhi scuri. Ma lo sentì, come si sente il calore di una fonte senza guardarla. Blackthorn non aveva detto una parola da quando Cameron era sceso. Stava fermo, le mani intrecciate dietro la schiena, e aspettava. Anche lui aspettava.
Cameron rimase in fondo alle scale, tra i due uomini, e capì che qualunque cosa avesse detto in quel momento, qualunque passo avesse fatto, in qualsiasi direzione, sarebbe stata una scelta. Non un riflesso, non un dovere, non la cosa ovvia da fare perché era sempre stata quella la cosa ovvia. Una scelta. Per la prima volta da quando aveva memoria, una scelta vera. Guardò Ambrose.
«Hai freddo,» disse alla fine, la voce bassa. «Il cappotto è storto.»
Le mani si mossero, automatiche, traditrici, a sistemare il risvolto del cappotto di Ambrose. Un gesto di tre secondi, lo stesso gesto di dieci anni. Ma questa volta, mentre lo faceva, Cameron lo vide. E non sapeva ancora se questo cambiasse tutto o niente.
Ambrose guardò le mani di Cameron sistemare il risvolto del suo cappotto con un’espressione che Cameron conosceva, quella piccola apertura del viso, quella resa involontaria, come quando da bambino qualcuno ti sistema i capelli e per un secondo smetti di fare resistenza al mondo. Poi Cameron lasciò andare il tessuto e fece un passo indietro.
E Ambrose lesse qualcosa in quel passo indietro che non gli piacque. «Allora,» disse, con una voce che cercava la leggerezza e non la trovava del tutto. «Andiamo?»
Cameron non rispose subito. Ambrose continuò, riempiendo il silenzio come aveva sempre fatto, con parole, con movimento, con la sua particolare capacità di occupare lo spazio sonoro di una stanza quando il silenzio diventava scomodo. «Ho la carrozza fuori. Possiamo fermarci a Guildford per la notte, se sei stanco, oppure proseguire fino a… c’è una locanda che conosco, quella volta che siamo passati per…»
«Ambrose.» Il nome cadde piano, senza volume, senza durezza. Solo il nome.
Ambrose si fermò. Guardò Cameron con quegli occhi chiari e lucidi che avevano sempre avuto quella particolarità di sembrare sul punto di qualcosa, sul punto di capire, sul punto di crescere, sul punto di diventare la persona che avrebbe potuto essere se solo qualcuno o qualcosa o il tempo avessero lavorato diversamente.
Cameron li conosceva quegli occhi. Li aveva guardati per dieci anni aspettando che il percorso diventasse un arrivo.
«Cosa c’è?» chiese Ambrose. La voce era cambiata, più cauta, con quella nota che compariva quando sentiva che il terreno non era solido come credeva.
«La lettera,» disse Cameron.
Ambrose aprì la bocca. La richiuse. Sul suo viso passò qualcosa di veloce, disagio, vergogna forse, poi qualcosa che assomigliava alla decisione di non affrontare la cosa frontalmente.
«È stato uno sbaglio,» disse. «Ero spaventato, non sapevo… mia zia ha detto che era la cosa più sensata e io ho… non avevo capito bene la situazione.»
«Potete tenervelo,» disse Cameron. Citò le parole senza inflessione, senza accusa. Solo le parole.
Il viso di Ambrose si contrasse.
«Lo so. Lo so, è stato… non avrei dovuto. Ma Cameron, tu mi conosci. Sai come sono fatto. Non puoi… non puoi giudicarmi per una lettera scritta quando ero nel panico.»
Sai come sono fatto.
Cameron rimase su quelle parole un momento. Le girò, le guardò da tutti i lati.
«Sì,» disse alla fine. «Lo so.»
Qualcosa nel suo tono, piano, quasi gentile, senza la rabbia che Ambrose si aspettava, fece alzare le antenne al ragazzo. Gli occhi chiari si fecero più attenti, più preoccupati.
«Cameron. Vieni a casa. È tutto come prima, ti giuro, non cambierà niente…»
«Non vengo, Ambrose.»
Le parole uscirono senza premeditazione, o forse con tutta la premeditazione del mondo, quella silenziosa, quella che si accumula nei gradini di una scala buia mentre si ascoltano voci nell’atrio. Cameron le sentì nell’aria dopo averle dette e non le rimangiò.
Ambrose rimase immobile per un secondo. Poi rise, una risata corta, nervosa, quella che faceva quando non capiva una cosa e cercava di guadagnare tempo.
«Cosa vuoi dire, non vieni? Cameron, stai scherzando. Sei stato qui, quello che ti ha fatto quell’uomo…»
Un gesto vago verso il Duca, che non si era mosso, che stava ancora fermo con le mani intrecciate dietro la schiena come una statua decorativa e paziente. «Non puoi voler restare qui dopo tutto questo.»
«Non ho detto che resto qui.»
«E allora cosa…» Ambrose scosse la testa, i capelli biondi che si scomposero leggermente. «Non capisco. Spiegami. Cosa è successo?»
Cameron aprì la bocca. La richiuse. Come si spiega a qualcuno che non ha gli occhi per vederlo? Come si dice sono cambiato a chi ti guarda e vede ancora la stessa persona di sempre, quella che sistema i cappotti e risolve i problemi e non chiede niente in cambio perché non ha mai imparato a farlo?
«Non posso spiegartelo,» disse.
«Non puoi o non vuoi?» La voce di Ambrose salì di mezzo tono, quella nota querula che Cameron conosceva, che aveva sempre interpretato come fragilità e che adesso vedeva come qualcosa di più complicato. «Dieci anni, Cameron. Dieci anni e adesso mi dici che non puoi spiegarmi?»
«Dieci anni,» concordò Cameron, piano. «Sì.»
Il modo in cui lo disse, senza rabbia, senza enfasi, solo la parola che pesava per conto proprio, fermò Ambrose più di qualsiasi accusa. Gli occhi chiari si fecero lucidi sul serio, stavolta. Non la versione calcolata della fragilità, quella genuina, quella che Cameron aveva sempre trovato impossibile da reggere. Il labbro inferiore di Ambrose si arrossò ancora di più, come faceva sempre quando stava per cedere davvero.
«Mi stai abbandonando,» disse. Sottovoce, quasi stupito.
«No.» Cameron scosse la testa. «Ti sto lasciando andare. Non è la stessa cosa.»
«Per lui?» La voce di Ambrose si incrinò, gli occhi che scivolarono di nuovo verso il Duca con qualcosa che era troppo grezzo per essere semplice gelosia, confusione, forse, la confusione di chi non riesce a mettere a fuoco una situazione che non rientra in nessuno schema che conosce. «Lo stai facendo per quell’uomo? Dopo quello che ti ha fatto?» Cameron non rispose. Non perché non avesse risposta, ma perché la risposta era troppo grande e troppo nuova e troppo sua per consegnarla in quell’atrio, davanti al Duca immobile e ad Ambrose con gli occhi lucidi e il cappotto che aveva già ricominciato a scivolare storto.
«Non è per lui,» disse alla fine. «È per me.»
Ambrose lo guardò come se avesse detto una cosa in una lingua straniera.
E Cameron capì, in quel momento, che era vero, che Ambrose non aveva la capacità di comprendere. Che in dieci anni non aveva mai sentito Cameron dire è per me a proposito di niente, e quindi non sapeva cosa farsene, dove metterlo, come rispondere.
«Non capisco,» disse Ambrose. Semplice, quasi infantile.
«Lo so,» disse Cameron. «Mi dispiace.» E lo diceva sul serio, non come scusa, non come formula. Gli dispiaceva davvero. Gli dispiaceva per Ambrose che non capiva, per i dieci anni che erano stati quello che erano stati, per il fatto che volere bene a qualcuno non significasse automaticamente che quella persona potesse darti quello di cui avevi bisogno.
Ambrose rimase in piedi nell’atrio con gli occhi lucidi e il cappotto storto e l’aria di chi aspetta ancora che qualcosa cambi, che Cameron torni quello di prima, che il mondo ritorni comprensibile.
Cameron non tornò quello di prima.
Fece un passo indietro, non verso il Duca, solo indietro, verso il centro della stanza, verso uno spazio che non apparteneva a nessuno dei due.
«Vai, Ambrose,» disse piano. «Starai bene. Troverai qualcuno.»
«Qualcuno,» ripeté Ambrose, come se la parola avesse un sapore strano. «Qualcuno che faccia cosa? Che… Cameron, io non so come fare…»
«Lo imparerai,» disse Cameron. E lo credeva davvero, e questo era forse la cosa più triste di tutte, che Ambrose ce la avrebbe fatta, che avrebbe trovato il modo, che non aveva mai avuto davvero bisogno di Cameron nel modo in cui Cameron aveva creduto. Aveva avuto bisogno di qualcuno. Cameron era stato quello qualcuno. La differenza era sottile e devastante.
Ambrose aprì la bocca un’ultima volta. Poi la richiuse.
Qualcosa sul viso di Cameron, quella quiete nuova, quella distanza che non era freddezza, ma era qualcosa di altrettanto definitivo, doveva avergli detto quello che le parole non avevano detto. Ambrose era immaturo, non stupido. Sapeva riconoscere un confine quando lo vedeva, anche se non capiva come ci fosse arrivato.
Si rimise i guanti. Lentamente, un dito alla volta, con l’aria di chi ha bisogno di fare qualcosa con le mani. Poi guardò Cameron un’ultima volta, quegli occhi chiari e lucidi che avevano sempre saputo dove trovarlo, e Cameron non si mosse. Ambrose annuì, appena percettibile. Poi si voltò verso la porta. Un valletto si affrettò ad aprirla. L’aria fredda del mattino entrò nell’atrio per un secondo, poi la porta si richiuse.
Silenzio.
Cameron rimase fermo al centro dell’atrio, le mani lungo i fianchi, la schiena dritta. Sentiva il proprio respiro regolare, più calmo di quanto avesse il diritto di essere.
Poi sentì i passi del Duca. Lenti, misurati, che si avvicinavano da dietro senza fretta. Si fermarono a una distanza che Cameron aveva imparato a misurare senza guardare, abbastanza vicino da essere presenza, abbastanza lontano da essere scelta.
Il Duca non disse niente.
Cameron non si voltò.
Fuori, il rumore della carrozza di Ambrose che si allontanava nel vialetto ghiaioso, gli zoccoli dei cavalli, il cigolìo delle ruote, poi niente.
«Non so cosa farò adesso,» disse Cameron. Non a lui, o non solo a lui. Alla stanza, al mattino, a se stesso. «Non lo so ancora.»
Il Duca rimase in silenzio per un momento. Poi, piano, disse: «Lo so.» E non aggiunse altro.
Cameron chiuse gli occhi per un secondo. Li riaprì. L’atrio era esattamente com’era prima, le candele, il pavimento di pietra, la luce grigia che entrava dalle finestre alte.
Solo Ambrose non c’era più.
E Cameron era ancora lì. Il rumore della carrozza svanì del tutto.
Rimase fermo al centro dell’atrio, gli occhi fissi sulla porta chiusa. Il legno scuro, i pannelli intagliati, il ferro della maniglia, li guardò come si guarda qualcosa senza vederlo davvero, mentre la mente è altrove, mentre il corpo aspetta istruzioni che non arrivano.
Il Duca non si era mosso. Cameron lo sapeva senza guardare, lo sapeva dalla qualità del silenzio alle sue spalle, come si riconosce il cambiamento della pressione dell’aria prima di un temporale. Blackthorn era lì, a quella distanza precisa che non era né lontananza né invasione, e aspettava. Non disse niente. Non si avvicinò. Aspettava.
Cameron fissò la porta. Pensò a Ambrose sulla carrozza, il cappotto storto, gli occhi lucidi, le mani che rimettevano i guanti un dito alla volta. Pensò che probabilmente stava già riorganizzando la cosa nella propria testa, trovando il modo di renderla sopportabile, di darle una forma che non richiedesse di guardarsi dentro troppo a lungo. Ambrose era bravo in quello. Era sempre stato bravo in quello. Pensò ai dieci anni. Poi smise di pensarci. Non perché non importassero, importavano, avrebbero sempre importato, erano dieci anni della sua vita e non si cancellano dieci anni, ma perché continuare a guardarli era come continuare a fissare la porta: un modo per non voltarsi. Il pavimento di pietra sotto i piedi. La luce grigia dalle finestre alte. Il respiro del Duca alle sue spalle, appena percettibile.
Cameron chiuse gli occhi. Dentro c’era ancora quella strana quiete, quella che aveva trovato sul gradino della scala mentre ascoltava le voci, quella che non assomigliava alla pace, ma che forse era la sua versione, la versione che aveva a disposizione in questo momento, in questo corpo, con questa storia addosso. Non sapeva cosa sarebbe successo. Non sapeva cosa voleva che succedesse, o lo sapeva, ma non ancora abbastanza chiaramente da poterlo dire ad alta voce senza che la voce gli tradisse qualcosa.
Sapeva solo che il Duca era lì.
Aprì gli occhi. Si voltò. Non fu un gesto lento né drammatico, fu semplicemente quello che fu, un uomo che gira su se stesso in un atrio, le mani lungo i fianchi, la schiena dritta. Il Duca era esattamente dove Cameron sapeva che sarebbe stato. Fermo, le mani ancora intrecciate dietro la schiena, gli occhi scuri che non esprimevano trionfo, e questo, stranamente, era la cosa che Cameron aveva meno previsto. Non c’era soddisfazione sul quel viso. Non c’era il sorriso lento e predatore che aveva imparato a riconoscere. C’era solo attenzione, quel genere di sguardo che non perde niente, che Cameron aveva trovato insopportabile all’inizio e che adesso non sapeva come trovare, non aveva ancora la parola giusta.
Si guardarono. Il silenzio non era scomodo. Era solo silenzio, reale, senza niente nascosto dentro, senza nessuno che aspettasse che l’altro cedesse per primo.
Fu Cameron a parlare.
«Non so ancora cosa sono disposto a darti,» disse. La voce era bassa, ferma, senza inflessioni particolari. «Non so ancora cosa voglio. Non so… molte cose.» Fece una pausa. «Ma sono ancora qui.»
Il Duca lo guardò per un lungo momento. Poi qualcosa sul suo viso si mosse, quasi impercettibile, una cosa che Cameron non avrebbe saputo nominare se non fosse stato che lo stava guardando con tutta l’attenzione che aveva. «Lo so,» disse il Duca. Due parole. Le stesse di prima, ma diverse, meno contenimento, meno distanza. Qualcosa che assomigliava, pericolosamente, a sollievo. Cameron annuì appena. Il Duca fece un passo verso di lui, uno solo, misurato, un passo che era una domanda silenziosa. Si fermò. Cameron non indietreggiò. Non era un’offerta. Non era una resa. Era solo quello che era, un uomo che non indietreggiava, per la prima volta non perché non potesse ma perché aveva scelto di non farlo. Il Duca alzò una mano, lentamente, e la posò sulla guancia di Cameron, il palmo caldo contro la pelle fredda del mattino, le dita che non stringevano, che non trattenevano, che stavano lì e basta come una domanda che non richiedeva risposta immediata. Cameron sentì il contatto. Non chiuse gli occhi. Rimase a guardare il Duca, quegli occhi scuri che adesso da vicino erano meno impenetrabili di quanto avesse creduto, che avevano dentro qualcosa che assomigliava a tutto quello che nessuno dei due aveva ancora trovato il modo di dire.
Stettero così per un momento.
Poi il Duca abbassò la mano. «Colazione,» disse semplicemente. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se non fosse appena successo niente di irreversibile nell’atrio di un maniero mentre una carrozza si allontanava sul vialetto ghiaioso.
Cameron quasi rise.
«Colazione,» ripeté.
Il Duca si voltò verso il corridoio, le mani di nuovo intrecciate dietro la schiena, il passo lento e misurato come sempre. Cameron lo seguì. Non sapeva ancora cosa sarebbe successo, domani, tra una settimana, quando il denaro fosse stato consegnato e le sue sorelle al sicuro e non ci fosse più nessuna ragione pratica per restare. Non sapeva cosa avrebbe trovato, continuando a guardare in quella direzione. Ma stava guardando, era già qualcosa.

Capitolo 12

«Perché non sei venuto ieri notte?»
«Perché non era il momento.»
«E come fai a saperlo?»
«Perché conosco la differenza tra qualcuno che non può andarsene e qualcuno che sceglie di restare.»

La sala da colazione era piccola, con una finestra che dava sul lato est del parco. La luce del mattino entrava obliqua, ancora invernale, con un chiarore lattiginoso che illuminava senza dichiarare niente.
Cameron era già seduto quando il Duca entrò.
Non lo aveva aspettato, o forse sì, inconsapevolmente, perché aveva scelto quella sedia e non l’altra, quella che dava sulla porta.
Se il Duca lo notò non disse nulla.
Si sedette di fronte a lui, fece un cenno al valletto, e per qualche minuto non ci fu niente tranne il suono del caffè versato e il crepitio lontano di un fuoco in un’altra stanza.
Cameron mangiò. Non con sospetto, questa volta. Mangiò perché aveva fame, perché il corpo continuava a funzionare indipendentemente da tutto il resto, perché alcune cose sono più semplici di quello che succede intorno a loro.
Il Duca bevve il suo caffè in silenzio.
Non parlò subito. Anche questo era un cambiamento. Cameron se ne accorse senza cercarlo, come si nota l’assenza di un rumore a cui ci si era abituati. Nelle settimane precedenti il silenzio del Duca era sempre stato pieno di qualcosa: attesa, calcolo, la pressione di chi stava costruendo qualcosa e non aveva fretta di mostrarlo. Questo silenzio era diverso. Più neutro. Meno costruito.
Cameron spezzò un pezzo di pane. Lo mangiò. Guardò fuori dalla finestra, il parco, gli alberi, il lago artificiale che brillava appena in lontananza sotto la luce bassa.
Pensò ad Ambrose.
Non con la rabbia che si sarebbe aspettato, o non solo quella. C’era qualcosa di più quieto sotto, qualcosa che assomigliava alla fine di una tensione molto lunga. Come quando si porta un peso per tanto tempo che smetti di sentirlo, e poi lo posi, e il sollievo e il disorientamento arrivano insieme e non sai distinguerli.
Ambrose era andato.
Cameron aveva sistemato il cappotto, quel gesto automatico, traditore, che diceva tutto su dieci anni di riflessi condizionati, e poi aveva detto no. E Ambrose era andato, e il mondo non era finito, e Cameron era ancora seduto su una sedia con una tazza di caffè in mano e le gambe che reggevano e il cuore che batteva.
Stava bene.
Non era felice, non ancora, forse non presto. Ma stava bene. E questa scoperta era abbastanza scomoda da far sembrare tutto il resto quasi semplice.
«C’è un libro,» disse il Duca.
Cameron alzò gli occhi.
Il Duca stava girando il cucchiaino nella tazza, lo sguardo rivolto da qualche parte a metà tra il tavolo e la finestra.
«In biblioteca. Secondo scaffale a sinistra entrando, terza fila dall’alto. Un taccuino rilegato in pelle marrone, non è un libro, in realtà, è una raccolta di carte geografiche di questa zona. Risale al secolo scorso, quando il confine tra le due proprietà confinanti era ancora in disputa.» Una pausa. «Se vuoi capire come è fatta la tenuta. Non come prigioniero, come qualcuno che ci vive.»
Cameron rimase in silenzio per un momento.
«Come qualcuno che ci vive,» ripeté.
«Provvisoriamente,» disse il Duca. La parola uscì senza ironia, senza il peso di una trappola. Solo una constatazione.
Cameron tornò a guardare fuori dalla finestra. Il lago brillava ancora, immobile.
Provvisoriamente. Era onesto, questo. Era la cosa più onesta che il Duca gli avesse detto da quando era entrato in quella casa, forse perché non stava cercando di ottenere niente con quella parola, stava solo usando la parola giusta.
«Perché non sei venuto ieri notte?» disse Cameron. Non come accusa, come domanda vera, forse la prima che faceva senza aspettarsi una trappola nella risposta.
Il Duca non finse di non capire.
«Perché non era il momento.»
«E come fai a saperlo?»
«Perché conosco la differenza tra qualcuno che non può andarsene e qualcuno che sceglie di restare.» Il Duca posò il cucchiaino. «La notte davanti lo specchio non avevi ancora scelto. Eri esausto, umiliato, sotto l’effetto del laudano. Qualunque cosa fosse successa quella notte sarebbe stata mia, non tua.»
Cameron lo guardò.
«E adesso?»
Il Duca alzò gli occhi su di lui, quegli occhi scuri che Cameron aveva imparato a leggere almeno in parte, abbastanza da vedere quando il controllo costava qualcosa.
«Adesso hai detto no a qualcuno che ami da dieci anni. Adesso sei seduto qui di tua volontà con il caffè che ti si sta freddando in mano.» Una piccola pausa. «Adesso non ho fretta.»
Cameron abbassò lo sguardo sulla tazza. Il caffè era tiepido. Lo bevve lo stesso.
Il silenzio tornò, ma era cambiato di nuovo, aveva preso un’altra forma. Non era il silenzio di chi aspetta che l’altro ceda. Era il silenzio di due persone che stanno nello stesso posto senza che nessuna delle due stia cercando di occupare lo spazio dell’altra.
Cameron non sapeva ancora cosa farne.
Ma non era un silenzio scomodo.
«Le carte geografiche,» disse alla fine.
Il Duca lo guardò.
«Dopo colazione,» disse Cameron. «Potrei darci un’occhiata.»
Il Duca non sorrise, o sorrise così poco che Cameron non avrebbe potuto giurarci. Si alzò, prese la tazza, andò verso la porta.
«Secondo scaffale a sinistra,» disse. «Terza fila dall’alto.»
Uscì.
Cameron rimase seduto, la tazza vuota in mano, la luce del mattino che si spostava lentamente sulla tovaglia bianca.
Pensò che avrebbe dovuto sentirsi in trappola, la biblioteca, le carte geografiche, il Duca che gli mostrava la tenuta come se fosse casa sua. Pensò che avrebbe dovuto riconoscere la mossa, nominarla, difendersi.
Invece pensò alle carte geografiche. Ai confini in disputa, al secolo scorso, al modo in cui i posti cambiano e restano uguali a seconda di dove metti gli occhi.
Si alzò.
Andò in biblioteca.

Il taccuino era esattamente dove il Duca aveva detto.
Cameron lo trovò senza difficoltà, secondo scaffale a sinistra, terza fila dall’alto, rilegato in pelle marrone scuro con il dorso leggermente consumato dal tempo. Lo tirò fuori con una certa cautela, il tipo di cautela automatica che si riserva alle cose vecchie senza decidere di farlo. Era più pesante di quanto sembrasse. Lo portò al tavolo vicino alla finestra, si sedette, lo aprì.
Non erano carte geografiche nel senso moderno, erano qualcosa di più artigianale, più incerto. Disegni a inchiostro su carta ingiallita, alcuni con correzioni sovrascritte, bordi rifatti, nomi cancellati e riscritti in grafia diversa. La tenuta di Blackthorn appariva in ognuna di esse, ma con contorni che cambiavano da carta a carta come se nessuno fosse mai riuscito a mettersi d’accordo su dove finisse davvero.
Cameron sfogliò lentamente.
Cercava, cosa, non lo sapeva ancora. Forse niente. Forse stava solo tenendo le mani occupate mentre la testa faceva altro. Ma le carte erano strane, interessanti in un modo che non si aspettava: non come documenti, per le storie che raccontavano. Ogni correzione era una disputa, ogni nome cancellato era qualcuno che aveva perso qualcosa o qualcuno che aveva vinto. I confini non erano semplici linee, erano negoziazioni solidificate, compromessi diventati inchiostro.
Si fermò su una carta a metà taccuino.
Era diversa dalle altre, più grande, più dettagliata, con una cura nel tratto che le precedenti non avevano. Mostrava la tenuta in un momento in cui era ancora divisa in due: due proprietà separate, con un confine che correva lungo quello che adesso era il sentiero principale del parco. Il lago artificiale non esisteva ancora, al suo posto c’era un avvallamento segnato con parole latine che Cameron non riuscì a decifrare completamente. Aqua qualcosa. Locus qualcosa.
Ai lati del confine, due nomi di famiglia. Uno era Blackthorn, scritto con quella grafia angolosa che Cameron aveva visto sui documenti del maniero. L’altro era un nome che non riconobbe, quattro sillabe in inchiostro più sbiadito, come se fosse stato scritto per primo e poi ignorato a lungo.
Cameron rimase a guardare quella linea di confine per qualche tempo, la linea che divideva quello che adesso era un’unica cosa, che aveva diviso persone che probabilmente si erano odiate o amate o entrambe le cose attraverso quella linea per anni, finché qualcuno non aveva deciso che non valeva la pena di mantenere la divisione.
Chiuse gli occhi un momento.
Li riaprì. Girò la pagina.
Non si accorse subito di quanto tempo fosse passato. La luce dalla finestra si era spostata, non di molto, ma abbastanza da dirgli che aveva smesso di pensare ad Ambrose, al Duca, al bacio, al no che aveva detto quella mattina nell’atrio con le gambe che reggevano a stento. Aveva smesso di pensare a tutto quello e aveva guardato le carte, e le carte lo avevano tenuto lì senza chiedergli niente in cambio.
Era strano. Era quasi piacevole.
Bussarono alla porta.
Non era il Duca. Era un ragazzo giovane che Cameron non aveva mai visto, con la livrea del maniero e un vassoio in mano, una teiera, una tazza, un piattino con qualche biscotto di pasta frolla. Il ragazzo posò tutto sul bordo del tavolo senza parlare, fece un piccolo cenno del capo e sparì prima che Cameron potesse dire niente.
Cameron rimase a guardare il vassoio.
La teiera fumava. I biscotti erano ancora caldi, si sentiva dall’odore, burro e zucchero e qualcosa di speziato che non riusciva a identificare. Sul bordo del vassoio, appoggiato con una cura quasi eccessiva, c’era un piccolo foglio ripiegato. Cameron lo prese.
Tre parole, in una grafia che riconobbe immediatamente, angolosa, precisa, senza fronzoli.
Il confine nord è falso.
Cameron rimase con il foglio in mano per un momento. Poi lo rigirò, il retro era bianco. Lo rigirò ancora. Guardò la porta chiusa, guardò la finestra, guardò le carte geografiche aperte sul tavolo.
Trovò la carta che mostrava il confine nord. Ci guardò più attentamente di prima, e vide, adesso che sapeva dove cercare, quello che non aveva visto prima. La linea era stata tracciata due volte, con inchiostri diversi. La prima, più sbiadita, correva qualche centimetro più a est. La seconda, quella visibile, quella che sembrava ufficiale, era stata sovrapposta alla prima con una mano diversa, in un momento diverso.
Qualcuno aveva spostato il confine. A mano. Su carta. Come se spostarlo sulla carta fosse abbastanza per renderlo reale.
Cameron quasi rise. Non lo fece, ma quasi.
Versò il tè. Prese un biscotto. Tornò alle carte.
Il Duca non era venuto, aveva mandato il tè e tre parole su un foglio, e Cameron non sapeva ancora cosa farsene di quel gesto, non aveva ancora la categoria giusta per tenerlo. Ma il tè era caldo e i biscotti erano buoni e il confine nord era falso, e Cameron era seduto in una biblioteca che non era sua a guardare carte geografiche che non avrebbe mai dovuto trovare interessanti.
Eppure…
Rimase lì fino a quando la luce cambiò di nuovo e la teiera fu vuota e aveva trovato altre due anomalie nelle carte che voleva capire meglio. Poi chiuse il taccuino con cura, lo rimise al suo posto, secondo scaffale a sinistra, terza fila dall’alto, e rimase un momento con la mano ancora sul dorso consumato.
Pensò al Duca che sapeva esattamente quale libro mandargli a prendere.
Pensò che era una cosa piccola. Che non cambiava niente di sostanziale. Che domani avrebbe ancora dovuto decidere cosa fare della propria vita, dove andare, come ricominciare.
Tolse la mano dallo scaffale.
Uscì dalla biblioteca.
Nel corridoio non c’era nessuno, solo le candele a muro e il silenzio del maniero nel pomeriggio, quella quiete che Cameron aveva imparato a distinguere dal silenzio ostile delle prime settimane. Questo era diverso. Più neutro. Più abitabile.
Camminò verso la sua stanza senza fretta.
Il foglio era ancora in tasca, il confine nord è falso, e Cameron non lo tirò fuori, non lo rilesse. Lo lasciò lì, contro la coscia, mentre camminava.
Era solo un foglio. Era solo un’informazione su una carta geografica vecchia di un secolo.
Ma il Duca lo aveva mandato a cercarlo. Lo aveva saputo, aveva saputo che Cameron avrebbe guardato, avrebbe trovato, avrebbe voluto capire. Lo aveva saputo prima che Cameron lo sapesse.
E questo era il gesto più intimo che quell’uomo gli avesse mai fatto.
Più del laudano. Più delle catene. Più del bacio nell’atrio.
Cameron si fermò a metà corridoio.
Rimase fermo per qualche secondo, la mano in tasca sul foglio ripiegato.
Poi riprese a camminare.

Capitolo 13

«Avete tenuto quel taccuino in biblioteca per anni.»
«Sì.»
«Non l’avete mai mostrato a nessuno.»
«Non c’era nessuno a cui mostrarlo.»

Cameron mangiò da solo.
Il vassoio era stato portato nella sua stanza verso l’imbrunire. Arrosto, pane, una brocca di vino. Cameron aveva mangiato in piedi vicino alla finestra, guardando il parco che diventava buio. Non aveva chiesto del Duca. Nessuno aveva spiegato la sua assenza. Le cose stavano così, e Cameron aveva mangiato e aveva bevuto mezzo bicchiere di vino e aveva rimesso il resto sul vassoio senza finirlo.
Il foglio era ancora in tasca. Il confine nord è falso.
Rimase nella sua stanza finché la luce fuori non fu del tutto sparita. Poi rimase ancora un po’, seduto sul bordo del letto, le mani sulle ginocchia, il fuoco che crepitava piano.
Pensò alle carte. Ai due inchiostri sovrapposti, alla linea spostata, al nome sbiadito dall’altra parte del confine. Pensò al taccuino che stava lì da anni, secondo scaffale a sinistra, terza fila dall’alto, in una biblioteca che il Duca attraversava ogni giorno.
Non c’era nessuno a cui mostrarlo.
Cameron si alzò.
Non aveva ancora deciso dove stava andando, o forse lo aveva deciso e non voleva ammetterlo, che era una distinzione sempre più sottile in quella casa. Uscì nel corridoio. Camminò verso l’ala che non aveva mai avuto ragioni ufficiali per raggiungere, quella che ospitava gli appartamenti del Duca. Il ricordo della notte trascorsa legato al letto a baldacchino lo lambiva con un suono di risacca lontana. Non perché avesse dimenticato, no… L’umiliazione, il laudano, lo specchio in cui le loro immagini sovrapposte, sua e del Duca, si erano confuse insieme, per colpa delle lacrime e della vertigine che aveva provato quando era stato sbalzato suo malgrado fuori dal suo stesso corpo. Ma in quel momento nella sua testa c’era solo il confine sbagliato, e un muto interrogativo che forse solo davanti al Duca avrebbe trovato il modo di risalire fino alle labbra.
Cercò di orientarsi nelle ampie sale, tra i corridoi in penombra. Gli parve di riconoscere la porta della stanza del Duca, fece per bussare. Ma poi udì la musica.
Cameron rimase immobile.
Era un pezzo barocco per violino, una linea melodica che saliva e scendeva con una logica precisa, quasi matematica, in cui ogni nota sembrava sapere esattamente dove stava andando. Il violino era padroneggiato con sicurezza, con quella presenza nel suono che hanno le persone che suonano per sé e non per essere ascoltate. Chi lo imbracciava non stava esibendo niente. Stava solo suonando.
Rimase ad ascoltare.
Il pezzo aveva due voci, lo sentiva chiaramente, anche con un solo strumento. Una linea saliva, l’altra rispondeva dal basso, e le due si inseguivano con una pazienza quasi ostinata, come se stessero cercando di dirsi qualcosa che non riuscivano a dire direttamente. Si rincorrevano, si sfioravano, non si fondevano mai del tutto.
Cameron appoggiò una mano allo stipite.
Pensò a sua madre che gli correggeva la posizione delle dita sul manico, in una stanza piccola con il pavimento che scricchiolava. Pensò a quante cose aveva smesso di fare negli anni, lentamente, senza accorgersene, cose sue che non servivano a nessuno e quindi erano scivolate via. Il violino, disegnare, leggere per piacere invece che per necessità.
La musica si avvicinava alla fine. Le due linee cominciavano a convergere invece di rincorrersi, non a fondersi, solo ad avvicinarsi, come due persone che smettono di girarsi intorno.
Cameron fece un passo indietro.
Poteva andarsene. Nessuno sapeva che era lì. Poteva tornare nella sua stanza, sedersi davanti al fuoco, lasciare che la serata finisse senza rischi.
La musica finì. Il silenzio dopo era ancora pieno di quello che c’era stato.
Cameron alzò la mano e bussò.
Un momento. Due.
«Avanti.»
La voce del Duca era leggermente meno costruita del solito, come succede quando qualcuno viene interrotto in qualcosa di privato prima di aver avuto il tempo di prepararsi.
Cameron spinse la porta.
Lo studio era una stanza che non aveva mai visto. Più piccola della biblioteca, più personale, scaffali di partiture invece di libri, alcune ripiegate, alcune aperte su leggii. Una poltrona consumata sul bracciolo destro stava davanti a un camino basso. Il Duca era in piedi vicino alla finestra, il violino ancora in mano, l’archetto nell’altra.
Guardò Cameron entrare senza dire niente.
Cameron rimase sulla soglia un secondo. Poi disse, la voce più bassa del previsto: «Non sapevo che suonaste.»
«Non lo dico in giro.» Solo un fatto.
Cameron guardò lo strumento. «Cosa era?»
«Una canzona. Bartolomé de Selma y Salaverde.» Il Duca abbassò lentamente l’archetto. «Scritta per due voci. Io la suono da solo.»
Cameron alzò gli occhi su di lui.
«Mia madre mi ha insegnato il violino,» disse. Le parole uscirono prima che decidesse di dirle, come succedeva sempre più spesso in quella casa. «Non lo tocco da anni.»
Il Duca non rispose subito. Abbassò lo sguardo sullo strumento, un momento breve, quasi involontario, poi lo posò con cura sul leggio più vicino.
«Siediti,» disse.
Cameron si sedette. La poltrona consumata sul bracciolo era chiaramente quella del Duca, portava i segni di chi vi tornava sempre. Cameron scelse l’altra, più rigida, dall’altro lato del camino. Il Duca non commentò. Si sedette, tenendo l’archetto in mano.
«Il confine nord,» disse il Duca.
Cameron quasi sorrise. «Era spostato a mano. Inchiostro diverso, grafia diversa.»
«Mio nonno. Aveva una disputa con il vicino da trent’anni. A un certo punto ha deciso che era più semplice ridisegnare la carta.»
«Ha funzionato?»
«Per lui sì.»
Cameron guardò il fuoco. «E adesso?»
«Il vicino è morto. Suo figlio non sa che il confine è falso.» Posò l’archetto sul bracciolo. «Non vedo motivi per dirglielo.»
Cameron annuì lentamente. Non era una questione morale, o forse lo era, ma non in quel momento. Stava solo registrando un’informazione che si aggiungeva a tutto quello che già sapeva del Duca e che non riusciva ancora a tenere insieme in modo ordinato.
Il silenzio che seguì era abitabile. Come se la stanza fosse abituata al silenzio di una persona sola e si stesse adattando, senza disagio, a contenerne due.
«Perché una canzona per due voci?» disse Cameron. Non era una vera domanda.
Il Duca lo guardò. «Perché è il pezzo più onesto che conosca. Due linee che non si fondono mai del tutto. Si inseguono, si rispondono, a volte si sovrappongono. Ma restano due.»
Cameron rimase con quelle parole per un momento.
«Avete tenuto quel taccuino in biblioteca per anni,» disse piano.
«Sì.»
«Non l’avete mai mostrato a nessuno.»
Il Duca non rispose subito. Quando parlò, la voce era quasi neutra: «Non c’era nessuno a cui mostrarlo.»
Cameron alzò gli occhi su di lui.
Il Duca lo stava guardando, non con la fame controllata che Cameron aveva imparato a riconoscere, non con il calcolo di chi aspetta il momento giusto. Con qualcosa di più semplice e molto più difficile da reggere.
Cameron abbassò lo sguardo sul fuoco.
Rimase così per un tempo che non seppe misurare.
«Domani,» disse alla fine. «Mi mostrate il confine nord? Dal vivo. Non sulla carta.»
Il Duca rimase in silenzio per un secondo.
«Sì,» disse.
Cameron si alzò, senza fretta, senza bruschi cambi di registro. «Buonanotte.»
«Buonanotte.»
Uscì. La porta si chiuse piano.
Nel corridoio camminò lentamente verso la sua stanza, le mani in tasca, il foglio ancora contro la coscia.
Pensò alla canzona per due voci suonata da una sola.
Pensò a non c’era nessuno a cui mostrarlo detto con quella voce quasi neutra, una piccola forma di vulnerabilità, quasi invisibile, ma reale.
Aprì la porta della sua stanza. Si sedette sul bordo del letto al buio.
Non sapeva ancora dove stava andando.
Ma stava andando da qualche parte. E per la prima volta da quando era entrato in quella casa, quella direzione era sua.

Capitolo 14

La pioggia continuava a cadere. Il mondo non aveva smesso di esistere.

Partirono all’alba, quando il cielo era ancora di quel grigio indeciso che non sa ancora se vuole diventare luce.
Il Duca aveva detto solo «porta un soprabito pesante» la sera prima, sulla soglia dello studio, prima che Cameron uscisse. Niente altro. Cameron aveva fatto come gli era stato detto.
Cavalcarono verso nord attraverso la parte del parco che Cameron non aveva ancora esplorato, più selvatica, meno curata, con gli alberi che si facevano più fitti e il sentiero che diventava via via meno sentiero e più traccia, come qualcosa che esisteva solo perché qualcuno ci passava sopra di tanto in tanto e l’erba aveva smesso di crescere in quel punto.
Il Duca cavalcava davanti, il passo dello stallone lento e sicuro sul terreno irregolare. Non parlava.
Cameron lo seguiva a una lunghezza di cavallo, il soprabito abbottonato fino in cima, le mani ferme sulle redini.
L’aria era diversa in quella parte della tenuta, più umida, con quell’odore di terra e corteccia bagnata che viene dalle cose che non vengono disturbate spesso. Ogni tanto un uccello partiva da qualche ramo con un suono brusco, e i cavalli alzavano la testa, e poi tutto tornava silenzioso.
Cameron guardava il paesaggio. Non cercava niente in particolare, lasciava che gli occhi si muovessero senza istruzioni, dall’albero alla radice esposta al cielo tra i rami. Era una cosa che non faceva quasi mai. Guardare senza uno scopo.
«Eccolo,» disse il Duca.
Si erano fermati su un piccolo rialzo. Davanti a loro il terreno scendeva leggermente verso una linea di alberi più bassi, e lì, quasi invisibile se non si sapeva dove guardare, c’era una serie di pietre conficcate nel suolo a distanze regolari, coperte di muschio, alcune inclinate per l’età o il ghiaccio.
Il confine.
Cameron smontò senza aspettare, liberandosi del soprabito. Si avvicinò alla prima pietra, si accovacciò, la guardò da vicino. Il muschio era spesso, verde scuro, con quella consistenza umida che ti resta sulle dita. Sotto, appena visibile, c’era un segno inciso, una lettera, forse, o uno stemma consumato dal tempo.
«Dove sarebbe il confine vero?» chiese.
Il Duca smontò a sua volta. Andò a fermarsi qualche metro più a est, tra due alberi. «Qui. La linea originale passava tra questi due querce. Mio nonno l’ha spostata di circa quattro metri verso est, abbastanza da includere una sorgente che il vicino usava per abbeverare il bestiame.»
Cameron si alzò, camminò fino al punto che il Duca aveva indicato. Si fermò tra i due alberi. Guardò in una direzione, poi nell’altra. Non c’era niente di particolare da vedere, solo alberi, erba, il terreno leggermente più umido vicino a dove doveva essere la sorgente.
«Per una sorgente,» disse.
«Per una sorgente.»
«E il vicino non ha mai capito.»
«Il vicino ha capito benissimo.» Il Duca si avvicinò, si fermò accanto a Cameron tra i due alberi. «Ma non aveva le risorse per contestarlo in modo formale. E mio nonno lo sapeva quando ha ridisegnato la carta.»
Cameron rimase in silenzio per un momento. Guardava il terreno ai suoi piedi, quella linea invisibile che separava quello che era di qualcuno da quello che era di qualcun altro, spostata di quattro metri su un foglio di carta ingiallita da qualcuno che era morto da decenni.
«Perché me lo hai mostrato?» chiese.
Il Duca non rispose subito. Stava guardando nella stessa direzione di Cameron, gli alberi, il terreno umido, il cielo che stava finalmente decidendo di diventare luce.
«Perché è la cosa meno onorevole che so della mia famiglia,» disse alla fine. «E mi sembrava giusto che tu la sapessi.»
Cameron girò la testa verso di lui.
Il Duca non lo stava guardando. Aveva ancora gli occhi sulla linea di alberi davanti a sé, con quella postura diritta e controllata che Cameron conosceva, ma c’era qualcosa di diverso, qualcosa di leggermente più aperto, come una finestra socchiusa in una stanza che di solito sta chiusa.
«Perché ti sembrava giusto,» ripeté Cameron.
«Perché sei qui.» Il Duca si voltò verso di lui. «Non come prigioniero. Non per il denaro, o non solo. Sei qui perché hai scelto di esserlo, ieri mattina, in quell’atrio. E quando qualcuno fa una scelta così, merita di sapere in cosa sta entrando. Inclusa la parte del confine spostato.»
Cameron lo guardò. Il Duca lo guardava, quegli occhi scuri che non perdevano niente, che Cameron aveva imparato a non cercare di evitare perché non serviva, perché lo trovavano lo stesso.
L’aria era ferma. Da qualche parte tra gli alberi c’era il suono leggero dell’acqua, la sorgente, quella per cui qualcuno aveva ridisegnato una carta un secolo fa.
Cameron non seppe cosa guidasse i suoi gesti. Non ci fu una decisione, non ci fu un momento in cui scelse. Ci fu solo un passo, poi un altro, e all’improvviso erano più vicini, e poi vicinissimi.
Anche il Duca si mosse, verso di lui, ma nessuno dei due decideva davvero, ed entrambi lo facevano.
La pioggia era cominciata piano, quasi senza che se ne accorgessero, prima un suono tra le foglie, poi il freddo sottile sui capelli, poi l’acqua che scorreva lungo il collo, che incollava la camicia alla pelle. Nessuno dei due si mosse per ripararsi.
Il bacio fu semplice. Non come il bacio nell’atrio, quello era stato una collisione, rabbia e fame e settimane di tensione che esplodevano tutte insieme. Questo era diverso. Più lento, più deliberato, il tipo di cosa che accade quando non ci sono più scuse da usare e non ci sono più difese da mantenere e rimane solo quello che c’è.
Le labbra del Duca erano fredde nell’aria e bagnate di pioggia. Cameron sentì la mano di Blackthorn sfiorargli la guancia, appena, il dorso delle dita, quasi incerto, e fu quel gesto più del bacio stesso a fermarlo dentro. Non la fame, non il controllo, non la tattica. Solo il tatto di qualcuno che si trattiene perché sa che questo è il momento in cui meno è di più.
Cameron non si ritrasse. Lasciò che il bacio durasse, che si posasse, che respirasse. La pioggia cadeva su entrambi, uguale, indifferente, il freddo dell’acqua e il calore che veniva dall’altro, e per qualche secondo non cercò di capire la differenza tra i due.
Quando si separarono, nessuno dei due parlò subito.
Rimasero fermi tra gli alberi, l’acqua che continuava a cadere, i capelli bagnati, le camicie incollate alla pelle. Abbastanza vicini da sentire il respiro dell’altro nell’aria fredda, abbastanza lontani da poter vedere il viso dell’altro. Il Duca lo guardava con un’espressione che Cameron non riuscì a decifrare del tutto, non trionfo, non fame, qualcosa di più quieto, quasi come se anche lui stesse aspettando di capire cosa fosse appena successo.
La pioggia continuava a cadere. Il mondo non aveva smesso di esistere.
Il Duca aveva un’espressione che Cameron non aveva mai visto su quel viso, non trionfo, non fame controllata, non il calcolo del predatore che ha aspettato a lungo. Qualcosa di più nudo, di meno costruito. Qualcosa che assomigliava, pericolosamente, alla vulnerabilità.
Cameron abbassò gli occhi. Li alzò di nuovo.
«Il confine spostato,» disse alla fine, la voce bassa.
«Sì.»
«Tua nonna lo sapeva?»
Il Duca rimase un secondo in silenzio, come se la domanda lo avesse colto di sorpresa. Poi, piano: «Probabilmente sì. Non ne parlava.»
Cameron annuì lentamente. Poi si voltò verso i cavalli.
«Torniamo,» disse.
Non era un rifiuto. Non era una fuga. Era solo quello che era, due persone che avevano fatto una cosa e che adesso avevano bisogno di un po’ di strada e di aria tra loro per capire cosa farsene.
Il Duca lo seguì senza dire niente.

Cavalcarono verso il maniero in silenzio, ma era un silenzio diverso da quello dell’andata. Più pieno. Più consapevole di se stesso.
A un certo punto, sulla strada di ritorno, il Duca disse, senza guardarlo, gli occhi dritti davanti: «Non me lo aspettavo.»
Cameron tenne gli occhi sul sentiero. «Nemmeno io.»
«È stato diverso dall’altra volta.»
«Sì.»
Il Duca non aggiunse altro. Cameron nemmeno.
Ma quando arrivarono al cortile e smontarono e consegnarono i cavalli agli stallieri, Cameron notò che il Duca aveva rallentato il passo, di poco, quasi impercettibilmente, in modo da camminare accanto a lui invece che davanti.
Un passo. Solo un passo di distanza diversa.
Cameron lo notò e non disse niente.

Capitolo 15

«Non è andata come avevo previsto,» disse il Duca, sottovoce.
«No,» concordò Cameron.
«Avevo previsto di vincere.»

Cameron tornò allo studio dopo cena.
Non fu una decisione, o fu la stessa non-decisione del bacio al confine nord, quella cosa che accade quando smetti di chiederti se farla e ti ritrovi già a farla. Si ritrovò davanti alla porta, la mano alzata, e bussò.
«Avanti.»
Il Duca era seduto nella sua poltrona, il violino sulle ginocchia, l’archetto in mano. Non stava suonando, stava guardando lo strumento come se stesse pensando a qualcosa che non riguardava il violino.
Alzò gli occhi quando Cameron entrò. Non disse niente.
Cameron si sedette nell’altra poltrona, la sua, ormai, quella più rigida dall’altro lato del camino. Il fuoco era alto, la stanza calda, le partiture sugli scaffali proiettavano ombre lunghe sulle pareti.
Silenzio.
Non il silenzio ostile delle prime settimane, non il silenzio carico di tattica. Questo era diverso, denso, presente, consapevole di se stesso. Il tipo di silenzio che sa cosa contiene.
Il Duca abbassò gli occhi sul violino. Posò l’archetto sullo strumento, non per suonare, solo per tenerlo, le dita che trovavano la posizione senza che lui decidesse di cercarsela.
«Al confine nord,» disse alla fine, senza preamboli.
«Sì,» disse Cameron.
«Non me lo aspettavo.»
«L’hai già detto.»
«Lo sto dicendo ancora.» Il Duca alzò gli occhi su di lui. Non c’era ironia in quella frase, era solo vera, e la voce lo diceva. «Non sono abituato a non aspettarmi le cose.»
Cameron lo guardò. Nella luce del fuoco il viso del Duca aveva quell’espressione ambigua che Cameron aveva imparato a riconoscere come la sua versione dell’onestà, non aperto, mai del tutto aperto, ma con qualcosa di meno costruito del solito.
«Lo so,» disse Cameron.
Il Duca inclinò leggermente la testa. «Ti dà soddisfazione?»
Cameron considerò la domanda seriamente. «Un po’.»
Il Duca quasi sorrise. Non del tutto, ma quasi, e Cameron lo vide, e il fatto di vederlo era già qualcosa.
Silenzio di nuovo. Il fuoco crepitava. Da fuori, lontano, il vento tra gli alberi.
Il Duca portò il violino sotto il mento. Posò l’archetto sulle corde, e poi rimase così, fermo, senza muoverlo. Come se stesse ascoltando qualcosa che non aveva ancora cominciato.
«La canzona,» disse Cameron.
«Sì.»
«Quella per due voci.»
«Sì.»
Cameron rimase in silenzio per un momento. Poi disse, piano: «Suonala.»
Il Duca lo guardò, un secondo solo, breve, con quell’attenzione totale che Cameron non cercava più di evitare. Poi abbassò gli occhi sullo strumento e cominciò.
La prima nota riempì la stanza come qualcosa di fisico.
Cameron rimase fermo nella sua poltrona, le mani sulle ginocchia, e ascoltò. La melodia saliva e scendeva con quella logica precisa e quasi inevitabile della musica barocca, ogni nota sapeva dove stava andando, ogni frase chiamava la successiva. E sotto la voce principale, la seconda linea che rispondeva, si inseguivano, si avvicinavano senza mai toccarsi del tutto.
Due voci. Una sola mano.
Cameron sentì qualcosa spostarsi dentro, non in modo drammatico, non un’esplosione. Qualcosa di più lento, più profondo, come quando gli occhi si abituano al buio e cominciano a vedere le forme delle cose.
Il Duca suonava con gli occhi chiusi. Le dita si muovevano sulle corde con una sicurezza che veniva da anni, da centinaia di serate in quella stanza da solo con quello strumento. Cameron guardava le sue mani, le stesse mani che lo avevano tenuto incatenato, che avevano portato il bicchiere d’acqua, che si erano fermate sulla soglia del contatto troppe volte da contare, e pensò che non aveva ancora finito di capire quell’uomo. Che probabilmente non avrebbe mai finito.
La canzona raggiunse il punto in cui le due linee convergevano, non si fondevano, mai, ma si avvicinavano abbastanza da sembrare quasi una cosa sola. Cameron sentì il respiro cambiare senza che lo decidesse.
Il Duca aprì gli occhi.
Li incontrò subito, come se sapesse esattamente dove guardare, come se lo avesse saputo dall’inizio. Continuò a suonare senza abbassare lo sguardo. Cameron non abbassò il suo.
Rimasero così fino alla fine, il Duca che suonava, Cameron che guardava, la musica che riempiva lo spazio tra loro con qualcosa che nessuno dei due aveva ancora trovato il modo di dire a parole.
Quando l’ultima nota si spense, il silenzio che rimase era diverso da tutti gli altri.
Il Duca abbassò il violino lentamente. Lo posò sul leggio. Non disse niente. Rimase lì dov’era, le mani libere, il corpo ancora nel gesto di chi ha appena finito qualcosa e non sa bene dove mettere sé stesso.
Cameron si alzò e si mosse.
Non verso la porta, verso di lui. Due passi, tre, fino a essere in piedi davanti al Duca che lo guardava senza muoversi, senza il solito calcolo negli occhi, con qualcosa di molto più semplice e molto più pericoloso.
Cameron allungò una mano. La posò sulla guancia del Duca, il palmo contro la pelle, le dita che trovavano la linea della mascella. Il Duca chiuse gli occhi per un secondo. Un solo secondo, breve come un respiro trattenuto.
Poi li riaprì.
«Cameron,» disse. Solo il nome. Niente altro.
Cameron non rispose. Lo guardò soltanto, la mano ancora ferma sulla sua guancia.
Il Duca non si mosse. Per la prima volta da quando Cameron lo conosceva, aspettava, non con il calcolo di chi lascia che gli altri si scoprano, ma con qualcosa di diverso, più vicino all’incertezza.
Fu Cameron ad avvicinarsi.
Quello che successe dopo non assomigliò a niente di quello che era successo prima in quella casa. Non c’era laudano, non c’erano catene, non c’era la pressione calcolata di chi aspetta che l’altro ceda. Solo due persone in una stanza calda con il fuoco alto e il violino sul leggio e il peso di tutto quello che era successo prima: non come ostacolo, come fondamenta.
Il Duca condusse Cameron verso la sua stanza con una mano sul fianco, non stringendo, solo guidando, come si guida qualcuno che sa già dove sta andando, ma a cui fa piacere sentire la direzione.
Cameron lasciò che lo guidasse. Non perché non potesse scegliere. Aveva già scelto.
La stanza del Duca era quella che Cameron conosceva, lo stemma sul camino, il ritratto austero, l’odore di tabacco e brandy che adesso non evocava più solo minaccia. Il fuoco era basso, la luce ambrata e incerta, le ombre che si muovevano sulle pareti come cose vive.
Si fermarono a metà della stanza, uno di fronte all’altro.
Nessuno dei due si mosse subito. C’era qualcosa in quella pausa che non era esitazione, era riconoscimento. Il momento in cui si guarda quello che sta per accadere e si sceglie ancora, un’ultima volta, di lasciarlo succedere.
Cameron mosse per primo le mani. Le portò al petto del Duca, ai bottoni della camicia, aprendoli lentamente, uno alla volta. Il Duca rimase fermo, le braccia lungo i fianchi, gli occhi che lo fissavano con un’attenzione che adesso non pesava più come controllo, ma come qualcosa di diverso, qualcosa di più esposto. Cameron lavorò senza fretta, sentendo il tessuto cedere sotto le dita, la camicia che si apriva, la pelle che appariva, pallida nella luce bassa, calda al tatto quando i dorsi delle dita la sfiorarono di passaggio.
Quando la camicia cadde, Cameron si fermò.
Guardò il Duca, il petto, le spalle, le linee del corpo che aveva sentito contro di sé in modi completamente diversi da questo. Poi alzò gli occhi e incontrò il suo sguardo.
Il Duca aveva un’espressione che Cameron non aveva ancora imparato del tutto, non il controllo glaciale, non la fame predatoria. Qualcosa di più semplice e molto più difficile da sostenere. Come se stesse aspettando qualcosa che non aveva mai aspettato prima.
Cameron posò il palmo aperto sul suo petto, esattamente sopra il cuore, specchio preciso del gesto che il Duca aveva fatto su di lui infinite notti prima, in una stanza diversa con tutt’altro peso tra loro.
Il Duca inspirò. Un suono piccolo, involontario, che Cameron raccolse in silenzio.
«Lo senti?» disse Cameron, sottovoce.
«Sì.» La voce del Duca era più bassa del solito, con quella crepa che Cameron aveva imparato a riconoscere come il suo unico modo di cedere.
Le mani del Duca si mossero, sulle spalle di Cameron, lente, scendendo lungo le braccia, come se stesse imparando una forma che pensava di conoscere già e scoprisse che era diversa. Cameron sentì il contatto attraverso la camicia, poi le dita che trovavano il bordo del tessuto e cominciavano a tirarlo fuori dai pantaloni con una pazienza quasi dolorosa.
Lo lasciò fare, perché aveva scelto, e questa differenza si sentiva in ogni cosa, nel modo in cui il corpo non cercava di resistere, nel modo in cui il respiro usciva più lento invece di trattenersi.
Anche la camicia di Cameron scivolò a terra. Le mani del Duca tornarono sulla sua pelle, il petto, le costole, i polsi ancora leggermente segnati, che i suoi pollici sfiorarono in un gesto quasi di scusa.
Cameron sentì una scarica lungo la spina dorsale, diversa da tutte le volte precedenti perché questa volta non c’era niente da combattere.
Si avvicinarono.
Il bacio fu diverso da quello al confine nord, più lungo, più profondo, con le mani che si muovevano e i corpi che cercavano la distanza giusta, quella distanza che è nessuna distanza. Cameron sentì il Duca tremare appena, quel tremore che aveva visto solo poche volte e che ogni volta lo spiazzava perché non se lo aspettava, non da quell’uomo.
«Tremi,» disse Cameron, la bocca ancora vicina alla sua.
«Sì,» disse il Duca. Nessuna spiegazione. Solo la parola, nuda.
Si spostarono verso il letto senza fretta, quei movimenti che accadono quando il corpo prende la guida e la mente smette di fare obiezioni. Cameron si sdraiò. Il Duca rimase in piedi un momento, lo guardò dall’alto con quell’espressione che Cameron stava ancora imparando, poi si chinò su di lui, lento, il peso che arrivava graduale come qualcosa di inevitabile.
Cameron lo lasciò fare.
Il Duca era lento in modo quasi insopportabile, non per crudeltà, questa volta, ma per qualcosa di completamente diverso. Come se volesse sentire ogni cosa invece di accelerare verso il punto. Le mani esploravano il suo corpo con una cura che Cameron non si aspettava da quell’uomo, in quel momento, dopo tutto quello che era successo tra loro.
Cameron sentì il respiro cambiare, più corto, più irregolare, e non cercò di controllarlo. Lasciò che succedesse. Lasciò che il Duca lo sentisse, che vedesse sul suo viso quello che c’era da vedere, senza il filtro del laudano e senza la maschera della resistenza.
Quando il Duca si mosse, con quella decisione silenziosa che Cameron riconobbe come il suo modo per chiedere, Cameron alzò gli occhi su di lui.
«Sì,» disse. Solo quello. Ma era abbastanza.
Il Duca abbassò la fronte contro la sua per un secondo, un gesto così piccolo e così inaspettato che Cameron rimase con il fiato sospeso, poi si mosse ancora, e Cameron si aprì a lui, e non c’era niente da subire perché era lì con tutto se stesso, presente e consapevole e parte di quello che stava succedendo.
Seguì quello che seguì, il calore, il peso, il ritmo che trovarono insieme senza doverlo negoziare. Cameron tenne il Duca vicino con le mani sulla schiena, non per trattenerlo ma perché voleva sentirlo, perché era la prima volta che il tocco era suo quanto era dell’altro. A un certo punto si ritrovò a guardarlo, il viso del Duca a pochi centimetri dal suo, gli occhi chiusi, il controllo completamente sparito, e sentì qualcosa stringersi nel petto che non era solo piacere fisico. Era la prima volta che lo vedeva davvero senza difese.
«Qual è il tuo nome,» disse contro le sue labbra. Non era una domanda, era appena un fiato.
Il Duca aprì gli occhi, quegli occhi lucidi, stranamente indifesi. «Nigel.» Una pausa. «Perché?»
Cameron non rispose. Chiuse gli occhi.
Venne con il nome del Duca sulla bocca, uscito prima che potesse trattenerlo. Non sentì vergogna. Sentì solo quello. Pulito e reale e suo.
Il Duca seguì poco dopo, il viso nascosto nel cavo del suo collo, le dita strette sulla sua schiena, e quel tremore tornò, più lungo questa volta, più profondo, tutto il controllo che cedeva in una volta sola.
Cameron lo tenne stretto. Non ci pensò, lo fece e basta, le braccia che si chiudevano intorno a quelle spalle mentre l’altro si spezzava contro di lui.
Rimasero così, il respiro che si calmava, il fuoco che si abbassava, il peso dell’altro come qualcosa di familiare e nuovo insieme, impossibile da separare in questo momento.
Poi il Duca si spostò, non lontano, solo abbastanza da guardarlo. Si appoggiò sul fianco, il viso a pochi centimetri dal suo, nel buio crescente della stanza.
Cameron lo guardò.
Il Duca aveva ancora quell’espressione, quella che Cameron stava ancora imparando, quella senza nome preciso. Solo adesso era più chiara, meno velata. Come una stanza dopo che qualcuno ha aperto le finestre.
«Non è andata come avevo previsto,» disse il Duca, sottovoce.
«No,» concordò Cameron.
«Avevo previsto di vincere.»
Cameron rimase in silenzio per un secondo. Poi: «Hai vinto qualcosa.»
Il Duca lo guardò. «Anche tu.»
Cameron non rispose subito. Guardò il soffitto, le ombre del fuoco che si muovevano, il buio agli angoli della stanza. Poi si girò sul fianco verso di lui.
«Non so ancora cosa,» disse.
«Nemmeno io.» Il Duca fece una piccola pausa. «È la prima volta che non so.»
Cameron sentì qualcosa spostarsi nel suo petto, non una risata, qualcosa di più caldo e più sottile. La prima volta che non so, detto da quell’uomo, con quella voce, in quella stanza, era forse la cosa più onesta che avesse mai sentito da lui.
«Posso restare?» chiese Cameron.
Il Duca rimase un secondo in silenzio, un secondo solo, breve come un respiro.
«Sì,» disse.
Il fuoco crepitò piano nel camino.
Fuori, il vento tra gli alberi del parco.
E nessuno dei due si mosse per un tempo molto lungo.

Cameron si svegliò che era ancora buio.
Non di scatto, non con il cuore che batteva forte come nelle settimane precedenti, si svegliò lentamente, come chi emerge da qualcosa di profondo e non ha fretta di arrivare in superficie. Per qualche secondo rimase immobile, orientandosi. Il soffitto era diverso da quello della sua stanza. Il fuoco era ridotto a braci. Le lenzuola odoravano di tabacco e di qualcosa di più caldo, più personale.
Poi sentì il respiro del Duca accanto a lui, e ricordò.
Si girò lentamente sul fianco.
Il Duca dormiva. Non era un’osservazione ovvia, Cameron non aveva mai pensato a lui come qualcuno che dormisse, che avesse bisogno di dormire, che avesse un viso diverso nel sonno da quello che mostrava sveglio. Eppure eccolo lì: le spalle rilassate, la mascella morbida, i capelli leggermente scomposti sul cuscino. Senza il controllo che portava addosso come una seconda giacca, sembrava più giovane. Non più vulnerabile, solo più reale.
Cameron rimase a guardarlo per un tempo che non seppe misurare.
Pensò a tutte le versioni di quell’uomo che aveva conosciuto, il predatore calcolato, il Duca elegante e impenetrabile, l’uomo con le nocche bianche che si tratteneva dal toccare, l’uomo che aveva detto non così quando avrebbe potuto prendere tutto. Pensò alla canzona a due voci suonata da solo, al confine nord spostato di quattro metri su una carta ingiallita, a non lo so ancora nemmeno io cosa sia detto con le spalle rivolte alla porta. Pensò che non aveva ancora finito di capirlo. Probabilmente non avrebbe mai finito.
Il Duca aprì gli occhi.
Non di scatto, lentamente, come Cameron, come se anche lui emergesse da qualcosa di profondo. Incontrò il suo sguardo senza sorpresa, come se sapesse già di essere guardato. Per un momento nessuno dei due parlò.
Poi il Duca disse, la voce bassa e leggermente rauca per il sonno: «Da quanto tempo sei sveglio?»
«Non lo so.»
Il Duca annuì appena, come se fosse una risposta sufficiente. Non si mosse per alzarsi. Rimase lì, sul fianco, a guardarlo con quella concentrazione che Cameron aveva imparato a riconoscere, solo che adesso, senza vestiti e senza il maniero intorno e senza nessuna tattica da giocare, sembrava diversa. Più semplice. Più costosa.
«Stai bene?» chiese il Duca.
Cameron considerò la domanda seriamente, come meritava. «Sì,» disse alla fine. «Tu?»
Un piccolo silenzio. «Sì.»
Non erano risposte elaborate. Ma erano vere, e entrambi lo sapevano, e questo bastava per un momento.
Il fuoco crepitò piano. Fuori le finestre il buio stava cedendo, quella luce grigia e indecisa che precede l’alba senza ancora dichiararla.
«Non è andata come avevo previsto,» disse il Duca. Lo aveva già detto la sera prima, ma adesso suonava diverso, non come constatazione, come qualcosa che stava ancora elaborando.
«No,» concordò Cameron.
«Ho previsto quasi tutto, in questa casa.» Il Duca abbassò leggermente gli occhi, poi li rialzò su Cameron. «Le tue resistenze, i tuoi tentativi di fuga, il modo in cui avresti reagito al laudano, alla fame, al dubbio su Ambrose. Avevo costruito ogni cosa con cura.»
«Lo so.»
«Ma non ho previsto questo.» Una pausa breve. «Non ho previsto di volerti ancora qui la mattina dopo. Non come prigioniero.»
Cameron rimase in silenzio per un momento. Poi disse, piano: «Anch’io non avevo previsto di volerci restare.»
Il Duca lo guardò, con quella stessa espressione nuda che Cameron aveva visto la sera prima, quella senza nome preciso. Come se stesse cercando di capire se Cameron stesse dicendo la verità, e come se sperasse che fosse così, e come se quella speranza lo disturbasse più di qualsiasi altra cosa.
«Cameron,» disse il Duca.
«Sì.»
«Non so come fare con questo.» Lo disse semplicemente, senza enfasi, come si dice una cosa ovvia. «Non sono abituato a non sapere come fare le cose.»
Cameron lo guardò.
«Nemmeno io,» disse Cameron. «Ma non sto scappando.»
Il Duca rimase in silenzio per un secondo. Poi, con un gesto piccolo e quasi involontario, allungò una mano e la posò sul fianco di Cameron, non stringendo, non possessivo. Solo lì, come per verificare che fosse ancora reale.
Cameron non si allontanò.
Rimasero così mentre il buio fuori diventava grigio e il grigio cominciava a cedere alla luce, il fuoco che si spegneva piano nel camino e nessuno dei due che faceva niente per tenerlo vivo.
«Ho fame,» disse Cameron alla fine.
Il Duca quasi rise, un suono breve, basso, genuino. «Anch’io.»
«Colazione?»
«Colazione.»
Si alzarono. Nessuno dei due si affrettò. Nessuno dei due cercò di riempire il silenzio con parole che non servivano. Cameron trovò la propria camicia sul pavimento, se la infilò. Il Duca indossò una veste da camera senza la cura solita, i capelli ancora scomposti, e non sembrava disturbato da questo.
Erano due persone che si alzavano dopo una notte passata insieme e andavano a fare colazione.
Era semplice e impossibile e reale.
Cameron aprì la porta. Si fermò un secondo sulla soglia, si voltò.
Il Duca lo stava guardando, con quell’espressione senza nome, quella che Cameron stava ancora imparando, ma che adesso riconosceva abbastanza da sapere cosa conteneva.
«Vieni,» disse Cameron.
Il Duca lo seguì.

Capitolo 16

«Le mani,» disse Cameron sottovoce.
Il Duca alzò gli occhi su di lui. «Cosa?»
«Le tieni ferme o le usi. Scegli.»

La sala da colazione era piccola. La luce entrava obliqua, ancora invernale.
Si sedettero uno di fronte all’altro, e per qualche minuto non ci fu niente tranne il suono del caffè versato e il silenzio del maniero intorno.
Cameron mangiò.
Il Duca bevve il caffè lentamente e guardò fuori dalla finestra con l’aria di chi sta pensando a qualcosa che non riguarda il paesaggio.
A un certo punto i loro occhi si incontrarono sopra il tavolo.
Fu Cameron ad abbassare i suoi per primo, non per cedimento, solo perché c’era qualcosa in quello sguardo che non riusciva ancora a reggere a lungo senza sentire qualcosa muoversi nel petto, qualcosa senza un nome preciso, che non era gratitudine e non era desiderio e non era niente che avesse mai sentito prima.
«Cosa fai di solito, la mattina?» disse.
Il Duca posò la tazza. «Dipende da quello che è successo la sera prima.»
Cameron non rispose subito. Guardò le proprie mani sul tavolo, i segni sui polsi ancora leggermente arrossati, quasi spariti, ma non del tutto. «E stamattina?»
«Stamattina,» disse il Duca, «non lo so ancora.»
Lo disse semplicemente, senza enfasi. Cameron alzò gli occhi su di lui e trovò quello sguardo già lì ad aspettarlo, non il calcolo di chi aspetta che l’altro si scopra, qualcosa di diverso, qualcosa che somigliava all’incertezza nel modo in cui l’incertezza somiglia alla paura senza esserne la stessa cosa.
Cameron pensò a tutte le volte che aveva cercato una crepa in quell’uomo e non l’aveva trovata. Pensò che adesso la crepa era visibile e non sapeva cosa farsene, non aveva ancora imparato come si sta vicino a qualcuno che ha smesso di essere impenetrabile.
Cameron guardò fuori dalla finestra. Il cielo era grigio, indeciso.
Il Duca seguì il suo sguardo verso il giardino, poi lo riportò su di lui. «Pioverà.»
«Lo so.» Cameron si alzò, portò la tazza al vassoio. «Niente cavallo.»
Il Duca era ancora seduto, la veste da camera aperta sul collo, gli occhi su di lui con quell’attenzione che adesso non pesava più come controllo, ma che non era ancora diventata qualcosa di comodo.
«La sala della musica,» disse. «È quella che vuoi.»
«Non ho detto questo.»
«No.» Una pausa breve. «Ma ti conosco.»
Cameron rimase fermo per un secondo. Quelle tre parole nell’aria tra loro avevano un peso strano, non arrogante, solo vero, e la verità faceva più effetto dell’arroganza perché non c’era modo di combatterla.
«Suonerai per me?» chiese Cameron.
Il Duca si alzò.

La sala della musica aveva due finestre alte sul giardino nord, quello meno curato, con le siepi che nessuno aveva potato di recente e l’edera che prendeva il muro con la pazienza lenta delle cose che non hanno fretta.
Il Duca andò al leggio senza esitare.
Cameron rimase in piedi vicino alla finestra, le mani in tasca, e lo guardò prendere lo strumento con quella gestualità automatica che conosceva ormai, le dita sul manico, il saluto rapido alle corde che non era un controllo, ma qualcosa di più antico.
Non gli chiese cosa volesse sentire. Portò il violino sotto il mento e cominciò.
Non la canzona, qualcosa di più lento, con una struttura che Cameron non sapeva nominare, ma riconosceva come personale, come qualcosa che si suona quando non si vuole suonare per qualcuno, ma non si vuole nemmeno stare in silenzio. Cameron rimase fermo ad ascoltare e sentì quella cosa solita, quel cedimento interno che la musica di quell’uomo gli provocava da quando l’aveva sentita la prima volta, quando ancora la combatteva e adesso no.
A un certo punto si sedette sul pavimento, la schiena contro il muro sotto la finestra.
Il Duca aprì gli occhi e lo vide lì, con la schiena contro il muro e le braccia sulle ginocchia, che lo guardava senza nessuna delle maschere che aveva portato addosso per settimane. Non cambiò niente, non il ritmo, non l’espressione. Continuò a suonare, ma i suoi occhi rimasero su Cameron per un momento troppo lungo per essere casuale, e Cameron li sostenne senza abbassare i propri, e tra loro scorreva qualcosa che la musica conteneva e che senza la musica sarebbe stato impossibile da reggere.
Quando l’ultima nota si spense il silenzio era pieno.
Il Duca abbassò il violino lentamente, lo posò sul leggio senza guardarlo, gli occhi ancora su Cameron. Poi attraversò la stanza, non in fretta, con quella sua andatura misurata che non aveva mai imparato ad affrettarsi, e si chinò davanti a lui.
Cameron lo guardò dal basso per un secondo. Il Duca accovacciato ai suoi piedi aveva qualcosa di così improbabile, così lontano da tutto quello che era stato tra loro, che Cameron rimase fermo un momento solo per lasciare che la cosa diventasse reale.
Poi gli prese il viso tra le mani.
Il Duca chiuse gli occhi, quel gesto piccolo e involontario che Cameron aveva imparato a raccogliere in silenzio perché era la sua versione di cedere senza cedere. Si protese in avanti e lo baciò piano, poi meno piano, e sentì il Duca rispondere con una lentezza che aveva qualcosa di ostinato, come se volesse sentire ogni cosa invece di andarle incontro.
Scivolarono sul tappeto senza deciderlo.
Cameron si ritrovò sopra di lui, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi, e per un momento si fermò, non per incertezza, solo per guardarlo. Il Duca aveva quell’espressione che Cameron stava ancora imparando a conoscere, quella senza nome preciso, solo adesso era più chiara, meno costruita, con qualcosa di quasi vulnerabile nella luce grigia della finestra. Sciolse la cintura della veste da camera, con un gesto lento, facendo scorrere il tessuto intorno alla vita del Duca, sentendo il tessuto cedere sotto le dita, la pelle che appariva, calda. Il Duca rimase fermo, le mani sul tappeto ai lati del corpo, e lo lasciò fare, ma Cameron sentiva la tensione sotto quella quiete, il modo in cui i muscoli delle braccia si contraevano appena, il respiro che si modificava impercettibilmente, quella resistenza a intermittenza che non era rifiuto, ma era il Duca che si tratteneva dal prendere il controllo e non ci riusciva del tutto.
«Le mani,» disse Cameron sottovoce.
Il Duca alzò gli occhi su di lui. «Cosa?»
«Le tieni ferme o le usi. Scegli.»
Un secondo di silenzio. Poi le mani del Duca si alzarono e trovarono le sue cosce, non stringendo, appoggiate, come se stesse imparando i confini di una cosa nuova. Cameron sentì il calore attraverso il tessuto dei pantaloni e continuò quello che stava facendo.
La veste da camera si aprì del tutto.
Cameron posò i palmi sul petto del Duca, le stesse mani che quell’uomo aveva tenuto incatenate, che aveva studiato e misurato e usato come strumento di lettura, e sentì sotto i palmi il cuore che batteva più forte di quanto il Duca avrebbe voluto mostrare. Lo guardò.
«Lo sento,» disse.
Il Duca non rispose. Alzò una mano dalla sua coscia e la portò alla sua nuca, le dita che si chiudevano tra i capelli, e lo tirò giù verso di sé con quella forza contenuta che era la sua versione di chiedere.
Cameron lasciò che lo tirasse. Si abbassò su di lui, la bocca sul collo, la mascella, e sentì il Duca fare un suono piccolo e involontario che cercò subito di trattenere e non ci riuscì, e Cameron pensò che quello, quello specifico fallimento del controllo, era la cosa che voleva di più, non per potere, per qualcosa di completamente diverso, qualcosa che non aveva ancora un nome, ma che riconosceva nel petto come una cosa sua.
Le mani del Duca si infilarono sotto la camicia e si mossero sulla sua schiena, impazienti adesso, la resistenza che cedeva in modo irregolare, un momento fermo e quello dopo che stringeva.
«Nigel,» disse Cameron contro la sua pelle.
Il Duca inspirò. «Cameron.»
«Lasciami fare.»
Un momento di silenzio teso. Poi le mani sul dorso di Cameron si allargarono, piatte, e il Duca lasciò andare qualcosa, non tutto, mai tutto in una volta, ma abbastanza. Abbastanza da sentirlo diverso sotto di sé, più presente, meno contenuto.
Cameron alzò la testa e lo guardò.
Il Duca lo guardò dal basso con quegli occhi che adesso da vicino non erano impenetrabili, che avevano dentro qualcosa di scoperto e di vivo che Cameron aveva visto solo quella notte e che adesso ritrovava alla luce del giorno e capiva che era reale, che non era stato solo il buio a crearlo.
Lo baciò ancora, più lento questa volta, con tutta la mattina ancora davanti, la pioggia che cominciava a battere contro i vetri alti della finestra e nessuno dei due che faceva niente per alzarsi.

Capitolo 17

«Nigel,» disse.
Il Duca girò la testa verso di lui.
«Grazie.»
Il Duca rimase in silenzio per un momento. Poi, sottovoce: «Non ringraziarmi.»
«Perché no?»
«Perché non ho ancora finito con te.»

I giorni passavano così.
Cameron non avrebbe saputo descrivere con precisione come, forse nemmeno il Duca ci stava provando veramente, a dispetto dei suoi studi, del suo eloquio raffinato. Non accadeva niente di misurabile, niente che avesse un nome chiaro, eppure ogni sera quando il fuoco si abbassava e il maniero si quietava intorno a loro, Cameron si accorgeva che qualcosa si era spostato di qualche centimetro in una direzione che non aveva ancora imparato a calcolare.
Le cene erano lunghe. Il Duca mangiava poco e parlava in modo misurato, come sempre, ma c’era qualcosa di diverso nel modo in cui stava a tavola, meno costruito, meno attento alla distanza. A volte posava il bicchiere e guardava Cameron con quella concentrazione silenziosa che sembrava riservare a lui solo, e Cameron reggeva lo sguardo senza cercare di capire cosa ci fosse dentro, lasciando che ci fosse e basta.
Le serate in biblioteca avevano una loro logica. Il Duca leggeva o fingeva di leggere, Cameron camminava tra gli scaffali con quella libertà nuova di chi non deve guadagnarsi il diritto di stare in un posto, tirava fuori volumi a caso, li sfogliava, li rimetteva a posto. A volte sedevano sul divano, così vicini che le spalle si toccavano, e il silenzio tra loro era pieno di cose che nessuno dei due aveva ancora trovato il modo di dire, ma che stavano lì lo stesso, pazienti, come ospiti che sanno di essere attesi e non hanno fretta di entrare. Il fuoco crepitava nel camino con quella voce bassa e irregolare del legno stagionato che brucia lentamente, un suono che Cameron aveva imparato a distinguere nelle sue varianti, la fiamma alta e vivace delle prime ore della sera, il respiro più lento e profondo delle braci tarde. Dal basso della cappa arrivava a volte il sibilo sottile del vento che cercava passaggio, lontano, quasi gentile, come se il maniero stesse respirando per conto suo. Sul tavolino basso davanti a loro c’era un vassoio che qualcuno aveva portato senza che nessuno lo chiedesse, una caraffa di liquore ambrato e due bicchieri, un piatto di biscotti speziati che profumavano di cannella e cardamomo e qualcosa di più scuro che Cameron non sapeva nominare ma che si mescolava al tabacco e alla carta vecchia degli scaffali in un odore che stava diventando, senza che se ne accorgesse, qualcosa di famigliare a piacevole.
Il Duca teneva il bicchiere tra le dita senza bere, girandolo lentamente, e Cameron lo guardava di sottecchi senza voltarsi, imparando quella versione di lui, quella silenziosa e quasi ferma, che era forse la più vera di tutte.
Le notti erano diverse da tutto il resto.
Alcune erano urgenti, con quella fame che non si esauriva del tutto e tornava sempre con una sua logica precisa, come la marea. Il letto del Duca aveva imparato la forma di entrambi, le lenzuola che sapevano di qualcosa di caldo e personale, che apparteneva a entrambi, indistinguibile. Cameron si era abituato a quel soffitto diverso dal suo, alle ombre che il fuoco proiettava sulle pareti, al modo in cui la stanza respirava di notte in modo diverso dal giorno.
Altre notti il Duca lo teneva sveglio a parlare fino a quando il fuoco si riduceva a braci e il freddo cominciava a farsi sentire ai bordi delle coperte. La voce bassa nel buio aveva un suono che Cameron non sentiva di giorno, meno costruita, meno attenta a se stessa, come se l’oscurità allentasse qualcosa che la luce teneva stretto. Cameron aveva capito presto che quell’uomo pensava ad alta voce solo quando non poteva essere visto farlo, e quindi stava fermo e ascoltava senza interrompere, sapendo che qualsiasi movimento brusco avrebbe potuto spezzare quella cosa fragile e preziosa come si spezza il silenzio prima dell’alba.
Altre volte ancora non parlavano affatto e il linguaggio era un altro, più antico, più diretto, senza bisogno di traduzione o di cautela. Cameron imparava le versioni del cedere di quell’uomo, sottili, quasi invisibili, costruite su anni di controllo che non sparivano, ma si spostavano, si allentavano per gradi. Un respiro trattenuto troppo a lungo. Le dita che stringevano senza che lui lo decidesse. Il modo in cui girava la testa verso il cuscino quando non voleva che Cameron vedesse il suo viso, e il modo in cui Cameron lo raggiungeva lo stesso, piano, senza farne una questione, perché aveva imparato che la cosa più gentile era non nominare quello che stava succedendo mentre stava succedendo. Il Duca abbassava la guardia solo quando credeva che Cameron non stesse guardando. Cameron guardava sempre, ma a volte fingeva di non farlo.
Le colazioni erano il momento più strano.
La luce del mattino non perdonava niente. Senza il buio e senza la musica e senza il peso specifico della notte, erano solo due uomini seduti a un tavolo con il caffè davanti, e Cameron si accorgeva ogni volta di dover reimparare da capo come stare lì, come reggere quello sguardo chiaro e diretto senza che qualcosa gli si stringesse nel petto in modo che non sapeva ancora gestire.

La mattina in cui uscirono a cavallo il cielo aveva deciso di essere azzurro.
Non il grigio morbido delle settimane precedenti, azzurro vero, con qualche nuvola alta e lontana e una luce che sapeva già di primavera anche se l’aria era ancora fresca. Cameron sellò il suo cavallo senza aspettare che qualcuno lo facesse per lui, e quando il Duca arrivò alla scuderia con la giacca in mano e lo trovò già pronto non disse niente, ma qualcosa nel suo sguardo si modificò in un modo che Cameron aveva imparato a riconoscere come approvazione, anche se non l’avrebbe mai chiamata così.
Cavalcarono verso il margine orientale della proprietà, dove il bosco cedeva ai campi aperti e il terreno diventava più mosso, meno curato, una brughiera selvatica che nessuno ha deciso di domare del tutto. L’aria sapeva di terra umida e di erba nuova, quel profumo preciso della primavera che arriva prima che arrivi davvero, quando ancora il freddo c’è, ma ha perso la sua assoluta certezza. I cavalli andavano volentieri, con quella leggerezza che hanno gli animali quando il terreno è buono e non gli viene chiesto niente di difficile.
Il Duca conosceva ogni sentiero e avanzava senza pensare. Girava prima che Cameron vedesse la svolta, rallentava dove il terreno nascondeva radici sotto l’erba alta, si abbassava istintivamente sotto i rami che attraversavano il percorso a un’altezza precisa. Era la conoscenza di qualcuno che aveva cavalcato quegli stessi sentieri da ragazzo, con tutto il tempo e tutta la solitudine del mondo. Cameron lo guardava muoversi in quel paesaggio e capiva qualcosa di lui che le parole non avrebbero saputo dire altrettanto bene.
Lo seguì per un po’. Poi smise di seguirlo.
Divergere fu una non-decisione, come spesso accadeva, il cavallo che sentiva una pressione leggera del ginocchio e obbediva, il colle in lontananza che aveva qualcosa di invitante nella sua linea pulita contro il cielo azzurro. Cameron non si voltò a controllare. Salì.
Il Duca lo raggiunse in cima qualche minuto dopo, senza commentare la deviazione, come se fosse sempre stato quello il piano.
Si fermarono uno accanto all’altro. Sotto di loro la proprietà si stendeva in tutta la sua vastità, il maniero in lontananza, il lago che brillava, i campi e il bosco e i sentieri di ghiaia bianca che tagliavano il verde con quella precisione geometrica che parlava di generazioni di cura.
«Hai mai lasciato l’Inghilterra?» disse Cameron.
Il Duca tenne gli occhi sul paesaggio. «Il grand tour. Avevo diciannove anni.»
«Com’era?»
Un piccolo silenzio. «Meno libero di quanto avrei voluto. Avevo un segretario, un uomo con un senso del dovere inversamente proporzionale alla sua capacità di godersi qualsiasi cosa. Teneva un registro delle ore.»
Cameron lo guardò di profilo. «Un registro.»
«Di ogni attività. Colazione, ore sette. Visita alla galleria, ore nove. Pranzo.» La voce era piatta, ma con qualcosa sotto. «Scappavo appena potevo.»
«Dove andavi?»
Il Duca girò appena la testa verso di lui. «Dove non c’era nessun registro.»
Cameron quasi rise. «E cosa trovavi, in quei posti?»
Il Duca rimase in silenzio un momento, gli occhi di nuovo sul paesaggio.
«Venezia aveva certi locali vicino al porto,» disse alla fine, con quella voce misurata che Cameron cominciava a saper tradurre. «Il tipo di posti in cui nessuno chiedeva il nome a nessuno.»
Cameron annuì lentamente. Non era sorpreso, o forse era sorpreso che lo stesse dicendo.
«Capisco.»
«Lo so che capisci.»
Si guardarono. L’aria tra loro aveva quella temperatura specifica che spesso s’instaurava tra loro, non tensione, qualcosa di più morbido e più preciso, il riconoscimento di due persone che hanno abitato la stessa solitudine in forme diverse.
«Io avevo diciassette anni,» disse Cameron. «Una locanda vicino al porto di Bristol. Un marinaio olandese che non parlava quasi inglese.»
Il Duca lo guardò senza dire niente, in ascolto.
«Non è stato romantico,» disse Cameron. «È stato solo una notte. Ma è stato reale, e non c’era niente di sbagliato in quello che sentivo, e questo,» fece una piccola pausa, «questo valeva qualcosa. Saperlo.»
«Sì,» disse il Duca. Semplicemente.
Rimase in silenzio per un momento, poi aggiunse, senza enfasi, come si dice una cosa che si è tenuta ferma troppo a lungo: «Mia madre avrebbe saputo cosa farsene. Di me. Di quello che sono.» Una pausa breve. «Era fatta così.»
Cameron lo guardò.
«L’ho persa che avevo undici anni.» Il Duca non cambiò espressione, ma la voce aveva quella crepa sottile, la sua unica versione del cedere a parole. «Dopo di lei la casa è diventata un altro posto. Mio padre era un uomo preciso e freddo che sapeva amministrare una proprietà e non sapeva fare altro. Non era crudele. Era semplicemente assente, anche quando era nella stanza.»
«Capisco anche questo,» disse Cameron piano.
«Lo so.» Il Duca lo guardò. «Anche tu hai imparato a fare da solo presto.»
Non era una domanda. Cameron annuì appena.
Stavano fermi sui cavalli nel vento leggero di quella mattina, e Cameron pensò che non aveva mai avuto una conversazione così con nessuno, non perché le cose dette fossero straordinarie, ma perché venivano dette senza che nessuno dei due cercasse di ricavarne qualcosa, senza tattica, senza scopo, solo perché erano vere e c’era qualcuno disposto ad ascoltarle.
«Ci sono posti che avresti voluto vedere?» chiese il Duca. Non era una domanda neanche questa.
«Tutti,» disse Cameron. «Ho sempre voluto vedere tutto.» Una piccola pausa, qualcosa che si allentava nel petto. «Ambrose odiava viaggiare. Detestava gli imprevisti. I viaggi veri, quelli che portano lontano, hanno sempre imprevisti. Quindi non si andava mai lontano abbastanza.»
Il Duca rimase in silenzio un momento.
«Ci sono posti,» disse alla fine, con quella voce misurata, «che vorrei vedere di nuovo. In modo diverso. Senza registri.»
Cameron lo guardò.
Il Duca reggeva il suo sguardo senza aggiungere niente, ma quello che non diceva era abbastanza chiaro, e Cameron sentì qualcosa spostarsi nel petto, non piccolo, non facile da ignorare, qualcosa che aveva a che fare con il futuro, con l’idea che ci fosse un futuro che li contenesse entrambi, e che forse non era impossibile.
Non disse niente. Il Duca si rimise in marcia senza parlare.
Ridiscesero dal colle verso il lago.
Fu il Duca a cominciare.
Cameron non se lo aspettava, non se lo aspettava da quell’uomo, in quella forma, ma il Duca rallentò il cavallo finché non fu al passo accanto a lui, poi allungò una mano e gli colpì la spalla con una specie di spinta laterale, deliberata, quasi sperimentale, come chi non ricorda esattamente come funziona questo tipo di cosa.
Cameron lo guardò. «Cosa stai facendo?»
«Niente.»
«Mi hai spinto.»
«Osservazione corretta.»
Cameron rimase in silenzio un secondo, poi rispose alla spinta, più forte. Il Duca si spostò di lato sulla sella e recuperò l’equilibrio con l’usuale compostezza irritante, e Cameron vide l’angolo della sua bocca che si curvava appena, quel quasi sorriso che era una qualche versione della gioia, trattenuta e reale allo stesso modo.
Smontarono vicino al lago.
Il prato digradava dolcemente verso l’acqua, l’erba alta ai bordi, i salici che sfioravano la superficie con i rami nuovi. La luce ci batteva sopra e la rompeva in mille pezzi. Cameron aveva lasciato il cavallo a brucare e si era tolto la giacca quando sentì le mani del Duca sulle spalle, una presa ferma, un tentativo di sbilanciarlo.
Si girò di scatto.
Anche il Duca era in maniche di camicia, i capelli spettinati dalla cavalcata, e aveva un’espressione che Cameron gli aveva visto di rado, che somigliava alla leggerezza nel modo in cui la leggerezza assomiglia a una cosa imparata tardi, ma imparata bene. Cameron lo afferrò per la camicia e tirò, e per qualche istante ci fu solo quello, spinte, prese, un tentativo di sgambetto che non andò a segno. Il Duca usava il peso in modo più calcolato, Cameron usava la velocità, entrambi senza fiato, nessuno dei due disposto a cedere per primo.
Finirono nel lago insieme.
Non fu elegante. Fu una caduta laterale, un groviglio di braccia e tessuto bagnato, l’acqua fredda che arrivò ovunque in una volta sola, rubando loro il respiro. Cameron toccò il fondo, spinse, risalì in superficie sbuffando, i capelli sugli occhi, la camicia incollata alla pelle.
Il Duca era già emerso a mezzo metro da lui. Aveva l’espressione di chi sta elaborando una situazione inaspettata con tutta la dignità che gli rimane, che non era molta. I capelli gli gocciolavano sul viso. La camicia era trasparente.
Cameron rise.
Non un suono trattenuto, non quella cosa sommessa e controllata che aveva lasciato uscire qualche volta nelle settimane precedenti. Una risata vera, piena, che gli uscì dal petto prima che potesse fare niente per fermarla, e rimase lì in mezzo al lago ridendo del Duca di Blackthorn che aveva i capelli incollati alla faccia come alghe e l’espressione di un uomo che non cadeva in un lago da trent’anni, se mai c’era caduto.
Il Duca lo guardò per un momento.
Poi disse, con voce perfettamente controllata: «Sei soddisfatto?»
«Molto,» disse Cameron, ancora ridendo.
«Bene.» Il Duca si passò una mano sui capelli, spingendoli indietro. «Goditi il momento.»
Cameron smise quasi di ridere.
«Mi stai minacciando?»
«Sto solo osservando che l’acqua è fredda per entrambi e che varrebbe la pena uscire prima di prenderci una polmonite.»
Cameron lo guardò, ancora con il sorriso sulle labbra, il respiro corto per la risata e per l’acqua fredda, e vide il Duca che lo guardava con quella espressione, quella senza nome preciso, solo adesso c’era qualcosa di nuovo dentro, qualcosa che Cameron non aveva ancora visto su quel viso alla luce del giorno e che impiegò un momento a riconoscere.
Tenerezza. Semplice, diretta, senza costruzioni intorno.
Si avvicinò a lui nell’acqua. Il Duca non si mosse. Cameron gli prese il viso tra le mani bagnate, i pollici sugli zigomi, e lo guardò da vicino, quell’uomo che aveva cercato di spezzarlo e non ci era riuscito e adesso stava imparando qualcosa di completamente diverso insieme a lui.
Lo baciò, in mezzo al lago, con l’acqua fredda fino alla vita e i vestiti addosso e i cavalli che brucavano indifferenti sulla riva.
Il Duca alzò le mani e le posò sui suoi fianchi sotto l’acqua, non per trattenerlo, solo per tenerlo, e Cameron sentì il contatto attraverso il tessuto bagnato e pensò che non aveva mai baciato nessuno così, con tutta quella luce intorno e niente da nascondere.
Quando si separarono il Duca tenne ancora gli occhi chiusi per un secondo.
«Usciamo,» disse Cameron sottovoce.
«Sì,» disse il Duca. Non si mosse subito.

Si stesero sull’erba con i vestiti addosso come due naufraghi, la luce del sole pallido che batteva su quella striscia di prato riparata dai salici. Cameron aveva le braccia aperte, gli occhi chiusi, il viso verso il cielo. Il Duca era sdraiato sul fianco accanto a lui, appoggiato su un gomito, e lo guardava con quella concentrazione silenziosa che Cameron sentiva sulla pelle anche senza vedere.
«Cosa?» disse Cameron senza aprire gli occhi.
«Niente.»
«Mi stai guardando.»
«Sì.»
Cameron aprì gli occhi. Il Duca era lì, vicino, i capelli ancora umidi, la camicia che si stava asciugando al sole, e aveva quell’espressione.
«Il marinaio olandese,» disse il Duca.
Cameron lo guardò.
«Cosa?»
«Ti ha insegnato qualcosa di utile?»
Cameron rimase in silenzio un secondo. Poi rise di nuovo, più sommesso questa volta, e si girò sul fianco verso di lui.
«Abbastanza.»
Il Duca quasi sorrise.
«Bene.»
Cameron allungò una mano e la posò sul suo petto, sentendo il calore della pelle attraverso il tessuto umido, il battito lento e regolare sotto il palmo. Il Duca posò la propria mano sopra la sua, senza stringere, solo lì.
Rimasero così mentre il sole si spostava e il freddo li avvolgeva e i cavalli brucavano pazienti tra l’erba alta.
Cameron pensò ai posti che non aveva ancora visto. Pensò al Duca che scappava dal suo segretario verso certi locali vicino al porto di Venezia, giovane e solo, alla ricerca di qualcosa, senza sapere ancora bene cosa. Pensò che conoscersi era una cosa lenta, che ogni giorno mostrava un altro strato e sotto c’era sempre un altro ancora, e che per la prima volta in molto tempo non aveva fretta di arrivare in fondo.
«Nigel,» disse.
Il Duca girò la testa verso di lui.
«Grazie.» Non per una cosa specifica. Per tutto e per niente, per il lago e per Venezia e per quel gesto di tenerezza involontario in mezzo all’acqua fredda, per essere diventato una persona invece di restare solo una forza contro cui resistere.
Il Duca rimase in silenzio per un momento. Poi, sottovoce: «Non ringraziarmi.»
«Perché no?»
«Perché,» disse il Duca, gli occhi di nuovo sul cielo, «non ho ancora finito con te.»
Cameron lo guardò. C’era qualcosa in quella frase, non minaccia, non calcolo, qualcosa di più semplice e più difficile da sostenere.
Non rispose. Rimase lì con la mano sul suo petto, il sole tiepido sulla faccia e il lago che brillava dietro i salici, e per un tempo molto lungo non ci fu niente che mancasse.

Capitolo 18

Cameron guardò quelle due mani su quella carta antica e sentì qualcosa nel petto che non riusciva ancora a nominare del tutto, qualcosa che aveva a che fare con il futuro come qualcosa di concreto, come un posto reale in cui era possibile andare.

La proposta arrivò una sera senza preavviso, come arrivavano le cose più importanti in quella casa.
Stavano in biblioteca, il fuoco alto, i bicchieri sul tavolino. Cameron aveva in mano un volume che non stava leggendo, le pagine aperte a caso su qualcosa di botanico, illustrazioni di piante con i nomi in latino sotto, e ogni tanto alzava gli occhi sugli scaffali con quella libertà nuova di chi può stare in un posto senza doversi guadagnare il diritto di starci.
Il Duca aveva un atlante sulle ginocchia. Uno di quei volumi enormi con le pagine color avorio e i disegni dei venti agli angoli, le coste tracciate con la precisione orgogliosa dei cartografi che avevano passato anni a misurare il mondo. Lo sfogliava lentamente, con quella gestualità quasi distratta che Cameron aveva imparato a distinguere dal disinteresse — non era disinteresse, era il contrario, era concentrazione che non aveva bisogno di mostrarsi.
Cameron lo guardò girare una pagina. Poi un’altra.
«Stai cercando qualcosa?» disse.
«No.» Il Duca non alzò gli occhi. «Sto guardando.»
Cameron rimase in silenzio. Il fuoco crepitava, il vento soffiava lontano nella cappa, e l’odore dei biscotti speziati che qualcuno aveva portato senza che nessuno li chiedesse si mescolava al fumo del camino in qualcosa di caldo e quasi familiare.
«Marsiglia,» disse il Duca a un certo punto.
Cameron alzò gli occhi dal libro. «Cosa?»
«Da Marsiglia si prende il Mediterraneo.» Il Duca girò l’atlante verso di lui, il dito che indicava la costa senza toccarla. «Malta, poi la Grecia. Creta, se si vuole andare più a sud.» Fece scorrere il dito verso nord. «O si risale verso Venezia, l’Adriatico, Dubrovnik, Corfù.»
Cameron guardò la pagina. Le coste in inchiostro scuro, i nomi delle città in latino, i mari aperti tra un’isola e l’altra. Rimase in silenzio per un momento.
«Ci sei stato?» disse.
«A Venezia sì.» Il Duca riprese l’atlante, lo guardò. «Il resto no. Non con il tempo necessario per guardarlo davvero.»
«Il segretario con il registro.»
«Il segretario con il registro.» Una pausa breve, qualcosa che non era del tutto ironia. «Venezia l’ho vista di notte, tra un appuntamento e l’altro. Non è il modo giusto.»
Cameron lo guardò. «E qual è il modo giusto?»
Il Duca alzò gli occhi su di lui, quegli occhi scuri che da vicino non erano mai stati impenetrabili come Cameron aveva creduto all’inizio, che avevano dentro strati che continuava a trovare ogni volta che smetteva di aspettarseli. «Senza fretta,» disse. «Senza dover essere da nessuna parte il giorno dopo.»
Cameron rimase in silenzio. Fuori il vento passò più forte, un suono lungo e basso che si portò via qualcosa, poi tornò il silenzio di prima.
«Dicevi che non eri mai andato abbastanza lontano,» disse il Duca.
«L’ho detto.»
«Quindi.»
Non era una domanda. Cameron lo sapeva, conosceva abbastanza quella voce da sapere quando una parola era una porta lasciata aperta e quando era solo una parola. Questa era una porta. Il Duca l’aveva aperta e stava aspettando, con quella pazienza che non assomigliava all’attesa di chi vuole qualcosa ma a quella di chi sa già cosa risponderà l’altro e lascia che ci arrivi da solo.
Cameron guardò di nuovo l’atlante. Creta. Il nome aveva qualcosa di antico e di concreto insieme, la certezza che esistesse davvero un posto così, con un porto e un’aria diversa e un cielo che non aveva ancora visto.
«Senza segretari,» disse.
Il Duca quasi sorrise. «Senza segretari.»
«E senza registri.»
«Senza registri.»
Cameron posò il libro di botanica sul bracciolo, le illustrazioni delle piante rivolte verso il soffitto. Pensò al porto di Bristol a diciassette anni, l’odore di catrame e acqua salata, la certezza viscerale che il mondo cominciasse esattamente là dove lui non poteva arrivare. Pensò agli anni con Ambrose, quella voce ragionevole e definitiva che diceva troppo imprevisto, troppo lontano, troppo incerto, e alla versione di sé stesso che aveva accettato quella ragionevolezza così a lungo da dimenticare che era una gabbia.
Alzò gli occhi su Nigel.
«Quando?» disse.
«Quando vuoi.»
Cameron allungò una mano e la posò sulla pagina dell’atlante, il palmo aperto su quel mare disegnato. Il Duca posò la sua sopra, senza stringere, senza dire niente, e Cameron guardò quelle due mani su quella carta antica e sentì qualcosa nel petto che non riusciva ancora a nominare del tutto, qualcosa che aveva a che fare con il futuro come qualcosa di concreto, come un posto reale in cui era possibile andare.
«Presto,» disse Cameron.
Il Duca non rispose. Non era necessario.

Tre giorni dopo Cameron andò al villaggio.
La mattina era limpida, l’aria fresca con quella qualità già diversa della primavera arrivata davvero, non quella timida e indecisa delle settimane precedenti ma qualcosa di più sicuro, più aperto. Il cavallo andava di buon passo sul sentiero, contento anche lui del sole e del terreno asciutto, e Cameron lo lasciò andare senza fretta, le redini sciolte, il viso verso la luce.
Aveva una lista in testa. Tabacco per Nigel, una miscela specifica che aveva finito la settimana prima e di cui Cameron aveva notato l’assenza senza che nessuno glielo chiedesse. Un libro ordinato dal libraio, qualcosa di geografico, atlanti e diari di viaggio, si era sorpreso a cercarne di nuovi sugli scaffali della biblioteca e poi a ordinarli come se stesse preparando qualcosa. Una scatola di spezie dalla drogheria che aveva visto in vetrina e che aveva continuato a pensarci senza capire bene perché, finché non aveva capito che voleva portarla a Nigel solo per vedere cosa ne avrebbe fatto.
Pensava al Mediterraneo.
Non in modo astratto, come aveva sempre pensato ai viaggi, come si pensa alle cose che appartengono a un altro tipo di vita. In modo concreto, specifico, con i nomi delle città che gli tornavano in mente mentre cavalcava, Creta, Dubrovnik, Corfù, ognuno con un suono diverso, ognuno con qualcosa dentro che prometteva un paesaggio che non aveva ancora visto. Pensava al Duca che scappava dal suo segretario verso i porti di Venezia, giovane e solo, cercando qualcosa senza saperlo ancora, e pensava che adesso lo sapeva, entrambi lo sapevano, e che questo cambiava tutto.
Si concesse di sperarlo davvero, per la prima volta.
Non come possibilità cauta, non come cosa che poteva ancora essere tolta, ma come qualcosa di reale, di suo. Il futuro come posto in cui si poteva andare con qualcuno che si era scelto. Il mare come cosa concreta, non metafora. Nigel sul ponte di una nave senza registro e senza segretario, con quella sua andatura misurata e quegli occhi che da vicino non erano mai stati impenetrabili come sembravano.
Cameron quasi rise da solo, sul sentiero deserto, al pensiero di Nigel sul ponte di una nave.
Il villaggio era tranquillo a quell’ora, le botteghe aperte, qualche carro fermo davanti alla locanda. Lasciò il cavallo allo stalliere, fece le commissioni con quella calma nuova che aveva imparato nelle ultime settimane, il tabacco, il libro avvolto in carta bruna, le spezie in una scatolina di legno chiaro che profumava già di cardamomo e pepe.
Rimontò con le mani piene e il sole già più alto.
La strada del ritorno era la stessa dell’andata, il sentiero ghiaioso tra i campi, il bosco che cominciava dopo la curva larga, il maniero che si sarebbe visto in lontananza dopo il secondo colle. Cameron conosceva ogni metro, lo aveva percorso abbastanza volte da non doverci pensare, e forse fu questo, quella familiarità, quella mancanza di attenzione, che gli impedì di vedere prima.
La carrozza era ferma sul lato del sentiero, una ruota sollevata come se avesse preso una buca, due uomini accanto con l’aria di chi aspetta il fabbro. Cameron non rallentò. Non c’era ragione di rallentare.
Lo prese di lato, dal bordo del bosco, il terzo uomo che non aveva visto.
Il cavallo si impennò. Cameron perse una staffa, recuperò per istinto, si girò, e per qualche minuto fu solo quello, il rumore sordo dei pugni e il fiato corto e quella ferocia fredda che sapeva di avere nel corpo da sempre e che non aveva mai avuto così tanta ragione di usare. Ne mandò uno a terra con il gomito. Un secondo prese il cavallo per la briglia e Cameron gli arrivò addosso con tutto il peso prima che riuscisse a tenerlo fermo.
Il terzo era già dietro.
Quando finì Cameron era in ginocchio sul sentiero con le mani legate e il sangue che gli scendeva sulla tempia e la scatolina delle spezie rotta sull’erba del bordo strada, il cardamomo disperso nella polvere, e il futuro che fino a un’ora prima era stato una cosa concreta e reale si era fatto di colpo lontanissimo, irraggiungibile, come lo era sempre stato.
La portiera della carrozza si aprì.
Cameron non disse niente. Guardò il bosco, il sentiero, la direzione del maniero che non si vedeva ancora, e registrò ogni cosa con quella precisione fredda che era il suo modo di sopravvivere, l’ora del sole, la direzione, il numero degli uomini, i dettagli che potevano servire dopo.
Dopo era una parola a cui si aggrappò mentre lo spingevano dentro.

Il Duca non era abituato ad aspettare senza sapere cosa stava aspettando.
Cameron avrebbe dovuto tornare per pranzo. Non era una regola scritta, non c’era nessun accordo esplicito tra loro. Non ne avevano bisogno. Era semplicemente quello che succedeva, quello che era successo ogni volta nelle settimane precedenti.
Il pranzo passò. Il Duca mangiò poco, lasciò che il valletto portasse via i piatti senza commentare l’assenza, rimase seduto al tavolo con il caffè davanti che si freddava guardando il vialetto dalla finestra.
Forse si era fermato al villaggio. Forse aveva trovato qualcosa di interessante, una conversazione, una bottega. Cameron aveva quella curiosità silenziosa per le cose ordinarie che il Duca apprezzava inlui, una delle sue forme di libertà, quella di un uomo che per anni non aveva avuto il permesso di perdere tempo senza motivo.
Rimase a tavola più a lungo del solito. Poi si alzò.
Nel pomeriggio aprì l’atlante in biblioteca, alla pagina del Mediterraneo, la stessa di tre sere prima. Rimase a guardare le coste in inchiostro scuro per qualche minuto senza vederle davvero. Richiuse il volume con una cura che non era necessaria. Si alzò. Andò alla finestra.
Il vialetto era deserto.
Verso le quattro mandò uno stalliere al villaggio. Lo stalliere tornò un’ora dopo: il cavallo di Cameron non era più allo stallo del libraio, il libraio ricordava di averlo visto ripartire verso mezzogiorno, nessuno in paese lo aveva visto dopo quell’ora.
Il Duca ascoltò il rapporto in piedi, le mani intrecciate dietro la schiena.
«Il cavallo,» disse.
«Non è tornato neanche lui, Milord.»
Rimase in silenzio per un momento. «Bene. Vai.»
Prima che il buio scendesse del tutto uscì con due uomini a cavallo e percorse il sentiero tra il maniero e il villaggio due volte, all’andata e al ritorno, con quella metodicità silenziosa che metteva in tutto quello che non voleva lasciare al caso. Il sentiero era deserto. Il bosco ai lati era silenzioso. La luce stava cedendo in fretta, quel grigio rapido del tramonto che toglie i dettagli prima ancora che te ne accorga.
Non trovò niente di definitivo. Solo terreno, erba, ghiaia, il buio che avanzava.
Tornò al maniero a notte fonda con meno di quello che aveva portato via.
Elias era nell’atrio.
Non faceva niente di particolare, stava sistemando qualcosa su un tavolino laterale con quella precisione inutile di chi vuole sembrare occupato. Alzò gli occhi quando il Duca entrò, e il Duca lo vide fare quella cosa, quella piccola esitazione prima di decidere di parlare, che in un altro momento avrebbe letto come incertezza e che adesso lesse come qualcosa di diverso, qualcosa che non riusciva ancora a nominare.
«Milord,» disse Elias. La voce era misurata, quasi delicata. «So che non è affar mio.»
Il Duca si fermò. Lo guardò.
«Ma negli ultimi giorni,» continuò Elias, gli occhi bassi, il tono di chi fa fatica a dire una cosa che preferirebbe non dire, «Cameron ha detto alcune cose. Piccole cose, Milord, forse non significano niente.» Una pausa. «Sul fatto che non sapeva ancora dove andare. Che aveva bisogno di pensare. Che certe situazioni non si possono tenere in piedi a lungo senza che costino più di quello che valgono.»
Silenzio.
Il Duca rimase fermo dov’era. Il mantello ancora addosso, i guanti in mano, il freddo della notte che non aveva ancora lasciato del tutto. Guardò Elias con concentrazione silenziosa che non richiedeva movimento per essere sentita.
«A te,» disse alla fine. «Ha detto queste cose a te.»
Elias alzò gli occhi, li riabbassò. «Qualche volta, Milord. Quando si incrociavano. Non cercava conversazione, ma a volte le cose escono.»
«Sì,» disse il Duca. «A volte escono.»
Non era una conferma. Non era niente di identificabile. Era solo quella frase, detta con quella voce piatta, e Elias non riuscì a capire se fosse stata creduta o no, e questa incertezza era esattamente quello che il Duca voleva che sentisse.
«Vai,» disse il Duca.
Elias si mosse verso la porta. Si fermò. «Milord, spero davvero che…»
«Vai,» ripeté il Duca.
Elias andò.
Il Duca rimase solo nell’atrio per un momento, il silenzio del maniero intorno, il ticchettio dell’orologio sul camino. Poi salì le scale lentamente, andò allo studio, si sedette nella sua poltrona senza togliersi il mantello.
Il fuoco era basso. Non chiamò nessuno per ravvivarlo.
Quello che Elias aveva detto non era credibile. Cameron non era il tipo di uomo che diceva le cose importanti a un valletto per caso nei corridoi. Cameron non diceva le cose importanti quasi a nessuno, le teneva dentro finché non erano pronte, finché non aveva deciso lui di tirarle fuori. Il Duca lo sapeva. Lo aveva imparato settimana dopo settimana, ogni resistenza, ogni cedimento, ogni parola scelta con una precisione silenziosa che era la sua forma di onestà.
Cameron non era andato via da solo.
Eppure.
Il fuoco crepitò piano. Il Duca non si mosse. Rimase seduto con le mani sulle ginocchia e gli occhi sul camino, e non pensò a quello che Elias aveva detto perché non c’era niente su cui pensare, perché non ci credeva, perché Cameron aveva detto presto con la mano aperta sul Mediterraneo disegnato e quella parola aveva avuto un peso che il Duca conosceva abbastanza da non confondere con nient’altro.
Eppure il fuoco si abbassava e Cameron non tornava e il maniero era silenzioso in un modo che non era il solito silenzio, era un silenzio con qualcosa in meno, con una forma assente che il Duca continuava a misurare senza volerlo.
Verso le tre il fuoco si spense.
Il Duca non si mosse per riaccenderlo. Rimase seduto nel buio che avanzava, il mantello ancora sulle spalle, e fuori il vento passava tra gli alberi del parco con quel suono lungo e basso che a volte assomigliava a una voce e non era niente.
Quando l’alba cominciò a filtrare dalle tende si alzò. Si sistemò la giacca con movimenti precisi e meccanici. Andò alla finestra e guardò il vialetto deserto per un momento, quella ghiaia bianca nella luce grigia del mattino.
Poi andò a dare disposizioni per riprendere le ricerche.
La voce era quella di sempre, misurata, senza incrinature. Gli ordini erano chiari, il perimetro da coprire, gli uomini da mandare, le domande da fare al villaggio e nelle fattorie intorno.
Solo le mani, sul bordo della scrivania mentre parlava, stringevano il legno con le nocche bianche.

Capitolo 19

«L’ha annusata tre volte prima di decidersi. La seconda volta ha chiuso gli occhi un momento, come fanno i bambini quando assaporano qualcosa. Sembrava felice, Milord. Non lo dico per dire, sembrava davvero felice, del tipo di soddisfazione che viene da dentro.»

Il villaggio si stava svegliando quando il Duca arrivò.
Le botteghe aprivano con quella lentezza cerimoniale del mattino presto, i battenti che cigolavano, i secchi d’acqua portati fuori sui gradini, l’odore del pane che usciva dalla panetteria in ondate calde e si disperdeva nell’aria. Il fabbro era già al lavoro, il suono ritmico del martello sull’incudine che scandiva il tempo come un orologio rozzo e affidabile. Qualche donna si fermò a guardare il Duca passare a cavallo, poi riprese quello che stava facendo senza commenti, con quella familiarità tranquilla di chi conosce abbastanza bene una presenza da non esserne turbata.
Questo era il vantaggio, pensò il Duca, di essere il Duca di Blackthorn in un raggio di venti miglia. Non l’autorità, che avrebbe chiuso le bocche più che aprirle. La familiarità. Gli affitti pagati in tempo anche negli anni cattivi, le controversie risolte senza avvocati, le medicine mandate alle famiglie durante l’epidemia. La gente del villaggio lo guardava con quel rispetto specifico che lascia ancora spazio alla parola, che non si irrigidisce in riverenza silenziosa.
Aveva già mandato due uomini il giorno prima. Erano tornati con poco. Il signor Ashbrook era stato visto al villaggio la mattina, aveva fatto le sue commissioni, era ripartito verso mezzogiorno. Niente di strano, niente di memorabile. Il cavallo non era tornato.
Non era abbastanza.
Legò il cavallo davanti alla locanda e spinse la porta.
Dentro l’aria sapeva di birra di malto e cenere, di legno consumato da anni di gomiti sul bancone, di qualcosa di fritto che era rimasto nell’aria dalla sera prima. L’oste era un uomo sulla sessantina con le spalle di chi ha portato botti per trent’anni e non ha ancora smesso, la faccia aperta, il tipo di viso che invita alla confidenza senza cercarla. Riconobbe il Duca e si raddrizzò con quell’aria di chi vuole essere utile e non sa ancora come.
«Milord. È presto.»
«Sì.» Il Duca si sedette su uno sgabello, le mani sul bancone, e aspettò che l’oste capisse da solo che quella non era una visita di cortesia. Non ci volle molto. «Il signor Ashbrook. Era qui ieri mattina.»
«Sì, Milord, l’ho visto passare dalla finestra. Non si è fermato qui, è andato dal libraio prima, poi dalla drogheria.» L’oste si passò un panno sul bancone con un gesto automatico. «Sembrava di buon umore, se posso dirlo. Camminava come uno che non ha fretta di essere da nessuna parte.»
Il Duca non rispose. Lasciò che il silenzio facesse il suo lavoro.
«Nei giorni scorsi,» disse alla fine. «Hai avuto ospiti che non conosci?»
L’oste aprì la bocca. La richiuse. Quella piccola esitazione bastò, non il tentennamento di chi non ricorda, ma quello di chi ricorda benissimo e sta decidendo quanto dire.
«Parla,» disse il Duca. Non era un ordine, era quasi una gentilezza, ma con qualcosa sotto che pesava.
L’oste appoggiò i pugni sul bancone e abbassò la voce, anche se non c’era nessuno abbastanza vicino da sentire.
«Quattro uomini, Milord. Sono stati qui due sere, forse tre. Bevevano senza fare rumore, pagavano senza discutere, non rompevano niente.» Si fermò. «Ma non erano gente di passaggio, capisce? La gente di passaggio ha una certa aria, sa dove sta andando anche quando non lo dice. Questi invece, aspettavano. Si vedeva da come stavano seduti, da come guardavano la porta ogni volta che si apriva.»
«Descrizione.»
«Tre erano tipi ordinari, grossi, il genere che si trova in ogni locanda di ogni villaggio.» L’oste scosse la testa lentamente. «Il quarto no. Alto, magro, ma non gracile, il tipo di magro che inganna, capisce, Milord? Capelli scuri e lunghi, una cicatrice che gli attraversava il sopracciglio, qui.» Si indicò il viso. «Quello non beveva quasi niente. Stava seduto in fondo alla sala con quella schiena dritta e guardava. Non guardava niente in particolare, guardava tutto. Come…» Si fermò, cercando le parole. «Come un gatto su un tetto, Milord. Fermo, ma pronto.»
Il Duca rimase in silenzio.
«Ha detto qualcosa alla mia ragazza,» continuò l’oste, con un tono diverso adesso, più basso, più personale. «Mia figlia, Milord, che serve ai tavoli. Non le ha fatto niente, intendiamoci, non ha alzato le mani. Le ha solo detto buonasera quando le portava il boccale, e lei è tornata in cucina con la faccia di chi ha sentito qualcosa che non torna. Ho chiesto cos’era successo.» Fece una piccola pausa. «Mi ha detto che era il modo in cui l’aveva guardata. Come se la stesse misurando. Non in quel modo,» aggiunse in fretta, «non come guardano certi uomini. In modo diverso, peggio quasi. Come se stesse calcolando qualcosa che lei non riusciva a vedere.»
Il Duca registrò ogni cosa senza muovere un muscolo del viso. «In che direzione sono andati?»
«Non li ho visti partire, Milord. Ma il mio garzone li ha incrociati la mattina presto, sul far dell’alba, verso est. Sulla strada vecchia, quella che costeggia i boschi di Ashfield prima di scendere verso la valle.»
Est. La strada vecchia. Il Duca si alzò.
Posò qualcosa sul bancone senza guardare quanto. L’oste aprì la bocca per ringraziare, la richiuse quando vide l’espressione del Duca, o meglio l’assenza di espressione, quella superficie liscia e controllata che in un altro uomo sarebbe sembrata calma e che l’oste, che conosceva il Duca da trent’anni, riconobbe come qualcosa di completamente diverso.
«Se tornate a vederli,» disse il Duca, «mandate qualcuno al maniero. Di giorno o di notte.»
«Certo, Milord.» L’oste esitò. «Il signor Ashbrook… spero che stia bene.»
Il Duca si fermò un secondo, la mano già sulla porta. «Anch’io,» disse.

La drogheria era piccola e profumata, con le spezie in fila sugli scaffali in barattoli di vetro che la luce del mattino attraversava colorandosi, ambra, ocra, il rosso scuro della paprika, il giallo intenso della curcuma. L’aria era densa, quasi tattile, cardamomo e pepe e cannella mescolati in qualcosa che aveva la consistenza di un ricordo.
La droghiera era una donna sulla quarantina, precisa nei movimenti, con gli occhiali sul naso e le dita macchiate di spezie fino alle nocche. Riconobbe il Duca e si alzò dallo sgabello dietro il bancone con quella dignità tranquilla di chi non si scompone facilmente.
«Milord.»
«Il signor Ashbrook,» disse il Duca. «È stato qui ieri mattina?»
«Sì.» La droghiera non ebbe esitazioni, la sua memoria era quella precisa di chi lavora con misure e quantità e non si può permettere approssimazioni. «Ha comprato la scatola di legno chiaro, quella piccola con il coperchio incernierato.» Indicò uno scaffale. «Cardamomo verde, pepe lungo, cannella di Ceylon e bacche di ginepro. Una miscela insolita, gliel’ho detto, ma sembrava avere le idee chiare.» Una piccola pausa, qualcosa che si ammorbidiva nel tono. «L’ha annusata tre volte prima di decidersi. La seconda volta ha chiuso gli occhi un momento, come fanno i bambini quando assaporano qualcosa.» Fece una piccola pausa. «Sembrava felice, Milord. Non lo dico per dire, sembrava davvero felice, del tipo di soddisfazione che viene da dentro.»
Sembrava felice.
Il Duca rimase fermo davanti al bancone. Tre parole nell’aria, dette con la semplicità di chi descrive un fatto ordinario e non sa cosa contengono, cosa costano a chi le ascolta. Tenne il viso fermo con quello sforzo che aveva imparato da ragazzo, nella casa fredda dopo sua madre, e che non aveva mai smesso di usare.
«Quando è uscito,» disse, «ha parlato con qualcuno fuori?»
La droghiera rifletté. «Non che abbia visto, Milord. Era solo quando è partito, aveva il cavallo legato al palo fuori e i suoi pacchi sotto il braccio.» Si fermò. «C’era una carrozza più avanti, verso la curva. L’ho notata perché era ferma da un po’. Quando il signor Ashbrook è entrato era già lì, e quando è uscito era ancora lì. Una carrozza chiusa, scura, con i cavalli che aspettavano.» Scosse la testa lentamente. «Sul momento non ci ho fatto caso. Adesso mi dispiace non averci pensato.»
«Non poteva saperlo,» disse il Duca.
«No,» disse la droghiera. «Ma mi dispiace lo stesso.»
Il Duca uscì nella luce del mattino che era diventata più alta, più tagliente, senza la morbidezza delle prime ore. Si fermò sulla soglia un momento, gli occhi sulla strada che si allungava verso est, il suono lontano del fabbro che continuava il suo ritmo paziente.
Est. La strada vecchia. Tre uomini che aspettavano. Una carrozza ferma verso la curva del bosco. Un uomo con una cicatrice e gli occhi che misuravano tutto.
E Cameron che aveva comprato delle spezie con gli occhi chiusi come un bambino, felice.
Il Duca rimase fermo sulla soglia della droghiera per un secondo che nessuno vide, con quella frase dentro che faceva quello che le catene e il laudano e i mesi di calcolo non avevano mai fatto, che stringeva qualcosa nel petto in un modo che non aveva né nome né rimedio.
Poi rimontò a cavallo, girò verso est, e spronò.

Cameron si svegliò sotto un soffitto sbagliato.
Non il soffitto del maniero, non quello della sua stanza né quello della stanza di Nigel che aveva imparato a riconoscere nel buio. Un soffitto basso, travi a vista, intonaco scrostato agli angoli, una finestra piccola e opaca che lasciava passare una luce grigia e piatta che non diceva niente sull’ora.
Cameron rimase fermo.
Non per disorientamento, quello era durato un secondo, il tempo che ci vuole perché il corpo registri e cataloghi. Le mani legate davanti, non dietro, corda, non catene, il nodo fatto da qualcuno che sapeva fare i nodi. La testa pulsava sul lato destro, un dolore sordo e preciso che datava il colpo a diverse ore prima. La bocca sapeva di sangue vecchio. I vestiti erano ancora quelli della mattina, la giacca no, qualcuno gliela aveva tolta.
Stanza piccola. Un letto, una sedia, la finestra. Una porta con la serratura dall’esterno, il filo di luce sotto lo spigolo che diceva corridoio illuminato. Voci lontane, almeno due persone, e oltre quello il silenzio aperto di un posto senza vicini.
Cameron si sedette sul bordo del letto e cominciò a lavorare sul nodo.
Ci lavorò con quella pazienza fredda che era il suo modo di fare le cose quando la fretta era un lusso che non poteva permettersi. Le dita trovavano i punti giusti, tiravano, allentavano, tornavano indietro. Il nodo cedeva di poco, poi resisteva. Cameron continuò.
La porta si aprì.
Un uomo sulla cinquantina, tarchiato, con la faccia rossa di chi beve più di quanto dovrebbe e una giacca che aveva visto tempi migliori. Portava un vassoio con del pane e una tazza, lo teneva davanti a sé con quell’aria vagamente incerta di chi non è sicuro di come sarà ricevuto.
Cameron aspettò che si avvicinasse abbastanza.
Quando l’uomo si chinò per posare il vassoio sulla sedia Cameron si gettò in avanti con tutto il peso, le mani legate usate come un unico blocco contundente, e colpì di lato alla tempia prima che l’altro potesse raddrizzarsi. Il vassoio andò a terra, il pane rotolò, la tazza si spezzò in tre pezzi netti sul pavimento. L’uomo barcollò contro il muro con un suono gutturale, si riprese, e la sua faccia già rossa diventò una cosa diversa, più scura, con la vena sulla fronte che pulsava visibile.
«Figlio di puttana,» ringhiò, e si raddrizzò con una velocità che Cameron non si aspettava da un corpo così.
La porta era già di nuovo aperta, due uomini che entravano di corsa, il primo che afferrò Cameron per le spalle da dietro con una presa che sapeva il fatto suo, il secondo che arrivò di fronte con il pugno già alzato.
«Vuoi fare il duro, eh?» ansimò quello dietro, stringendo. «Vediamo quanto resisti.»
Cameron piantò i piedi, si abbassò di mezzo metro improvvisamente e il primo perse la presa per un secondo, abbastanza da girarsi e colpire con il gomito prima che il secondo arrivasse. Colpì aria, quasi, il secondo si scansò di poco e rise, un suono brutto, e disse qualcosa all’altro in un dialetto che Cameron non conosceva, ma il tono era chiaro.
Poi tutti e tre erano addosso a lui.
Finì sul letto con il braccio torto e le mani bloccate e il fiato che tornava a fatica, i polmoni che non volevano collaborare. L’uomo tarchiato era in piedi accanto al letto con il sangue che gli colava dalla tempia sulla guancia, il respiro rumoroso, e aveva in mano un pezzo della tazza rotta, il bordo scheggiato, e lo guardava con quegli occhi piccoli e carichi di qualcosa che non aveva niente a che fare con gli ordini ricevuti.
«Adesso te la faccio vedere io,» disse sottovoce.
«Fermo.»
Una voce dalla porta. Non alta, non urlata, solo quella parola con un tono che non richiedeva di essere ripetuto.
L’uomo tarchiato si fermò. Il pezzo di tazza rimase in mano, ma la mano non si mosse.
Cameron girò la testa verso la porta.
Era alto, asciutto, con una corporatura che ingannava perché non era massiccia, ma aveva in ogni movimento una coordinazione precisa, guadagnata negli anni sul campo. Capelli scuri tagliati corti, una cicatrice che attraversava il sopracciglio sinistro e si fermava sull’osso dello zigomo con quella lucentezza sottile della pelle rifatta su se stessa. Gli occhi erano chiari, e guardavano la stanza con la stessa attenzione con cui si guarda un problema da risolvere.
Entrò senza fretta. Si fermò al centro, le mani lungo i fianchi, e prese nota del vassoio rovesciato, della tazza rotta, del sangue sul pavimento, dell’uomo tarchiato con il coccio in mano, dei due che tenevano Cameron immobilizzato sul letto.
«Posatelo,» disse ai due. Poi all’uomo tarchiato, con lo stesso tono: «Butta via quel pezzo e vattene a pulire quella tempia prima che smetta di sanguinare.»
«Ha colpito per primo,» disse l’uomo tarchiato, con la voce di chi vuole che sia messo a verbale.
«Lo so.» Non si girò verso di lui. «Vattene lo stesso.»
L’uomo tarchiato lanciò il coccio verso il vassoio rovesciato con un gesto stizzito, disse qualcosa sottovoce che non era un complimento per nessuno dei presenti, e uscì. Gli altri due lo seguirono dopo un secondo di esitazione, con quell’aria di chi avrebbe preferito rimanere.
La porta rimase aperta.
L’ultimo arrivato si avvicinò al letto, si fermò a distanza ragionevole, e guardò Cameron con quella stessa attenzione precisa, come se stesse catalogando quello che aveva visto e trovasse il catalogo interessante. Cameron si sedette sul bordo, il braccio torto che protestava, e lo guardò a sua volta. Studiò la cicatrice, le mani, il modo in cui stava in piedi con il peso leggermente spostato sul fianco sinistro, un vecchio infortunio, probabilmente, mai del tutto risolto. Studiò gli occhi chiari, quell’attenzione silenziosa che riconosceva come qualcosa di simile alla propria riflessa in un uomo completamente diverso.
«Hai aspettato che si avvicinasse,» disse lo sconosciuto. Non era un’accusa. Era una constatazione, quasi professionale. «Con le mani legate era la mossa giusta.»
Cameron non rispose.
«La prossima volta che si apre quella porta,» continuò l’altro, «saremo in tre dall’inizio. Tienilo presente, ti risparmia fatica.» Si guardò intorno un momento, poi di nuovo su Cameron. «E loro non hanno il mio stesso senso dell’umorismo. Se fai saltare i nervi a Teddy un’altra volta, ci vorrà più di una parola per fermarlo.»
«Teddy,» disse Cameron.
«Quello con la tempia ammaccata.» Una piccola pausa. «Non è un uomo paziente.»
«E tu chi sei?»
L’uomo considerò la domanda per un secondo, come se stesse decidendo cosa valeva la pena rispondere. «Reach,» disse. «Per adesso è tutto quello che ti serve sapere.»
«Chi ti ha mandato?»
«Qualcuno che ti conosce.» Reach si mosse verso la porta con passi misurati. «Ti dirà lui stesso chi è, quando arriva.»
«Quando?»
«Presto.» Si fermò sulla soglia senza girarsi. «Il braccio. Mettici del freddo se riesci. Domani ti servirà.»
Chiuse la porta. La serratura girò dall’esterno con un suono preciso e definitivo.
Cameron rimase seduto sul bordo del letto. Sentiva il braccio, la testa, il sapore di sangue che non andava via. Dal corridoio arrivava la voce di Teddy che diceva ancora qualcosa di arrabbiato a qualcuno che non rispondeva, poi il silenzio.
Ricominciò a lavorare sul nodo.
Pensò a Nigel.
Non con la disperazione di chi si aggrappa a qualcosa, con quella chiarezza specifica di chi sa cosa ha lasciato indietro e sa quanto vale. Pensò al vialetto di ghiaia bianca, all’atlante aperto, a quella mano sopra la sua sulla pagina del Mediterraneo. Pensò che Nigel a quest’ora sapeva già che qualcosa non tornava, che stava già facendo quello che faceva sempre, raccogliere le informazioni, costruire il quadro, muoversi con quella metodicità precisa.
Stava arrivando.
Cameron lo sapeva con la certezza delle cose che non richiedono dimostrazione. Bisognava solo tenere duro abbastanza a lungo.
Continuò a lavorare sul nodo.

Capitolo 20

«Ci ho pensato, per settimane. Sapevo che quella situazione non era… che non stavi bene, che quell’uomo ti aveva…»
«Quell’uomo,» disse Cameron piano.
«Il Duca. Cameron, quello che ti ha fatto…»
«Lo so cosa mi ha fatto. Ero lì.»

I giorni nella casa isolata avevano una loro logica, lenta e ripetitiva come quella di un ingranaggio che gira sempre nello stesso verso.
La mattina portava un uomo con la colazione. Quasi sempre Teddy, sempre con quella diffidenza ostentata di chi non ha dimenticato la tazza rotta e non ha intenzione di farlo.
Il pomeriggio portava silenzio, il rumore lontano degli altri che giocavano a carte nel corridoio o parlavano sottovoce in cucina.
La sera portava Reach, a volte, che si fermava sulla soglia qualche minuto senza un motivo dichiarato, come chi passa e si ferma a controllare che una trappola sia ancora armata.
Cameron imparò i ritmi prima di qualsiasi altra cosa.
Imparò che Teddy arrivava sempre con la spalla destra leggermente avanzata, segno di chi si aspetta resistenza e ci ha già costruito intorno una risposta automatica. Imparò che il secondo uomo, quello che non aveva ancora sentito nominare, aveva una tosse secca che lo precedeva di qualche secondo nel corridoio, dandogli abbastanza preavviso da raddrizzarsi sul letto e avere l’aria di chi non stava facendo niente di interessante. Imparò che la finestra piccola e opaca dava a nord, che il sole non la toccava mai direttamente, che oltre il vetro c’era un cortile con del ghiaccio ancora nei bordi delle mattonelle anche a marzo.
Imparò che Reach non faceva rumori inutili.
Il secondo giorno Cameron cominciò a parlare.
Non molto, non in modo aperto, un commento qua e là, buttato nell’aria come qualcosa di casuale, calibrato con quella precisione silenziosa che aveva sviluppato in anni di servizio accanto a un uomo che non capiva il proprio peso sugli altri. Con Ambrose aveva imparato a leggere le persone dall’interno, a trovare la frattura sottile sotto la superficie, il punto in cui la pressione giusta produceva risultati.
Con Teddy fu semplice. Teddy era fatto di orgoglio e risentimento in parti uguali, il tipo di uomo che non sopporta di essere ignorato quasi quanto non sopporta di essere sfidato.
«Quanto ti pagano?»
Cameron fissava il soffitto, mentre Teddy posava il vassoio.
«Non sono affari tuoi.»
«No,» concordò Cameron. «Però mi chiedo se valga lo sforzo. Tre uomini per uno. Sembra eccessivo.»
Teddy si girò verso di lui con quella vena sul collo che Cameron aveva già imparato a riconoscere come segnale. «Tre uomini per uno che morde come un cane selvatico appena abbassi la guardia.»
«Ho usato quello che avevo.» Cameron abbassò gli occhi su di lui, tranquillo. «Con le mani legate. Immagina cosa farei con le mani libere.»
«Immagino,» disse Teddy, e il modo in cui lo disse non era una minaccia, era quasi un invito, e Cameron vide che aveva trovato il bordo giusto, abbastanza vicino da irritare, abbastanza lontano da non giustificare una risposta che Reach avrebbe fermato.
Non spinse oltre. Non ancora.
Lasciò passare un giorno, lasciò che Teddy portasse la colazione e poi la cena senza commentare niente, lasciò che l’uomo si rilassasse nella sua irritazione ormai familiare. Poi il giorno dopo, mentre Teddy stava già sulla porta con il vassoio vuoto, chiese: «Chi aspettiamo, comunque?»
Teddy si irrigidì.
«Qualcuno che ti conosce, ha detto il vostro capo.» Cameron fece una piccola pausa. «Io conosco poca gente. Il cerchio si restringe.»
«Tieni la bocca chiusa,» disse Teddy.
«Certo.» Cameron si sdraiò di nuovo sul letto. «Era solo un’osservazione.»
La porta si chiuse più forte del necessario.
Cameron guardò il soffitto e annotò mentalmente: Teddy sapeva chi stava arrivando, o almeno sapeva abbastanza da irrigidirsi a quella domanda specifica. Non era un nome, ma era qualcosa.

Reach venne quella sera.
Non bussò, non lo faceva mai, ma c’era qualcosa nel modo in cui apriva la porta che non era maleducazione, era semplicemente l’assenza del bisogno di annunciarsi, di qualcuno che non chiedeva il permesso di entrare in nessun posto da così tanto tempo che il gesto era diventato involontario. Portava due bicchieri e una bottiglia e posò tutto sulla sedia con la stessa cura ordinaria con cui avrebbe posato un vassoio di uova.
Cameron lo guardò senza dire niente.
Reach si sedette sul bordo del letto, accanto a lui, aprì la bottiglia, riempì entrambi i bicchieri, spinse il suo verso Cameron con un gesto del mento. Cameron lo prese. Non perché si fidasse, ma perché rifiutare sarebbe stato un segnale che non voleva dare.
Bevvero in silenzio per un momento.
«Hai irritato Teddy,» disse Reach alla fine.
«Non era difficile.»
«No.» Reach girò il bicchiere tra le dita, gli occhi chiari su Cameron. «Ma continui a farlo anche quando non ottieni niente. Questo mi incuriosisce.»
«Ottengo sempre qualcosa.»
Reach rimase in silenzio un secondo. Poi, con quella voce piatta che non tradiva niente: «Cosa hai ottenuto questa volta?»
Cameron lo guardò. «So che Teddy sa chi sta arrivando.»
Reach non cambiò espressione. Ma qualcosa si modificò nell’aria della stanza, sottile, impercettibile.
«E che tu sai che lo so,» continuò Cameron. «Il che significa che non ti importa che io lo sappia. Il che significa che quando arriverà chi deve arrivare, non ci sarà modo per me di usare questa informazione.»
Reach bevve un sorso.
«Sei sveglio.»
«Ho avuto buoni maestri.»
«Chi?»
Cameron non rispose. Guardò il bicchiere, poi Reach, poi il bicchiere di nuovo. «Qualcuno che mi ha insegnato come funzionano le persone. Come si leggono. Come si tengono.» Una piccola pausa. «E come si perdono, quando non si fa attenzione.»
Reach rimase in silenzio per un momento che si allungò abbastanza da avere un peso. Poi si alzò, prese la bottiglia, la lasciò sul bordo della sedia.
«Finiscila pure,» disse. «Domani non te ne porterò un’altra.»
Si mosse verso la porta. Cameron aspettò che aprisse.
«Reach.»
L’uomo si fermò.
«Non sei il tipo che fa questo lavoro per i soldi.» Cameron lo disse a voce bassa, quasi con curiosità. «O non solo.»
Un secondo di silenzio. Reach non si voltò. «Dormi,» disse.
Chiuse la porta.
Cameron rimase seduto con il bicchiere in mano, il brandy che si scaldava sotto il palmo, e pensò che Reach era il tipo di uomo che non si lasciava aprire facilmente, che aveva costruito intorno a sé qualcosa di simile a quello che il Duca aveva costruito, solo con materiali più rozzi e scopi diversi. Due architetture diverse della stessa solitudine di fondo.
Finì il brandy.
Pensò a Nigel che cavalcava verso est con quella sua andatura misurata che non imparava ad affrettarsi. Pensò che erano passati quattro giorni, quasi cinque, e che la casa era silenziosa di notte in un modo che parlava di campagna aperta, di distanza dal maniero, di tempo che continuava a scorrere in una direzione sola.
Si sdraiò nel buio e aspettò che il sonno arrivasse.

Il giorno dopo portò Ambrose.
Cameron lo sentì prima di vederlo, la voce nell’atrio, quella cadenza che conosceva meglio della propria, con quella nota leggermente acuta che Ambrose non aveva mai imparato a controllare quando era agitato. Sentì i passi nel corridoio, quel modo di camminare con il tacco che scendeva un mezzo secondo prima del necessario, e sentì qualcosa nel petto che non era sorpresa.
Aveva già capito che sarebbe stato lui. Da quando Teddy si era irrigidito alla domanda sbagliata. Forse da prima, forse da quel primo momento sul sentiero quando la carrozza era ferma nel posto sbagliato e gli uomini aspettavano nel modo sbagliato, aveva già saputo, con quella parte di sé che leggeva le situazioni prima che la mente le nominasse, che dietro c’era qualcuno che lo conosceva.
Qualcuno che lo conosceva abbastanza da sapere quando sarebbe uscito, da quale strada, con cosa in mano.
La porta si aprì.
Ambrose era in piedi sulla soglia con il cappotto ancora addosso e i capelli scomposti dal viaggio e quegli occhi chiari che Cameron aveva conosciuto quando Ambrose aveva quattordici anni e il mondo sembrava ancora una cosa che si poteva tenere insieme con abbastanza cura. Lo guardò attraversare la stanza con quella sua aria di chi è convinto di fare la cosa giusta e ha bisogno che qualcuno glielo confermi.
Cameron non si alzò dal letto. Lo guardò soltanto, con quella calma fredda che non era indifferenza, ma era qualcosa di molto più difficile da reggere, e aspettò.
Ambrose si fermò a metà stanza. Guardò Cameron, la stanza, le mani di Cameron ancora segnate dalla corda, e sul suo viso passò qualcosa che voleva essere dispiacere e aveva invece la forma dell’imbarazzo.
«Cameron,» disse.
«Ambrose.»
Il nome detto così, senza inflessione, senza calore, senza niente, fermò Ambrose per un secondo. Era sempre stato così, Cameron che usava il tono come strumento, che poteva mettere dentro una sola parola tutto quello che voleva dire o toglierle tutto, e Ambrose che non aveva mai imparato a leggerlo del tutto e quindi lo temeva, quel silenzio calibrato, più di qualsiasi accusa esplicita.
«Stai bene?» disse Ambrose.
«Considerando le circostanze sì.»
«Non avrei voluto che…» Ambrose fece un gesto vago verso le mani di Cameron, verso la stanza, verso tutto. «Avevo detto loro di essere delicati. Ho dato ordini precisi.»
«Sì,» disse Cameron. «L’ho visto.»
Ambrose aprì la bocca. La richiuse. Fece altri due passi verso il letto, si fermò di nuovo come se il pavimento avesse cambiato natura sotto i piedi. Aveva quel modo di muoversi che Cameron conosceva bene, quel bisogno di riempire lo spazio con il movimento quando le parole non arrivavano, come se il corpo potesse fare quello che la mente non riusciva.
«Ci ho pensato,» disse alla fine. «Per settimane. Sapevo che quella situazione non era… che non stavi bene, che quell’uomo ti aveva…»
«Quell’uomo,» disse Cameron piano.
«Il Duca.» Ambrose abbassò la voce sulla parola come se avesse un sapore sgradevole. «Cameron, quello che ti ha fatto…»
«Lo so cosa mi ha fatto.» Cameron lo guardò. «Ero lì.»
«Appunto.» Ambrose fece un altro passo, il tono che si scaldava, quella nota leggermente querula che Cameron riconosceva come la sua versione della difensiva. «Eri lì e non potevi andartene, e io… ho fatto quello che andava fatto. Quello che avresti fatto tu, se fossi stato al mio posto.»
Cameron rimase in silenzio per un momento.
Quello che avresti fatto tu. Erano passati dieci anni e Ambrose stava ancora usando quella frase, quella logica, quel modo di appoggiarsi a Cameron anche per giustificare le cose fatte contro di lui. Era quasi ammirevole, in un modo che non era un complimento.
«Sei venuto da solo?» disse Cameron.
Ambrose esitò un secondo di troppo. «Ho portato degli uomini. Per sicurezza.»
«Reach,» disse Cameron.
Qualcosa sul viso di Ambrose cambiò, una piccola increspatura, quasi invisibile. «Sono professionisti. Sapevano quello che facevano.»
«Sì,» disse Cameron. «Lo so.»
Si alzò dal letto, lentamente, e Ambrose fece un mezzo passo indietro senza accorgersene, quel riflesso automatico che Cameron aveva visto centinaia di volte e che non aveva mai smesso di dirgli tutto quello che doveva sapere su come Ambrose lo percepiva, non come qualcuno da proteggere, come qualcosa da tenere vicino perché il mondo senza era più difficile da navigare.
Cameron si fermò in piedi davanti a lui. Non minaccioso, solo presente, con tutta l’altezza e tutta la calma di un uomo che è stato picchiato e legato e portato via di forza e che nonostante questo è ancora la persona più ferma nella stanza.
«Cosa vuoi, Ambrose^»
«Voglio…» Ambrose aprì le mani in un gesto che cercava di contenere qualcosa di troppo grande per le parole che aveva. «Voglio che torni. Che le cose tornino come erano. Ho bisogno di te, Cameron, e tu hai bisogno di… hai bisogno di qualcuno che si prenda cura di te, che ti protegga da situazioni come questa, e io posso farlo, posso…
«Come stavi facendo prima?» lo interruppe Cameron.
Ambrose si fermò.
«Quando mi hai messo alla porta,» disse Cameron. Sottovoce, senza rabbia. «Dopo dieci anni?»
Il silenzio che seguì aveva una densità pesante, quasi fisica. Ambrose aprì la bocca, la richiuse, aprì di nuovo, e Cameron lo guardò fare tutto questo senza muoversi, senza aiutarlo, senza fare quello che aveva sempre fatto: trovare le parole per entrambi, smussare gli angoli, rendere le cose digeribili.
«Ma io sono tornato indietro! Sei tu che non hai voluto…» cominciò Ambrose.
«Non finire quella frase,» disse Cameron.
Ambrose non la finì.
Rimase in piedi a metà stanza con il cappotto ancora addosso e quell’espressione sul viso, quella che Cameron aveva visto tante volte da bambino, quando Ambrose non otteneva quello che voleva e non capiva perché, quella miscela di confusione e risentimento e qualcosa di più fragile sotto, qualcosa che in un altro momento Cameron avrebbe trovato impossibile da reggere senza cedere.
Adesso lo reggeva.
«Hai bisogno di riposare,» disse Ambrose alla fine, con quella voce che cercava di essere gentile e suonava solo come un cambio di tattica. «Sei stanco, sei stato in una situazione difficile, non stai pensando con chiarezza. Domani parleremo.»
«Oggi o domani,» disse Cameron, «la risposta è la stessa.»
Ambrose lo guardò. Negli occhi chiari c’era qualcosa che Cameron non aveva ancora del tutto catalogato, qualcosa di più complicato della delusione, più caldo della rabbia, qualcosa che si muoveva sotto la superficie come acqua sotto il ghiaccio.
«Vedremo,» disse Ambrose sottovoce.
Si voltò verso la porta. Si fermò sulla soglia senza girarsi. «Ho fatto portare dei vestiti puliti. E qualcosa di caldo da mangiare.» Una piccola pausa. «So ancora prendermi cura di te, Cameron. Lo so ancora.»
Uscì.
La porta si chiuse.
Cameron rimase in piedi al centro della stanza, il silenzio intorno, e pensò che Ambrose era esattamente quello che era sempre stato, solo adesso senza la patina degli anni di abitudine a coprirlo. E pensò che quella frase finale, era la cosa più rivelatrice che avesse detto in tutta la conversazione, perché non era affetto, era possesso, ed Ambrose non vedeva la differenza.
Non l’aveva mai vista.

La notte intorno al maniero aveva quella quiete silenziosa che il Duca aveva sempre trovato utile per pensare.
Non quella notte.
Quella notte il silenzio era semplicemente silenzio, vuoto, senza il respiro di qualcun altro dall’altra parte del letto, senza il peso specifico di un’altra presenza nella stanza, senza quella cosa che aveva imparato nelle ultime settimane a riconoscere come normalità, senza accorgersi di averla imparata. Il fuoco nel camino era alto perché qualcuno del personale lo aveva alimentato. Non lui, lui non si era mosso dalla poltrona da ore, le mani intrecciate davanti alla bocca, gli occhi sul fuoco che non vedevano il fuoco.
Aveva una direzione. Est, la strada vecchia, i boschi di Ashfield. Aveva la descrizione di tre uomini, uno dei quali aveva una cicatrice e occhi chiari e il modo di guardare di chi sa sempre dove sono le uscite. Aveva una carrozza scura, chiusa, senza stemmi, che aspettava verso la curva del bosco mentre Cameron comprava delle spezie con gli occhi chiusi come un bambino.
Aveva troppo poco.
Il Duca si alzò. Non perché avesse qualcosa da fare, ma perché stare fermo era diventato insostenibile. Andò alla finestra, guardò il parco nel buio, il lago che non si vedeva, ma sapeva dov’era, i salici che erano solo ombre più scure contro il cielo senza stelle.
Pensò a Cameron sul prato, bagnato dopo il tuffo nel lago, la camicia che si asciugava al sole, la mano che aveva posato sul suo petto senza che nessuno dei due lo decidesse davvero. Pensò al modo in cui aveva riso, quella risata piena e inaspettata che era uscita senza che Cameron potesse fermarla, e a come lui aveva sentito qualcosa spostarsi nel petto vedendola, qualcosa che non aveva ancora il coraggio di nominare con precisione e che adesso invece aveva un nome chiarissimo e non serviva a niente.
Si allontanò dalla finestra.
Andò alla scrivania, aprì il cassetto, guardò i fogli dentro senza toccarli. C’era una lettera a metà per il suo avvocato, quella con le disposizioni per la famiglia di Cameron, che aveva interrotto due sere prima quando Cameron era entrato nello studio e aveva detto qualcosa di ironico sul fatto che stesse ancora lavorando a quell’ora. Aveva girato i fogli, Cameron aveva visto il gesto e non aveva commentato, e poi si erano seduti davanti al fuoco e il Duca aveva dimenticato i fogli per il resto della sera.
Li rimise nel cassetto.
Si sedette alla scrivania con le mani piatte sul legno e cercò di fare quello che sapeva fare meglio: costruire il problema, scomporlo, trovare le variabili e ordinarle per importanza. Tre uomini professionisti non si assumono un incarico del genere senza qualcuno alle spalle che paga bene e ha una ragione precisa. Non era un rapimento ordinario, non c’era stata nessuna richiesta di riscatto, nessun contatto, nessun messaggio. Questo significava che lo scopo non era il denaro.
Lo scopo era Cameron.
Qualcuno voleva Cameron specificamente, abbastanza da pagare per averlo, abbastanza da aspettare giorni al villaggio per il momento giusto. Qualcuno che sapeva i suoi movimenti, che sapeva quando sarebbe uscito solo, che conosceva abbastanza la situazione al maniero da poter agire con quella precisione.
Il Duca rimase fermo sulla sedia con quel pensiero.
Qualcuno che sapeva cosa succedeva al maniero.
Elias.
Non era una certezza, era una direzione, e le direzioni si verificavano. Avrebbe interrogato Elias di nuovo, in modo diverso, non con la domanda aperta che aveva fatto la prima notte, ma con qualcosa di più preciso, più chirurgico, il tipo di domanda a cui è difficile rispondere senza rivelare più di quanto si intendesse. Il Duca sapeva come si faceva. L’aveva fatto per anni, lo aveva fatto con Cameron stesso, e con risultati che adesso avrebbe dato qualsiasi cosa per poter disfare.
Non era il momento per questo.
Si alzò di nuovo. Andò al tavolo dove c’era la cartografia della zona, la mappa che aveva fatto portare il giorno prima, con i cerchi tracciati a matita intorno al punto dove Cameron era scomparso. Est, la strada vecchia, Ashfield. Aveva già mandato due uomini in quella direzione, sarebbero tornati l’indomani mattina. Se avevano trovato qualcosa di utile avrebbe potuto muoversi con più precisione.
Se non avevano trovato niente avrebbe allargato il cerchio.
Guardò la mappa con quella concentrazione che non lasciava passare niente e sentì, sotto tutta la metodicità, sotto tutta la logica precisa che era il suo unico strumento affidabile in quel momento, qualcosa che non era metodicità e non era logica. Qualcosa di molto più scomodo, molto più caldo, che premeva contro il controllo con una insistenza che non aveva ancora imparato a gestire perché non si era mai presentato con questa intensità prima.
Cameron che comprava spezie con gli occhi chiusi come un bambino. Sembrava felice, quel tipo di felicità che viene da dentro.
Il Duca ripiegò la mappa con movimenti precisi, la rimise sul tavolo, andò a sedersi di nuovo nella poltrona davanti al fuoco.
Non aveva mai pregato in vita sua, non nel senso tradizionale del termine. Aveva sempre creduto che le cose si ottenessero con la volontà e il metodo, non con la supplica. Era una convinzione che aveva funzionato per trent’anni.
Quella notte non funzionava.
Rimase seduto con le mani intrecciate e il fuoco davanti e il silenzio del maniero intorno, e pensò a una cosa sola con quella chiarezza dolorosa che viene quando si è stanchi abbastanza da smettere di difendersi da se stessi.
Presto, aveva detto Cameron. Con la mano aperta sul Mediterraneo disegnato.
Il Duca chiuse gli occhi.
Fai che tenga duro, pensò, senza sapere bene a chi lo stesse dicendo. Fai solo che tenga duro. Sto arrivando.
Il fuoco crepitò piano nel camino.
Fuori, il vento passò tra gli alberi del parco con quel suono lungo e basso che a volte assomigliava a una voce, e non era niente.

Capitolo 21

«Le cose che hai fatto. Quello che ti ha lasciato fare. Non è una cosa che si dimentica, Cameron. Non è una cosa che si lascia indietro come se non fosse successa. In questo paese è illegale. Lo sai.»

Ambrose tornò la mattina dopo con l’aria di chi ha dormito poco e ha usato le ore di insonnia per prepararsi.
Aveva cambiato vestiti, si era pettinato, aveva quella cura nell’aspetto che Cameron riconosceva come la sua armatura. Ambrose si sentiva più sicuro quando si sentiva presentabile. Portava con sé una tazza fumante che diffondeva un aroma di cibo buono. La posò sul bordo del letto con un gesto che voleva essere naturale e aveva invece quell’ esagerazione leggermente teatrale dei gesti calcolati per sembrare spontanei.
Cameron lo guardò fare senza commentare.
Ambrose tirò la sedia dalla parete al centro della stanza e vi si sedette con una familiarità che Cameron notò. Non chiese il permesso, non esitò. Si sedette come ci si siede in una stanza che si considera propria. Un dettaglio piccolo. Cameron lo registrò in silenzio.
«Voglio che tu capisca perché l’ho fatto,» cominciò Ambrose.
«Lo so già.»
«No.» Ambrose scosse la testa con quella pazienza ostinata. «Credi di capire, ma stai guardando solo una parte. Cameron, quell’uomo ti aveva…. quello che ti ha fatto, le settimane che hai passato in quella casa. Non eri libero di andartene. Lo sai anche tu.»
«Lo so,» disse Cameron.
Ambrose aprì le mani. «Allora…»
«Ma poi ho scelto di restare.»
Il silenzio che seguì era diverso da quello della sera prima. Più pesante, più personale. Ambrose rimase fermo con le mani aperte e quell’espressione sul viso. Non confusione. Rifiuto. Non stava cercando di capire. Stava cercando di non capire, che era una cosa completamente diversa e molto più costosa per entrambi.
«Non puoi aver scelto,» disse alla fine, sottovoce. «Non dopo quello che ti aveva fatto. Non liberamente.»
«Ambrose.»
«No, ascoltami.» Si alzò dalla sedia, fece due passi verso il letto, si fermò. «Ti conosco. So come sei fatto. Sei il tipo di uomo che trova un senso in ogni situazione, che costruisce qualcosa anche dove non c’è niente, che si convince che le cose vadano bene perché non sa stare con l’idea che non vadano bene. L’ho visto fare per dieci anni.»
Cameron lo guardò.
Non era sbagliato. Non del tutto. Era una lettura parziale, quella di chi ha osservato qualcuno a lungo da una sola angolazione e crede di aver visto tutto, ma non era completamente sbagliata. E questa era la cosa più difficile di Ambrose: che non aveva mai torto del tutto, che c’era sempre qualcosa di reale sotto la distorsione, abbastanza da rendere tutto più complicato di quanto avrebbe dovuto essere.
«Quello che mi hai descritto,» disse Cameron piano, «è quello che facevo con te.»
Ambrose aprì la bocca.
«Per dieci anni,» continuò Cameron, con la stessa voce bassa, senza enfasi. «Trovavo un senso. Costruivo qualcosa. Mi convincevo che le cose andassero bene.» Una piccola pausa. «Con lui non ne ho avuto bisogno.»
Il viso di Ambrose cambiò.
In modo piccolo e immediato, le spalle che si irrigidivano di mezzo centimetro, qualcosa negli occhi chiari che si modificava, si faceva più scuro, più fermo. Tornò a sedersi. E poi, sotto quella durezza improvvisa, qualcosa di più morbido e più confuso che Cameron non si aspettava, una ferita vera, non recitata, che Ambrose non stava ancora guardando direttamente perché guardarlo avrebbe richiesto di ammettere cose che non era pronto ad ammettere.
«Lui,» disse Ambrose. La parola aveva un sapore strano nella sua bocca, come qualcosa di indigesto. «Lo chiami lui.»
Cameron non rispose.
Ambrose rimase in silenzio per un momento, e Cameron lo vide fare quella cosa, quel giro interno che faceva sempre quando stava costruendo il coraggio per una domanda che non voleva fare. Si alzò dalla sedia, di nuovo, fece qualche passo verso la finestra, si fermò con la schiena parzialmente rivolta verso Cameron come se il fatto di non guardarlo direttamente rendesse la cosa più facile.
«Elias mi ha detto che la situazione era cambiata,» disse. «Che non eri più… che tra voi c’era qualcosa di diverso.» Una pausa. «Non mi ha detto cosa.»
Cameron aspettò.
«Voglio capire,» disse Ambrose, e nella voce c’era qualcosa di genuino che rendeva tutto più difficile, quella sua caratteristica specifica di eterno ragazzo che non capisce e vuole capire e non ha ancora imparato che certe cose non si capiscono standoci fuori. «Aiutami a capire, Cameron. Cos’è successo in quella casa. Cosa ti ha fatto diventare…» Si fermò. Si girò verso di lui. «Cosa vi siete detti. Cosa avete fatto insieme.»
Cameron lo guardò.
C’era qualcosa in quella domanda che non era solo curiosità e non era solo gelosia, qualcosa di più complicato e meno nominabile. Come se Ambrose stesse cercando di immaginare una cosa che non riusciva a costruire nella testa e l’impossibilità di costruirla lo disturbasse più di qualsiasi risposta concreta potesse ricevere. Cameron lo conosceva abbastanza da vedere tutto questo, da vedere anche la cosa sotto: che Ambrose stava chiedendo non per capire, ma per avere qualcosa a cui reagire, qualcosa di concreto a cui opporsi, perché l’astrazione era più insopportabile dei dettagli.
Non glieli avrebbe dati.
«È mio,» disse Cameron semplicemente.
Ambrose rimase fermo. «Cosa?»
«Quello che è successo in quella casa.» Cameron non alzò la voce, non cambiò tono. «È mio. Non te lo darò.»
Il silenzio si allungò tra loro con una qualità nuova, più densa, più carica. Ambrose lo guardava con quegli occhi chiari che adesso Cameron riusciva a leggere abbastanza da vedere tutte le cose che si muovevano sotto la superficie: il disgusto che cercava di prendere forma e non trovava ancora la dimensione giusta, la gelosia che non sapeva di essere gelosia, e sotto tutto questo qualcosa di più antico e più oscuro, quella possessività che Cameron aveva visto nascere nell’atrio del maniero e che adesso era cresciuta di qualcosa, nutrita dai giorni di viaggio e dalla certezza di avere finalmente Cameron di nuovo a portata di mano.
«Hai vissuto in quella casa per settimane,» disse Ambrose alla fine, sottovoce. «Con quell’uomo. Dopo quello che ti ha fatto.» Una pausa. «E adesso mi dici che è tuo.»
«Sì.»
«Come può essere tuo qualcosa che è cominciato con la coercizione.»
Cameron rimase in silenzio per un momento. Poi disse, con quella calma che Ambrose aveva sempre trovato insopportabile: «Nello stesso modo in cui può essere mia qualsiasi cosa che è cominciata in un modo e finita in un altro.»
Ambrose aprì la bocca. La richiuse. Si girò di nuovo verso la finestra, le spalle tese, le mani che cercavano qualcosa a cui appoggiarsi sul davanzale. Cameron lo guardò, qualcuno che ha bisogno di un momento per rassembrare qualcosa che si è appena rotto.
Rimase in silenzio. Non aiutò.
Fuori la luce stava cambiando, il grigio del mattino che cedeva a qualcosa di più chiaro, e nel corridoio si sentivano i movimenti della casa, i passi degli uomini, le voci basse di chi ha una routine anche in un posto come quello.
«Vieni con me,» disse Ambrose alla fine, senza girarsi. La voce era diversa adesso, più bassa, come se parlasse a se stesso quanto a Cameron. «Lascia perdere quella casa, quell’uomo, tutto quello che è successo. Vieni con me e ricominciamo. Troverò un posto, qualcosa di nuovo, non sarà come prima…»
«No,» disse Cameron.
«Cameron…»
«No, Ambrose.» Detto senza rabbia, senza durezza, con quella fermezza che non lasciava spazio a negoziazioni. «La risposta è no. Oggi, domani, tra una settimana.»
Ambrose si girò verso di lui. Sul viso c’era quella cosa, quella miscela che Cameron stava ancora catalogando, e adesso c’era qualcosa di nuovo dentro, qualcosa che assomigliava alla rassegnazione, ma non era rassegnazione, era più simile a una decisione presa in silenzio, a una stanza che si chiudeva dall’interno.
La porta si aprì.
Reach entrò con quella sua presenza che occupava lo spazio senza invaderlo. Guardò Cameron, poi Ambrose, poi di nuovo Cameron, con quella lettura rapida e silenziosa che era diventata familiare.
«Dobbiamo muoverci,» disse. Diretto ad Ambrose. «Stanotte.»
Ambrose si girò verso di lui con quell’irritazione nuova che Cameron non gli aveva ancora visto mostrare a Reach. «Ho detto domani.»
«Ieri sera due uomini a cavallo hanno percorso la strada vecchia.» Reach non cambiò tono di un grado. «Due volte, andata e ritorno. Non erano commercianti. Se aspettiamo domani potremmo non avere la scelta di aspettare.»
Il silenzio che seguì aveva un pedi diverso da tutti quelli precedenti.
Cameron rimase fermo sul bordo del letto e sentì qualcosa spostarsi nel petto, non panico, qualcosa di più freddo e più preciso. Due uomini a cavallo sulla strada vecchia. Nigel che stringeva il cerchio. Vicino abbastanza da essere visto, lontano ancora abbastanza da non arrivare in tempo.
«No,» disse Cameron.
Tutti e due si girarono verso di lui.
«Non mi muovo,» disse Cameron. La voce era piatta, definitiva, con tutta la chiarezza di un uomo che ha già deciso e non ha intenzione di riaprire la questione. «Non stanotte, non domani. Non vado da nessuna parte.»
Ambrose lo guardò per un lungo momento. Quella cosa sul suo viso, quella decisione silenziosa, si fece più solida, più visibile. Non disse niente. Si girò verso Reach.
Reach incontrò il suo sguardo. Qualcosa passò tra loro, breve, silenzioso, il linguaggio di chi ha lavorato insieme abbastanza da non aver bisogno di parole per le cose essenziali.
«Stanotte allora,» disse Ambrose. Sottovoce, quasi gentile. «Riposa, Cameron.»
Uscì. Reach lo seguì, e la porta si chiuse con quel suono preciso e definitivo che Cameron aveva imparato a misurare.
Cameron rimase seduto sul bordo del letto nel silenzio della stanza e capì, con quella chiarezza fredda che veniva dall’aver conosciuto Ambrose per dieci anni, che quella gentilezza finale non era gentilezza.
Era una decisione.
Si sdraiò nel buio, il soffitto basso sopra di lui, e aspettò che il sonno arrivasse sapendo già che non sarebbe arrivato, che le ore che mancavano all’alba erano già contate, che il margine si stava chiudendo da tutte le parti contemporaneamente.
Pensò a Nigel sulla strada vecchia nel buio, a cavallo, con quella sua andatura misurata che non imparava ad affrettarsi.
Tieni duro, pensò.
Poi il buio della stanza si fece più spesso, e Cameron chiuse gli occhi, e aspettò.

Lo svegliarono nel cuore della notte.
Non fu il rumore a svegliarlo, fu il silenzio cambiato, quella conseguenza diversa dell’aria nella stanza che il corpo riconosce prima che la mente abbia finito di dormire. Cameron aprì gli occhi nel buio e sapeva già, senza bisogno di conferme, che erano dentro.
Tre uomini. Teddy, e altri due che non aveva ancora imparato a distinguere nel buio.
Si alzò prima che arrivassero al letto.
Non servì a molto. Il vantaggio di chi si sveglia di scatto in uno spazio che conosce contro tre uomini che conoscono lo stesso spazio e sono entrati con un piano preciso. Cameron lo calcolò in meno di un secondo e capì che le possibilità erano scarse, ma non inesistenti, e usò quelle che aveva con tutta la ferocia che aveva imparato a conservare per i momenti in cui costava davvero usarla.
Teddy prese una gomitata che lo mandò contro il muro con un suono soddisfacente. Uno degli altri due inciampò sul bordo del letto nel buio e guadagnò a Cameron un secondo di spazio che non fu abbastanza. Il terzo era già dietro, le braccia che scattavano intorno alle sue in una presa che sapeva il fatto suo, e Cameron si abbassò, spinse indietro con tutto il peso, sentì la presa allentarsi di un grado e poi stringersi di nuovo più forte mentre Teddy si rialzava dal muro con quella vena sul collo che pulsava visibile anche nel buio e una voglia di rivalsa che Cameron riconobbe come pericolosa.
«Fermo,» disse Teddy. Ansimando, con la voce di chi ha appena smesso di essere paziente. «Adesso ti faccio del male sul serio.»
Cameron si fermò. Non perché cedesse, ma perché il calcolo era chiaro: erano in tre, lui aveva le mani libere per altri tre secondi al massimo, e fare del male a Teddy adesso avrebbe prodotto una risposta che Ambrose probabilmente non avrebbe fermato in tempo.
Lo immobilizzarono contro il muro. Teddy gli premette te testa contro la parete scabrosa, grugnito di soddisfazione. Qualcuno gli legò i polsi dietro la schiena con una corda diversa da quella dei giorni precedenti, più stretta, annodata in modo che non lasciava spazio di lavoro per le dita. Cameron non si mosse mentre lo facevano, tenne il respiro calmo e regolare e usò quei secondi per sentire il nodo, la tensione, i punti deboli.
Ce n’era uno, piccolo, sul lato sinistro. Abbastanza da lavorarci, col tempo.
Poi lo imbavagliarono.
Il panno era ruvido, legato abbastanza stretto da essere scomodo, abbastanza allentato da permettere la respirazione. Cameron fissò il punto nel buio davanti a lui e non guardò Teddy che lo guardava con quel piacere trattenuto di chi ha aspettato il suo momento, e se ne stava godendo ogni secondo.
«Muoviti,» disse uno degli altri due.
Lo portarono fuori dalla stanza, nel corridoio, giù per una scala che Cameron contò, dodici gradini, curva a sinistra in fondo, e poi fuori nel buio dell’alba, l’aria fredda che sapeva di terra umida e di qualcosa di metallico che poteva essere il mare lontano o solo il freddo prima del sole.
La carrozza era già pronta nel cortile.
Cameron si fermò sulla soglia, i piedi piantati, il corpo che usava tutto il peso che aveva prima che qualcuno lo spingesse dentro, e guadagnò forse quattro secondi in cui guardò il cielo, la direzione delle stelle che stavano sparendo, il profilo degli alberi contro il grigio dell’alba che cominciava.
Est. Ancora est. Ma diverso, più aperto, con quell’aria che non era campagna chiusa.
Costa, pensò Cameron. Stiamo andando verso la costa.
Poi le mani di Teddy sulla schiena, non gentili, e il buio chiuso della carrozza, e il rumore dei cavalli che partivano sul selciato del cortile verso un’alba che Cameron non poteva vedere.

La seconda casa era più grande della prima.
Cameron lo capì prima ancora di vederla dall’interno, dal modo in cui il rumore dei cavalli cambiò quando entrarono nel cortile, più ampio, con quella risonanza diversa di uno spazio aperto su più lati. La carrozza si fermò. Lo fecero scendere con meno brutalità del necessario, non per gentilezza, Cameron lo sapeva, ma perché erano arrivati e il trasporto era finito e adesso cominciava qualcosa di diverso che richiedeva regole diverse.
Gli tolsero il bavaglio nel corridoio d’ingresso.
Cameron respirò, si guardò intorno con quella rapidità silenziosa che era diventata automatica. Corridoio lungo, pavimento di pietra, finestre alte con le imposte chiuse. L’odore di una casa che non veniva abitata regolarmente, aria ferma, legno freddo, qualcosa di umido negli angoli. Una casa di campagna tenuta come rifugio, non come residenza, il tipo di posto che si affitta senza nome e si lascia senza tracce.
Lo portarono in una stanza al primo piano, più grande di quella precedente, con un camino e una finestra che dava su un giardino incolto. Accesero il fuoco senza che nessuno lo chiedesse. Teddy uscì per ultimo e chiuse la porta con quella sua aria di rivalsa soddisfatta che Cameron aveva imparato a ignorare con la stessa metodicità con cui ignorava il freddo.
Rimase in piedi al centro della stanza.
Le mani erano ancora legate. Lavorò sul nodo in silenzio, con quella pazienza fredda che non si esauriva, finché il nodo cedette con quella piccola resistenza finale che aveva il sapore specifico di una vittoria minore e necessaria. Si massaggiò i polsi, si sedette sul bordo del letto, e aspettò.
Ambrose arrivò un’ora dopo.
Entrò con quell’aria di chi ha viaggiato tutta la notte e non vuole che si veda quanto lo ha costato, con la cravatta leggermente storta e le scarpe polverose e quella compostezza di superficie che Cameron aveva imparato a distinguere dalla compostezza vera. Portava con sé qualcosa da mangiare, lo pose sul tavolo accanto al camino con un gesto che voleva essere ordinario.
«Siediti,» disse Cameron.
Ambrose lo guardò, sorpreso dall’inversione. Poi si sedette.
Cameron rimase in piedi. Non per dominare la stanza, ma perché stare seduto in quel momento gli sembrava sbagliato, come cedere qualcosa che non aveva intenzione di cedere. Si avvicinò al fuoco, tenne le mani verso il calore, e aspettò che Ambrose cominciasse.
«So che sei arrabbiato,» disse Ambrose.
«No,» disse Cameron.
Ambrose aprì la bocca, la richiuse, riaprì. «Come no?»
«Non sono arrabbiato.» Cameron si girò verso di lui. «Sono lucido. È diverso.»
Ambrose rimase in silenzio per un momento, e Cameron vide quella cosa, quel disagio specifico che produceva in lui la calma di Cameron, più difficile da gestire della rabbia perché non offriva appigli, non dava materiale con cui costruire una risposta, non lo metteva nella posizione del ragionevole di fronte all’irragionevole.
«Cameron,» disse Ambrose alla fine, con quella voce che scendeva di mezzo tono, quella che usava quando stava per dire qualcosa che sapeva di non poter dire diversamente. «Devo dirti una cosa.»
Cameron aspettò.
«Quello che c’era tra te e il Duca.» Ambrose si alzò dalla sedia, fece qualche passo verso il camino, si fermò a un metro da Cameron. «Quello che Elias mi ha descritto.» La voce cambiò leggermente, si fece più bassa, con quella qualità specifica del disgusto che cerca una forma presentabile. «Le cose che hai fatto. Quello che ti ha lasciato fare.» Si fermò ancora, come se stesse cercando le parole giuste e non le trovasse, o come se le parole giuste fossero esattamente quelle che non voleva usare. «Non è una cosa che si dimentica, Cameron. Non è una cosa che si lascia indietro come se non fosse successa.» Una pausa. «In questo paese è illegale. Lo sai.»
«Lo so,» disse Cameron.
«Allora sai anche cosa significa, se venisse fuori.» Ambrose non alzò la voce, non minacciò in modo esplicito, usò quella sua tecnica collaudata di posare le parole nell’aria come fatti neutrali, come osservazioni, come cose che lui si limitava a notare e non a produrre. «Per il Duca, per te, per chiunque sia stato testimone di quella situazione. Uno scandalo di questo tipo non si ferma. Va dove vuole e lascia quello che lascia.»
Cameron lo guardò.
Ambrose abbassò gli occhi un momento, poi li rialzò con quella sua espressione di chi fa una cosa difficile e necessaria. «Ho dovuto spiegare la situazione agli uomini che ho mandato a prenderti. Non nei dettagli, ma abbastanza.» Una pausa. «Era necessario che capissero con che tipo di situazione avevano a che fare. Che non si facessero… idee sbagliate su cosa fossi diventato in quella casa. Volevo proteggerti,» disse Ambrose. E lo credeva. Era questa la cosa tragica.
Sentì la forma del ricatto sotto le parole, quella architettura familiare, e sentì insieme qualcosa di più freddo e più preciso, la comprensione di quanto Ambrose ci credesse davvero, di quanto fosse convinto di stare ancora facendo la cosa giusta anche in quel momento. Era questa la cosa più pericolosa di Ambrose, non la malevolenza, la convinzione. Un uomo che sa di essere cattivo si ferma a volte. Un uomo che crede di essere buono non si ferma mai.
Guardò Ambrose che aspettava. C’era già sul suo viso quella cosa, quella soddisfazione anticipata di chi ha posato le carte e sa di averne di più dell’altro. Non stava aspettando una risposta. Stava aspettando la resa.
Cameron pensò a Nigel.
Non con speranza, non con disperazione — con quella precisione fredda che usava per calcolare le distanze. L’uomo più intelligente che avesse mai conosciuto. Un uomo che non lasciava passare niente.
«Dammi carta e penna,» disse Cameron.
Ambrose lo guardò, cauto. «Cosa?»
«Scriverò una lettera al Duca.» Cameron non cambiò tono, non offrì spiegazioni. «Gli dirò che sono partito di mia volontà. Che non deve cercarmi.»
Ambrose rimase in silenzio per un secondo, leggendo Cameron con quella attenzione che aveva affinato in dieci anni e che adesso non era più abbastanza. Cameron lo lasciò leggere. Lasciò che vedesse quello che voleva vedere: la resa, la stanchezza, un uomo che aveva calcolato i costi e aveva scelto la via più sicura.
Non era niente di tutto questo.
Ambrose andò alla scrivania nell’angolo, aprì il cassetto, tirò fuori carta e penna e un calamaio. Li portò al tavolo accanto al camino, li dispose con quella sua cura ordinata. Si sedette di fronte, le mani sul tavolo, gli occhi su Cameron.
Cameron si sedette. Prese la penna. La tenne un momento sospesa sopra il foglio, e in quel secondo guardò il fuoco, non Ambrose, il fuoco che crepitava con quella voce bassa e irregolare del legno che brucia lentamente.
Pensò a una stanza diversa. A un altro fuoco. A una voce che diceva non lo so ancora nemmeno io con le spalle rivolte alla porta.
Poi scrisse.

Milord,
Vi scrivo per dirvi quello che forse vi aspettavate di sentire prima, e che ho impiegato troppo tempo ad ammettere a me stesso: non posso restare.
Non è una questione di quello che è successo tra noi. È una questione di quello che sono, e di quello che non riesco a essere in quella casa, con quella storia tra noi, con tutto il peso di quello che è stato prima di arrivare a quello che è diventato. Ho cercato di costruirmi un senso in ogni situazione per tutta la vita. Con voi non ne ho avuto bisogno, ed è stato il dono più inaspettato e il problema più grande insieme.
Mi ricordo di una canzona per due voci che si inseguono senza mai toccarsi del tutto, suonata da una sola mano. Mi ricordo di certi posti nel mondo che esistono senza registri e senza nomi, dove non si chiede niente a nessuno e non si deve rendere conto di niente. Ho sempre saputo che esistevano senza mai avere il coraggio di cercarli davvero. Mi ricordo di una mano sopra la mia su una carta ingiallita, e di una parola che ho detto e che intendevo.
Vi prego di non cercarmi. Non perché non valga la pena, ma perché quello che vale la pena non sempre si può tenere, e io ho imparato questo abbastanza tardi da fare ancora male.
Vada a Marsiglia, Milord. Vada senza registri. Troverete quello che cercavate anche senza di me.

Cameron
Posò la penna.
Ambrose prese il foglio prima che l’inchiostro fosse del tutto asciutto, lo lesse con quella concentrazione attenta di chi cerca trappole e non sa esattamente dove guardare. Cameron lo lasciò leggere. Tenne il viso fermo, le mani sul tavolo, il respiro regolare.
Ambrose posò il foglio. «Va bene,» disse. La voce aveva quel tono di chi ha vinto qualcosa e non riesce ancora del tutto a crederci.
«Lo so,» disse Cameron.
Ambrose lo guardò per un momento, con quegli occhi chiari in cui si muoveva ancora quella cosa senza nome. Poi si alzò, prese il foglio, lo piegò con cura.
«Farò in modo che arrivi,» disse.
«Ne sono sicuro,» disse Cameron.
Ambrose uscì.
La porta si chiuse.
Cameron rimase seduto al tavolo con le mani sul legno e il fuoco davanti e pensò a Nigel che avrebbe ricevuto quella lettera, che l’avrebbe letta con quella sua attenzione totale che non lasciava passare niente. Pensò alla canzona. Pensò a Marsiglia. Pensò che Nigel era l’uomo più intelligente che avesse mai conosciuto, e che questa era forse l’unica volta in cui quella intelligenza serviva a qualcosa che non fosse fargli del male.
Non sapeva che sulla strada vecchia, due giorni prima, quegli stessi uomini che ora lo trattenevano avevano fermato un cavallo e il suo cavaliere con metodi che non ammettevano discussione.
Non sapeva che Nigel era bloccato in una locanda a venti miglia di distanza con una ferita al fianco e la febbre che saliva e scendeva e le mani troppo deboli per reggere quel foglio che forse gli avrebbero recapitato.
Non sapeva niente di questo.
Pensò che Nigel stava venendo, con quella certezza delle cose che non richiedono dimostrazione.
E aspettò.

Capitolo 22

«Hai tolto il mio nome, e hai messo al suo posto qualcosa che quegli uomini potevano usare. Non era tua intenzione. Ma è quello che hai fatto.»

La stanza aveva il soffitto basso.
Nigel lo aveva misurato il primo giorno con gli occhi, quella distanza dal bordo del letto alle travi di legno scuro, un’altezza insufficiente, il tipo di stanza costruita per gente che non aveva bisogno di stare in piedi a pensare. Adesso il soffitto si muoveva. Non molto. Abbastanza da non poterlo ignorare.
Fuori dalla finestra il cielo era di quel grigio uniforme che non dava informazioni sull’ora. Poteva essere mattina. Poteva essere pomeriggio. Nigel aveva smesso di chiedere dopo la seconda volta che la moglie dell’oste aveva risposto con quella voce paziente e leggermente troppo alta che si usa con i bambini e con i malati.
Si era addormentato di nuovo senza accorgersene.
Quando riaprì gli occhi c’era qualcuno sulla sedia accanto al letto. Uno dei suoi uomini, Graves, riconobbe dalla postura, quella spalla leggermente più alta dell’altra, era seduto con le mani sulle ginocchia e l’aria di chi aspetta da ore e ha imparato a farlo senza mostrarlo.
«Graves.»
«Milord.» La voce era controllata. Troppo controllata.
«Cameron?»
Una piccola pausa. «Non è rientrato, Milord.»
Nigel chiuse gli occhi.
Non è rientrato era un’informazione. Era in realtà l’unica informazione che aveva, e ci aveva già costruito intorno tutto quello che era possibile costruire nelle ore precedenti, o in quello che credeva fossero le ore precedenti, il tempo aveva smesso di comportarsi in modo affidabile dal momento in cui era sceso dal cavallo sul sentiero ghiaioso. Cameron non era rientrato. Questo significava che era stato preso prima di lui, o insieme a lui, o subito dopo — la sequenza non era ancora chiara, i pezzi si ricomponevano in ordine diverso ogni volta che ci provava.
Il sentiero.
Il rumore degli zoccoli sul ghiaino, e poi qualcosa di diverso sul bordo del bosco, una presenza che non era vegetazione. Nigel aveva avuto un secondo, forse meno, in cui aveva visto l’uomo prima che l’uomo agisse. Aveva avuto il tempo di valutarlo, quella postura, quella economia nei movimenti, il tipo di professionista che non spreca niente, e poi il suono era arrivato prima del dolore, e il dolore era arrivato con quella brutalità specifica delle cose che il corpo non riesce a anticipare.
Si era abbassato sul collo del cavallo. Il cavallo aveva continuato, bravo animale.
L’uomo sul bordo del bosco non aveva detto niente. Questo Nigel lo ricordava con precisione. Non aveva detto niente perché non ne aveva bisogno, perché la situazione era già definita senza parole, e questa era la caratteristica di un certo tipo di competenza, quella che non ha bisogno di esibirsi.
Chi era.
Nigel aprì gli occhi sul soffitto e seguì il ragionamento fino a dove poteva seguirlo. Qualcuno aveva organizzato questo. Qualcuno che conosceva i suoi movimenti, o i movimenti di Cameron, o entrambi. Qualcuno con accesso a uomini di quel livello. Qualcuno che aveva una ragione.
Lì il ragionamento si fermava.
Non per mancanza di logica, la logica era ancora lì, ancora funzionante nei suoi meccanismi essenziali, ma perché il passo successivo richiedeva informazioni che non aveva, e ogni volta che cercava di costruire un ponte sopra quel vuoto la febbre smontava i mattoni prima che potesse appoggiarci il peso.
Cameron.
Il nome arrivò senza che lo cercasse, con quella semplicità delle cose che occupano più spazio di quanto si sia deciso di dargli. Cameron sul sentiero quella mattina, le commissioni al villaggio, il tabacco, il libro, quella scatolina di spezie che Nigel aveva visto partire con qualcosa che non aveva ancora nominato del tutto. Cameron che non era rientrato.
«Milord.»
La moglie dell’oste era al bordo del letto con una scodella di qualcosa di caldo. Aveva un viso pratico, non brutto, il tipo di viso che ha visto abbastanza da non stupirsi facilmente.
«Bevete.»
«Non ho—»
«Bevete lo stesso.»
Nigel bevve. La logica era solida: la febbre scendeva più in fretta con liquidi, la febbre doveva scendere, quindi bisognava bere. Riusciva ancora a seguire la logica. Questo era un buon segno.
Graves era ancora sulla sedia.
«L’uomo sul sentiero,» disse Nigel. «Descrizione.»
Graves esitò. «Milord, non l’ho visto chiaramente, era—»
«Quello che hai visto.»
Graves descrisse. Alto, capello scuro, movimento controllato, il tipo di uomo che occupa lo spazio senza invaderlo. Nigel ascoltò e costruì quello che poteva costruire, un’immagine parziale, un profilo senza nome, qualcuno che era stato ingaggiato da qualcuno che aveva una ragione.
Lì di nuovo il vuoto.
Chiuse gli occhi.
Nel buio dietro le palpebre il sentiero si ricomponeva con quella nitidezza specifica dei ricordi recenti che il cervello non ha ancora avuto il tempo di smussare. Il ghiaino sotto gli zoccoli. La luce bassa tra gli alberi. Quel secondo di valutazione prima che tutto precipitasse — l’uomo era già in posizione, aveva scelto il punto con cura, aveva aspettato il momento giusto. Non era improvvisazione. Era pianificazione.
Qualcuno lo aveva mandato.
Qualcuno che sapeva.
Il ragionamento girò su se stesso per la terza o quarta volta e si fermò nello stesso posto, quel vuoto che aveva la forma esatta delle informazioni che non aveva, e Nigel rimase con quel vuoto e sentì qualcosa che non era abitudine a sentire, quella cosa specifica dell’impotenza, non la sconfitta, la sconfitta aveva una sua geometria gestibile, ma l’impossibilità di agire per mancanza di dati, il dover aspettare mentre il tempo passava e Cameron era da qualche parte che lui non riusciva ancora a identificare.
Il soffitto si mosse.
Nigel lo guardò finché smise.
Presto.
Sulla carta del Mediterraneo, con la mano di Nigel sopra la sua, Cameron aveva detto quella parola con una voce che non aveva niente di provvisorio. Non come si dice una cosa che potrebbe succedere. Come si dice una cosa che è già decisa.
Nigel aveva tenuto quella parola con più cura di quanto avrebbe ammesso.
La tenne adesso, nel buio della stanza, con la febbre che saliva di nuovo e il fianco che pulsava con quella regolarità ottusa che aveva smesso di sorprenderlo. La girò, la esaminò, cercò i punti deboli come faceva con qualsiasi cosa, e non ne trovò. Era una parola solida. Reggeva.
Cameron era da qualche parte che lui non sapeva ancora.
Ma Cameron aveva detto presto, e Cameron era l’uomo che aveva imparato a misurare le cose prima di dirle, che non diceva quello che non intendeva, che aveva passato dieci anni a non dire niente e poi aveva cominciato a dire le cose esatte, le cose giuste, le cose che occupavano lo spazio preciso che dovevano occupare.
Presto era una di quelle cose.
La moglie dell’oste rientrò. Acqua fredda, un panno, le cose pratiche e necessarie. Lavorò in silenzio. Nigel la lasciò fare e chiuse gli occhi e non cercò di fermare quello che arrivava nel buio, Cameron con quella schiena che non cedeva mai del tutto, le mani sul legno del tavolo, quella calma costruita e costosa che Nigel aveva passato mesi a smontare pezzo per pezzo e che adesso riconosceva come qualcosa di suo, qualcosa che gli apparteneva in un modo che non aveva ancora una definizione precisa ma che non richiedeva definizione per essere reale.
Fuori il vento muoveva qualcosa contro i vetri spessi della finestra, un suono ritmico e basso.
Nigel non aprì gli occhi.
Per una volta, in quella stanza che non era sua, lasciò che quella cosa senza nome occupasse tutto lo spazio che voleva.
Non c’era nessuno a vederlo farlo.

***

Ambrose arrivò nel pomeriggio.
Cameron lo sentì prima di vederlo, i passi nel corridoio con quella loro cadenza riconoscibile, quella leggerezza di superficie che era sempre stata il modo di Ambrose di attraversare gli spazi come se non costasse niente. Si fermò sulla soglia un secondo prima di entrare. Cameron notò la pausa.
Entrò con quell’aria di chi ha qualcosa da dire e non sa ancora come dirlo. Si guardò intorno, prese la sedia dal bordo del letto, la avvicinò al centro della stanza. Si sedette. Poi alzò gli occhi su Cameron e si fermò.
Cameron lo vide fermarsi. Vide il momento esatto in cui Ambrose notava qualcosa — il modo in cui Cameron teneva il braccio sinistro leggermente ritirato, la rigidità nella spalla destra che non era la sua postura abituale. Gli occhi chiari si spostarono, tornarono, si fissarono con quella attenzione nuova e cauta di chi sta ricalcolando qualcosa in silenzio.
«Cameron.» La voce aveva già perso qualcosa della sua leggerezza abituale. «Cosa è successo?»
«Reach ha sistemato la cosa.»
«Prima che la sistemasse.»
Cameron non rispose subito. Guardò Ambrose con quella calma piatta che sapeva essere più difficile da gestire della rabbia.
Reach era stato fuori per un’ora. Forse meno. Cameron aveva sentito i passi nel corridoio allontanarsi con quella loro cadenza misurata, e poi il silenzio, e poi Teddy che apriva la porta con quella vena sul collo che pulsava visibile e quell’aria di chi ha aspettato il momento giusto e l’ha trovato. Non era stato violento, non nel modo in cui Cameron aveva imparato a misurare la violenza. Era stato qualcosa di più calcolato, più umiliante. Le mani che lo trattenevano, le dita che trovavano i punti deboli con quella competenza specifica di chi sa dove fa più male, la voce bassa che pronunciava oscenità che Cameron aveva già sentito dire in altri posti, con quella stessa cadenza di chi crede di avere il diritto.
Reach era rientrato, aveva detto una parola sola. Teddy si era fermato di colpo come un cane che riconosce un segnale. Aveva ritratto le mani come se si fosse scottato, aveva borbottato qualcosa sul fatto che “il ragazzo è un sodomita, capo, è già rovinato comunque, che differenza fa?”, ma Reach lo aveva guardato una sola volta e l’uomo si era zittito all’istante. Gli altri erano già usciti prima di lui.
Non era durato molto. Abbastanza da lasciare il segno nel modo in cui Cameron teneva la spalla, nel modo in cui aveva calcolato la distanza tra sé e la porta quando Ambrose era entrato.
«Non hanno avuto abbastanza tempo per fare danni irreparabili,» continuò Cameron, con quella voce bassa e precisa.
Ambrose aprì la bocca, ma non parlò.
Il silenzio che seguì aveva una qualità diversa da tutti quelli precedenti. Ambrose lo ricevette in pieno, senza schivarlo, e Cameron vide cosa gli faceva, quella contrazione piccola intorno alla bocca, le mani che si stringevano sulle ginocchia, il momento in cui capiva concretamente, non in astratto, cosa avevano prodotto le parole che aveva dato agli uomini di Reach come strumento di controllo.
«Non volevo…» cominciò Ambrose.
«Lo so.» Cameron si alzò dalla sedia, lentamente, con quella cautela nel movimento che non era abitudine. Si avvicinò al camino, tenne le mani verso il calore. «Hai detto loro che ero stato corrotto. Che ero recuperabile.» Una piccola pausa. «Gli uomini come Teddy non sentono la parola recuperabile, Ambrose. Sentono disponibile
Ambrose rimase in silenzio.
«Il castello del Duca,» disse Cameron. «Ci sei stato mesi.»
«Sì.»
«Lui ti voleva.»
Ambrose alzò gli occhi. Sul suo viso passò qualcosa di veloce, disagio, poi quella decisione di non affrontare la cosa frontalmente. «Non stavo cedendo a niente. Accettavo l’ospitalità, era una situazione…»
«Ambrose.» Cameron aspettò che il silenzio si stabilisse. «Il Duca non fa niente senza un motivo. Ti ha ospitato perché voleva qualcosa da te, e tu hai preso quello che ti offriva senza mai chiederti cosa stavi accumulando. Quando ha capito che non avresti mai pagato quel conto, ha trovato un altro modo per riscuoterlo.»
Ambrose aprì la bocca. La richiuse.
«Quindi sei stato…» disse alla fine, la voce cambiata. «All’inizio eri una punizione. Per me.»
«All’inizio,» disse Cameron.
Ambrose sentì quella parola. Cameron lo vide sentirla, vide il momento in cui la forma di quello che era successo si modificava nel suo sguardo, si faceva più complicata, meno gestibile. «E dopo?»
Cameron guardò il fuoco. Pensò a Teddy che aveva usato la stessa parola del Duca — mio — con intenzione opposta, come una sentenza, come una giustificazione. Pensò a Reach che era entrato e aveva detto una parola sola e aveva reso il silenzio più pesante di qualsiasi violenza. Pensò al Duca che non era lì.
«Il Duca, anche quando prendeva, non mi ha mai fatto sentire questo» disse Cameron. Voce bassa, quasi conversazionale. «Tu, con le tue parole, hai permesso loro di farlo.»
Ambrose impallidì.
«Hai tolto il mio nome,» disse Cameron, «e hai messo al suo posto qualcosa che quegli uomini potevano usare. Non era tua intenzione. Ma è quello che hai fatto.»
Il silenzio si allungò tra loro con quella qualità densa e senza uscita delle cose dette in modo irreversibile.
Ambrose aprì la bocca. La richiuse. Sul suo viso c’era quella cosa, quella miscela che Cameron aveva imparato a leggere, il disgusto che cercava ancora una forma, la gelosia che non sapeva di essere gelosia, e sotto tutto questo qualcosa di più antico e più difficile, la comprensione che si faceva strada contro la sua volontà.
«Vieni con me,» disse Ambrose alla fine. La voce era scesa a qualcosa di quasi privato. «Lascia perdere tutto questo. Ricominciamo da qualche parte dove nessuno sa niente.»
«No.»
«Cameron…»
«No, Ambrose.» Detto con quella fermezza che non lasciava spazio, ma più stanca adesso, meno solida di quanto Cameron avrebbe voluto. «La risposta è no.»
Ambrose rimase in silenzio per un momento. «Ti sposteremo domani.»
«Lo so.»
«Non puoi fermarmi.»
«No,» disse Cameron. «Non posso.»
Si girò verso la finestra. Il giardino incolto, l’erba alta, il muro di cinta in fondo. Da qualche parte oltre quel muro c’era una strada, e oltre la strada c’era il resto del mondo, e in qualche punto del resto del mondo c’era Nigel che stava venendo.
O non stava venendo.
Il pensiero arrivò con quella brutalità silenziosa che aveva cominciato a comparire nelle ultime ore. Cameron lo tenne fermo, lo rimise al suo posto. Poi lo sentì tornare, più silenzioso della volta prima, più difficile da ignorare. Le ore passavano. Il silenzio continuava. Cameron teneva la certezza con entrambe le mani come si tiene qualcosa che ha cominciato a pesare diversamente da come pesava prima.
Tieni duro, pensò.
Non sapeva più con certezza a chi lo stava dicendo.

Capitolo 23

«Non è scomparso. Ha solo smesso di cercarti.»

Il secondo trasferimento avvenne di notte.
Cameron lo sapeva già prima che aprissero la porta, l’aveva sentito nell’aria della casa, quel cambiamento di pressione che precede le cose decise altrove e comunicate solo nell’ultimo momento utile. Gli uomini di Reach si muovevano con quella efficienza taciturna che aveva imparato a distinguere dalla professionalità vera: non era competenza, era tensione compressa, la rigidità di chi esegue perché deve e non perché voglia.
Questa volta non lo legarono.
Questo, in un certo senso, era peggio.
La carrozza partì prima dell’alba. Cameron guardò fuori dal finestrino il paesaggio che diventava costiero, più piatto, più aperto, con quella peculiarità specifica dell’aria vicino al mare che entra nei polmoni con una forza diversa. Nessuno parlò per le prime tre ore. Teddy sedeva di fronte a lui con quella sua espressione di rivalsa trattenuta che Cameron aveva imparato a ignorare con la stessa metodicità con cui si ignora un dente che pulsa. L’altro uomo, quello che Cameron aveva sentito chiamare Slade, dormiva con il mento sul petto, le braccia conserte, il respiro pesante e regolare di chi sa che conviene dormire quando se ne ha l’opportunità.
A metà mattina si fermarono a cambiare i cavalli.
Cameron scese con gli altri, si stiracchiò le spalle, guardò la strada nella direzione da cui erano venuti. Vuota. Il cielo era di quel bianco uniforme che non prometteva né pioggia né sole.
Dal cortile della stazione di posta, attraverso una porta socchiusa, arrivavano voci alte. Teddy e uno degli altri, Cameron non aveva ancora imparato il nome, che si accusavano di qualcosa con quella cadenza da litigio vecchio, la versione condensata di un’ostilità che covava da giorni. Parole spezzate, qualcosa che riguardava una distribuzione iniqua di qualcosa, denaro probabilmente, o forse solo stanchezza che cercava una forma.
Reach uscì dalla stalla, sentì le voci, non disse nulla. Si limitò a fermarsi sulla soglia con le braccia conserte e a guardare verso la porta socchiusa con quella sua attenzione piatta che aveva l’effetto di un secchio d’acqua fredda. Il litigio si spense prima di finire.
Cameron lo osservò. Reach era l’unico di tutto quel gruppo che non sembrava logorarsi. Gli altri si consumavano, il nervosismo che si accumulava nei gesti, nelle voci, nella qualità dell’attenzione che si faceva più corta, più irritabile. Reach restava uguale. Cameron non riusciva ancora a decidere se questo lo rendesse più o meno pericoloso degli altri.
Ambrose scese dall’altra carrozza con quell’aria di chi ha dormito male e vuole che si veda quanto gli è costato. Si avvicinò a Cameron con un cartoccio di pane caldo che aveva preso all’interno.
«Mangia qualcosa.»
Cameron prese il pane senza ringraziare.
Ambrose rimase lì, in piedi accanto a lui, a guardare la strada. «Tra qualche ora saremo arrivati.»
«Dove?»
«Una casa vicino alla costa. Abbastanza isolata.» Una pausa. «Staremo qualche giorno. Poi prenderemo una decisione.»
Prenderemo, disse. Come se la decisione fosse condivisa. Cameron mangiò il pane senza rispondere.

La terza casa era la più piccola.
Pietra grigia, tetto basso, un giardino che dava direttamente su un sentiero che scendeva verso il mare. Si sentiva il mare senza vederlo, quel rumore di fondo, costante, che si insinuava nelle pause tra i suoni e riempiva il silenzio in modo diverso dal silenzio della campagna. Cameron stette fermo sulla soglia un momento, ascoltò, poi entrò.
La stanza che gli diedero dava a nord. Niente sole, un letto con la coperta pesante di lana grezza, una finestra che mostrava solo cielo e muro di cinta. Adeguata. Cameron la misurò con gli occhi come aveva imparato a fare, porte, finestre, spessore del legno, dove si trovavano i suoi rispetto a lui. Poi si sedette sul bordo del letto.
Quanti giorni erano passati?
Il tempo aveva smesso di comportarsi in modo affidabile da quando Ambrose aveva cominciato a usarlo come strumento, a misurare le sue erosioni quotidiane con quella pazienza operosa di chi crede di stare aiutando. Cameron aveva tenuto il conto finché aveva potuto, poi aveva smesso perché il numero diventava più pesante del necessario.
Nigel non era venuto.
Cameron prese quel pensiero, lo guardò da vicino, lo rimise al suo posto. Lo aveva già fatto dodici volte quel giorno, o forse venti, con la stessa precisione inutile di chi controlla una serratura che sa già chiusa. Il margine si stringeva. Cameron lo sentiva nel silenzio intorno, non più il silenzio dell’attesa, che ha una forma attiva, tesa, orientata verso qualcosa. Cominciava ad assomigliare all’altro tipo. Quello che non aspetta niente.
Tieni duro.
La frase tornò con meno forza della volta precedente.
Cameron chiuse gli occhi, li riaprì sul soffitto basso, e per la prima volta da quando era cominciato tutto questo, non riuscì a impedire al dubbio di occupare tutto lo spazio che voleva.

Ambrose bussò quella sera.
Entrò senza aspettare risposta, cosa che Cameron notò, cosa che Ambrose sapeva che Cameron notasse, e che faceva lo stesso. Si sedette sulla sedia con quella sua familiarità ostinata, le mani sulle ginocchia, gli occhi su Cameron con quella lettura attenta di chi sta aspettando di trovare il momento giusto.
«Devo dirti una cosa,» disse.
Cameron aspettò.
Ambrose aprì le mani. «Ho mandato a informarmi. Sul Duca.» Una pausa calibrata, lo spazio esatto per far capire che quello che stava per dire costava qualcosa anche a lui. «Non ha mosso un dito, Cameron. Nessun uomo sulla strada, nessuna ricerca, nessun messaggio. La tenuta è silenziosa.»
Cameron non rispose.
«Non dico questo per farti del male.» La voce di Ambrose scese di mezzo tono, quella che usava quando voleva sembrare riluttante. «Lo dico perché hai il diritto di sapere con cosa hai a che fare. Quell’uomo ti ha tenuto in casa sua finché ne aveva voglia. Si è divertito con te. Adesso è andato avanti.» Una pausa. «È quello che fa la gente come lui, Cameron. Non è colpa tua.»
Cameron guardò il fuoco.
Non ha mosso un dito.
Il pensiero arrivò e rimase. Cameron lo esaminò con quella parte di sé che ancora funzionava con precisione, cercò i punti deboli, i posti dove non reggeva. Li trovò, Ambrose mentiva per necessità, era una delle cose che Cameron conosceva di lui come conosceva il respiro. Ma mentire per necessità non significava non usare mai la verità, e questa era la cosa più difficile di Ambrose, che le sue bugie erano sempre costruite intorno a qualcosa di reale, abbastanza da rendere impossibile smontarle del tutto.
Nessun uomo sulla strada.
Cameron pensò alla lettera. Al codice. A Marsiglia.
Pensò che Nigel era l’uomo più intelligente che avesse mai conosciuto.
Poi pensò che erano passati cinque giorni, o forse sei, e il silenzio continuava, e la certezza che aveva tenuto con entrambe le mani aveva cominciato a pesare in modo diverso, come pesano le cose quando si comincia a dubitare di tenerle davvero.
«Vattene, Ambrose,» disse.
Ambrose si alzò senza protestare. Si fermò sulla soglia. «Domani parliamo,» disse. Quasi gentile.
La porta si chiuse.
Cameron rimase seduto nel silenzio della stanza, il rumore del mare di fondo, quella voce costante e indifferente che non chiedeva niente e non prometteva niente.
Tenne il pensiero di Nigel finché riuscì a tenerlo.
Poi lo lasciò andare, solo per quella notte, solo perché non aveva più la forza di non farlo.

La mattina dopo Ambrose tornò con quella sua aria di chi ha dormito, male ma ha usato l’insonnia per prepararsi.
Si sedette. Cameron era già in piedi, alla finestra, le mani nelle tasche.
«Devi scegliere,» disse Ambrose. Senza preambolo. «Ho aspettato abbastanza. O torni con me, come prima, o c’è una nave che salpa per Sydney tra dieci giorni da Portsmouth. Ho già parlato con il capitano. Passaggio garantito, qualcosa in tasca per cominciare.»
Cameron non si girò.
«L’Australia,» disse.
«È lontano. Abbastanza da ricominciare senza tutto questo peso addosso.»
Cameron rimase in silenzio per un lungo momento. Fuori il cielo era basso, quel grigio compatto che non lasciava spiragli. Pensò a Sydney, a una città che non conosceva, a un continente che aveva visto solo su una carta. Pensò a quanto sarebbe facile sparire in quel modo, diventare qualcuno senza storia in un posto senza memoria.
Poi pensò alla madre. All’affitto. A Eleanor che teneva i conti con quella precisione silenziosa. A Beatrice che non stava mai ferma. A Clara che aveva sedici anni e lo chiamava ancora il mio eroe come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Si girò.
«Prima voglio tornare da loro,» disse. «Mia madre, le mie sorelle. Devo accertarmi che stiano bene, che abbiano quello di cui hanno bisogno.» La voce era ferma, ma non aveva la durezza delle volte precedenti. Aveva qualcosa di più simile all’osso, la cosa che resta quando tutto il resto è stato consumato. «Dopo ti darò una risposta.»
Ambrose lo guardò per un momento. Sul suo viso passò qualcosa, non trionfo, qualcosa di più complicato e meno nominabile, quella miscela specifica di sollievo e disagio che appartiene a chi ottiene quello che voleva e non riesce ancora del tutto a goderselo.
«Va bene,» disse. «Prima la tua famiglia.»
Cameron tornò a guardare fuori.
Il mare, da qualche parte oltre il muro di cinta, continuava il suo rumore di fondo. Costante. Indifferente.
Cameron lo ascoltò e non pensò a niente.

La locanda di Graves aveva il tetto che perdeva.
Nigel lo aveva notato il secondo giorno, quella macchia scura nell’angolo del soffitto che si allargava di qualche millimetro ogni volta che pioveva. Adesso aveva smesso di guardarla. Aveva smesso anche di contare i giorni, o meglio, li contava ancora, ma con la precisione meccanica di chi fa una cosa perché è l’unica cosa che può fare, non perché serva.
La febbre era scesa.
Questo era un fatto. Nigel lo registrò con la stessa neutralità con cui registrava tutto in quel periodo, come informazione utile da ordinare insieme alle altre. La febbre era scesa, il fianco pulsava meno, le mani reggevano il bicchiere senza tremare. Il corpo stava tornando a funzionare secondo le sue consuete logiche. Era solo la mente a non seguire quel ritmo.
Graves era sulla sedia. Come sempre.
«Milord, il medico ha detto…»
«Lo so cosa ha detto il medico.»
«Ha detto tre settimane prima di…»
«Graves.»
Il tono era basso. Graves si fermò.
Nigel rimase con gli occhi sul soffitto per un momento. Poi li abbassò su Graves con quella attenzione che, anche indebolita, manteneva qualcosa della sua intensità abituale, quella capacità di vedere le cose esattamente come erano, senza il velo che la cortesia richiedeva di mettere davanti.
«Cameron non ha mandato notizie,» disse.
«No, Milord.»
«Se fosse partito di sua volontà, avrebbe mandato notizie.»
Graves non rispose subito. Era il tipo di uomo abbastanza intelligente da capire quando una domanda non era una domanda. «Avrebbe potuto—»
«No.» Nigel lo disse piano, senza enfasi. «Non Cameron.»
Il silenzio si allungò.
Fuori il vento muoveva qualcosa contro la finestra, quel suono ritmico e basso che Nigel aveva imparato a non sentire. Dentro la stanza il fuoco teneva il calore con quella sua indifferenza utile. Nigel guardò le sue mani sul lenzuolo, le nocche più scarne del solito, il polso che mostrava troppo.
Tre settimane, aveva detto il medico.
Tre settimane aveva il sapore di una sentenza pronunciata da qualcuno che non sapeva di che cosa stava parlando. Non del corpo, del corpo il medico sapeva quello che c’era da sapere. Ma c’erano cose che il medico non poteva misurare, il costo specifico di un’attesa che non sapeva su cosa si stava appoggiando, il peso di non avere dati e dover costruire lo stesso, la differenza tra aspettare perché si sa che qualcosa sta venendo e aspettare nel vuoto.
Cameron aveva detto presto.
Cameron non diceva le cose che non intendeva.
Ma Cameron non aveva mandato notizie, e i giorni passavano, e il silenzio continuava con quella sua qualità densa che non dava informazioni ma le suggeriva tutte, e Nigel era abbastanza onesto, in quel momento, da ammettere a se stesso che aveva cominciato a costruire l’alternativa. Non con convinzione. Con quella precisione fredda di chi non può permettersi di non considerarla.
Forse era andato.
Il pensiero era brutto e solido e Nigel lo tenne fermo abbastanza da esaminarlo. Cameron che aveva misurato i costi e aveva scelto la via più sicura. Cameron che aveva detto presto con quella voce che non aveva niente di provvisorio, e poi aveva cambiato idea, o non aveva mai inteso quello che Nigel aveva creduto di sentire. Cameron che era andato via di sua volontà perché il peso di aspettare qualcuno che non arrivava era diventato insopportabile.
Il pensiero reggeva.
Questo era il problema.
Nigel si alzò a sedere sul letto.
Graves si irrigidì sulla sedia. «Milord…»
«Fai preparare la carrozza.»
«Il medico ha detto…»
«Graves.» Voce bassa, quella qualità che non aveva bisogno di volume per essere definitiva. «Fai preparare la carrozza.»
Graves aprì la bocca. La richiuse. Si alzò con l’aria di chi sa che protestare non servirà ma sta decidendo se farlo lo stesso per principio. Poi uscì senza aggiungere niente, e Nigel lo sentì andare nel corridoio con quella cadenza controllata di chi sta eseguendo un ordine con cui non è d’accordo.
Nigel rimase seduto sul bordo del letto.
La stanza era silenziosa. Il fuoco crepitava piano. Fuori il vento continuava.
Si vestì con quella lentezza metodica che il corpo imponeva ancora, ogni gesto costava qualcosa di preciso, ma i gesti si compivano, e questo era sufficiente. Camicia, gilet, soprabito. Gli stivali richiesero più tempo del normale. Si alzò in piedi, aspettò che il capogiro passasse, poi andò verso la porta.
Il corridoio era freddo. Graves era già di sotto.
Nigel scese le scale con una mano sulla ringhiera, i passi misurati. Ogni gradino era un’informazione sul suo stato attuale. Dodici gradini. Gestibile.
Fuori la luce era quella di un pomeriggio grigio, il tipo di luce che non scalda ma almeno illumina. La carrozza era nel cortile, i cavalli già pronti, il cocchiere sul predellino con quella sua faccia da chi sa già come va a finire e ha smesso di sorprendersi.
Graves era accanto alla carrozza con un soprabito pesante in mano.
«Almeno questo,» disse, porgendolo.
Nigel lo prese. Lo indossò. Salì in carrozza con quella economia nei movimenti che era diventata abitudine, ogni azione ridotta all’essenziale, niente sprecato.
La carrozza partì.
Nigel appoggiò la testa allo schienale e chiuse gli occhi, il fianco che pulsava con quella regolarità che aveva imparato a ignorare, il rumore delle ruote sul selciato che si trasformava progressivamente in terra battuta.
Il maniero era a ventitré miglia.
Ventitré miglia, poi Elias, poi le risposte.
Poi, forse, Cameron.
Presto, aveva detto Cameron.
Nigel tenne quella parola nel buio dietro le palpebre per tutto il viaggio.
Quando la carrozza entrò nel vialetto del maniero, il sole stava già calando.
Nigel non aspettò che il cocchiere aprisse lo sportello. Scese da solo, si raddrizzò, guardò la facciata della casa con quella sua attenzione che catalogava tutto, le finestre illuminate, i movimenti dei domestici visibili attraverso il vetro, la qualità del silenzio nel cortile. Tutto quello che era suo e che aveva lasciato nel momento sbagliato.
Graves era già a terra. «Milord, forse sarebbe meglio riposare prima di…»
«Elias,» disse Nigel. «Dov’è.»
Graves deglutì. «Nella sua stanza, credo. Non è uscito da quando…»
«Bene.»
Entrò.

Capitolo 24

«Avete passato mesi in casa mia. Mesi a mangiare alla mia tavola, a usare la mia biblioteca, a passeggiare nel mio parco come se fosse vostro. Mesi a sperare che notassi quello che speravate che notassi. Lo notavo, Ambrose. Lo sapete.»

Elias aprì la porta al terzo colpo e vide Nigel. La prima cosa che fece fu arretrare di mezzo passo. La seconda fu raddrizzarsi.
«Milord.» La voce controllata, quella che aveva affinato in anni di pratica.
Nigel entrò senza attendere di essere invitato. Elias si fece da parte. La porta si chiuse.
La stanza era ordinata in modo compulsivo, ogni cosa al suo posto, con una precisione che tradiva le settimane di attesa, il bisogno di tenere le mani occupate. Nigel la registrò senza commentarla. Rimase in piedi al centro della stanza e guardò Elias con una concentrazione che non lasciava angoli.
Non parlò subito. Si mosse nella stanza con quella lentezza che non era incertezza, guardò la finestra, guardò il tavolo, poi tornò a guardare Elias con quell’attenzione che catalogava tutto senza sembrare che stesse catalogando niente.
Elias lo seguì con gli occhi e Nigel vide il momento esatto in cui il silenzio cominciò a costargli.
«Come stai?» disse Nigel.
Elias aprì la bocca. La richiuse. Non era la domanda che si aspettava. «Bene, Milord. Sono contento che stiate…»
«Hai sentito della mia assenza?»
«Sì. Graves ha detto che c’era stato un incidente.»
«Un incidente.» Neutro. «Sì.»
Si avvicinò alla finestra, stette un momento con la schiena parzialmente rivolta verso Elias. «Cameron non è più rientrato.»
«No, Milord.»
«Ne eri a conoscenza.»
Non era una domanda. Era una pietra posata nell’acqua, e Nigel aspettò i cerchi.
«Io…» Elias si fermò. Ricominciò con quella voce che aveva già perso qualcosa. «Non sapevo cosa sarebbe successo esattamente. Non nei dettagli.»
Nigel si girò verso di lui.
Elias aveva il viso di chi ha appena capito di essersi tagliato da solo, e Nigel lo lasciò stare con quella comprensione senza venirgli incontro.
«Nei dettagli,» disse Nigel.
«Pensavo solo che Cameron avesse bisogno di…» La voce salì di mezzo tono, quella cadenza difensiva di chi ha preparato le parole e le usa tutte subito. «Non stava scegliendo liberamente. Voi lo sapete meglio di chiunque. Come è cominciata quella situazione, quello che gli avete fatto. Qualcuno doveva aiutarlo ad andarsene.»
«Qualcuno,» disse Nigel. «Chi?»
Il silenzio fu breve. ma preciso. Elias aveva ancora la possibilità di non dirlo, e Nigel lo vide valutarla. Aspettò.
«Ambrose Annesley,» disse Elias alla fine.
Nigel non cambiò espressione. Registrò la conferma senza mostrare niente di quello che le stava facendo.
«Cosa gli hai detto?»
«Dove si trovava Cameron. Quando sarebbe uscito. Che sareste stati separati quella mattina.» Adesso che aveva cominciato la voce usciva tutta insieme, come se questo potesse fare meno danno possibile. «Ambrose è un gentiluomo. Ha un nome, ha risorse. Poteva offrire a Cameron qualcosa di reale, non…» Si fermò.
«Non cosa.»
«Non questo.» Il gesto abbracciò la stanza, la casa, tutto. «Non voi.»
Nigel rimase in silenzio.
Era la cosa che Elias reggeva peggio, quel silenzio specifico che non dava materiale con cui costruire una risposta. Lo vide fare il giro interno, vide le parole prepararsi, vide il momento in cui la diga cedeva, non perché fosse stata sfondata, ma perché aveva aspettato troppo a lungo di cedere.
«Non è giusto,» disse Elias.
La voce era cambiata, aveva perso quella compostezza di superficie e mostrava quello che c’era sotto, quella cosa accumulata in anni che non aveva mai trovato la forma giusta per uscire.
«Non è giusto e voi lo sapete. Io sono stato qui. Ho fatto quello che volevate, quando volevate, senza fare domande, senza chiedere niente in cambio, senza pretendere di essere qualcosa che non ero. Per anni.» Una pausa. «E Cameron… Cameron che è un servo come me, che non ha un nome, che non ha niente che io non abbia… Cameron ottiene quello che io non ho mai avuto. E io non capisco. Non l’ho mai capito. Cosa ha lui che io non ho? Ditemi una cosa sola, una cosa concreta.»
Nigel non rispose subito. Lasciò che la domanda stesse nell’aria.
«Perché lui sì,» continuò Elias, e adesso la voce aveva quella qualità della cosa detta quando non si ha più niente da perdere, «e io no? Io mi sono dato. Completamente. Senza riserve. E lui vi ha combattuto ogni singolo giorno, vi ha detto no, vi ha fatto aspettare, e voi…» Si fermò, la mascella tesa. «Voi lo guardavate come se fosse l’unica persona nella stanza. Come se io non esistessi. Come se non fossi mai esistito.»
«Non hai mai voluto me,» disse Nigel. La voce era bassa, il tono conversazionale. «Hai voluto quello che pensavi di poter ottenere da me. C’è una differenza.»
Elias aprì la bocca.
«Cameron non ha mai voluto niente da me,» continuò Nigel. «Non si è mai messo in una posizione utile. Non ha mai calcolato. Questo è quello che ha lui che tu non hai, e non è una cosa che si acquisisce.»
Il silenzio che seguì era diverso. Elias lo ricevette in pieno, e Nigel vide cosa gli faceva, non la resa, qualcosa di peggio, la comprensione di una cosa che non si può più non sapere. Vide anche quello che succedeva dopo, quella cosa più piccola e più cattiva che cercava ancora una forma, quel residuo di risentimento che non si dissolveva solo perché aveva appena perso l’argomento.
«Gli uomini di Ambrose,» disse Elias. La voce era scesa, prendeva consistenza in parole dette quando si sa che sono sbagliate e si va avanti lo stesso, con quella soddisfazione anticipata di chi sta per fare male. «Dovevano capire con chi avevano a che fare. Ho detto ad Ambrose della natura del vostro rapporto.» Una pausa calibrata, il tempo esatto per lasciare che arrivasse. «Lui l’ha riferito ai suoi uomini. Perché Cameron non si facesse illusioni su cosa era diventato. Su cosa gli si addiceva, adesso.»
Lo disse guardando Nigel in faccia. Cercando la crepa, il disgusto, qualcosa che somigliasse alla ferita che voleva infliggere.
Sul viso di Nigel non trovò niente di quello che cercava.
Trovò qualcosa di così freddo e così fermo che Elias smise di parlare prima ancora di aver finito la frase.
Il compiacimento sparì.
«Cosa è successo a Cameron?» disse Nigel. Non a Elias. Detto sottovoce, con quella qualità che non aveva più niente della conversazione e tutto di qualcosa di molto più anteriore alle parole.
Elias capì in quell’istante che aveva calcolato tutto male. Che la cosa che aveva usato come arma aveva colpito nella direzione sbagliata, non Cameron, non Nigel, solo se stesso. Aprì la bocca per dire qualcosa, una difesa, una spiegazione, qualsiasi cosa che riempisse quello spazio, e non trovò niente, ma parlò lo stesso, perché il silenzio era insopportabile. Disse quello che sapeva con quella voce che si era fatta piccola e piatta, e mentre parlava Nigel rimase fermo senza interromperlo una sola volta, e questo era in qualche modo peggio di qualsiasi interruzione.
Quando Elias finì il silenzio aveva una consistenza che non aveva avuto prima.
«Dimmi tutto quello che sai su dove si trova Ambrose adesso,» disse Nigel. «Chi potrebbe sapere dove è stato nelle ultime settimane?»
Elias parlò.

La lettera era sul vassoio della posta nel suo studio.
Graves l’aveva lasciata lì senza commentare, con quella discrezione che era la sua forma di tatto. Nigel la vide appena entrò, una lettera tra le altre, ma scritta con quella grafia che riconobbe prima ancora di avvicinarsi, che aveva imparato a distinguere da tutte le altre nel corso delle settimane in cui aveva letto ogni cosa Cameron avesse mai scritto, ogni nota, ogni lista, ogni parola buttata su carta con quella sua precisione economica.
La prese. Si sedette. L’aprì.
La lesse una volta. Poi la rilesse, lentamente.
La canzona per due voci.
Marsiglia.
Andate senza registri.
Rimase fermo con il foglio tra le mani.
Cameron aveva scritto questo mentre era con Ambrose. Prigioniero, con Ambrose che leggeva la posta in uscita o che avrebbe potuto farlo, con quegli uomini intorno, con tutto il peso di quello che era successo addosso, e aveva trovato il modo di dire quello che non poteva dire. Marsiglia. Il loro posto, sulla carta del Mediterraneo con la mano di Nigel sopra la sua. Non una meta qualsiasi. Un appuntamento.
Troverete quello che cercavate anche senza di me.
Cameron che scriveva quello sapendo che Nigel avrebbe letto sotto. Sapendo che Nigel avrebbe capito.
Andate a Marsiglia, Milord. Andate senza registri.
(Venite a prendermi.)
Piegò la lettera con cura. La mise nella tasca interna della giacca, vicino al petto.
Poi chiamò Graves e disse: «Islington. Stanotte.»

Ambrose non era facile da trovare.
Non perché si nascondesse, Ambrose non era il tipo di uomo che si nascondeva, non aveva né l’istinto né la pazienza per farlo, ma perché si muoveva con quella sua abitudine di non stare fermo, quella irrequietezza di superficie che lo portava da un posto all’altro senza una logica apparente. Tre giorni prima era stato visto a Bath. Due giorni prima a Bristol. Qualcuno lo aveva incrociato su una strada di campagna nel Somerset con una carrozza che procedeva verso nord.
Nigel seguì le tracce con quella pazienza fredda che aveva imparato a usare per le cose che non ammettevano impazienza.
Il fianco pulsava. Lo ignorò.
Graves non disse niente, che era il suo modo di dire tutto. Guidava, organizzava, procurava informazioni nei posti giusti con quella discrezione che era la sua competenza principale, e non commentava il fatto che Nigel scendeva dalla carrozza con una cautela nel movimento che non aveva niente della sua andatura abituale. Non commentava i momenti in cui si fermava con una mano discreta sul fianco e aspettava che passasse qualcosa. Non commentava niente.
Nigel non sapeva dove fosse Cameron.
Questo era il fatto centrale, quello intorno a cui tutto il resto girava. Cameron era stato con Ambrose, questo lo sapeva, questo la lettera e Elias insieme gli avevano dato. Ma da quanto tempo, e in quali condizioni, e cosa era successo nei giorni che erano passati, questo no. Cameron poteva essere ancora con Ambrose. Poteva averlo convinto a qualcosa, con quella sua pazienza operosa che non si esauriva mai. Cameron poteva aver scelto, e questa era la cosa che Nigel teneva ai margini del ragionamento con quella disciplina che costava più di quanto avrebbe ammesso.
Non lo sapeva.
Non poteva saperlo finché non avesse trovato Ambrose.
Il quarto giorno una lettera raggiunse la carrozza a una stazione di posta nel Wiltshire. Ambrose Annesley era rientrato a Londra. Indirizzo in Marylebone, una casa in affitto, non la sua abitazione principale.
Londra, quindi.
Nigel ripiegò la lettera, disse a Graves la direzione, e si appoggiò allo schienale con gli occhi chiusi per quello che restava del viaggio. Non pensò a niente di preciso. Lasciò che il movimento della carrozza coprisse quello che non aveva ancora la forma giusta per essere pensato, Cameron da qualche parte, con qualcuno o senza, che aspettava o che aveva smesso di aspettare. Tutte le cose che non sapeva ancora e che Ambrose gli avrebbe dato, in un modo o nell’altro.

La casa di Marylebone aveva una facciata pulita, tende tirate, niente che attirasse l’attenzione. Nigel bussò lui stesso. Non mandò Graves.
Aprì un domestico che non riconobbe, con quella faccia da chi valuta rapidamente chi ha davanti e decide in base a quello. Vide Nigel e decise.
«Il signor Annesley è in casa?»
«Chi devo annunciare?»
«Dite che è il Duca di Blackthorn.»
Il domestico scomparve. Nigel aspettò sulla soglia senza entrare, le mani dietro la schiena, gli occhi sulla strada. Il rumore ordinario di un pomeriggio di Londra che continuava indifferente.
Il domestico tornò. «Prego, Milord.»
Ambrose era in piedi al centro del salotto quando Nigel entrò.
Aveva quell’aria che Nigel riconobbe subito, quella compostezza preparata di chi ha avuto cinque minuti per prepararsi e li ha usati tutti. I vestiti in ordine, la cravatta a posto, quella cura nell’aspetto che Cameron aveva descritto come la sua armatura. Stava in piedi, perché sedersi avrebbe significato cedere qualcosa, e Ambrose lo sapeva.
Nigel si fermò a tre passi da lui.
Il silenzio durò abbastanza da avere un peso.
«Milord.» La voce controllata, ma costò qualcosa, Nigel lo percepì. «Sono lieto di vedervi in buona salute. Ho sentito che c’era stato un incidente.»
«Dov’è Cameron?»
Ambrose aprì le mani in quel gesto suo, quella gestualità aperta che simulava la franchezza.
«Cameron ha scelto di andarsene. Non sono in grado di dirvi dove si trovi, non lo trattenevo, Milord. Era libero.»
«Era libero,» ripeté Nigel.
«Sì.» Ambrose fece un passo laterale verso il camino, quel movimento che cercava spazio senza sembrare che lo cercasse. «So che è difficile da accettare. Ma Cameron ha valutato la situazione e ha scelto. Non posso dirvi altro perché non c’è altro da dire.»
Nigel lo guardò in silenzio.
Poi si mosse.
Non verso la porta, non verso il camino, verso Ambrose, con quella lentezza misurata che non era esitazione. Era la lentezza di chi ha tutto il tempo che vuole e lo sa. Si fermò vicino, troppo vicino, nello spazio che la cortesia non avrebbe permesso, e lasciò che Ambrose registrasse quella vicinanza senza fare niente per renderla più gestibile.
«Avete passato mesi in casa mia,» disse Nigel. La voce era bassa, quasi conversazionale. «Mesi a mangiare alla mia tavola, a usare la mia biblioteca, a passeggiare nel mio parco come se fosse vostro. Mesi a sperare che notassi quello che speravate che notassi.» Una pausa. «Lo notavo, Ambrose. Lo sapete.»
Ambrose rimase fermo. Sul suo viso passò qualcosa, non sorpresa, qualcosa di più complicato e meno nominabile, quella miscela di speranza e allarme che Nigel aveva imparato a riconoscere e che adesso usava con la stessa precisione fredda con cui avrebbe usato qualsiasi altro strumento.
«L’interesse era reciproco,» continuò Nigel. «Lo sapete anche voi. Ho scelto di non agire per ragioni mie, non perché non vi vedessi, ma perché quello che cercavate non era me. Era quello che potevo darvi.» Si avvicinò di mezzo passo, quella lentezza misurata che non era mai esitazione. «Avete accettato la mia ospitalità per mesi senza mai chiedervi cosa accumulavate. E adesso siete qui a parlarmi di libertà di scelta.» Una pausa breve, il tempo esatto per lasciare che arrivasse. «Mi chiedo se, se avessi fatto scelte diverse a suo tempo, sareste qui adesso con la stessa faccia a dirmi che Cameron era libero.»
Ambrose aprì la bocca. Non uscì niente.
Nigel era abbastanza vicino da vedere il cambiamento nella respirazione, quella cosa involontaria che il corpo produce quando non riesce a tenere tutto sotto controllo insieme. Lo vide, lo registrò, e poi fece quello che sapeva avrebbe prodotto l’effetto più preciso: si allontanò. Di un passo solo, brusco, definitivo, come si chiude una porta.
«Ma non è questo il punto,» disse, e la voce era tornata a quella qualità piatta e fredda che non lasciava spazio a niente. «Il punto è che avete assoldato degli uomini. Avete fatto fermare un cavallo su una strada di campagna. Avete dato a quegli uomini informazioni su Cameron che hanno usato in un modo che voi, forse, non avevate previsto.» Una pausa. «E adesso mi dite che era libero.»
Il viso di Ambrose aveva perso qualcosa nel giro di quei pochi secondi, non solo la compostezza preparata, qualcosa di più strutturale, quella certezza di sé che era sempre stata il fondamento di tutto il resto. Rimase in silenzio, e Nigel vide la cosa che si muoveva sotto, quella ferita vera che non era recitata, e non ne ebbe pietà.
«Quello che è successo con gli uomini di Reach non era mia intenzione,» disse Ambrose alla fine. La voce era cambiata, più piatta. «Non avrei mai voluto che Cameron…»
«No,» disse Nigel. «Probabilmente no.» Come si dice una cosa vera che non cambia nient’altro. «Avete la capacità di fare danni enormi senza intenzione. Questo non vi assolve. Vi rende solo più pericoloso di quanto pensiate di essere.»
«L’ho fatto per lui.» Sottovoce, con un tono che si usa per pronunciare parole quando non si ha più energia per dirle diversamente. «Quello che c’era tra voi, come era cominciato… non era giusto. Cameron meritava di scegliere liberamente.»
«E adesso sceglie liberamente sotto la vostra supervisione.»
«Adesso è al sicuro.»
«Dove?»
«Non posso…»
«Dove, Ambrose?»
Il nome, senza titolo, senza cortesia. Ambrose si irrigidì.
Nigel fece un altro passo avanti.
«Ascoltate attentamente.» Sotto le parole che non c’era minaccia perché non aveva bisogno di essere minaccia. «Avete frequentato la mia casa per mesi. Avete accettato la mia ospitalità, avete mangiato alla mia tavola, avete ottenuto quello che cercavate sotto il mio tetto.» Una pausa. «So esattamente cosa è successo in quei mesi. So come si chiama, in questo paese. So quali porte vi sono aperte adesso e so come si chiudono, e lo sapete anche voi.» Si fermò a distanza ravvicinata. «Ogni club di Londra. Ogni famiglia che conoscete. Ogni nome che potete ancora spendere.» Una pausa più lunga, il tempo esatto per lasciare che arrivasse. «Datemi Cameron, e poi sparite, in Australia, in America, ovunque, ma lontano e definitivamente, e forse io vi farò il favor di dimenticarmi di voi.»
Ambrose era immobile.
Sul suo viso non c’era più niente di quello che aveva portato in quella stanza come armatura. C’era solo un uomo che stava guardando la forma esatta di quello che aveva costruito e capendo quanto fosse fragile.
«È dalla sua famiglia,» disse alla fine. La voce era piccola, quella di chi cede non perché voglia ma perché il calcolo è chiaro. «Voleva vederli prima di prendere una decisione. La madre, le sorelle. Gli ho dato il tempo che chiedeva.» Una pausa. «È ancora convinto che voi non siate venuto perché non volevate venire. Non perché non potevate.»
Andò alla scrivania senza che Nigel lo chiedesse. Scrisse l’indirizzo. Porse il foglio senza guardarlo in faccia.
Nigel lo prese. Lo lesse. Lo mise in tasca.
Si voltò verso la porta.
«Cameron non vi vorrà,» disse Ambrose. Piano, nell’unico modo in cui era ancora possibile dirlo, senza aspettarsi che cambiasse niente. «Ha passato settimane a credere che non foste venuto. Quella cosa non si cancella.»
Nigel non rispose.
Uscì, e la porta si chiuse, e nel corridoio chiamò Graves con una sola parola.

Capitolo 25

E sotto, sempre, quella cosa che non aveva ancora trovato il modo di smettere di sentire: Nigel che non era venuto, la certezza che aveva tenuto con entrambe le mani finché aveva potuto tenerla, il momento in cui l’aveva lasciata andare. Ci aveva fatto pace, o stava imparando a farcela. Alcune notti era più facile di altre.

La strada che portava al cottage era bianca di ghiaia fine, stretta tra due siepi basse che in estate dovevano essere verdi e adesso erano solo scheletri pazienti. Cameron la percorreva a piedi ogni giorno, da quando era arrivato. Era il momento della giornata che preferiva, quella mezz’ora tra la casa e il paese, il rumore dei suoi passi come unico suono.
Reach era appoggiato a un albero sul bordo della strada.
Cameron lo vide da lontano. Si fermò un secondo, riprese a camminare. Non aveva senso fermarsi, Reach lo aveva già visto, e non era il tipo di uomo che si nascondeva quando non voleva essere visto.
Si fermarono a due passi l’uno dall’altro.
Reach lo guardò con quella sua lettura rapida e silenziosa che Cameron aveva imparato a riconoscere. Dapprima non disse niente. Lasciò che Cameron finisse di misurarlo, di decidere cosa fare con quella presenza inaspettata su una strada di campagna del Surrey.
«Non ti aspettavi di rivedermi,» disse Reach alla fine.
«No,» disse Cameron.
Reach annuì, come se fosse una risposta soddisfacente. Si raddrizzò dall’albero, le mani nelle tasche, quella postura che occupava lo spazio senza invaderlo.
«Tranquillo. Non entrerò in casa tua,» disse. Il gesto verso il cottage in fondo alla strada era appena accennato. «Non è un posto per me.»
Cameron non disse niente. Aspettò.
«So cosa ti ha offerto Ambrose,» disse Reach. Non come introduzione a qualcos’altro, come fatto stabilito, solo un punto di partenza. «Tornare con lui o l’Australia.»
Cameron non chiese come lo sapesse. Con Reach non aveva mai senso chiedere come sapesse le cose.
«Stai considerando l’Australia,» continuò Reach. Anche questo detto come fatto, non come domanda.
«È lontano,» disse Cameron. «Abbastanza.»
«Abbastanza per cosa?»
Cameron non rispose.
Reach attese per un momento. Poi disse, con quella voce piatta che non saliva e non scendeva: «Non considerare nessuna delle due opzioni.»
Cameron lo guardò.
«Nessuna delle due è tua,» disse Reach. «Una è la sua, l’altra è la sua versione di una punizione che si maschera da favore.» Si mosse, due passi verso il bordo della strada, si fermò con la schiena parzialmente rivolta. «Ho due cose per te. La prima è questo.» Tirò fuori un foglio piegato, lo tese senza cerimonie. «Un nome, un indirizzo a Marsiglia. Un armatore. Uomo onesto, ha avuto problemi in passato, glieli ho risolti io, quindi mi deve qualcosa di più utile del denaro.» Una pausa. «Gli ho scritto. Ti aspetta, se vuoi andarci. Lavoro rispettabile.»
Cameron prese il foglio. Lo aprì. Lo lesse senza commentare.
Il nome era scritto con quella grafia diritta e senza fronzoli che si addice a chi non usa la scrittura per impressionare. Sotto, l’indirizzo. Sotto ancora, una sola parola che era anche il nome della città: Marsiglia.
Cameron tenne il foglio fermo tra le dita e non disse niente per un momento.
«La seconda cosa,» disse Reach, «è che Ambrose Annesley non ti darà più fastidio. Né a te né a loro.» Il gesto verso il cottage, di nuovo appena accennato. «Non adesso, non dopo. Puoi stare tranquillo su questo.»
Cameron alzò gli occhi dal foglio. «Come mai?»
Reach incontrò il suo sguardo.
«Perché ho detto che non ti darà più fastidio.»
Il silenzio si allungò tra loro con quella qualità definitiva delle cose dette da Reach, senza appello, senza spiegazioni aggiuntive. Cameron lo lasciò distendersi.
«Perché stai facendo questo?» chiese alla fine.
Reach rimase in silenzio un secondo. Poi disse, con quella stessa voce piatta: «Non lo so.» Una pausa breve. «Forse voglio che tu mi debba un favore.»
Cameron aprì la bocca.
«Non adesso,» disse Reach. «Quando servirà. Se servirà.» Si girò verso di lui un momento, quella lettura rapida e finale. «Non andare in Australia, Cameron. Non tornare da lui. Vai a Marsiglia.»
Non aspettò una risposta. Si girò e cominciò a camminare nella direzione opposta con quell’andatura misurata che non imparava ad affrettarsi, e Cameron lo fissò fino a quando la strada non girò e Reach sparì dietro la siepe come se non fosse mai stato lì.
Cameron rimase fermo sulla strada bianca con il foglio in mano.
Marsiglia.
Tenne quella parola per un momento, la girò, la esaminò, cercò i punti in cui faceva male. Li trovò. Li contò. Poi li rimise al loro posto, piegò il foglio con cura, lo mise in tasca, e riprese a camminare verso il cottage.
Sua madre stava tossendo quando aprì la porta. Clara comparve dal corridoio con l’espressione di chi ha aspettato tutto il giorno qualcuno con cui parlare. Eleanor alzò gli occhi dai conti. Sapeva già che qualcosa è cambiato, aspettava solo di sapere cosa.
Cameron appese il cappotto. Si sedette a tavola.
«C’è ancora del tè?» disse.

Rimase una settimana.
Non era quello che aveva previsto. Aveva previsto qualche giorno, il tempo di accertarsi che stessero bene, di lasciare abbastanza denaro per l’inverno, di salutare. Una settimana era troppo per un uomo che aveva una decisione da prendere e non voleva prenderla, e Cameron lo sapeva, ma rimase lo stesso.
La casa era piccola nel modo in cui le cose piccole sono complete. Niente di superfluo, niente che mancasse davvero. Due piani, un giardino sul retro che in inverno era solo terra e qualche cespuglio ostinato, una cucina che sapeva di pane e di erbe secche appese alle travi. Cameron dormiva nella stanza che era stata sua da ragazzo, con il soffitto basso e la finestra che dava sul giardino, e ogni mattina si svegliava con quel senso di disorientamento di chi si trova in un posto che conosce così bene da non riconoscerlo più del tutto.
La madre stava meglio di quanto si aspettasse. La tosse c’era ancora, c’era sempre, ma era stabile, come se il male avesse trovato un equilibrio nel corpo che lo ospitava. Lo guardava con quegli occhi chiari che avevano la stessa forma dei suoi e vedevano le stesse cose, troppo, sempre troppo, e non faceva domande dirette perché aveva imparato da anni che Cameron rispondeva meglio alle domande indirette, o a nessuna domanda.
Gli portava il tè la mattina. Sedeva con lui in silenzio qualche minuto. Poi si alzava e andava a fare quello che c’era da fare, e questo era il suo modo di dire che era contenta che fosse lì, e Cameron lo sapeva, e quella cosa piccola e silenziosa gli costava ogni mattina in modo che non si aspettava.
Eleanor era Eleanor, i conti tenuti con quella precisione tranquilla, la casa gestita con quella competenza silenziosa che non chiedeva riconoscimenti e li avrebbe rifiutati. Lo guardava con quell’aria da chi sa già che se ne andrà di nuovo e ha già fatto i conti con questo, e Cameron la riconosceva perché era la stessa aria che aveva lui quando guardava le persone che sapeva di dover lasciare.
«Stai bene?» gli chiese una sera, non come domanda.
«Sì,» disse Cameron.
Eleanor annuì. Tornò ai conti. Non aggiunse niente, che era il suo modo di dire che non gli credeva del tutto, ma rispettava la sua versione.
Beatrice era in fermento per qualcosa di nuovo ogni giorno, un’amica, un libro, un progetto che cambiava forma ogni volta che Cameron le chiedeva come andasse. Lo trascinava a camminare nel pomeriggio con quella sua energia che non si esauriva mai, e parlava, e Cameron ascoltava, e c’era qualcosa in quei pomeriggi che era vicino alla pace, non la pace vera, quella che non aveva ancora, ma qualcosa che le assomigliava abbastanza da essere utile.
Clara aveva sedici anni e lo guardava ancora come se fosse la risposta a tutte le domande, e questo Cameron lo trovava insopportabile e necessario in egual misura. Gli aveva fatto mille domande nei primi giorni, dove era stato, cosa aveva fatto, com’era la gente dei posti in cui era stato, e Cameron aveva risposto a quello che poteva rispondere e aveva glissato sul resto con quella pratica che aveva affinato in anni di conversazioni che richiedevano più silenzio che parole.
Una sera, mentre sparecchiavano insieme, Clara aveva detto senza guardarlo: «Sei diverso.»
«Sono più vecchio,» aveva detto Cameron.
«No.» Clara aveva tenuto un piatto tra le mani un momento, pensierosa. «Sei diverso in un altro modo. Come se avessi imparato qualcosa che ti fa male sapere.»
Cameron aveva preso il piatto dalle sue mani e lo aveva posato sul ripiano senza rispondere. Clara non aveva insistito. Aveva sedici anni, ma aveva imparato presto, come tutti in quella casa, che certe domande non avevano risposte che valesse la pena aspettare.

Il foglio con il nome dell’armatore rimase in tasca tutto il tempo.
Cameron lo tirò fuori qualche volta, di notte, quando la casa dormiva e lui era seduto al tavolo della cucina con una candela e il silenzio intorno. Lo leggeva. Rimetteva a posto il nome, l’indirizzo, la città. Ripiegava il foglio con cura.
Marsiglia.
Non ci pensava direttamente. Lo lasciava stare ai margini, come si lascia stare una cosa che fa troppo male guardare frontalmente. Il lavoro rispettabile, l’uomo onesto, la vita che poteva cominciare senza che nessuno sapesse niente di quello che era stato prima.
E sotto, sempre, quella cosa che non aveva ancora trovato il modo di smettere di sentire: Nigel che non era venuto, la certezza che aveva tenuto con entrambe le mani finché aveva potuto tenerla, il momento in cui l’aveva lasciata andare. Ci aveva fatto pace, o stava imparando a farcela. Alcune notti era più facile di altre.
Alla fine della settimana lo disse a cena.
La madre non commentò subito. Continuò a mangiare per un momento, poi alzò gli occhi su di lui con quella sua lettura precisa. «È un posto sicuro?»
«Sì.»
«Lavoro onesto?»
«Sì.»
Annuì. Tornò al piatto. Questo era il suo modo di dire che andava bene, che lo lasciava andare, che aveva smesso da anni di cercare di tenerlo a casa, perché aveva capito che Cameron era il tipo di uomo che si tiene solo se sceglie di restare.
Eleanor alzò gli occhi dai suoi.
«Quando parti?»
«Il tempo di preparare i bagagli.»
Charlotte non disse niente per tutto il resto della cena. Poi, mentre sparecchiavano, gli prese il braccio senza guardarlo e lo tenne per un momento, quella cosa silenziosa e precisa che era il suo modo di dire le cose che non aveva ancora le parole per dire.
Cameron posò una mano sopra la sua.
Rimase lì un momento.
Poi la sorella riprese a sparecchiare, e la cucina continuò a fare i suoi rumori di sempre, e fuori il vento muoveva qualcosa contro i vetri con quel suono ritmico e basso che Cameron portò con sé per tutto il viaggio fino a Marsiglia.

Capitolo 26

La nuova vita aveva era differente da qualsiasi cosa Cameron avesse conosciuto prima, era solo sua, costruita con le sue mani, riconosciuta con il suo nome. Non il nome di qualcun altro a cui il suo era attaccato. Il suo. Questo valeva qualcosa di preciso e misurabile, e Cameron lo misurava, e nei giorni in cui il buco nel petto si faceva più pesante, si ricordava di misurarlo, e questo aiutava. Non sempre abbastanza. Ma abbastanza.

Marsiglia era rumore.
Cameron lo capì il primo giorno, scendendo dalla nave con la borsa in mano e il sole di marzo che non assomigliava a nessun sole inglese, più diretto, più sfacciato, il tipo di luce che non lascia ombre morbide. Il porto era un organismo vivo, scaricatori e mercanti e marinai e venditori ambulanti e gabbiani che urlavano sopra tutto il resto, l’odore di sale e pesce e catrame e qualcosa di speziato che veniva da casse aperte sul molo e che Cameron non riuscì a identificare.
Si fermò un momento sulla banchina con la borsa ai piedi.
Poi prese il foglio di Reach, rilesse l’indirizzo, e andò a cercare Henri Vidal.
L’ufficio di Vidal era al primo piano di un edificio sul porto vecchio, con una finestra che dava direttamente sull’acqua e una scrivania coperta di carte in un ordine che sembrava caotico e che Cameron capì in cinque minuti essere invece un sistema preciso e personale. Vidal era un uomo sulla sessantina, spalle larghe, capelli bianchi tagliati corti, una faccia che aveva visto abbastanza da non stupirsi facilmente. Strinse la mano a Cameron con quella stretta che misura e non giudica.
«Reach dice che sei bravo,» disse in un francese che aveva ancora qualcosa dell’accento marsigliese delle origini, quella musicalità che Cameron avrebbe impiegato settimane a smettere di sentire come straniera.
«Reach è generoso,» disse Cameron, nel suo francese ancora rigido, ma funzionale.
Vidal lo guardò con quella lettura rapida.
«Reach non è mai generoso. Dice quello che è utile dire.» Si alzò, andò alla finestra, indicò il porto. «Vedi quella nave, la terza dal molo? Domani mattina deve partire per Genova con un carico di seta, e non ho ancora definito i termini con il capitano, perché è un uomo difficile e io non ho più la pazienza di trent’anni fa.» Si girò verso Cameron. «Tu hai pazienza?»
«Dipende per cosa mi serve averla.»
Vidal fece una cosa che Cameron impiegò un momento a riconoscere come un sorriso, breve, asciutto, il tipo di sorriso che non si spreca.
«Cominci domani mattina,» disse. «Il capitano si chiama Renard. Non fidarti del nome.»
 
Renard era diffidente, scostante, e aveva una memoria per i numeri che Cameron riconobbe come la sua arma principale nelle trattative. Citava cifre di sei mesi prima con quella precisione che serviva a spiazzare l’interlocutore e guadagnare terreno mentre quello cercava di verificare.
Cameron lo lasciò fare per i primi venti minuti, prese nota mentale di ogni cifra, poi cominciò a rispondere con la stessa precisione, numero per numero, senza alzare la voce, senza affrettarsi.
Renard lo guardò alla fine della terza ora con un’espressione che non era ancora rispetto, ma ci stava lavorando.
Firmarono alle cinque del pomeriggio.
Cameron tornò all’ufficio di Vidal con i termini definitivi scritti su due fogli. Vidal li lesse, annuì, non disse niente di più. Questo, Cameron capì presto, era il suo modo di dire che andava bene.
 
Le settimane si accumularono con quella qualità specifica delle cose che funzionano.
Cameron imparò a conoscere il porto, non solo la geografia, i moli e i magazzini e le strade che scendevano verso l’acqua, ma la sua logica interna, chi contava davvero e chi fingeva di contare, dove si prendevano le decisioni e dove si ratificavano soltanto. Imparò i nomi, le facce, le piccole gelosie e le alleanze che reggevano tutto quell’organismo rumoroso e preciso. Imparò quando parlare e quando aspettare, che era una cosa che sapeva già, ma che in quel contesto aveva regole leggermente diverse da quelle inglesi.
Il francese migliorò in fretta. Non aveva scelta. Vidal conduceva tutto in francese, le trattative erano in francese, il porto era in francese, e Cameron aveva sempre imparato le lingue nel modo più efficiente possibile, per immersione totale e necessità pratica.
Viveva in una stanza in affitto a cinque minuti dall’ufficio, con una finestra che dava su un vicolo, un letto più che adeguato e una padrona di casa che bussava alle sette con il caffè e non faceva domande. Esattamente le caratteristiche che Cameron cercava in un alloggio.
Mangiava spesso a casa di Vidal.
Era cominciata quasi per caso: Vidal lo aveva trattenuto una sera per finire una pratica urgente e poi aveva detto, con quella sua economia di parole, mangia con noi come se fosse ovvio. Cameron aveva mangiato con loro, con Vidal e sua moglie Marguerite, il figlio maggiore Luc, che lavorava con il padre e aveva quella stessa dote di lettura rapida e silenziosa, e la figlia minore Isabelle, che aveva diciannove anni, un’opinione su tutto e non aveva paura di esprimerla.
Marguerite cucinava con quella generosità specifica delle donne che credono che il cibo risolva la maggior parte dei problemi e hanno ragione abbastanza spesso da essere difficili da contraddire. La prima volta che Cameron aveva vuotato il piatto aveva alzato gli occhi e trovato Marguerite che lo guardava con quella soddisfazione tranquilla di chi ha appena confermato una teoria.
«Sei troppo magro,» aveva detto. «Mangi con noi anche domani sera.»
Non era stata una domanda.
Cameron aveva mangiato anche il giorno dopo, e quello dopo ancora, e a un certo punto aveva smesso di aspettare l’invito, perché Marguerite aveva smesso di farlo, e questo significava che era già incluso senza bisogno di formalità.
Luc lo trattò da subito come qualcuno che sapeva quello che faceva, quella stima professionale che non richiedeva simpatia per essere reale, ma che nel loro caso era diventata qualcosa di più, quella facilità specifica di chi lavora bene insieme e ha smesso di doverci pensare. Lavoravano in silenzio per ore, ognuno alla propria scrivania, e il silenzio era produttivo e confortevole. Cameron non ricordava l’ultima volta che aveva condiviso uno spazio di lavoro con qualcuno, senza dover gestire la dinamica.
Isabelle lo interrogava a cena con quella sua curiosità instancabile, sulla vita in Inghilterra, la differenza tra i porti, cosa pensava di Marsiglia, cosa pensava dei marsigliesi, cosa pensava di tutto. Cameron rispondeva con quella misura che aveva sempre usato, né troppo né troppo poco, e Isabelle ascoltava e poi sparava la domanda successiva come se la risposta precedente fosse solo il trampolino per quella vera.
Una sera Vidal aveva guardato sua figlia con quella sua espressione asciutta.
«Isabelle. Lascialo mangiare.»
Isabelle aveva aperto le mani in un gesto che era identico a quello di suo padre.
«Sto solo parlando.»
«Lo stai interrogando.»
«È la stessa cosa.»
Cameron aveva abbassato gli occhi sul piatto per nascondere un sorriso che non ricordava di poter fare.
 
Scriveva alla madre ogni settimana.
Le lettere erano diverse da quelle che aveva scritto negli anni precedenti, più lunghe, più concrete, con dettagli su Vidal e il porto e Marsiglia che non erano mai stati nelle lettere dell’epoca di Ambrose, quella cura nell’aspetto esteriore senza niente di reale dentro. Adesso c’era qualcosa di reale da raccontare, e Cameron lo raccontava con quella misura che era la sua, ma con meno distanza, come se la distanza geografica avesse paradossalmente reso più facile quella emotiva.
La madre rispondeva con lettere brevi e precise, notizie della casa, della salute, delle sorelle. Clara mandava disegni a volte, piccoli schizzi del giardino o della strada, con quella sua grafia ancora un po’ infantile. Eleanor aggiungeva un paragrafo in calce alle lettere della madre, sempre pratico, sempre orientato ai fatti, e Cameron leggeva quel paragrafo e sentiva Eleanor in ogni riga, quella sua solidità che non aveva bisogno di essere nominata per essere reale.
 
Pensava a Nigel.
Non sempre. Non costantemente. Ma con quella regolarità involontaria delle cose che non hanno trovato ancora il posto definitivo in cui stare. Nei momenti di stasi, la mattina presto, prima che il porto si svegliasse del tutto, o la sera tardi quando le carte erano finite e la stanza era silenziosa, il pensiero arrivava senza chiedere permesso.
Non con rabbia. Aveva passato attraverso la rabbia durante le settimane con Ambrose, durante i giorni con la famiglia, durante il viaggio. Quello che restava era più simile a una cicatrice che a una ferita aperta, qualcosa che era cambiato di forma e consistenza, ma non era sparito, che faceva ancora male in certi modi e non in altri, che Cameron aveva imparato a portare senza che lo fermasse.
Aveva fatto pace con il fatto che Nigel non era venuto.
O stava imparando. La differenza tra le due cose era ancora abbastanza grande da sentirsi, certe notti, ma si stava restringendo.
La nuova vita aveva era differente da qualsiasi cosa Cameron avesse conosciuto prima, era solo sua, costruita con le sue mani, riconosciuta con il suo nome. Non il nome di qualcun altro a cui il suo era attaccato. Il suo. Questo valeva qualcosa di preciso e misurabile, e Cameron lo misurava, e nei giorni in cui il buco nel petto si faceva più pesante, si ricordava di misurarlo, e questo aiutava.
Non sempre abbastanza. Ma abbastanza.
 
Era a cena dai Vidal quando sentì parlare del nuovo cliente per la prima volta.
Isabelle stava raccontando qualcosa con quella sua energia instancabile. Aveva incontrato qualcuno al mercato, un inglese, un gentiluomo, molto affascinante, papà, il tipo di uomo che sa esattamente com’è fatto e non ne fa mistero, e Marguerite versava il vino con quella sua aria da chi ascolta tutto senza sembrare che ascolti niente, e Luc mangiava con la concentrazione di chi ha imparato da anni a filtrare il flusso di coscienza di sua sorella per estrarne le informazioni utili.
«Ha chiesto di voi,» disse Isabelle a suo padre. «Vi conosce di nome. Ha detto che vuole commissionare una nave.»
Vidal alzò gli occhi dal piatto. «Un inglese?»
«Sì. Parla francese benissimo però. E cammina con un bastone, peccato, uno così bello. Deve aver ricevuto una ferita, forse in un duello, chissà per cosa, per una donna probabilmente, o forse per una questione d’onore, gli inglesi ci tengono moltissimo all’onore…»
«Isabelle,» disse Vidal.
«Sto solo dicendo.»
Cameron mangiò. Lasciò che il pensiero passasse, un aristocratico inglese, elegante, a Marsiglia, e lo rimise al suo posto con quella pratica che aveva affinato in mesi. Non era Nigel. Non era mai Nigel. Era solo il modo in cui funzionava la mente quando cercava di non pensare a qualcosa, trovava sagome ovunque.
«Ha lasciato un nome?» chiese, perché era la domanda naturale da fare e non per nessun altro motivo.
«Ha detto che manderà una lettera domani,» disse Isabelle felice che il suo racconto avesse incuriosito almeno un ascoltatore. «Vuole discutere i termini per una nave da trasporto, sulla rotta mediterranea.»
«Se è inglese te ne occuperai tu» disse solo Vidal, versando da bere a Cameron.
Cameron annuì.
Riprese a mangiare.
Isabelle era già passata ad altro, e la cena continuò con la sua qualità normale e confortevole, e Cameron rimase al centro di tutto questo e non pensò più all’inglese col bastone, o ci provò, che non era la stessa cosa ma era abbastanza.
 
Il biglietto di Reach arrivò il giorno dopo, portato da un ragazzo che non sapeva da chi venisse e non aveva domande da fare.
Cameron lo aprì in ufficio, da solo, con Luc fuori per una consegna e Vidal al porto.
Era breve. Reach non aveva mai sprecato parole.
Teddy non ti darà più fastidio. Non preoccuparti di Teddy.
Una riga di spazio.
Una cosa che dovresti sapere. Il Duca è stato ferito sulla strada quella mattina. Un colpo di pistola. È rimasto bloccato per settimane, non poteva muoversi. Non è venuto perché non poteva venire.
Un’altra riga di spazio.
Parto per le Americhe. Il favore resta valido. Prima o poi verrò a riscuoterlo.
Nessuna firma. Non ne aveva bisogno.
Cameron rimase fermo con il foglio in mano.
Rilesse la seconda parte una volta. Poi un’altra.
Non è venuto perché non poteva venire.
Fuori il porto faceva i suoi rumori di sempre. Dentro la stanza il silenzio aveva una consistenza che non aveva avuta prima.
Pensò a Teddy.
Non volontariamente, il nome era lì, nel biglietto, quella riga breve e definitiva, e la mente ci costruì intorno quello che voleva costruire. Un vicolo, probabilmente, di notte. Teddy che usciva da una locanda con troppo alcol nelle vene e quella sua aria da chi ha sempre ragione su tutto e non ha ancora incontrato la persona sbagliata nel momento sbagliato. Un rumore di passi. Poi silenzio. Il tipo di silenzio che non lascia domande aperte. Cameron non sapeva se fosse andata così. Non chiese a se stesso se sperasse che fosse andata così.
Posò il foglio sul tavolo. Andò alla finestra. Stette un momento con le mani sul davanzale e il porto davanti, le navi e i gabbiani e il sole che scaldava il vetro dall’esterno.
Non è venuto perché non poteva venire.
Pensò alle settimane con Ambrose. Alla certezza che aveva tenuto con entrambe le mani finché aveva potuto, quella parola, presto, che aveva detto con una voce che non aveva niente di provvisorio, che aveva tenuto come si tiene qualcosa che non ci si può permettere di perdere. Pensò al momento in cui l’aveva lasciata andare. Non perché avesse smesso di crederci del tutto, ma perché il silenzio aveva continuato e Ambrose aveva detto non ha mosso un dito con quella sua voce calibrata, e Cameron era indebolito e solo e aveva creduto a quello che era più facile credere.
Aveva creduto alla versione di Ambrose.
Aveva creduto che Nigel avesse scelto di non venire.
Stette con questo pensiero finché smise di sorprenderlo e cominciò solo a fare male, che era diverso, che era qualcosa che si poteva portare. Poi tornò alla scrivania, rimise il biglietto di Reach nella tasca, e riprese il lavoro che aveva lasciato a metà.
Non serviva a molto, come strategia. Il lavoro continuava, ma il pensiero restava, con quella sua qualità ostinata delle cose che hanno aspettato a lungo il momento giusto per essere pensate fino in fondo.
Non poteva venire.
E tu hai creduto che non volesse.
Cameron lavorò fino a sera. Poi andò a casa, si lavò il viso, si cambiò, e uscì verso casa Vidal per la cena.
Portò il peso con sé, naturalmente. Non c’era altro posto dove lasciarlo.

Capitolo 27

Fuori il porto di Marsiglia si svegliava con i suoi rumori di sempre, le voci e i gabbiani e il rumore dell’acqua contro la pietra, costante e indifferente e bellissimo, e la luce entrava dalla finestra sul vicolo con quella sua qualità diretta e personale che non chiedeva permesso..

La locanda che Vidal aveva scelto per la cena col nuovo cliente era nel quartiere vecchio, a cinque minuti dal porto, il tipo di posto che non cercava di sembrare quello che non era: pietra scura, soffitti bassi, candele sui tavoli, il rumore di fondo di una sala piena che non arrivava mai al chiasso. Cameron la conosceva, ci aveva mangiato due o tre volte, sempre da solo, sempre al banco.
Vidal era già dentro con Luc quando Cameron arrivò. Marguerite non c’era, le cene di lavoro non erano territorio suo, questione di principio. Isabelle nemmeno, con suo grande disappunto dichiarato quella mattina a colazione.
«Il cliente non è ancora arrivato,» disse Vidal, senza alzare gli occhi dal menu.
Cameron si sedette. Prese il menu senza leggerlo. Il biglietto di Reach era in tasca, lo sentiva come si sente qualcosa che pesa più del suo peso fisico.
Luc gli versò del vino. «Stai bene?»
«Sì,» disse Cameron.
Luc lo guardò un momento con quella sua lettura silenziosa, poi tornò al menu. Non insistette, che era una delle cose che Cameron apprezzava di lui.
Bevve un sorso di vino. Guardò la sala, i tavoli pieni, le candele, il cameriere che si muoveva tra le sedie con quella economia nei gesti di chi fa la stessa cosa da anni. Cercò di non pensare a niente di preciso e ci riuscì abbastanza da non sembrare quello che era, un uomo che portava qualcosa di troppo pesante per una cena di lavoro e non aveva nessun posto dove posarlo.
Poi sentì il rumore.
Non un rumore forte, solo la porta che si apriva, una corrente d’aria fredda, il suono di un bastone che raschiava appena sul pavimento di pietra. Quel ritmo specifico, un passo e poi l’appoggio, un passo e poi l’appoggio, con quella cadenza misurata che Cameron calcolò prima ancora di alzare gli occhi.
Era la cadenza di un uomo che non aveva imparato ad affrettarsi, che attraversava gli spazi come se avesse tutto il tempo del mondo, che occupava ogni stanza che entrava senza fare niente di particolare per occuparla.
Cameron alzò gli occhi.
Nigel era sulla soglia.
Aveva perso peso. Non molto, ma abbastanza da vedersi, nel modo in cui la giacca scura cadeva sulle spalle, in quella linea della mascella che era sempre stata netta e adesso lo era di più. Teneva il bastone con la mano destra con quella naturalezza di chi ha imparato a rendere proprio il gesto, non qualcosa che lo fermava, qualcosa che lo accompagnava. Cercò il tavolo di Vidal con gli occhi, lo trovò, e nel secondo in cui i suoi occhi passarono da Vidal a Luc a Cameron si fermarono.
E non si mossero più.
Cameron non si alzò. Non disse niente. Rimase seduto con il bicchiere di vino in mano e quella cosa nel petto che non era sorpresa, non del tutto, non dopo il biglietto di Reach, non dopo la notte insonne e i pezzi che si erano ricomposti uno alla volta, ma che aveva la consistenza delle cose che si sanno in astratto e non si è pronti a sapere in concreto.
Vidal si era alzato, stava facendo le presentazioni con quella sua compostezza pratica, e Cameron sentì le parole arrivare come da lontano: il mio collaboratore, Cameron Ashbrook, si occuperà delle trattative. Vide Nigel staccare gli occhi da lui per rispondere a Vidal con quella cortesia precisa che aveva sempre avuto per le cose pubbliche, e poi tornare a guardarlo.
«Signor Ashbrook,» disse Nigel.
La voce era la stessa.
Cameron si alzò. Tese la mano perché era quello che si faceva, perché c’erano Vidal e Luc e una sala piena di gente e nessuno di loro sapeva niente, e Nigel la prese e la strinse, e per un secondo Cameron sentì quella mano intorno alla sua e non sentì altro.
«Milord,» disse Cameron.
Qualcosa passò sul viso di Nigel a quella parola, breve, controllato, il tipo di cosa che solo chi lo conosceva avrebbe potuto vedere.
Si sedettero.
Vidal cominciò a parlare della nave, delle specifiche, della rotta, e Cameron prese il taccuino e la penna e scrisse quello che andava scritto con quella sua calligrafia precisa, e rispose alle domande che gli venivano fatte con quella voce che sapeva tenere ferma quando serviva. Non guardò Nigel più del necessario.
Quando lo guardava, Nigel stava già guardando lui.
La cena durò due ore. Cameron non ricordò cosa avesse mangiato.
Alla fine, quando Vidal e Luc si alzarono per parlare con il proprietario della locanda di certi accordi per un deposito sul porto, Cameron e Nigel rimasero seduti. La sala intorno continuò a fare i suoi rumori di sempre come se niente fosse, come se non ci fosse niente di particolare in due uomini seduti a un tavolo con un bicchiere di vino davanti e tutto quello spazio tra loro.
«Stai bene?» disse Nigel alla fine. Non come domanda. Come la constatazione di qualcuno che ha guardato a lungo e ha tirato le sue conclusioni.
«Sì,» disse Cameron.
«Il lavoro ti si addice.»
«Sì.»
Nigel girò il bicchiere tra le dita. Quella cosa che faceva quando stava per dire qualcosa e gli costava dirlo. Cameron lo riconobbe e aspettò.
«Ho ricevuto la tua lettera,» disse Nigel. «Quella che hai scritto mentre eri con Ambrose.»
Cameron non rispose.
«L’ho ricevuta quando solo tornato al maniero.» Una pausa. «Ero stato bloccato in una locanda per undici giorni. Non potevo muovermi. Non potevo…» Si fermò. Ricominciò con quella voce più bassa. «Non sono venuto perché non potevo venire, Cameron.»
Cameron tenne gli occhi sul bicchiere.
Non è venuto perché non poteva venire.
Le parole di Reach, adesso sulle labbra di Nigel. Le stesse parole. Cameron le aveva lette quella mattina e ci aveva costruito intorno tutto il dolore delle settimane con Ambrose, tutto il peso di aver ceduto, di aver creduto alla versione sbagliata, di essere partito convinto di essere stato scelto di non essere cercato.
«Lo so,» disse Cameron.
Nigel alzò gli occhi.
«Reach mi ha scritto,» disse Cameron. La voce era ferma, ma costava qualcosa tenerla ferma, e Cameron non sapeva per quanto tempo ancora avrebbe potuto. «Stamattina.»
Il silenzio che seguì fu diverso da tutti quelli precedenti. Nigel rimase fermo con gli occhi su Cameron, e Cameron rimase fermo con gli occhi sul bicchiere, e tra loro c’erano undici giorni di locanda e settimane di Ambrose e mesi di Marsiglia e tutto quello che era stato detto e tutto quello che non era stato detto, e la sala intorno continuava con i suoi rumori di sempre.
«Cameron.»
Cameron alzò gli occhi.
Sul viso di Nigel non c’era niente di controllato in quel momento. C’era solo quella cosa senza nome che Cameron aveva imparato a leggere nel corso di settimane in una casa grigia e fredda, quella cosa che Nigel non aveva mai detto con le parole, perché non ne aveva avuto bisogno, perché Cameron l’aveva letta in ogni altro modo possibile.
«Ho cercato Ambrose per tutta l’Inghilterra,» disse Nigel, sottovoce. «Ho cercato tua madre, le tue sorelle. Sono andato a Islington ed eri già partito.» Una pausa. «Ho chiesto alla tua famiglia. Tua madre mi ha guardato come si guarda qualcuno che non si conosce ancora abbastanza da fidarsi, e poi mi ha guardato ancora una volta e ha deciso di fidarsi lo stesso.» Un’altra pausa. «Mi ha detto che eri a Marsiglia.»
Cameron rimase in silenzio.
«Marsiglia,» ripeté Nigel.
«Dove avevo detto,» disse Cameron.
«No.» Detto piano, con quella fermezza che non aveva bisogno di volume. «Dove avevamo detto.»
Cameron abbassò gli occhi sul bicchiere. Li rialzò. Sentiva quella cosa nel petto che aveva tenuto a bada per mesi con il lavoro e la casa di Vidal e le lettere alla madre e Marsiglia che era sua, costruita con le sue mani, che non dipendeva da nessuno, quella cosa che non aveva mai trovato del tutto il suo posto definitivo e che adesso stava cercando di trovarlo nel modo più scomodo possibile, in una locanda del quartiere vecchio con Vidal e Luc che stavano tornando e la sala piena di gente che non sapeva niente.
«Ho creduto ad Ambrose,» disse Cameron. La voce era bassa, quasi conversazionale, il tono che usava per le cose che costavano di più. «Quando mi ha detto che non avevi mosso un dito. Che non eri venuto.» Una pausa. «Avevo passato giorni ad aspettare e il silenzio continuava e io ero stanco e lui sapeva dove premere.» Si fermò. «Ho creduto a lui invece che a te. Questo è quello che ho fatto.»
Nigel rimase in silenzio per un momento.
«Anch’io ho aspettato,» disse alla fine. «In una locanda, con la febbre, a chiedermi se fossi andato via di tua volontà. Se avessi scelto di non mandarmi notizie.» Una pausa. «Ho creduto a quella versione per qualche giorno. Non è una cosa di cui vado fiero.»
Cameron lo guardò.
«Siamo stati tutti e due stupidi,» disse Nigel. Detto con quella sua qualità asciutta che non era crudeltà, era solo la forma che aveva la sua onestà. «Con l’aggravante di Ambrose nel mezzo.»
Cameron sentì quella cosa nel petto muoversi in modo diverso, non il dolore che aveva portato tutto il giorno, qualcosa di più complicato, quella miscela di sollievo e perdita e qualcosa che non aveva ancora un nome preciso, ma che occupava lo spazio come se ne avesse il diritto.
Vidal e Luc stavano tornando al tavolo.
Cameron raddrizzò la schiena. Riprese il taccuino. Nigel riprese il bicchiere.
«Domani mattina,» disse Cameron, con quella voce professionale che sapeva usare, «potremmo rivedere le specifiche tecniche con il mastro d’ascia. Se vi fa comodo.»
«Mi fa comodo,» disse Nigel.
I loro occhi si incontrarono per un secondo sopra il tavolo, sopra le carte e i bicchieri e tutto quello che era rimasto in sospeso, e in quel secondo passò qualcosa che non aveva bisogno di essere detto, perché era già stato detto in tutti gli altri modi possibili, nella casa grigia e fredda, e poi in una locanda con la febbre e poi per tutta l’Inghilterra fino a Marsiglia.
Vidal si sedette. Cominciò a parlare di tonnellaggio.
Cameron scrisse. Nigel rispose. La cena riprese come se niente fosse.
Come se non ci fosse niente di particolare in due uomini seduti a un tavolo a Marsiglia, in una locanda del quartiere vecchio, con il porto che faceva i suoi rumori di sempre fuori dalla finestra e tutta la distanza tra loro che stava diventando, lentamente e senza cerimonie, qualcos’altro.

Vidal fu il primo ad alzarsi. Era il genere di uomo che sa quando una serata è finita prima che finisca. Radunò le carte, strinse la mano a Nigel con quella stretta che misurava e non giudicava, disse a Cameron che si sarebbero visti in ufficio il mattino dopo, e uscì con Luc, che lo seguì con quella sua andatura silenziosa, uno sguardo breve su Cameron prima di sparire oltre la porta che non diceva niente e diceva tutto.
La sala si era svuotata in modo impercettibile nel corso della serata. Restavano pochi tavoli occupati, voci basse, il cameriere che raccoglieva i bicchieri con quella stanchezza dignitosa di fine servizio.
Cameron rimase seduto.
Nigel rimase seduto.
Il bastone era appoggiato al bordo del tavolo. Cameron lo guardò per un momento, il legno scuro, la punta di metallo sul pavimento di pietra, un’impugnatura d’argento a forma di testa di corvo, e pensò a una strada di campagna e a un uomo sul bordo del bosco e a undici giorni di locanda con la febbre. Rimise a posto il pensiero, perché non era il momento, o forse era esattamente il momento, ma non in una locanda con il cameriere che raccoglieva i bicchieri.
«Come va il fianco?» chiese.
Nigel alzò gli occhi. «Meglio.»
«Il bastone è permanente?»
«Non lo so ancora.» Detto senza enfasi, con il tono di un uomo che prende i fatti per quello che sono senza aggiungere niente. «I medici hanno opinioni diverse. Io ho smesso di chiedere.»
Cameron annuì.
Il silenzio si allungò tra loro, non vuoto, mai vuoto, pieno di tutto quello che non aveva bisogno di essere detto subito.
«Tua madre,» disse Nigel alla fine, «mi ha fatto sedere in cucina, mi ha dato del tè che non avevo chiesto e ha aspettato che dicessi qualcosa di sensato, prima di decidere se meritassi di sapere dove fossi.»
Cameron sentì qualcosa muoversi nel petto. «E hai detto qualcosa di sensato?»
«Alla fine sì, credo.» Una pausa. «Clara era sulla soglia e mi guardava come si guarda qualcuno che si sta valutando se odiare o meno.»
«È protettiva.»
«Lo avevo capito.» Il minimo accenno di qualcosa sul viso di Nigel, quella cosa che Cameron aveva imparato a riconoscere come un sorriso. «Eleanor ha detto che se avessi fatto del male a suo fratello lo avrebbe saputo e le conseguenze sarebbero state appropriate. Non ha specificato cosa intendesse con appropriate.»
«Non lo specifica mai,» disse Cameron. «È più efficace così.»
Nigel lo guardò per un momento. «Ti somigliano. Sono meravigliose, tutte.»
Cameron abbassò gli occhi sul bicchiere vuoto. «Lo so.»
Fuori dalla finestra il porto aveva il suo respiro notturno, più basso, più lento, mai del tutto silenzioso. Una voce lontana che cantava una nenia, il rumore di qualcosa che veniva scaricato su un molo, i gabbiani che non dormivano mai del tutto.
Cameron si alzò.
Nigel lo imitò, prese il bastone, e per un secondo Cameron vide che il gesto gli costava, non molto, non in modo visibile, ma abbastanza. Non disse niente, perché Nigel non avrebbe voluto commentasse, e questo Cameron lo sapeva ancora, lo aveva sempre saputo.
Uscirono.

Cameron aveva imparato ad amare subito la notte di Marsiglia, l’aria salata, le pietre del quartiere vecchio che trattenevano il calore del giorno e lo restituivano lentamente, i vicoli stretti che portavano al porto come vene verso un cuore che non smetteva mai di battere.
Camminavano uno accanto all’altro. Il ritmo era diverso da come Cameron lo ricordava, più lento, con la cadenza del bastone che segnava il tempo, un passo e poi l’appoggio, un passo e poi l’appoggio. Cameron regolò il suo senza pensarci, quella cosa automatica che appartiene a chi ha camminato accanto a qualcuno abbastanza a lungo da conoscerne il passo.
Nigel se ne accorse, non disse niente.
Camminarono in silenzio fino al porto. Si fermarono sul bordo della banchina, l’acqua scura sotto, le navi ormeggiate che dondolavano appena con il movimento della marea, le lanterne che disegnavano riflessi lunghi e tremanti sulla superficie.
«Marsiglia,» disse Nigel.
«Marsiglia,» ripeté Cameron.
«Dove avevamo detto.»
Cameron tenne gli occhi sull’acqua.
«Ci avevo fatto pace,» disse. «Con il fatto che non fossi venuto. Stavo imparando a farcela.» Una pausa. «Ci avevo quasi creduto, alla fine. Che per te fosse stato un passatempo. Che tu avessi scelto di andare avanti.»
«Lo so,» disse Nigel.
«Ambrose sapeva dove premere.»
«So anche questo.»
Cameron si girò verso di lui. «Avrei dovuto fidarmi di più.»
Nigel incontrò il suo sguardo.
«Anch’io.» Una pausa breve. «Avrei dovuto mandarti notizie dalla locanda. Trovare un modo. Non l’ho fatto perché non sapevo ancora se fossi andato via di tua volontà e non volevo…» Si fermò. Ricominciò con quella voce più bassa. «Non volevo chiederti di tornare, se avevi scelto altrimenti.»
Cameron rimase in silenzio per un momento.
«Non avevo scelto di andare,» disse.
«Lo so. Adesso lo so.»
Il porto faceva i suoi rumori di sempre. Le lanterne dondolavano. Da qualche parte lontano una campana segnò l’ora con quei rintocchi bassi che si diffondevano sull’acqua in modo diverso da come si diffondono sulla terra.
Cameron guardò le mani di Nigel sul bastone. Guardò il porto. Guardò Nigel.
«Hai commissionato una nave,» disse.
«Sì.»
«Per il Mediterraneo.»
«Sì.»
«Quanto tempo hai intenzione di restare a Marsiglia?»
Nigel lo guardò con quella sua attenzione totale, quella qualità che non lasciava angoli. «Dipende,» disse.
«Da cosa?»
«Da te.»
Cameron rimase fermo con quella parola davanti, la girò, la esaminò, cercò i punti deboli come faceva con qualsiasi cosa. Non ne trovò. Era una parola solida. Reggeva.
Tese la mano.
Non per stringerla, non come saluto. La posò sul dorso della mano di Nigel, sopra l’impugnatura del bastone, quella cosa semplice e diretta che non aveva bisogno di altro.
Nigel girò la mano per accogliere la sua, intrecciando le proprie dita con quelle di Cameron in un nodo di carne.
Stettero così per un momento, sul bordo della banchina, con il porto di Marsiglia intorno e l’acqua sotto e tutta la distanza che avevano percorso, ognuno per la propria strada, ognuno nel proprio modo, che adesso era diventata questo, due mani sul legno scuro di un bastone e il silenzio tra loro che non era mai stato vuoto.
«Domani mattina,» disse Cameron alla fine, «le specifiche tecniche con il mastro d’ascia.»
«Domani mattina,» disse Nigel.
Non si mossero ancora per un po’.
Il porto continuò a fare i suoi rumori di sempre, indifferente e costante, come aveva sempre fatto e come avrebbe continuato a fare, con o senza di loro, per tutto il tempo che veniva dopo.

Cameron lo portò fino alla porta della sua stanza, nel vicolo stretto a cinque minuti dal porto, e si fermò con la chiave in mano, Nigel alle spalle e il silenzio della notte intorno, e non disse niente, perché non c’era niente da dire che non fosse già stato detto o che non potesse essere detto in un altro modo.
Si girò.
Nigel era a un passo da lui, il bastone appoggiato al muro. Stava aspettando, con la pazienza di un uomo che sapeva aspettare, e che Cameron aveva passato settimane a imparare a non combattere.
Cameron gli prese il viso tra le mani.
Non fu come le volte precedenti, non c’era una resa, non aveva il peso di tutto quello che era costato arrivarci la prima volta, niente di quella tensione accumulata che si scioglie in modo quasi violento. Era diverso. Era la cosa che viene dopo tutto il resto, dopo il dolore e la distanza e le settimane e Ambrose e la locanda con la febbre e Marsiglia e il porto notturno. Qualcosa di più semplice e più difficile insieme, il tipo di bacio che non deve dimostrare niente, perché tutto è già stato dimostrato.
Nigel tenne una mano posata sulla sua, con quella delicatezza che era la sua forma specifica di attenzione.
Quando si separarono il vicolo era ancora silenzioso, le pietre ancora calde, il porto ancora lontano con il suo respiro costante.
«Entra,» disse Cameron.
Aprì la porta.
La stanza era piccola, ordinata con la cura di chi ha imparato che l’ordine è l’unica forma di controllo che non costa niente. Il letto, il tavolo, carte nautiche appese alla parete, la finestra che dava sul vicolo. Cameron accese la candela sul comodino, un gesto automatico, il gesto di chi torna a casa.
Nigel entrò. Appoggiò il bastone al muro con quella naturalezza di chi smette di aver bisogno di qualcosa, e Cameron sentì il suono, legno contro pietra, come una resa che non era resa.
Si voltò a guardare Nigel, poi fece un passo, un altro. Quando allungò una mano e la posò sul petto di Nigel, sentì il battito sotto il palmo, accelerato, controllato solo a metà, traditore, come lo era stato il suo tante volte in quella casa grigia e fredda. In lui si sciolse qualcosa che non sapeva ancora di tenere contratto.
Nigel non si mosse. Aspettò, con quella pazienza che Cameron aveva passato settimane a imparare a non combattere, finché anche Cameron smise di aspettare. Si avvicinò. Le mani di Nigel trovarono i suoi fianchi, lente, senza fretta, e Cameron appoggiò la fronte alla sua. Respirarono, finalmente, l’uno il respiro dell’altro, e fu come se fossero rimasti senza farlo per anni.

La mattina aveva quella luce di Marsiglia che non assomigliava a nessuna luce inglese, diretta, personale, senza scuse.
Cameron aprì gli occhi sul soffitto della sua stanza e rimase fermo un momento, il respiro di Nigel accanto a lui, il rumore del porto che cominciava a svegliarsi fuori dalla finestra. Non pensò a niente di preciso. Lasciò che la mattina fosse solo quello che era.
Poi si alzò, preparò il caffè sul fornello, ne portò una tazza a Nigel che era sveglio e lo guardava con quegli occhi scuri che vedevano sempre troppo.
«Le specifiche col mastro d’ascia sono alle dieci,» disse Cameron.
«Lo so,» disse Nigel. Prese la tazza. «Siediti un momento.»
Cameron si sedette sul bordo del letto.
Nigel tenne la tazza tra le mani, guardò il caffè, poi guardò Cameron con quella sua attenzione totale. «Quando finisce la storia con la nave,» disse, «non mi aspetto che tu torni in Inghilterra.»
Cameron rimase in silenzio.
«Hai costruito qualcosa qui,» continuò Nigel. «Lo vedo. Vidal ti rispetta, il lavoro è tuo, la città è tua.» Una pausa. «Non ho intenzione di chiederti di lasciare tutto.»
Non aggiunse per me, ma era scontato.
«E tu?» disse Cameron.
«Io ho un maniero che si gestisce anche senza di me, per qualche mese all’anno.» Detto con quella sua qualità asciutta. «Marsiglia non è il peggiore dei posti in cui passare del tempo. E Londra non è lontana come sembra.»
Cameron lo guardò per un momento. «Qualche mese all’anno,» disse.
«O più. Dipende da quello che c’è da fare.» Una pausa breve. «E da dove va la nave di Vidal.»
Cameron sentì quella cosa nel petto che aveva imparato a riconoscere nei mesi precedenti, non il buco, l’altra cosa, quella che aveva cominciato a occupare lo spazio accanto al buco, senza che Cameron le avesse dato esplicitamente il permesso.
«Vidal mi ha parlato di una rotta,» disse. «Genova, poi Napoli, poi lungo la costa. Vuole espandere i contatti in Grecia.» Una pausa. «Mi ha chiesto se me volevo occuparmene io.»
Nigel posò la tazza sul comodino. «Quando si parte?»
Quando si parte.
Cameron sentì la forma di quelle parole, il loro peso, le girò, le tenne.
«Primavera,» disse. «Aprile, forse maggio.»
Nigel annuì. Come se fosse già deciso, come se non ci fosse altro da aggiungere, come se quando si parte fosse stata sempre la domanda giusta e la risposta fosse sempre stata quella.
Cameron si alzò. Andò all’angolo dove teneva le carte di lavoro, tirò fuori quella del Mediterraneo, più consumata di quella del maniero, con i segni delle sue mani nei mesi precedenti, le rotte segnate a matita, i porti annotati con quella sua grafia precisa.
La portò al letto e la aprì tra loro.
Nigel la guardò. Poi alzò gli occhi su Cameron con quella cosa sul viso che Cameron aveva imparato a leggere nel corso di mesi in una casa grigia e fredda, quella cosa che non aveva mai avuto bisogno di un nome per essere reale.
Cameron posò il dito sulla carta. Genova. Poi più giù, fino a Napoli. Poi la curva dello stivale, il mare aperto, la Grecia lontana con i suoi porti segnati in caratteri minuscoli.
«C’è molto da vedere,» disse.
Nigel posò la mano accanto alla sua sulla carta.
«Sì,» disse.
Fuori il porto di Marsiglia si svegliava con i suoi rumori di sempre, le voci e i gabbiani e il rumore dell’acqua contro la pietra, costante e indifferente e bellissimo, e la luce entrava dalla finestra sul vicolo con quella sua qualità diretta e personale che non chiedeva permesso.
Cameron rimase lì con la mano di Nigel accanto alla sua sulla carta del Mediterraneo.
Presto, aveva detto una volta, con il dito su un mare disegnato.
Adesso sapeva cosa significava.

EXTRA: Marsiglia

Cameron aprì gli occhi nella stanza in penombra. Non fu un rumore in particolare a farlo svegliare, quanto l’abitudine maturata nelle settimane trascorse in quella stanza. Marsiglia si svegliava sempre presto, per certi versi non dormiva mai, eppure lui aveva trovato un modo per escludere le sue voci e i suoi rumori fino al momento del risveglio. Rimase per un po’ nella quiete sospesa che precede la vera presa di coscienza, quando ancora le membra stanno riemergendo dal torpore notturno e la mente indugia, impigliata a brandelli di sogni già dimenticati. Poi fu consapevole del respiro dell’uomo che dormiva sdraiato accanto a lui. Non si mosse. Dalle persiane accostate entravano lame di luce obliqua che tagliavano la penombra con quella precisione indifferente che aveva imparato a riconoscere come specificamente marsigliese — non la luce grigia e diffusa dell’Inghilterra, non qualcosa che chiede permesso di esistere, ma qualcosa di diretto e personale che entra e occupa lo spazio come se ne avesse diritto. Nel fascio più largo il pulviscolo si muoveva lentamente, sospeso, con quella qualità ipnotica delle cose che esistono solo quando la luce le rivela. Cameron girò la testa. Nigel dormiva sul fianco, rivolto verso di lui, il respiro lento e uguale. La luce lo prendeva di traverso — una striscia luminosa che attraversava la spalla, scendeva lungo il fianco, si perdeva nelle pieghe del lenzuolo. Cameron non l’aveva mai visto così. Nel corso di mesi lo aveva visto controllato, misurato, sempre in possesso di sé con quella cura che sembrava automatica e che Cameron aveva capito solo dopo quanto costasse. Lo aveva visto arrabbiato, lo aveva visto cauto, lo aveva visto nel momento esatto in cui abbassava la guardia e poi la rialzava di nuovo prima che Cameron potesse guardare troppo a lungo. Adesso non c’era guardia. C’era solo il volto — le linee che Cameron conosceva e che adesso erano diverse, distese, private di quella tensione sottile che di solito le abitava. Sembrava più giovane. Sembrava, per la prima e forse unica volta, qualcuno che non stava sorvegliando niente. Cameron rimase fermo e lo guardò con quella libertà nuova, ancora un po’ incredula. Il pulviscolo continuava a muoversi nel fascio di luce. Da fuori arrivavano i rumori del porto, voci lontane, il cigolìo di una carrucola, il respiro costante dell’acqua contro la pietra. Marsiglia che faceva Marsiglia, indifferente e necessaria. Nigel aprì gli occhi. Per un momento non disse niente, giacque lì con quegli occhi scuri che mettevano a fuoco la stanza, il soffitto, poi Cameron, con la lentezza di chi emerge dal sonno senza fretta. Cameron aspettò. C’era qualcosa di strano e preciso nel vedere Nigel svegliarsi, nel vedere il momento esatto in cui la coscienza tornava e con essa, gradualmente, la persona che era quando era sveglio. Ma prima che tornasse del tutto, in quei pochi secondi di confine, Cameron vide qualcosa di semplice sul suo viso. Qualcosa che assomigliava alla pace. «Mi stai guardando?» chiese Nigel. La voce era bassa, ancora opaca di sonno. «Sì.» Non aggiunse altro. Nigel nemmeno. Si guardarono nella luce obliqua di Marsiglia, mentre il pulviscolo continuava la sua deriva lenta nell’aria immobile, e Cameron pensò che avrebbe voluto tenere questo, non il ricordo, il momento stesso, il modo in cui la luce cadeva e il respiro di Nigel e la pace sul suo viso prima che si ricomponesse del tutto. «Il caffè,» disse Cameron alla fine. «Tra un momento,» disse Nigel. Cameron nascose un sorriso, mentre si accostava a lui, il corpo che cercava di adattarsi all’altro corpo, alle sue asprezze, alle sue vulnerabilità, il tepore della pelle che si accendeva a contatto con altra pelle. Il caffè poteva aspettare, Marsiglia poteva aspettare, ma non quel bisogno di sentire il corpo di Nigel tendersi e poi sciogliersi contro il suo, dentro di lui, come una marea che conosce un unico percorso tra scogli antichi. Quello no, non poteva aspettare.

***

Uscirono quando il sole era già alto sui tetti, ma l’aria aveva ancora quel fresco delle mattine di porto, un sentore di sale e di legno bagnato e di qualcosa di indefinibile che Cameron aveva imparato a riconoscere come l’odore specifico di Marsiglia. Non piacevole in senso semplice, ma reale, presente, il tipo di odore che ti dice dove sei ogni volta che lo respiri.
Nigel camminava al suo fianco con quella sua andatura misurata, il bastone che batteva sul selciato irregolare, e guardava tutto con quella sua attenzione totale che non perdeva niente.
Cameron cominciò a parlare quasi senza accorgersene.
Cominciò con il porto: le navi ormeggiate, i pescatori che rientravano con le reti, il sistema di banchine che sembrava caotico e aveva invece una logica precisa che aveva impiegato settimane a capire. Spiegò come funzionava il mercato del pesce all’alba, chi vendeva cosa e a chi, il modo in cui i prezzi cambiavano nell’arco di un’ora. Indicò il mastro d’ascia con cui lavorava, un uomo massiccio, con le mani come pale, che alzò il mento in segno di saluto senza smettere di piallare. Cameron spiegò cosa stavano costruendo insieme, le specifiche, i problemi tecnici che li avevano tenuti impegnati per due settimane.
Poi incontrarono Vidal.
«Cameron.» L’uomo lo fermò con quella familiarità di chi conosce qualcuno bene abbastanza da non aver bisogno di preamboli. Gli parlò in francese rapido, qualcosa su un carico, una data che era stata spostata, e Cameron rispose nello stesso modo, con quella scioltezza che Nigel non gli aveva mai sentito, la voce diversa, più leggera, le mani che si muovevano mentre parlava, come se la lingua portasse con sé un modo diverso di stare nel corpo.
Vidal lo guardò, poi guardò Nigel con quella valutazione silenziosa di chi sa leggere le situazioni. «Il vostro inglese,» disse in francese, con un sorriso appena accennato.
«Il mio inglese,» confermò Cameron, senza spiegare altro.
Continuarono.
Al banco delle spezie Cameron si fermò senza preavviso e prese un sacchetto aperto e lo tese a Nigel. «Annusa.»
Nigel alzò un sopracciglio.
«Annusa,» ripeté Cameron, con quella sua pazienza ruvida che non era scortesia, ma certezza. «Non ti morderà.»
Nigel annusò. Era qualcosa di intenso e caldo, legno e resina e qualcosa di dolce sotto.
«Macis,» disse Cameron. «La parte esterna della noce moscata. Arriva dalle Indie Orientali, passa per il Levante, arriva qui. Il vecchio lo compra direttamente dai marinai quando le navi attraccano, senza intermediari.» Indicò l’uomo dietro il banco, anziano, cappello consunto, l’aria di chi ha visto abbastanza del mondo da non stupirsi più di niente, e disse qualcosa in francese che fece ridere l’uomo di gusto.
«Cosa gli hai detto?» chiese Nigel.
«Che avevo portato un inglese a vedere il porto e che si comportava bene.»
«Generoso.»
«Ha risposto che gli inglesi di solito puzzano di pioggia.» Cameron riprese a camminare. «Gli ho dato ragione.»
Proseguirono lungo la banchina. Cameron salutò un ragazzo che trasportava casse, lo chiamò per nome, scambiò due parole, rise di qualcosa. Salutò una donna anziana che vendeva erbe legate in mazzetti e che gli disse qualcosa indicando Nigel con un cenno del capo. Cameron rispose con una gravità comica che fece ridere anche lei.
«Anche stavolta non traduco,» disse Cameron, prima che Nigel potesse chiedere.
«Stavo per chiederlo.»
«Lo so.»
Alla taverna sul porto si fermarono per il caffè. Il proprietario portò due tazze senza che Cameron dicesse niente, con quella naturalezza di chi conosce le abitudini di qualcuno. Cameron lo ringraziò per nome. L’uomo fece un cenno e sparì dentro.
Nigel rimase in silenzio per un momento, la tazza tra le mani, gli occhi sul porto.
«Parli,» disse alla fine.
Cameron lo guardò. «Cosa?»
«Parli.» Nigel si voltò verso di lui, con quell’attenzione diretta che non lasciava scampo. «Nelle settimane che hai trascorso nel mio maniero ho dovuto estrarre ogni parola come si estrae un dente. Qui parli con chiunque. Spieghi, racconti, traduci, ridi.» Una pausa. «Non sapevo che fossi capace di ridere così.»
Cameron rimase in silenzio un momento. Guardò il porto, le navi, il mare oltre. «Non avevo niente da difendere, lì,» disse alla fine. «Qui sì.»
«Cosa intendi?»
«Intendo che questo è mio.» Lo disse senza durezza, come una constatazione. «Questa città, questo porto, queste persone. Me lo sono costruito da solo, con le mie mani, senza che nessuno me lo desse o me lo togliesse.» Alzò gli occhi su Nigel. «Con te avevo sempre la sensazione di dover proteggere qualcosa. Anche quando non volevo più farlo.»
Nigel non rispose subito. Tenne gli occhi su di lui con attenzione totale, e Cameron lo lasciò guardare, perché aveva imparato che con Nigel il silenzio non era mai vuoto. Era il posto in cui pensava le cose prima di dirle.
«E adesso?» disse Nigel alla fine.
Cameron considerò la domanda. Il caffè era amaro e caldo, il porto rumoroso e reale, la luce di Marsiglia su tutto come sempre, diretta e personale e senza scuse.
«Adesso sei qui,» disse. «E non mi sembra che ci sia molto da proteggere.»
Nigel prese la tazza. Bevve. Non disse niente, che era il suo modo di dire tutto.

***

Fu Nigel a proporlo, il giorno dopo.
Cameron stava sistemando delle carte sul tavolo quando l’altro disse, senza preamboli, con quella sua voce che non chiedeva mai, ma affermava: «Voglio fare il bagno.»
Cameron alzò gli occhi. «Il bagno?»
«In mare.»
Cameron lo guardò un momento. Fuori dalla finestra Marsiglia brillava nel sole di mezzogiorno, il porto rumoroso e vivo, il mare oltre la banchina con quel blu che non assomigliava a nessun blu inglese.
«L’acqua a marzo,» disse Cameron, «è gelida.»
«Lo so.»
«Il bastone?»
«Resta sulla riva.»
Cameron lo studiò, quella postura, quella certezza tranquilla, il modo in cui aveva già deciso e stava semplicemente aspettando che Cameron si adeguasse. Riconobbe la dinamica. L’aveva imparata a sue spese nel corso di settimane.
«Hai nuotato in acque peggiori,» disse, riprendendo una frase che non era ancora stata detta, ma che sentiva nell’aria.
«Decisamente,» confermò Nigel, con quella sua ironia piatta.
Cameron rimase in silenzio un momento. Poi lasciò andare le carte.

Trovarono uno scoglio piatto oltre la banchina principale, lontano dal traffico delle navi, dove il mare era pulito e profondo e il porto si vedeva da lontano con i suoi alberi e i suoi rumori che arrivavano attutiti. Cameron si spogliò con quella praticità di chi ha fatto la stessa cosa centinaia di volte e scivolò in acqua prima ancora di pensarci.
Il freddo fu immediato e totale, un morso che prendeva tutto insieme, il petto, le braccia, il respiro che si accorciò di colpo. Cameron rimase fermo un secondo, poi si lasciò andare, il corpo che trovava il ritmo dell’acqua con quella memoria muscolare che non dimentica mai.
Si voltò.
Nigel era ancora sullo scoglio. Aveva lasciato il bastone appoggiato a una roccia e stava guardando l’acqua con quell’espressione di chi valuta una situazione prima di impegnarsi. Non era esitazione, era calcolo. Cameron lo riconobbe.
«È peggio aspettare,» disse Cameron.
Nigel entrò.
Non con la cautela di chi teme il freddo, ma con la decisione diretta di chi ha stabilito che una cosa va fatta e la fa. L’acqua lo prese e per un secondo Cameron vide qualcosa attraversargli il viso, qualcosa di rapido e involontario, prima che si ricomponesse.
Nuotarono in silenzio per un po’. L’acqua era trasparente e gelida, il sole sopra faceva quei giochi di luce sul fondo che Cameron aveva imparato ad amare nei mesi da solo. Marsiglia era là, i tetti, le navi, la collina con la basilica che vegliava su tutto. Ma dove stavano loro c’era solo il mare e il respiro e il rumore dell’acqua.
Poi Nigel si fermò, il mento appena sopra la superficie, i capelli scuri appiattiti dall’acqua, e rise.
Cameron si bloccò.
Non era il suono che aveva sentito qualche volta nel maniero, quella cosa breve e controllata che era la versione pubblica del divertimento. Era qualcosa di diverso, più aperto, che veniva da un posto che Nigel di solito teneva chiuso. Un suono reale, sorpreso quasi, come se anche lui non se lo aspettasse.
Cameron lo guardò.
«Cosa?» disse Nigel, incontrando il suo sguardo.
«Niente.»
«Mi stai guardando di nuovo.»
«Hai riso.»
«Le persone ridono.»
«Tu no,» disse Cameron. «Non così.»
Nigel rimase in silenzio un momento, i capelli che gli ricadevano sugli occhi, il mare intorno. Sembrava, in quel momento, straordinariamente giovane, non più giovane di quanto fosse, ma giovane in un modo diverso, privato di tutto quello che di solito portava con sé. Il titolo, il maniero, la storia, il peso di essere quello che era.
Sembrava solo un uomo in mare.
«È fredda,» disse Nigel alla fine.
«Te l’avevo detto.»
«Non me ne sto lamentando.»
Cameron si avvicinò nell’acqua. La corrente li muoveva appena, quel dondolio lento che non chiedeva niente. «Ti piace?» disse.
Nigel lo guardò con quegli occhi scuri che vedevano sempre troppo. «Sì,» disse, semplicemente. Come le cose che non hanno bisogno di essere elaborate per essere vere.
Cameron rimase in silenzio. Guardò il porto in lontananza, poi Nigel, poi di nuovo il porto. Pensò che avrebbe voluto tenere anche questo, Marsiglia e il mare freddo e Nigel che rideva in un modo che non aveva mai sentito prima.
Pensò che forse poteva.

Quando uscirono dall’acqua e si sedettero sullo scoglio ad asciugarsi al sole, Nigel disse, senza guardarlo: «Non l’avevo fatto da bambino.»
Cameron lo guardò di traverso. «Nuotare?»
«Ridere senza sapere perché.»
Cameron non rispose. Lasciò che la frase stesse lì, nel sole e nel sale e nel rumore del mare, senza aggiungerci niente.
A volte le cose più importanti non richiedevano risposta. Lo aveva imparato da Nigel.