Ovvero le deplorevoli avventure del signor Ambrose Annesley, il quale desiderava soltanto mangiare gratis ma finì per diventare duchessa.

 

Capitolo 1: Un Gentiluomo in Crinolina

Ambrose Annesley aveva sempre saputo di non essere l’uomo più fortunato d’Inghilterra. Era bello, sì, con lineamenti tanto delicati da suscitare invidia perfino in certe fanciulle, ma il suo spirito era tiepido come un tè lasciato troppo a lungo sul vassoio e il suo portafoglio più leggero di un venticello primaverile. Per questo motivo, quando un invito a una sfarzosa masquerade giunse tra le sue mani—o meglio, fu abilmente sottratto a un incauto servitore—Ambrose vide un’opportunità d’oro: cibo gratuito.
Il problema principale era ottenere l’accesso ai migliori vassoi del buffet. E qui entrava in gioco la sua più grande risorsa: un corpo esile, una chioma setosa e un portamento che, con il giusto abito, avrebbe ingannato anche la più sospettosa delle dame di compagnia. Così, con l’aiuto di un’amica compiacente e un corpetto stretto quanto il bilancio della sua famiglia, Ambrose divenne Miss Arabella Fairweather.
Giunto alla festa, la missione cibo procedeva a meraviglia. Tramezzini al crescione, pasticcini al limone, perfino una tartina al salmone che gli fece versare una lacrima di commozione: tutto era suo. Finché non incontrò lo sguardo di lui.
Il duca di Blackthorn—nome che evocava immediatamente un’antica maledizione e almeno tre matrimoni infelici—era l’incarnazione stessa del pericolo in tight nero. Alto, tenebroso e con un sopracciglio costantemente sollevato in modo sospetto, lo fissava con un’intensità tale da fargli quasi sputare il bignè che stava addentando.
“Mia cara,” mormorò il duca, afferrandogli la mano guantata. “Non vi ho mai vista prima.”
Ambrose, terrorizzato e con la bocca ancora piena, fece l’unica cosa possibile: annuì con grazia e masticò più in fretta.
“Affascinante,” sussurrò il duca, inclinando il capo. “Così timida, così misteriosa. Devo avervi.”
Prima che Ambrose potesse spiegare che il suo cuore apparteneva esclusivamente ai pasticcini, il duca fece un gesto ai suoi uomini di fiducia. E poi, il buio.

Capitolo 2: Rapimenti e Sposalizi Indesiderati

Ambrose si risvegliò in una carrozza in corsa, con la testa pesante come un tomo di genealogie reali e un gusto sgradevole in bocca, probabilmente dovuto alla combinazione di laudano e tramezzino al crescione. La prima cosa che vide fu il duca, seduto di fronte a lui, che lo osservava con l’aria compiaciuta di chi ha appena acquistato un cavallo particolarmente costoso.
“Mia dolce Arabella, ormai siete mia. La mia promessa sposa.”
Ambrose sbatté le palpebre. “Prego?”
“Oh, sì, il mondo saprà che la misteriosa damigella rapita dal duca di Blackthorn non può che essere destinata a diventare la sua duchessa.” Il sorriso del duca si fece ancor più affilato. “Mia madre ci attende già a Blackthorn Manor. Il matrimonio avverrà tra tre giorni. E poi…”
Qui, il duca si sporse leggermente in avanti e con tono lascivo sussurrò: “Dovremo darci da fare per concepire un erede entro un mese.”
Ambrose, ormai certo di aver ricevuto troppo laudano, si limitò a fissarlo con lo sguardo vitreo di chi sta cercando di comprendere le leggi fondamentali della biologia umana. Poi, l’unico pensiero coerente gli attraversò la mente:
“Beh, almeno l’abito da sposa mi starà d’incanto.”

Capitolo 3: cos’è il Regency?

Ambrose Annesley sbatté le palpebre, ancora un po’ intontito dal laudano e dalla costrizione del suo corsetto improvvisato. Il duca lo fissava con un sorriso sardonico, le braccia incrociate.
“Dimmi, mia cara,” mormorò l’aristocratico con la sua voce bassa e sensuale, “che cos’è per te il Regency?”
Ambrose corrugò la fronte, confuso. “Il… il cosa?”
“Il Regency. L’epoca in cui viviamo.”
“Oh! Ma certo!” si schiarì la voce e si mise in posa, cercando di assumere un’aria colta che, purtroppo, gli si addiceva meno di un abito da sposa. “Il Regency, mio duca, è un’epoca gloriosa di balli, duelli d’onore e conversazioni piene di sottintesi erotici nei giardini. È il periodo in cui gli uomini portano giacche così strette che sembrano prosciutti legati con lo spago, e le donne svengono per sport. Un’era in cui le eredità si vincono solo con matrimoni improbabili e ogni conversazione si conclude con la frase ‘Ma mio caro, è sconveniente!’”
Si sistemò meglio la parrucca, che ormai pendeva di lato. “Ma soprattutto, è un’epoca in cui io, un uomo di pochi mezzi e ancor meno intelligenza, posso farmi passare per una giovane dama solo indossando un ventaglio e sospirando molto. Non è magnifico?”
Il duca lo osservò in silenzio per un lungo momento, poi sospirò.
“Forse dovrei aumentare la dose di laudano.”

Capitolo 4: L’Arrivo a Blackthorn Manor

La carrozza si fermò con un sobbalzo tale che Ambrose batté la testa contro il finestrino.
Non era un grande danno, considerando che la sua mente aveva già deciso di prendersi qualche giorno di ferie.
“Arrivati,” disse il duca con un tono soddisfatto, come un uomo che ha appena completato un piano criminale particolarmente elegante.
Ambrose cercò di mettere a fuoco ciò che vedeva fuori dal vetro appannato. Davanti a loro si ergeva Blackthorn Manor.
Il castello era esattamente come un castello dovrebbe essere in un romanzo scandaloso: torri appuntite, finestre strette e minacciose, edera che sembrava arrampicarsi sui muri con intenti chiaramente malvagi e almeno tre gargoyle che giudicavano severamente chiunque arrivasse.
“È molto… gotico,” mormorò Ambrose.
“È ereditato,” rispose il duca.
La portiera si aprì. Una fila di servitori rigidissimi attendeva sulla scalinata, come se fossero stati lucidati con la cera.
In cima a tutti stava una donna imponente, vestita di nero dalla testa ai piedi, con l’aria di chi poteva far tremare l’intera aristocrazia britannica semplicemente sollevando un sopracciglio.
“La mia adorata madre,” disse il duca.
Ambrose sbiancò sotto il cerone.
La duchessa madre di Blackthorn scese lentamente i gradini, osservandolo con l’espressione analitica di un generale che sta valutando se il nuovo soldato sopravviverà più di tre minuti.
“Figlio,” disse con voce fredda come l’inverno scozzese.
“Madre,” rispose il duca con una lieve inclinazione del capo.
Poi lei guardò Ambrose.
Silenzio.
Ancora silenzio.
Un gargoyle tossì.
“È molto… magra,” disse infine la duchessa madre.
Ambrose cercò di fare una riverenza, ma il corsetto prese una decisione diversa e produsse un sinistro scricchiolio.
La duchessa madre strinse gli occhi.
“Come si chiama?”
Il duca sorrise con il compiacimento di un uomo che sta mentendo con grande entusiasmo.
“Miss Arabella Fairweather.”
Ambrose annuì con entusiasmo e agitò il ventaglio.
“Del Kent,” aggiunse il duca.
Ambrose annuì di nuovo.
“Orfana.”
Ambrose annuì con convinzione.
“Molto timida.”
Ambrose cercò di annuire ma in quel momento gli sfuggì un rutto di crescione.
La duchessa madre rimase immobile.
“Capisco,” disse.
Poi si voltò verso il figlio.
“Figlio mio.”
“Sì, madre?”
“Se questa creatura non è incinta entro trenta giorni, ti diseredo.”
Ambrose smise di respirare.
Il duca, invece, sembrò addirittura più interessato.
“Trenta giorni?” disse. “Una sfida intrigante.”
Ambrose alzò lentamente la mano.
“Se posso permettermi una domanda…”
La duchessa madre lo fissò.
“Sì?”
Ambrose deglutì.
“Tecnicamente parlando… qualcuno qui conosce il funzionamento generale del concepimento?”
Il duca lo guardò.
La duchessa madre lo guardò.
Il maggiordomo lo guardò.
Uno dei cavalli nitrì con preoccupazione.
Il duca si avvicinò lentamente ad Ambrose e sussurrò:
“Arabella, mia cara… lo scopriremo insieme.”
Ambrose chiuse gli occhi.
Aveva partecipato a quella masquerade per mangiare gratis.
Ora rischiava di diventare madre entro un mese.
“Avrei dovuto fermarmi al secondo tramezzino,” mormorò.

Capitolo 5: Problemi Anatomici

La prima notte a Blackthorn Manor fu, per Ambrose Annesley, una profonda esperienza filosofica.
Non perché riflettesse sulla natura dell’amore.
Ma perché stava cercando di capire come togliersi il corsetto senza morire soffocato.
Era seduto sul bordo di un enorme letto a baldacchino, circondato da tende di velluto così pesanti che probabilmente avevano visto almeno due guerre, tre scandali aristocratici e un fantasma.
Ambrose tirò un laccio.
Nulla.
Tirò un altro laccio.
Peggio.
“Credo… credo che questo aggeggio sia stato progettato da qualcuno che odiava l’umanità,” mormorò.
In quel momento qualcuno bussò.
Ambrose si immobilizzò.
La porta si aprì.
Entrò la cameriera personale assegnata alla futura duchessa.
Era una donna minuta, con occhi acuti e l’espressione di chi aveva visto troppe cose nella vita per essere sorpresa da qualsiasi cosa.
Si chiamava Mrs. Pritchard.
Osservò Ambrose.
Ambrose osservò lei.
Poi il suo sguardo scese lentamente verso il corsetto.
Poi verso le mani di Ambrose, che stavano cercando di liberarsi.
Poi tornò al volto.
Silenzio.
“Madam,” disse infine la cameriera.
“Sì?” disse Ambrose con voce acuta.
“Lei sta tentando di togliersi il corsetto… dal lato sbagliato.”
Ambrose smise di muoversi.
“Esiste… un lato giusto?”
Mrs. Pritchard sospirò come una donna che improvvisamente aveva capito che la sua serata sarebbe stata molto lunga.
Si avvicinò.
Tirò due lacci.
Il corsetto si allentò immediatamente.
Ambrose inspirò come un uomo che aveva appena riconquistato la libertà.
“Signore misericordioso,” disse.
Mrs. Pritchard si congelò.
Molto lentamente sollevò lo sguardo.
“Ha detto Signore misericordioso?”
Ambrose si schiarì la gola.
“Un modo di dire del Kent.”
“Capisco.”
Silenzio.
Poi lei disse:
“Madam.”
“Sì?”
“Lei ha le spalle di un ufficiale di cavalleria.”
Ambrose deglutì.
“E le mani di un taglialegna.”
Ambrose sorrise con debolezza.
“E,” concluse la cameriera inclinando la testa, “il tono di voce di un uomo che ha appena realizzato di essere stato rapito.”
Ambrose rimase immobile.
La cameriera lo fissò.
Poi, con calma assoluta, chiuse la porta.
Si avvicinò.
E disse sottovoce:
“Lei non è una donna.”
Ambrose rifletté.
A lungo.
Poi disse:
“Prima di rispondere… posso sapere se questa informazione comporta la morte immediata?”
Mrs. Pritchard lo studiò.
Poi sospirò.
“No.”
Ambrose annuì.
“Allora sì.”

Capitolo 6: Il Duca Entra Senza Bussare (Come Tutti i Duchi)

Ambrose stava vivendo quello che poteva essere definito un momento di grande vulnerabilità.
Seduto sul letto a baldacchino di Blackthorn Manor, con metà corsetto allentato e metà ancora deciso a
strangolarlo come un serpente vittoriano particolarmente zelante, stava cercando di recuperare la dignità.
Non ci stava riuscendo.
Mrs. Pritchard, la cameriera, lo osservava con le braccia conserte.
“Le avevo detto,” disse con calma glaciale, “che il corsetto si slaccia da dietro.”
“È un sistema barbaro,” ansimò Ambrose. “Se la civiltà inglese sopravvive a questo secolo sarà un miracolo.”
“Madam—”
“Non chiamatemi madam,” disse Ambrose con disperazione. “Sto sudando come un cavallo.”
Mrs. Pritchard lo fissò.
Poi sospirò.
“Molto bene. Non la chiamerò madam.”
Ambrose annuì, sollevato.
“Allora la chiamerò problema.”
Ambrose stava per rispondere quando la porta si spalancò.
Nessuno aveva bussato.
Naturalmente.
Perché i duchi non bussano mai.
Entrò il duca di Blackthorn.
Alto.
Tenebroso.
Vestito di nero come una minaccia fiscale.
Si fermò.
Osservò la scena.
Ambrose sul letto.
Corsetto semiaperto.
Lacci ovunque.
Cameriera con aria accusatoria.
Silenzio.
Il duca parlò per primo.
“Lascio la stanza per un momento,” disse lentamente, “e al mio ritorno trovo la mia futura sposa…”
Il suo sguardo scese sui lacci.
“…che si spoglia.”
Ambrose fece un verso strangolato.
“Non è come sembra.”
Il duca inclinò la testa.
“Come sembra?”
“Come una situazione compromettente.”
Il duca fece un passo avanti.
Mrs. Pritchard fece un passo indietro.
Il duca guardò la cameriera.
“La vostra presenza non è necessaria.”
Mrs. Pritchard incrociò le braccia.
“Non sono sicura.”
Il duca la fissò.
Lei fissò il duca.
Poi sospirò.
“E sia. Ma se succede qualcosa di moralmente discutibile io torno.”
E uscì.
La porta si chiuse.
Ambrose e il duca rimasero soli.
Ambrose cercò di coprirsi con una coperta.
Il duca si avvicinò lentamente.
Molto lentamente.
Come fanno sempre i duchi nei romanzi quando stanno per dire qualcosa di tremendamente ambiguo.
“Arabella,” disse piano.
Ambrose deglutì.
“Sì.”
Il duca si fermò davanti a lui.
Il suo sguardo scese sulle spalle.
Sul corsetto.
Sui lacci.
Poi tornò al volto.
“Curioso.”
“Cosa?”
Il duca si chinò leggermente.
“Non ho mai visto una dama con…”
Pausa.
“…delle spalle così atletiche.”
Ambrose smise di respirare.
Il duca sollevò un sopracciglio.
“Fate equitazione?”
Ambrose rifletté.
Molto intensamente.
“Molto.”
“Interessante.”
Il duca prese uno dei lacci del corsetto tra le dita.
Lo tirò.
Ambrose fece un suono che non avrebbe mai voluto sentire uscire dalla propria gola.
Il duca sorrise lentamente.
“Arabella.”
“Sì?”
“Ho la sensazione…”
Il laccio si allentò.
“…che ci divertiremo molto nei prossimi trenta giorni.”
Ambrose chiuse gli occhi.
“Non credo che la biologia sia d’accordo con voi.”

Capitolo 7: Il Medico di Famiglia

La mattina seguente, Blackthorn Manor si svegliò immersa in una nebbia elegante e in una quantità di pettegolezzi sufficiente a nutrire l’aristocrazia inglese per almeno tre stagioni sociali.
Nel salottino verde, Ambrose Annesley sedeva composto su una poltrona.
Molto composto.
Forse troppo composto.
Le mani giunte sul grembo, la schiena dritta, lo sguardo vago di chi sta cercando di ricordare se esiste una via di fuga da una finestra del secondo piano.
Di fronte a lui stava il dottor Bartholomew Crispin, medico di famiglia dei Blackthorn da tre generazioni e grande sostenitore della medicina sperimentale, delle sanguisughe e delle diagnosi creative.
Il duca osservava la scena con interesse.
Mrs. Pritchard osservava il duca con sospetto.
Il medico prese il polso di Ambrose.
Chiuse gli occhi.
Inspirò.
Poi fece un suono perplesso.
“Hmm.”
Il duca sollevò un sopracciglio.
“Qualcosa non va, dottore?”
Il medico aprì un occhio.
“Non direi che non va.”
Pausa.
“Direi che è… sorprendente.”
Ambrose deglutì.
“Quanto sorprendente?”
Il medico si chinò in avanti.
“Miss Fairweather possiede…”
consultò mentalmente una quantità enorme di sciocchezze mediche,
“…una circolazione estremamente vigorosa.”
Il duca annuì lentamente.
“È una buona notizia?”
“Potenzialmente.”
Il medico toccò il torace di Ambrose.
Ambrose emise un piccolo suono di protesta.
“Hmm.”
Il medico lo osservò.
Poi osservò il duca.
Poi osservò di nuovo Ambrose.
“Straordinario.”
Il duca si sporse in avanti.
“Cosa?”
Il medico parlò con grande serietà.
“Non ho mai visto una giovane dama con…”
Pausa drammatica.
“…una struttura toracica così determinata.”
Ambrose smise di respirare.
Mrs. Pritchard chiuse gli occhi.
Il duca sorrise lentamente.
“Interessante.”
Il medico continuò.
“E inoltre…”
prese un piccolo martelletto medico,
colpì il ginocchio di Ambrose.
La gamba di Ambrose scattò come una catapulta.
Il medico annuì soddisfatto.
“Riflessi eccellenti.”
Il duca sembrava sempre più divertito.
“Dottore.”
“Sì, vostra grazia.”
“Miss Fairweather sarà in grado di concepire un erede entro un mese?”
Il medico rifletté con grande attenzione.
Molto lentamente accarezzò la barba.
Poi disse:
“Direi che la futura duchessa soffre di una rara, ma affascinante condizione.”
Il duca attese.
Il medico annunciò:
“Virilitas latens.”
Silenzio.
Il duca sbatté le palpebre.
“Cosa significa?”
Il medico sorrise.
“È latino.”
Ambrose alzò una mano.
“Lo avevo intuito.”
Il medico continuò con entusiasmo accademico.
“In termini semplici…”
indicò Ambrose,
“…questa giovane dama possiede una quantità sospettosamente virile di energia vitale.”
Il duca si voltò lentamente verso Ambrose.
Ambrose sorrise con debolezza.
Il duca inclinò la testa.
“Arabella.”
“Sì?”
“Sto iniziando a sospettare…”
si avvicinò lentamente,
“…che tu sia molto più interessante di quanto pensassi.”
Ambrose sospirò.
“Temo che anche la biologia stia iniziando a sospettarlo.”
Mrs. Pritchard, dall’angolo della stanza, mormorò:
“Signore misericordioso.”

Capitolo 8: Il Ballo di Fidanzamento

Tre ore dopo la diagnosi di virilitas latens, il duca di Blackthorn prese una decisione che avrebbe sconvolto l’intera aristocrazia inglese.
“Organizzeremo un ballo.”
Ambrose sollevò lentamente la testa.
“Un… cosa?”
“Un ballo di fidanzamento.”
Ambrose rimase immobile.
“Fra tre giorni.”
Ambrose guardò il soffitto.
Poi il duca.
Poi Mrs. Pritchard.
Poi il medico.
Il medico annuì con entusiasmo.
“Eccellente per la circolazione.”
Ambrose sussurrò:
“Non credo che la mia circolazione sia il problema principale.”
Il duca sorrise.
“Arabella, mia cara, l’alta società deve conoscere la mia futura duchessa.”
Ambrose deglutì.
“L’alta società non mi sembra pronta.”
Mrs. Pritchard intervenne con tono severo.
“L’alta società non è mai pronta. È la sua principale caratteristica.”

Interludio: Tre Giorni di Strategia Disperata

Il duca di Blackthorn annunciò il ballo con la calma di un uomo che aveva appena deciso di scatenare un uragano sociale.
“Tra tre giorni.”
Mrs. Pritchard annuì.
“È il minimo accettabile.”
Ambrose sospirò di sollievo.
“Grazie al cielo.”
Il duca lo osservò.
“Perché?”
“Tre giorni sono un tempo molto ragionevole.”
“Per cosa?”
Ambrose rifletté.
“…per abituarmi all’idea di essere una donna.”
Il duca sorrise lentamente.

Giorno Primo

Ambrose trascorse gran parte della giornata evitando il duca.
Fu visto:

  • nel giardino delle rose
  • nella biblioteca
  • dietro una tenda
  • e una volta dentro un armadio per la biancheria

Il duca lo trovò comunque.
Sempre.
“Arabella.”
“Sì.”
“Perché siete nell’armadio?”
“Sto… studiando il lino.”
Il duca annuì lentamente.
“Naturalmente.”

Giorno Secondo

Ambrose tentò una strategia diversa.
Si finse profondamente malato.
Il medico fu convocato.
Il medico prese il polso.
“Hmm.”
Ambrose tossì con grande convinzione.
“Gravissimo.”
Il medico annuì.
“Concordo.”
Il duca si irrigidì.
“Cosa ha?”
Il medico rispose con serietà accademica:
“Un caso acuto di nervosismo prematrimoniale aristocratico.”
Ambrose cercò di sembrare debole.
“Temo di non sopravvivere al ballo.”
Il medico scosse la testa.
“Impossibile.”
“Perché?”
“È la cura.”

Giorno Terzo

Ambrose tentò la fuga.
Fu intercettato da Mrs. Pritchard sulla scalinata.
“Dove va, madam?”
Ambrose esitò.
“A prendere aria.”
“Con una valigia?”
Ambrose rifletté.
“Aria molto lontana.”
Mrs. Pritchard gli tolse la valigia.
Ambrose sospirò.
“Temo che la mia vita sia ufficialmente sfuggita di mano.”
Mrs. Pritchard gli sistemò il colletto.
“Oh, quello è successo molto prima.”

Il giorno del ballo

Blackthorn Manor era diventata un campo di battaglia sartoriale.
Ambrose stava in piedi davanti allo specchio.
Indossava un abito da ballo color crema.
Seta.
Pizzi.
Perle.
Un corsetto che sembrava progettato da un ingegnere militare.
Mrs. Pritchard stava sistemando i capelli.
Ambrose parlò con voce distante.
“Non ho mai ballato un valzer.”
“Imparerà.”
“Non ho mai ballato… da donna.”
“Imparerà.”
Ambrose la guardò nello specchio.
“E se qualcuno si accorge che sono un uomo?”
Mrs. Pritchard si fermò.
Lo fissò.
Poi disse con calma:
“Allora sarà la serata più interessante della stagione.”

La grande sala da ballo di Blackthorn Manor brillava di candele.
Cristalli.
Seta.
E una quantità industriale di pettegolezzi.
L’aristocrazia locale era accorsa come avvoltoi educati.
Dame con ventagli.
Gentiluomini con monocolo.
Vecchie zie con binocolini teatrali pronti a registrare ogni scandalo.
Quando Ambrose entrò nella sala, il silenzio cadde come un sipario.
Il duca gli offrì il braccio.
Ambrose lo prese.
Il suo sorriso era quello di un uomo che ha accettato il proprio destino.
“Non respirare troppo forte,” sussurrò il duca.
“Perché?”
“Potrebbe sembrare sospetto.”
Ambrose sussurrò:
“Se svengo?”
“Molto femminile.”
“Se fuggo?”
“Molto drammatico.”
Ambrose rifletté.
“Se mi trasformo in un cavallo?”
Il duca lo guardò.
“Arabella.”
“Sì.”
“Ti prego di non farlo.”
In fondo alla sala, una vecchia contessa sussurrò:
“Chi è quella creatura?”
Un’altra dama rispose:
“Miss Arabella Fairweather.”
“E da dove viene?”
Pausa.
“Dal Kent.”
“Ah.”
Silenzio.
Poi la contessa sussurrò:
“Ha le spalle di un soldato.”
La musica iniziò.
Un valzer.
Il duca si voltò verso Ambrose.
“Balliamo.”
Ambrose smise di vivere.
“Non credo sia necessario.”
Il duca sorrise.
“Oh, lo è.”
Lo trascinò al centro della sala.
L’aristocrazia si inclinò in avanti come un unico organismo curioso.
Il duca prese la mano di Ambrose.
Ambrose prese la mano del duca.
La musica partì.
Primo passo.
Secondo passo.
Ambrose inciampò.
Il duca lo sostenne.
Ambrose sussurrò:
“Se sopravvivo a questa serata…”
“Sì?”
“…mangio dodici tramezzini.”
Il duca sorrise lentamente.
“Arabella.”
“Sì?”
“Sto iniziando a pensare che tu sia il Diamante della stagione.”
Ambrose sospirò.
“È la cosa più spaventosa che mi sia stata detta oggi.”

Capitolo Intermedio: Un’Eccessiva Tranquillità

La casa della zia di Ambrose era, per la prima volta dopo anni, straordinariamente silenziosa. Niente passi affrettati nei corridoi, nessun vassoio rovesciato, nessuna richiesta improvvisa di dolci alle ore più improbabili. E soprattutto—evento senza precedenti—il cibo durava più di cinque minuti.

La zia, seduta al capotavola, osservò il piatto. Poi il tavolo. Poi il vuoto.
Che strano,” disse. “C’è più marmellata del solito.”
La governante annuì. “Sì, signora.”
E nessuno ha tentato di mangiare il roast beef prima che fosse servito.”
Sì, signora.”
La zia rifletté per un momento, poi concluse con serenità: “Dev’essere una coincidenza.” E riprese a mangiare.

Nel frattempo, nel giardino sul retro, Cameron stava vivendo un’esperienza nuova e profondamente sospetta: il riposo. Era seduto su una panchina, le braccia incrociate, lo sguardo perso nel nulla. Davanti a lui, una tazza di ancora calda. Intatta. Nessuno gli aveva chiesto nulla da… contò mentalmente… quasi tre giorni.

Una foglia cadde. Un uccello cinguettò. Il mondo era tranquillo.
Cameron socchiuse gli occhi. “Questo è sbagliato.”

Non nel senso poetico. Nel senso pratico. Ambrose non era presente. E quando Ambrose non era presente, non era mai per un buon motivo.

Il quarto giorno, qualcosa incrinò definitivamente quella pace innaturale. Durante il pranzo, la zia alzò lo sguardo.
Cameron.”
Sì, signora.”
Il nipote è…”
Pausa.
“…insolitamente discreto.”

Cameron non rispose subito. “Sì, signora.”
Da quanto tempo non lo vediamo?”
Cameron rifletté, poi disse con una calma molto controllata: “Quattro giorni, signora.”
La zia batté le palpebre. “Quattro?”
Sì, signora.”
Pausa. “È… normale?”
Cameron la guardò. “No, signora.”
La zia annuì lentamente. Poi disse: “Allora immagino che dovreste fare qualcosa.”
Sì, signora.”
Molto bene.”
E tornò al suo piatto.

Cameron si alzò, sospirò, e iniziò la sua indagine.

Il primo indizio arrivò dalla cucina. La servetta era giovane e, come Cameron stabilì nel giro di tre secondi, pericolosamente entusiasta e scarsamente dotata di giudizio.
Cercate qualcosa, signore?” chiese con un sorriso eccessivo.
Sì.”
Cameron la osservò. “Il mio padrone.”
Oh!”

Troppo entusiasmo. Sempre un cattivo segno.
Non lo vedo da qualche giorno,” disse la ragazza, con la stessa innocenza di un disastro in arrivo.
Lo so.”

Silenzio. La ragazza sorrise ancora. Cameron sospirò.
Vi farò una domanda semplice.”
Sì, signore!”
Avete aiutato il mio padrone a fare qualcosa di stupido?”

Pausa. La ragazza esitò. Poi disse: “…forse.”
Cameron chiuse gli occhi per un secondo. “Definite forse.”
Beh,” disse lei, abbassando la voce con entusiasmo cospiratorio, “quattro giorni fa c’era un ballo…”

Cameron non si mosse.
“…e lui voleva entrare ma non era invitato…”
Cameron non batté ciglio.
“…e allora gli ho dato un vestito.”
Silenzio.
“…e una parrucca.”
Silenzio.
“…e un ventaglio.”

Cameron inspirò lentamente. “Continuate.”
E poi è uscito tutto contento dicendo che avrebbe mangiato gratis.”

Cameron aprì gli occhi. “Naturalmente.”
La ragazza sorrise. “Non è stato divertente?”
Cameron la fissò. “No.”
Pausa. “È stato inevitabile.”

Dieci minuti dopo, Cameron stava già camminando verso le scuderie. Il passo deciso, lo sguardo cupo, l’aria di chi ha accettato il proprio destino.

Uno stalliere lo fermò. “Partite, signore?”
Sì.”
Per dove?”
Cameron montò a cavallo. “Per recuperare il mio padrone.”
Sa dove si trova?”
Cameron guardò l’orizzonte. “No.”
Pausa. “Ma so che è nei guai.”

Lo stalliere annuì. “È una buona base di partenza.”
Cameron sistemò le redini. “Sì.”

E poi, con un sospiro profondo, concluse:
Lo è sempre.”

Capitolo 9: Il Secondo Valzer

Il primo valzer terminò senza morti.
Questo, per Ambrose Annesley, era già un trionfo.
Il duca lo lasciò andare con un sorriso lento, soddisfatto come un uomo che ha appena creato lo scandalo sociale più elegante della stagione.
Attorno a loro, l’aristocrazia mormorava.
Ventagli si agitavano.
Monocoli cadevano.
Una dama sussurrò:
“È molto… intensa.”
Un’altra rispose:
“Ha una mascella sorprendentemente… determinata.”
Ambrose stava per ritirarsi strategicamente verso il tavolo dei rinfreschi quando accadde la cosa peggiore possibile.
Un uomo apparve davanti a lui.
Alto.
Biondo.
Sorriso disarmante.
Uniforme militare perfetta.
Aveva l’aria di qualcuno che vince i duelli e le conversazioni con la stessa facilità.
Si inchinò.
“Miss Fairweather.”
Ambrose congelò.
“Oh.”
L’uomo sorrise.
“Colonnello Julian Ashford.”
Ambrose fece una piccola riverenza che sembrava più un tentativo di non cadere.
“Arabella.”
Il colonnello prese delicatamente la sua mano.
“Ero convinto che il duca di Blackthorn avesse esagerato.”
Ambrose sbatté le palpebre.
“In cosa?”
“Quando ha detto che il diamante della stagione si trovava nel suo salone.”
Ambrose guardò il soffitto.
Signore misericordioso.
A pochi metri di distanza, il duca osservava.
Molto immobile.
Mrs. Pritchard gli apparve accanto come uno spirito domestico.
“Sta arrivando il problema.”
Il duca non distolse lo sguardo.
“Lo vedo.”
Il colonnello Ashford sorrise.
“Mi concedereste il secondo valzer?”
Ambrose rifletté molto attentamente.
Molto lentamente.
Il suo sguardo scivolò verso il tavolo dei rinfreschi.
Il tramezzino al crescione lo guardava.
Con speranza.
Ambrose sospirò.
“Temo di essere… impegnata.”
Il colonnello inclinò la testa.
“La musica è già iniziata.”
Ambrose tentò un’altra strategia.
“Soffro di… vertigini.”
“Perfetto.”
“Perfetto?”
“Il valzer è eccellente per le vertigini.”
Ambrose chiuse gli occhi.
A quel punto il duca intervenne.
Comparve accanto a loro con la calma di un uomo che sta per commettere un omicidio socialmente accettabile.
“Colonnello.”
“Vostra grazia.”
Il duca sorrise.
Un sorriso che prometteva tempeste.
“Temo che Miss Fairweather sia stanca.”
Il colonnello Ashford guardò Ambrose.
Ambrose guardò il soffitto.
Poi il colonnello disse:
“Strano.”
“Strano?”
“Sembrava molto energica pochi minuti fa.”
Il duca rispose con voce vellutata:
“È una creatura… complessa.”
Il colonnello fece un passo avanti.
“E proprio per questo vorrei conoscerla meglio.”
Silenzio.
Il duca non si mosse.
Mrs. Pritchard sussurrò:
“Oh.”
Ambrose pensò:
Sto per essere causa di un duello.
Il colonnello sorrise.
“Il secondo valzer, Miss Fairweather?”
Ambrose guardò il duca.
Il duca guardò il colonnello.
Il colonnello guardò Ambrose.
Ambrose disse la prima cosa che gli venne in mente.
“Preferirei… mangiare.”
Silenzio.
Poi Mrs. Pritchard annuì con rispetto.
“Finalmente qualcosa di sensato.”

Capitolo 10: La Proposta Impudente

La duchessa madre di Blackthorn osservò la scena con la calma glaciale di una donna che aveva attraversato tre scandali, due guerre e almeno un matrimonio aristocratico.
Il suo bastone indicava ancora il colonnello Ashford.
“Soldato?”
Il colonnello fece un impeccabile inchino.
“Sì, vostra grazia.”
“Buona reputazione?”
“Direi accettabile.”
La duchessa madre annuì lentamente.
Poi si voltò verso Ambrose.
Ambrose cercò di sembrare una giovane dama delicata.
Purtroppo sembrava più che altro un cervo illuminato da una carrozza in arrivo.
“Hmm.”
La duchessa madre lo studiò.
Poi disse:
“Figlio.”
Il duca rispose senza distogliere lo sguardo dal colonnello.
“Madre.”
“Il tuo fidanzamento è diventato… interessante.”
Il duca sorrise.
“Lo era già.”
Il colonnello Ashford osservò Ambrose con curiosità evidente.
“Miss Fairweather.”
Ambrose deglutì.
“Sì?”
“Posso parlare con franchezza?”
Ambrose avrebbe preferito un terremoto.
“Prego.”
Il colonnello fece un passo avanti.
“Non ho mai incontrato una dama…” Pausa. “…così insolita.”
Ambrose sospirò.
“È un tema ricorrente.”
Il colonnello sorrise.
“E proprio per questo devo chiedere.”
Il duca si irrigidì.
La duchessa madre sollevò un sopracciglio.
Mrs. Pritchard smise di respirare.
Il colonnello disse:
“Mi concedereste una passeggiata domani mattina?”
Silenzio.
Ambrose guardò:
il duca
il colonnello
la duchessa madre
il tramezzino
Il tramezzino sembrava molto più sicuro.
Il duca parlò lentamente.
“Temo che Miss Fairweather abbia già un impegno.”
Il colonnello inclinò la testa.
“Quale?”
Il duca rispose con calma:
“Sposarmi.”
Silenzio.
Ambrose fece un piccolo suono disperato.
La duchessa madre batté il bastone sul pavimento.
“Basta.”
Tutti si immobilizzarono.
La duchessa madre parlò con la serenità di chi governa il caos per sport.
“Questo ballo sta degenerando.”
Pausa.
Poi disse:
“Il matrimonio si terrà dopodomani.”
Ambrose smise di esistere.
Il colonnello Ashford sorrise lentamente.
“Dopodomani?”
“Esatto.”
Il colonnello guardò Ambrose.
Poi il duca.
Poi disse con tono leggermente divertito:
“Allora temo di avere… quarantotto ore.”
Il duca lo fissò.
“Per cosa?”
Il colonnello sorrise.
“Per convincere la futura duchessa a cambiare idea.”
Silenzio.
L’aristocrazia trattenne il respiro.
Mrs. Pritchard sussurrò:
“Oh, finalmente.”
Ambrose prese il tramezzino.
Lo guardò come si guarda una verità che nessuno ha il coraggio di pronunciare.
Poi, molto piano, disse:
“Tu non mi chiedi nulla.”
Pausa.
“Non vuoi un erede.”
Un altro respiro.
“Non vuoi che io sia una donna.”
Abbassò lo sguardo.
“Vuoi solo essere mangiato.”
E per la prima volta da giorni, Ambrose si sentì profondamente compreso.

Capitolo 11: Le Conseguenze di un Tramezzino

Il silenzio che seguì l’ultimo morso di Ambrose non fu un silenzio normale.
Fu il tipo di silenzio che precede le guerre.
O i matrimoni.
Ambrose sollevò lentamente lo sguardo dal piatto.
Masticava ancora.
Davanti a lui, l’aristocrazia inglese stava vivendo un momento collettivo di crisi esistenziale.
Una dama lasciò cadere il ventaglio.
Un gentiluomo si tolse il monocolo.
Qualcuno sussurrò:
“Ha… sorriso.”
Il duca di Blackthorn non si mosse.
Non parlò.
Si limitò a osservare Ambrose con un’intensità calma e pericolosa.
Ambrose deglutì.
Poi disse, con cautela:
“Era buono.”
Errore.
Il duca fece un passo avanti.
“Arabella.”
“Sì.”
“Avete appena trasformato un buffet aristocratico in… qualcosa che non so ancora definire.”
Ambrose annuì.
“Succede spesso.”
“Non ne dubito.”
In fondo alla sala, qualcuno si fece strada tra gli invitati.
Non con eleganza.
Non con grazia.
Ma con determinazione.
Cameron.
Si fermò a distanza, per osservare Ambrose.
Il vestito.
Il ventaglio.
Il tramezzino.
Chiuse gli occhi un istante.
“Perfetto,” mormorò tra sé. “È esattamente come temevo.”
Una dama accanto a lui sussurrò:
“Chi è quella giovane?”
Cameron rispose senza guardarla:
“Un errore.”
Il duca offrì il braccio ad Ambrose.
“Venite.”
“Dove?”
“A parlare.”
Ambrose esitò.
Guardò il tavolo.
Guardò il piatto.
Poi si alzò con la dignità di un uomo che ha appena perso qualcosa di importante.
Il vassoio.
Quando furono abbastanza lontani dalla sala gli si rivolse: “Non mi avete detto tutto.”
Ambrose sorrise debolmente.
“È una mia caratteristica.”
“Lo sto notando.”
Pausa.
“Avete delle… particolarità.”
“Molte.”
“Non tutte compatibili con la società.”
“Quasi nessuna.”
Il duca lo studiò.
“Interessante.”
Nel frattempo, Cameron li aveva raggiunti.
“Signore.”
Ambrose si voltò.
“Cameron.”
Silenzio.
Poi, con sincero sollievo: “Oh, grazie al cielo.”
Cameron lo osservò dall’alto in basso.
Il vestito.
I guanti.
La collana.
“Non mi ringrazi. Non ancora.”
Il duca si voltò verso di lui.
“E voi siete?”
“Cameron.”
“Solo Cameron?”
“È sufficiente.”
Il duca inclinò leggermente la testa.
“Conoscete… la mia promessa sposa?”
Cameron guardò Ambrose.
Poi il duca.
Poi di nuovo Ambrose.
“Sì.”
Pausa.
“Molto bene.”
Il duca sorrise appena.
“Allora forse potrete aiutarmi a comprenderla.”
Cameron rifletté.
“Ne dubito.”
Silenzio.
Perfetto.
Il duca non sembrò offeso.
Al contrario.
Sembrava… incuriosito.
“Mi piace la vostra onestà.”
“Non è onestà,” disse Cameron. “È esperienza.”
Ambrose alzò una mano.
“Vorrei intervenire…”
“Nessuno ve l’ha chiesto,” dissero entrambi in coro.
Pausa.
Il duca fece un passo più vicino.
“Arabella,” disse piano, “ho l’impressione che questa serata stia diventando… istruttiva.”
Ambrose deglutì.
“È una parola molto gentile per definirla.”
“Non sono un uomo gentile.”
“Lo avevo intuito.”
Il duca sorrise.
Poi guardò Cameron.
Poi Ambrose.
Poi disse: “Credo che abbiamo bisogno di una conversazione privata.”
Ambrose chiuse gli occhi.
“Temevo questa frase.”
Cameron sospirò.
“Io la aspettavo.”
E mentre le porte si chiudevano alle loro spalle, nella sala da ballo, tra candele e pettegolezzi,
una sola domanda rimase sospesa nell’aria: “Chi mangerà il resto del buffet?”

Capitolo 12: Una Cortesia Ben Calcolata

I rumori della sala da ballo svanirono del tutto alle loro spalle.
Giunti in un corridoio dall’alto soffitto, rimasero tutti e tre fermi per un istante.
Ambrose al centro.
Il duca immobile.
Cameron già pronto a intervenire.
Cameron fu il primo a muoversi.
Fece un passo. Poi un altro. Arrivò accanto ad Ambrose e gli prese il polso.
“Si va.”
Ambrose annuì con eccessiva convinzione.
“Sì. Sì, direi che è…”
“Un momento.”
La voce del duca non era alta. Non ne aveva bisogno.
Cameron non si voltò.
“Non è il caso.”
“Temo di sì.”
Silenzio.
Il duca fece un passo avanti, con calma, come se la casa gli appartenesse. Come se il tempo gli appartenesse.
“Avete attraversato mezza contea per arrivare qui,” disse.
“Sarebbe scortese lasciarvi andar via… senza nemmeno offrirvi dell’acqua.”
Ambrose sussurrò:
“Io accetterei. Magari anche uno spuntino…”
“Nessuno ve l’ha chiesto,” lo zittì Cameron.
Il duca accennò un sorriso.
Cameron strinse appena la presa sul polso di Ambrose.
“Non ci interessa.”
Il duca inclinò leggermente il capo.
“È un peccato.”
Indicò una porta laterale.
“Una stanza di servizio.”
Pausa.
“Nulla di elaborato. Acqua, vino… un momento per riprendervi.”
Ambrose guardò la porta.
Poi Cameron.
Poi di nuovo la porta.
“Potrei svenire,” disse con sincerità.
“Non sverrete,” rispose Cameron.
“È una possibilità concreta,” insistette Ambrose.
Silenzio.
Cameron lo guardò a lungo.
Troppo a lungo.
Dannazione.
“Un momento,” disse infine.
Il duca non si mosse.
Non parlò.
Non serviva.
Cameron lasciò il polso di Ambrose.
“Non muovetevi.”
“Non è un rischio immediato,” disse Ambrose.
Cameron attraversò il corridoio.
Aprì la porta.
Entrò.
Un secondo.
Due.
La porta si richiuse troppo in fretta.
Silenzio.
Ambrose rimase immobile.
Poi si voltò lentamente verso il duca.
Il duca lo stava già guardando.
Con un’intensità spaventosa.
“Non credo che fosse una buona idea,” disse Ambrose.
“Lo so,” rispose il duca.
Da dietro la porta un rumore sordo. Poi un gemito contenuto. Inequivocabile.
Ambrose chiuse gli occhi.
“Temevo questa parte.”
Il duca fece un passo avanti.
“Non siate drammatica,” disse con calma.
“Non è in pericolo immediato.”
Pausa.
“Non più del necessario.”
Ambrose riaprì gli occhi, molto lentamente.
“Questo non è rassicurante.”
“Non è pensato per esserlo.”
Silenzio.
Il duca si avvicinò.
Ancora.
Troppo.
“Adesso,” disse piano, “possiamo finalmente parlare.”
Ambrose deglutì.
“…non vedo l’ora.”
E in quel momento capì.
Cameron non era più con loro.
Il duca non aveva forzato nulla… ma aveva ottenuto tutto.
E lui… era rimasto solo.
Di nuovo.
Il duca lo sospinse senza cerimonie dentro una stanza e chiuse la porta.
Non parlò subito. Si limitò a osservarlo. Con calma. Con attenzione. Con il tipo di interesse che si riserva agli enigmi… o alle armi cariche.
Ambrose deglutì.
“Se è un interrogatorio,” disse con cautela, “vorrei dichiarare che non sono preparato.”
“Lo sospettavo.”
Silenzio.
Ambrose tentò un sorriso.
Fu un errore.
Il duca fece un passo avanti.
Poi un altro.
Non abbastanza da essere sconveniente.
Abbastanza da essere pericoloso.
“Voi non siete ciò che dichiarate di essere.”
Ambrose inspirò.
“Lo prendo come un complimento.”
“Non lo è.”
“Peccato.”
“Da dove venite, Miss Fairweather?”
“Dal Kent.”
“Quale parte?”
“…quella con i campi.”
“Affascinante.”
“Molto.”
“Famiglia?”
“Esiste.”
“Educazione?”
“Limitata ma entusiasta.”
Silenzio.
Il duca fece un altro passo.
Ora erano troppo vicini.
Ambrose fissò un punto imprecisato dietro la sua spalla, come se potesse materializzarsi una via di fuga per pura forza di volontà.
Non accadde.
Il duca sollevò lentamente una mano.
Le dita sfiorarono un ricciolo biondo.
Lo sistemarono.
Un gesto leggero.
Preciso.
Troppo intimo.
“Curioso,” mormorò il duca.
“È naturale,” rispose Ambrose, senza pensare.
“Non ne dubito.”
La mano del duca scese appena.
Si fermò a mezz’aria.
Indecisa.
Poi, con una lentezza studiata, sfiorò il mento di Ambrose.
Lo sollevò appena.
Costringendolo a guardarlo.
Ambrose lo fece.
Perché non aveva scelta.
E anche, forse, per altri motivi che si rifiutava categoricamente di analizzare.
“Le vostre mani,” disse piano il duca.
Ambrose abbassò lo sguardo.
Errore numero due.
“Non sono mani da dama.”
Ambrose le nascose dietro la schiena.
“Sto migliorando.”
Il duca sorrise.
Non in modo gentile.
In modo interessato.
“Non è questo che mi preoccupa.”
Silenzio.
Ambrose inspirò lentamente.
“Non sono la donna che credete.”
Le parole gli uscirono prima che potesse fermarle.
Il duca non reagì.
Non subito.
Attese.
Come se volesse vedere fin dove Ambrose sarebbe stato capace di spingersi da solo.
Ambrose aggiunse, con dignità:
“Sono peggio.”
Pausa.
Il duca lo guardò.
A lungo.
Poi, lentamente, sorrise.
“Ancora meglio.”
Ambrose chiuse gli occhi.
“Temevo questa risposta.”
Il duca si allontanò di un passo.
Solo uno.
Quanto bastava per far mancare qualcosa.
“Non desidero la verità, Miss Fairweather.”
“È rassicurante.”
“Desidero… comprendere.”
Ambrose lo fissò.
“È molto più pericoloso.”
“Lo so.”
Silenzio.
Denso.
Sospeso.
Ambrose deglutì.
“Posso fare una domanda?”
“No.”
“Capisco.”
Pausa.
“…la farò comunque.”
Indicò vagamente la porta.
“Se urlassi, qualcuno verrebbe?”
Il duca rifletté.
“No.”
“Perfetto.”
Silenzio.
Ambrose annuì.
“Volevo solo chiarire.”

Capitolo 13: Il Valletto Non Attende

La porta si aprì.
Non con violenza.
Non con teatralità.
Ma con decisione.
Cameron entrò.
Ambrose si voltò di scatto.
“Cameron—”
Questa volta la parola gli uscì come un sollievo vero.
Cameron non rispose.
Non subito.
Lo sguardo passò su Ambrose—intero, vivo, ancora vestito in modo discutibile—poi si spostò sul duca.
Silenzio.
Il duca non si mosse.
Non arretrò.
Non sembrò sorpreso.
“Speravo che vi avrebbero trattenuto più a lungo,” disse con calma.
Cameron avanzò di un passo.
“Ci hanno provato.”
Ambrose alzò una mano.
“Posso chiedere—”
“Nessuno ve l’ha chiesto,” dissero entrambi.
Ambrose abbassò la mano.
“Era prevedibile.”
Il duca inclinò appena il capo.
“Due uomini. Corporatura robusta. Scarsa immaginazione.”
Cameron lo fissò.
“Sufficiente.”
Ambrose non resistette.
“Cosa è successo esattamente?”
Cameron lo guardò per un secondo.
Poi disse, con tono neutro:
“Il primo ha chiuso la porta. Il secondo ha cercato di afferrarmi.”
Ambrose annuì, molto coinvolto.
“Errore classico.”
“Il primo ora è a terra. Il secondo… ha rivalutato le sue scelte.”
“Vivo?”
“Sì. Credo.”
Il duca osservò Cameron con interesse nuovo.
“Efficienza notevole.”
Cameron non reagì.
“Si va,” disse invece, tornando verso Ambrose.
Questa volta non gli prese il polso.
Gli prese il braccio.
Ambrose fece mezzo passo indietro.
“Concordo.”
“Temo di no.”
Silenzio.
Cameron si fermò.
“Non è una richiesta,” disse il duca.
“Nemmeno la mia,” rispose Cameron.
E si voltò.
Si guardarono davvero.
Per la prima volta.
Ambrose osservò entrambi.
“Non mi piace questa parte.”
Nessuno rispose.
Il duca fece un passo avanti.
Verso Ambrose.
“Miss Fairweather… credo che la vostra serata non sia ancora conclusa.”
Cameron si mosse.
Minimo.
Ma sufficiente.
“Lo è.”
Silenzio.
Il duca sorrise lentamente.
“State portando via qualcosa che non vi appartiene.”
“Non è vostro.”
Ambrose alzò una mano.
“Se posso—”
“No.”
Ambrose sospirò.
“Lo sospettavo.”
Il duca osservò Ambrose a lungo.
Poi parlò.
“Molto bene. Per stanotte.”
Cameron non si rilassò.
“Ma non abbiamo finito.”
Ambrose chiuse gli occhi.
“Lo temevo.”
Il duca fece un passo indietro, elegante.
“Potete andare.”
Cameron non ringraziò.
Non salutò.
Si limitò a prendere Ambrose—questa volta senza esitazioni—e trascinarlo verso la porta.
Ambrose inciampò nel vestito.
“Questo abito è un errore strategico.”
“Lo discuteremo dopo,” disse Cameron.
“Preferibilmente con del cibo,” aggiunse Ambrose.
La porta si aprì.
Si richiuse alle loro spalle.
Il duca rimase immobile.
Solo.
Poi, molto lentamente—
sorrise.
“Ancora meglio.”

Capitolo 14 — Che cosa devo fare con te

La strada era buia, fredda e decisamente troppo lunga per essere percorsa indossando una dannata sottogonna.
«Ti giuro,» disse Ambrose, sollevando appena il vestito per non inciampare, «se sopravvivo a questa notte, do fuoco a tutto ciò che ha più di uno strato.» «Silenzio.»
«Era una minaccia, non una conversazione.»
Cameron non rispose. Cavalcava un mezzo passo avanti, rigido, lo sguardo che scandagliava la notte come se potesse strapparle un segreto a forza di volontà.
«Sai che normalmente, dopo una fuga rocambolesca, le persone tendono a sentirsi sollevate?» provò Ambrose.
«No.»
«Ottimo. Conversazione brillante.» Cameron rallentò appena. Ambrose lo notò subito.
«Oh no. Quella faccia non mi piace.» «Non ci stanno inseguendo.»
«E questo sarebbe un problema perché—» «Perché dovrebbero.» Ambrose fece una smorfia.
«Oppure,» disse, con un sorriso forzato, «potremmo considerare l’ipotesi rivoluzionaria che il duca abbia avuto un improvviso slancio di maturità emotiva.»
Cameron lo fissò.
«Oppure no,» concluse Ambrose. «Sì. No. Hai ragione tu. Decisamente no.»
Un fruscio. Poi un altro. Ambrose sospirò. «Ti prego dimmi che è il vento.» Le ombre si mossero.
«…ah.» Gli uomini emersero dalla notte con una calma irritante. Cameron era già a terra.
«Scendi.»
«Sto scendendo— maledette gonne—» Ambrose inciampò, si aggrappò al cavallo e atterrò comunque con una dignità discutibile. «Lo odio,» borbottò. «Corri.» «Certo, perché non l’hai detto subito—»
Cameron si mosse. Il primo uomo gli arrivò addosso con troppa sicurezza. Errore. Cameron deviò il colpo, afferrò il polso, lo piegò fino a farlo urlare e lo spinse contro un altro uomo, facendoli cadere entrambi. Il terzo cercò di colpirlo da destra, ma Cameron ruotò su sé stesso e la lama disegnò un arco rapido, abbastanza da costringerlo ad arretrare. Non stava cercando di uccidere. Stava aprendo un varco.
«Muoviti!» ringhiò.
«Mi sto muovendo!» protestò Ambrose, facendo un passo, poi un altro, e fermandosi comunque un istante di troppo. «Più o meno.»
Un uomo gli sbarrò la strada.
«Oh, andiamo.» Un lampo d’acciaio deviò il colpo prima che potesse arrivare. «Milady,» disse una voce calma, «temo che la vostra serata stia prendendo una piega poco piacevole.»
«Colonnello.»
L’uomo sorrise appena, già in movimento. Diverso da Cameron. Meno furia, più controllo. Colpì basso, preciso, disarmando un avversario con un gesto elegante, poi ruotò e intercettò un attacco diretto a Cameron, deviandolo con un colpo secco.
Per un momento funzionò. Cameron avanzava, il respiro corto ma stabile, il corpo teso come una molla. Un uomo cercò di afferrarlo alle spalle, ma Cameron si abbassò, lo caricò con la spalla e lo rovesciò a terra, già pronto a spostarsi sul successivo. Il colonnello gli copriva il fianco, preciso, letale. Due contro molti. Troppi. Sempre troppi.
«Oh,» fece Ambrose, osservando la situazione degenerare, «questo non mi piace.»
Cameron arretrò di un passo. Poi di un altro. Un uomo lo aggirò, un altro si infilò tra lui e il colonnello.
«Adesso,» disse il colonnello, afferrando Ambrose per il braccio, «noi ce ne andiamo.»
«No—»
«Sì.»
«Cameron è lì—»
«Appunto.» Ambrose si divincolò. «Lasciami—» E esitò. Un solo istante. Abbastanza. Un colpo secco, il manico di una pistola. Cameron vacillò.
Non cadde subito. Si voltò. Trovò Ambrose. E per un attimo, assurdo e fuori luogo, sembrò irritato. Te l’avevo detto. «Vai.»
Ambrose non si mosse. Il colonnello sì. Lo trascinò via con una forza sorprendente.
«No— aspetta—»
«Se restate,» disse con calma glaciale, «diventate un problema.»
«Io sono sempre un problema—»
«Non di questo tipo.» Ambrose si voltò. Un ultimo sguardo. Cameron veniva travolto. Troppi uomini addosso, più di quanti ne servissero per fermare una persona normale. E lui continuava a lottare. Anche mentre cadeva.
Il silenzio arrivò troppo in fretta. Ambrose si fermò, strappando il braccio dalla presa del colonnello. Respirava male. «Torniamo indietro.»
«No.»
«Non era una proposta.»
«Nemmeno la mia, Milady.»
Ambrose si tolse il cappuccio, esasperato.
«Se mi chiamate ancora milady, giuro che torno indietro solo per farmi catturare.»
Il colonnello lo osservò davvero, per la prima volta.
«…interessante.»
Ambrose gli sorrise, tutto denti.
«Sì. Adesso torniamo a prenderci Cameron.»
***
Lo trascinarono. Più uomini del necessario. Troppi. Come se temessero che potesse rialzarsi da un momento all’altro — e, a giudicare da come si divincolava, non avevano tutti i torti. «Lasciatemi,» ringhiò Cameron, cercando di liberare almeno un braccio. Uno degli uomini gli strinse la presa con un’imprecazione. Un altro gli assestò un colpo alle costole. Non bastò. Cameron sollevò il capo, gli occhi ancora lucidi di rabbia.
E allora lo vide.
Il Duca.
In piedi, immobile, come se non si fosse mai mosso. Come se li stesse aspettando. Lo osservava con calma, senza fretta, con un interesse lento e calcolato. Gli uomini lo spinsero in avanti. Cameron non si inginocchiò. Dovettero costringerlo. Il Duca fece un passo. Solo uno. Abbastanza da essere vicino. Abbastanza da studiarlo.
Il suo sguardo scivolò su di lui come una lama sottile.
Poi inclinò appena il capo.
Un accenno di sorriso.
«E adesso,» disse piano, «che cosa devo fare con te?»

Capitolo 15 — La mano che trattiene il morso

Il Duca non aveva fretta.
Era forse la prima cosa che Cameron capì davvero, mentre veniva trascinato dentro, tra corridoi troppo silenziosi e stanze che sembravano trattenere il respiro. Gli uomini che lo tenevano erano ancora troppi — più di quanti ne servissero — e continuavano a stringere come se si aspettassero, da un momento all’altro, che potesse voltarsi e spezzare qualcosa. O qualcuno.
Non avevano torto.
Cameron sollevò il capo, il fiato corto ma lo sguardo ancora vivo, feroce. «Se avete intenzione di portarmi a spasso tutta la notte,» ringhiò, «almeno abbiate la cortesia di scegliere una direzione.»
Nessuno rispose.
Naturalmente.
Quando lo spinsero dentro la stanza, la luce cambiò. Più calda. Più morbida. Peggiore.
Il Duca era già lì.
Non si era mosso molto — o forse sì, ma senza lasciare traccia. Era appoggiato a un tavolo, una mano guantata posata con distratta eleganza sul legno lucido, come se stesse aspettando l’arrivo di qualcosa di ordinato, prevedibile.
Cameron non lo era.
Lo costrinsero a fermarsi a pochi passi da lui. Non abbastanza vicino. Non abbastanza lontano.
«Lasciatelo.»
La voce del Duca fu quieta. Non alta. Non dura.
Eppure bastò.
Le mani si allentarono, una dopo l’altra, con una riluttanza quasi palpabile. Non si allontanarono del tutto — nessuno era così stupido — ma fecero quel mezzo passo indietro che trasformava una presa in una minaccia.
Cameron rimase in piedi.
Non si sistemò.
Non si pulì.
Non si raddrizzò.
Rimase esattamente com’era: spettinato, sporco, pronto a colpire.
Gli occhi fissi su di lui.
Il Duca lo osservò.
Non con fretta.
Non con rabbia.
Con quella calma che non appartiene a chi deve dimostrare qualcosa, ma a chi sa già di poter scegliere.
Il suo sguardo scivolò lentamente, senza pudore, dalla linea delle spalle al colletto strappato, fino alle mani serrate.
Valutava.
Pesava.
Come si fa con un animale che non è ancora deciso se fuggire o mordere.
«Curioso,» disse infine, inclinando appena il capo. «Avrei giurato che avreste già provato a colpirmi.»
Cameron mostrò i denti, più che un sorriso.
«Dammi mezzo secondo.»
Il Duca non si mosse.
Non indietreggiò.
Sembrò, se possibile, ancora più interessato.
«E poi?» chiese piano.
Cameron fece un passo avanti.
Uno solo.
Ma bastò a far tendere di nuovo tutti gli uomini nella stanza.
Il Duca no.
Lui rimase dov’era.
«Poi vediamo quanto ci mette il resto della tua bella collezione a fermarmi,» rispose Cameron, la voce bassa, ruvida.
Una pausa.
Il Duca inspirò appena, come se stesse assaporando qualcosa.
«Temo,» disse, «che mi deludereste.»
Cameron aggrottò le sopracciglia.
«Troppo rapido,» continuò il Duca, quasi distratto. «E io… preferisco osservare.»
Un angolo della sua bocca si sollevò.
Non abbastanza da essere un sorriso.
Abbastanza da essere una promessa.
«Siete uno spreco, sapete?» aggiunse.
Cameron si irrigidì appena.
«Per qualcuno,» proseguì il Duca, facendo finalmente un passo verso di lui, lento, misurato, «sareste un problema.»
Un altro passo.
Adesso erano vicini.
Troppo.
«Per me…» mormorò.
Si fermò a un soffio.
Non lo toccò.
Non ancora.
«…siete un’opportunità.»
Silenzio.
Denso.
Cameron non arretrò.
Non abbassò lo sguardo.
«Non sono in vendita,» disse.
Il Duca inclinò appena il capo.
«No,» rispose con calma. «Ma siete già stato preso.»
Un battito.
Poi, quasi con gentilezza:
«E la cosa interessante…»
Un attimo.
«…è capire quanto resisterete.»

Capitolo 16 – Un gentiluomo non abbandona il proprio valletto (nemmeno quando è vestito da signora)

L’aria della notte era gelida, umida di nebbia che saliva dal parco e si infilava sotto gli strati di stoffa con una determinazione quasi personale.
Ambrose cavalcava con una postura che, in altre circostanze, avrebbe definito impeccabile. In quelle, era semplicemente scomoda. La gonna raccolta malamente sopra scarpini zuppi di umidità, il corsetto che gli impediva di respirare a fondo, la parrucca ormai irrimediabilmente compromessa dal vento.
Avvertiva lo sguardo del Colonnello conficcato nella nuca. Il militare lo osservava in silenzio da diversi minuti, come si osserva un fenomeno naturale di cui non si riesce a stabilire l’origine.
Alla fine cedette.
«Mi dovete una spiegazione.»
Ambrose non si voltò. Sistemò un guanto, con un gesto lento e preciso.
«Ve ne devo diverse, temo.»
«Partiamo dalla più urgente.» Il Colonnello fece un cenno vago verso l’insieme. «Perché siete vestito da donna.»
Una pausa.
«E come accidenti siete finito in questa situazione che definirei… deplorevole.»
Ambrose sospirò appena, come se la questione fosse più noiosa che imbarazzante.
«È che avevo sentito di questo ricevimento. Molto selettivo.»
«Lo immagino.»
«Io non ero invitato.»
«Continuo a immaginare.»
«Le dame, invece, sì.»
Silenzio.
Il Colonnello lo fissò.
«State dicendo che vi siete travestito da donna per entrare a un ballo?»
Ambrose inclinò appena il capo.
«Per cenare.»
Il Colonnello chiuse gli occhi per un istante.
«Per cenare.»
«Il buffet era notevole.»
«E questo giustifica…»
«No,» lo interruppe Ambrose con calma, «questo spiega. Non giustifica nulla.»
Il Colonnello inspirò lentamente, poi scosse il capo.
«E il vostro valletto? Anche lui travestito?»
«No.»
«Quindi lo avete portato in una casa piena di gente armata, senza invito, travestito da donna, e lo avete lasciato indietro.»
Ambrose strinse appena le dita sulle redini.
«Non l’ho lasciato.»
«È esattamente quello che avete fatto.»
Questa volta Ambrose si voltò.
Non c’era più ironia nel suo sguardo.
«No,» disse piano. «È quello che sembra.»
Il Colonnello sostenne lo sguardo per un momento. Poi:
«È un valletto.»
Ambrose non batté ciglio.
«Sì.»
«Si sostituiscono.»
Silenzio.
Il cavallo continuava ad avanzare, il rumore degli zoccoli ovattato dalla terra umida.
Ambrose parlò senza alzare la voce.
«No.»
Il Colonnello sbuffò.
«Vi procurerò un altro uomo. Migliore, se necessario. Più discreto, più…»
«Non è una questione di competenza.»
«Allora è una questione di attaccamento malriposto.»
Ambrose sorrise appena. Non c’era nulla di divertito in quel sorriso.
«È una questione di fiducia.»
Il Colonnello tacque.
Ambrose continuò, più lentamente:
«È l’unico uomo che sia mai rimasto quando aveva ogni motivo per andarsene.»
Una pausa.
«È l’unico che non mi ha mai mentito.»
Un’altra.
«E, cosa ancora più fastidiosa, è l’unico che osa dirmi quando sto facendo qualcosa di stupido.»
Il Colonnello sollevò un sopracciglio.
«Tipo travestirvi da donna per cenare?»
«Esattamente.»
Silenzio.
Il vento mosse la parrucca. Ambrose la ignorò.
«Non è sostituibile,» concluse.
Il Colonnello lo studiò di nuovo. Stavolta non c’era più ironia nel suo sguardo. Stava valutando.
«E voi intendete tornare indietro per salvarlo.»
Non era una domanda.
«Sì.»
«Sapete che è un suicidio.»
«Probabilmente.»
«Sapete che il Duca vi sta aspettando.»
«Quasi certamente.»
Il Colonnello scosse il capo.
«Eppure ci tornate.»
Ambrose si limitò a rispondere:
«Non lo lascio lì.»
Silenzio.
Lungo. Denso.
Il Colonnello guardò davanti a sé, poi il cielo, poi di nuovo Ambrose. Come se stesse facendo un calcolo che non gli piaceva.
Alla fine sospirò.
«Se moriamo,» disse, «lo dirò a tutti che è colpa del vostro ridicolo vestito.»
Ambrose accennò un sorriso.
«Sarebbe una menzogna indegna.»
Il Colonnello tirò le redini, facendo voltare il cavallo.
«Sarebbe l’unica cosa sensata in tutta questa faccenda.»
E tornò indietro.
La stanza in cui tenevano Cameron non era una cella nel senso stretto del termine. Troppo pulita, troppo ordinata. Una stanza preparata per qualcuno che si voleva conservare.
Cameron era seduto su una sedia, le mani legate davanti a sé. Respirava piano, misurando ogni movimento. Il dolore c’era, sordo, diffuso, insistente, ma non era quello il problema.
Il problema era il silenzio.
La porta si aprì senza fretta.
Il Duca entrò come se la stanza fosse sua. Come se tutto fosse suo. In effetti lo era.
Si fermò a pochi passi da lui, osservandolo con quell’attenzione quieta che non aveva nulla di benevolo.
Cameron sollevò lo sguardo.
«Se siete venuto per conversare,» disse Cameron, la voce leggermente roca, ma stabile, «temo di non essere dell’umore.»
Il Duca inclinò appena il capo.
«Non siete nella posizione di avere un umore.»
Cameron lo studiò per un istante.
«Ne prendo atto. Tuttavia continuo a possederne uno.»
Un’ombra di interesse attraversò gli occhi del Duca. Non irritazione. Qualcosa di più sottile.
«Mi chiedo,» disse piano, «quanto a lungo durerete.»
Cameron non rispose subito. Lasciò che il silenzio si allungasse, come una corda tesa.
«Abbastanza,» disse poi, «da non rendervi la cosa facile.»
Il Duca fece un passo avanti. Non invase lo spazio: lo occupò.
«Oh, io non ho alcuna intenzione di renderla facile. La facilità è noiosa.»
Cameron accennò qualcosa che somigliava a un sorriso.
«Temo che resterete deluso in ogni caso.»
Per un attimo, appena un attimo, il Duca lo guardò come si guarda un oggetto raro. Non fragile: interessante.
Poi si voltò.
«Vedremo.»
«Le guardie cambiano ogni due ore,» disse il Colonnello, tracciando una linea nella terra con la punta dello stivale. «Qui. E qui. L’ingresso principale è inutile, ma il lato delle scuderie…»
Ambrose annuiva, seguendo il disegno. Concentrato. Attento. Rantolando dentro il corsetto.
Provò a inspirare di nuovo. Il risultato fu identico.
«Questa cosa mi ucciderà prima del Duca.»
«Sarebbe una morte coerente.»
«Sarebbe una morte stupida.»
«Esattamente come quello che stiamo facendo.»
Ambrose ignorò il commento.
«Diversivo,» disse. «Alle scuderie. Fumo, rumore. Li costringiamo a spostare uomini.»
«E voi entrate.»
«E io entro.»
Il Colonnello lo guardò.
«E poi?»
Ambrose sollevò lo sguardo.
Per un istante, non c’era più nulla di leggero.
«E poi esco.»
Il Colonnello sospirò, infilò la mano nella giacca e tirò fuori una pistola.
La porse.
Ambrose la prese. La osservò. Il metallo scuro stonava con l’eleganza artificiale dell’insieme.
Guardò le proprie mani guantate.
«Non è esattamente in linea con l’insieme.»
«Nemmeno morire lo è.»
Ambrose la infilò sotto il mantello.
«Appunto.»
La tenuta emergeva dalla notte come una presenza silenziosa, illuminata da poche luci sparse. Troppo poche per essere rassicuranti.
Ambrose si avvicinò lungo il perimetro, muovendosi con cautela. La gonna raccolta tra le dita per evitare che si impigliasse, tentativo nobile, risultato discutibile.
A un certo punto si impigliò comunque.
Si fermò.
Silenzio.
Si liberò con un gesto secco.
Proseguì come se nulla fosse accaduto.
In lontananza, un bagliore improvviso. Le scuderie.
Il diversivo.
Voci. Passi. Confusione.
Ambrose attese il momento giusto, poi si mosse.
Il muro non era alto. Non abbastanza.
Si issò con un movimento meno elegante di quanto avrebbe desiderato, scavalcò e atterrò dall’altra parte con un tonfo attutito.
Rimase immobile.
Ascoltò.
Nessun allarme.
Si rialzò lentamente. Si sistemò il cappello, come se fosse entrato da una porta principale invece che da un muro.
«Perfetto,» mormorò.
Nella stanza, il Duca si fermò sulla soglia.
Cameron sollevò lo sguardo.
«A quanto pare il vostro padrone vi ha abbandonato,» disse il Duca, con quella calma che non aveva bisogno di alzare la voce.
Cameron lo osservò a lungo.
Poi scosse appena il capo.
«No.»
Il Duca attese.
«È solo in ritardo.»
Un’ombra, qualcosa di quasi impercettibile, attraversò il volto del Duca.
«Allora,» disse piano, «lo aspetterò.»
Fuori, nell’ombra, Ambrose avanzava lungo il corridoio laterale, ogni passo misurato, ogni respiro controllato.
La porta davanti a lui era socchiusa.
Da dentro filtrava una luce sottile.
Ambrose si fermò.
Posò la mano sulla maniglia.
E spinse.
Buio.

Capitolo 17 – Una pessima idea, eseguita con grande eleganza

Ambrose avanzava lungo il corridoio con la sicurezza di chi non ha assolutamente idea di cosa stia facendo.
La gonna era sollevata con una mano, la pistola nascosta malamente sotto il mantello, il cappello inclinato con quella precisione studiata che suggeriva “sono perfettamente a mio agio” e non “sto per morire in una casa che non mi appartiene”.
Due guardie girarono l’angolo.
Si fermarono.
Si fermò anche Ambrose.
Per un istante si guardarono tutti e tre.
Una delle guardie abbassò lo sguardo sulla gonna. Poi lo rialzò. Poi lo riabbassò.
Ambrose lo fissò.
Male.
Molto male.
L’uomo si ricompose di scatto.
«Signora…»
«State forse fissando?» lo interruppe Ambrose, glaciale.
La seconda guardia esitò. «No, signora.»
«Bene.» Una pausa. «Perché sarebbe estremamente scortese.»
Silenzio.
Ambrose fece un cenno impercettibile con il capo, come se avesse appena concesso loro il privilegio di esistere.
«Continuate pure.»
Le guardie si spostarono.
Ambrose avanzò.
Fece tre passi.
Si fermò.
Si voltò.
«E se vedete qualcuno sospetto,» aggiunse, «vi consiglio di essere più rapidi nel reagire.»
Le guardie annuirono, confuse.
Ambrose riprese a camminare.
Quando fu abbastanza lontano, accelerò.

Idiota.
Non Cameron.
Lui.
Sempre lui.
Cameron era stato catturato, sì. Ma in quale sequenza esatta di eventi? Ah, giusto.
Io mi travesto da donna per cenare.
Io entro in una casa piena di nemici.
Io perdo di vista il mio valletto.
Ambrose serrò la mascella.
«Notevole,» mormorò tra sé. «Davvero notevole.»
Girò un angolo.
Silenzio.
Troppo silenzio.
«E naturalmente,» continuò sottovoce, «sarà colpa sua.»
Perché Cameron avrebbe avuto qualcosa da dire. Oh, sicuramente.
“Signore, forse non è prudente infiltrarsi travestiti in una proprietà ostile solo per un buffet.”
Ambrose fece una smorfia.
«Non era un semplice buffet.»
Un altro corridoio.
Una porta socchiusa.
Ambrose rallentò.
«E comunque,» proseguì mentalmente, «la responsabilità di non farsi catturare è chiaramente condivisa.»
Si fermò davanti alla porta.
Ascoltò.
Niente.
«Anzi,» aggiunse, «prevalentemente sua.»
Spinse la porta.

Dentro c’erano due uomini.
Troppo vicini.
Troppo armati.
Troppo sorpresi.
Per un istante nessuno si mosse.
Poi uno dei due fece per parlare.
Ambrose gli lanciò contro la prima cosa che trovò: una brocca.
Il tempo di reazione fu sufficiente.
Non per vincere.
Per sopravvivere.
Il secondo uomo avanzò. Ambrose indietreggiò, afferrò una sedia e la spinse tra loro. Il legno stridette sul pavimento, rallentando l’attacco.
Un colpo.
Ambrose lo evitò per un soffio.
Un altro.
Più vicino.
«Non è il mio ambiente naturale,» mormorò tra i denti.
Il primo uomo si stava già rialzando.
Ambrose fece l’unica cosa sensata.
Scappò.
Uscì nel corridoio, chiudendo la porta alle sue spalle con un calcio. Il legno vibrò sotto i colpi immediati.
Ambrose non si voltò.
Corse.
La gonna non aiutava.
Affatto.

Si fermò solo quando il silenzio tornò.
Appoggiò una mano al muro.
Respirò.
«Perfetto,» disse piano. «Assolutamente sotto controllo.»
Si raddrizzò.
Si sistemò il cappello.
E proseguì.

La porta era chiusa.
Ambrose appoggiò la mano sulla maniglia, esitò un istante, non per paura, ma per qualcosa di più irritante: la possibilità di dover ammettere che Cameron aveva, ancora una volta, avuto ragione.
Spinse.
La stanza era illuminata dal fuoco del camino.
Cameron era seduto sul bordo del letto.
Non incatenato.
Non morto.
Non come Ambrose se l’era immaginato.
Alzò lo sguardo.
Per un attimo nessuno dei due parlò.
Ambrose lo osservò rapidamente: vivo, pulito, intero.
Perfetto.
«Andiamo,» disse.
Come se fosse venuto a prenderlo per una passeggiata.
Cameron non si mosse subito.
«Avete fatto tardi,» rispose, la voce ancora ruvida.
Ambrose fece una smorfia appena accennata.
«Sì, stavo scegliendo tra diverse opzioni di travestimento.»
Un battito.
Poi Cameron si alzò.

«Devo dire,» disse una voce alle loro spalle, «che apprezzo la perseveranza.»
Ambrose si voltò lentamente.
Il Duca era sulla soglia. Da solo. Impeccabile. Come se stesse ricevendo ospiti.
Gli occhi scuri passarono da Ambrose a Cameron, e tornarono su Ambrose.
«Vi avevo dato per più… ragionevole.»
Ambrose inclinò appena il capo.
«E io vi avevo dato per più… occupato.»
Il Duca sorrise.
«Lo ero.»
Un passo dentro la stanza.
«Ma ho imparato a non sottovalutare gli uomini che si travestono per cenare.»
Ambrose non batté ciglio.
«È una strategia generalmente sottovalutata.»
Cameron guardava l’uno e l’altro. Silenzioso. Attento.

«Lasciatelo andare,» disse Ambrose.
Il Duca inclinò appena la testa.
«Curioso. Arrivate, fate irruzione in casa mia, e poi chiedete.»
«Non sto solo chiedendo.»
«Ah.» Un sorriso più sottile. «Allora immagino che stiate per dimostrarmi il contrario.»
Un rumore nel corridoio. Passi. Più di uno.
Ambrose fece mezzo passo avanti, istintivo. Cameron lo afferrò per il braccio.
«Adesso,» disse piano.
Ambrose annuì.

Si mossero insieme — Ambrose verso la porta, Cameron un passo dietro. Il Duca non si spostò subito, poi cedette di qualche centimetro, appena abbastanza da sembrare una concessione volontaria piuttosto che una ritirata. Era il tipo d’uomo che non perdeva mai del tutto, nemmeno mentre perdeva.
Fu in quell’attimo che il Colonnello entrò.
Una guardia finì contro la parete. Un’altra a terra. Il Colonnello riempì il vano della porta con l’energia di chi ha aspettato questa scusa per tutta la serata.
«ADESSO!» ringhiò.

Quel che seguì non fu esattamente una fuga elegante.
Nel corridoio c’erano tre guardie, poi due, poi una quantità non precisata, tutte animate dalla stessa volontà contraria. Il Colonnello le affrontava con la soddisfazione metodica di chi è finalmente nel suo elemento naturale. Cameron si aprì il varco con quella competenza silenziosa che Ambrose trovava, nei momenti sbagliati, quasi irritante. Ambrose stesso si occupò di non essere colpito, impresa che richiedeva un’attenzione considerevole e una totale assenza di dignità.
La gonna fu un problema continuo, costante, implacabile.
«Muovetevi!» ringhiò Cameron, spingendolo avanti.
«Sto cercando di farlo,» replicò Ambrose, con quel tono preciso che significava: il problema non è la volontà, è l’abbigliamento.
Un uomo li intercettò all’angolo. Cameron lo sistemò prima che Ambrose avesse finito di valutare le opzioni. Il corridoio si stringeva. Il caos cresceva. Tutto aveva la logica caotica delle situazioni in cui non c’è tempo per avere un piano, solo il riflesso di non fermarsi.
Ambrose non si fermò.
Ma poi si fermò.

Il Duca era lì.
Non in mezzo al combattimento. Non in fuga. Non nascosto. Era semplicemente lì, in piedi in un punto del corridoio dove il caos sembrava aver scelto di non passare, come se avesse firmato un accordo a parte con la violenza circostante.
Teneva in mano un vassoio. Argento. Lucido. Perfettamente in equilibrio su una mano sola, con la naturalezza di chi lo fa da decenni.
Sul vassoio c’erano tramezzini al crescione. Molti. Impeccabili.
Ambrose si fermò.
Non per una ragione difendibile. Non per tattica, non per calcolo, non per nessuno dei motivi per cui un uomo dovrebbe fermarsi a metà di una fuga in casa nemica mentre il suo alleato combatte tre guardie a dieci passi di distanza.
Si fermò perché i tramezzini erano fatti bene. I bordi puliti. Il crescione disposto con cura. Un lavoro serio, da professionista, evidente anche a distanza e in pessime condizioni di illuminazione.
La mente fece qualcosa di profondamente inutile: registrò, valutò, apprezzò.
Il Duca non disse nulla. Si limitò a guardarlo, con quegli occhi scuri che contenevano qualcosa di molto simile alla vittoria silenziosa di chi sapeva esattamente cosa sarebbe successo e aveva preparato il vassoio di conseguenza.
Il vassoio si inclinò impercettibilmente.
Un tramezzino scivolò di un millimetro.
«Ambrose.»
La voce di Cameron era vicina, urgente, con il tono di chi ha già detto lo stesso nome tre volte senza essere sentito.
Ambrose alzò lo sguardo dai tramezzini.
Cameron era a mezzo passo da lui, la mano tesa, il volto che esprimeva cose che in circostanze normali avrebbe tenuto molto più riservate.
«Vieni.»
Dietro, il Colonnello stava pronunciando qualcosa che conteneva parole come dannazione e adesso e voi due, con un’urgenza che non lasciava spazio all’ambiguità.
Ambrose guardò i tramezzini.
Guardò Cameron.
Guardò il Duca.
Il Duca aspettava, con la pazienza di chi ha tutto il tempo del mondo e un vassoio integro.

Il corridoio esplose di nuovo.
Il Colonnello urlò qualcosa di poco diplomatico.
Cameron non abbassò la mano.
«Vieni,» ripeté. E nella parola c’era qualcosa che non era ordine, non era supplica, era semplicemente la forma più diretta con cui un uomo può dire: non me ne vado senza di te, e forse potresti smettere di fissare i tramezzini.
Ambrose esitò.
Un secondo.
Poi prese la mano di Cameron.
E, mentre il Colonnello spalancava finalmente il varco verso l’uscita, si permise di voltarsi un’ultima volta.
Il Duca non aveva mosso un passo. Teneva ancora il vassoio. Un tramezzino in meno.
Stava mangiando.
Ambrose non disse nulla.
Ma qualcosa, nell’angolo esatto della sua mente dove abitavano le cose che avrebbe preferito non pensare, annotò: erano davvero fatti bene.

🎬 INTERLUDIO

“Dietro le quinte di Il Caso Estremamente Complicato di Miss Fairweather”

(intervista esclusiva per… qualcosa di molto serio, sicuramente)

La stanza è elegante. Troppo elegante.
Divani chiari, tavolino basso, tè che nessuno berrà davvero.
Un mazzo di fiori così voluminoso da sembrare una dichiarazione di intenti.
Un’assistente di produzione che si muove ai margini come se stesse attraversando un campo minato.
Tre uomini sono seduti.
Uno è composto. Giacca su misura, nessun gioiello, sguardo fermo. L’unico in sala che sembra non aver bisogno di nulla.
Uno è teso. La mascella leggermente stretta, le mani piatte sulle ginocchia, gli occhi che non si fermano mai troppo a lungo su niente.
Uno ha già il bicchiere in mano.
L’intervistatore — giovane, ottimista, chiaramente ignaro di dove si è cacciato — sorride con l’aria di chi ha perso il controllo della situazione cinque minuti fa, ma non lo sa ancora.
🎤 INTERVISTATORE:
Benvenuti. È davvero un piacere avere con noi tre dei protagonisti di quella che è già diventata la serie del momento. I fan sono letteralmente in delirio.
(Si aggiusta il microfono, si schiarisce la voce)
Direi di iniziare subito, se siete pronti.
🎭 Attore che interpreta il COLONNELLO:
(che non era pronto, stava ancora leggendo l’etichetta del whisky)
Sì, sì. Assolutamente.
🎤 INTERVISTATORE:
(si volta verso il primo ospite)
Voi interpretate il Duca di Blackthorn. Un personaggio che ha già fatto parlare moltissimo di sé. Come lo descrivereste a qualcuno che non ha ancora visto la serie?
🎭 Attore che interpreta il DUCA:
(considera la domanda con la stessa gravità con cui si considera un trattato internazionale)
Complesso.
🎤 INTERVISTATORE:
Complesso. Sì, assolutamente, ma—
🎭 DUCA:
Complesso è già un modo gentile. I termini più precisi sarebbero: moralmente discutibile, sentimentalmente imprudente, e in possesso di un numero di carrozze sproporzionato rispetto alle sue effettive necessità logistiche.
🎤 INTERVISTATORE:
(ride, poi smette, poi decide che stava ridendo sul serio)
Eppure il pubblico lo adora.
🎭 DUCA:
Il pubblico adora sempre le decisioni sbagliate prese con sufficiente eleganza. È una costante storica. Napoleone ne è la prova definitiva.
(Pausa)
E aveva meno carrozze.
🎤 INTERVISTATORE:
(annuisce, poi si volta verso il secondo ospite)
E voi interpretate Cameron. Il manservant, il braccio destro del protagonista. Un personaggio molto… intenso, direi.
🎭 Attore che interpreta il CAMERON:
(fissa un punto imprecisato nell’aria con una concentrazione che potrebbe essere meditazione o potrebbe essere che stia calcolando qualcosa)
Non è intenso.
🎤 INTERVISTATORE:
No?
🎭 CAMERON:
È corretto. C’è una differenza sostanziale. L’intensità è emotiva. La correttezza è strutturale.
🎤 INTERVISTATORE:
E… la minaccia con la candela?
🎭 CAMERON:
(senza battere ciglio)
Era una candela molto convincente. E la situazione lo richiedeva.
🎭 DUCA:
(senza guardarlo)
Ne ha minacciate quattro, in realtà. Persone, intendo. Con la stessa candela.
🎭 CAMERON:
Non avevo bisogno di cambiarla. È rimasta convincente per tutta la scena.
Silenzio.
L’intervistatore prende un appunto. Poi ci riflette. Poi smette.
🎤 INTERVISTATORE:
Il rapporto tra i vostri personaggi è uno degli elementi più discussi della serie. C’è una tensione molto… palpabile.
🎭 DUCA:
Naturalmente.
🎭 CAMERON:
(senza esitare)
Non mi fido di lui.
🎭 DUCA:
(sorride appena, quasi impercettibilmente)
Non è reciproco.
🎤 INTERVISTATORE:
Intendete dire che voi vi fidate di Cameron?
🎭 DUCA:
Intendo dire che la sfiducia non è reciproca. Cameron non si fida di me. Io mi fido di Cameron. Questo crea un equilibrio che il pubblico percepisce come tensione, ma che, in realtà, è semplicemente una distribuzione asimmetrica di informazioni.
🎭 CAMERON:
(dopo una pausa)
È una descrizione accettabile.
🎤 INTERVISTATORE:
(non capisce del tutto, ma annuisce con competenza)
E il protagonista? Ambrose? Come lo descrivereste?
Silenzio.
Entrambi si girano, per la prima volta, nella stessa direzione.
Esattamente nella stessa direzione, con esattamente la stessa lentezza.
🎭 DUCA:
Ambrose è… un’anomalia.
🎭 CAMERON:
È un problema logistico.
🎭 DUCA:
È anche affascinante.
🎭 CAMERON:
Questo non aiuta con la logistica.
🎭 DUCA:
No. Ma aiuta con tutto il resto.
🎤 INTERVISTATORE:
Lui non è con noi oggi, vero?
🎭 COLONNELLO:
(che fino a quel momento aveva ascoltato con l’aria beatamente distaccata di chi è a un party che non ha organizzato lui)
Non esce.
🎤 INTERVISTATORE:
Come… non esce?
🎭 COLONNELLO:
Nel senso letterale. Non nel senso figurato. Non esce. Proprio. Ha una casa, ha delle stanze, ha un sistema di tende molto specifico per controllare l’esposizione alla luce naturale, e fondamentalmente non lascia quell’ambiente finché non ha finito di girare.
🎤 INTERVISTATORE:
E… perché?
🎭 DUCA:
Per l’identificazione.
🎭 CAMERON:
Con il personaggio.
🎭 COLONNELLO:
Con il concetto di sé in relazione al personaggio. C’è una distinzione importante. Me l’ha spiegata per quarantacinque minuti sul set. Ho capito circa il quindici percento.
🎤 INTERVISTATORE:
Ma… è questo che lo rende così bravo?
🎭 COLONNELLO:
(ci pensa davvero)
Probabilmente. Non ho mai visto qualcuno fissare un vassoio di tramezzini per quella durata con quella qualità di presenza.
🎤 INTERVISTATORE:
La scena dei tramezzini. Dobbiamo parlarne. Ha avuto un impatto enorme sul pubblico.
🎭 DUCA:
È stata girata in un’unica ripresa.
🎭 CAMERON:
Non ha battuto ciglio per tutta la durata.
🎭 COLONNELLO:
Io stavo combattendo tre stuntman a due metri da lui.
🎭 DUCA:
E lui fissava il vassoio.
🎭 CAMERON:
Con intenzione.
🎭 COLONNELLO:
Con qualcosa che va oltre l’intenzione. Con quella cosa che i critici chiamano “presenza” e che io, onestamente, chiamo “mi ha messo un po’ di disagio”.
🎤 INTERVISTATORE:
Per quanto tempo ha fissato il vassoio?
🎭 DUCA:
Tre minuti.
🎭 CAMERON:
Quattro.
🎭 COLONNELLO:
Considerando le pause interiori, cinque.
🎤 INTERVISTATORE:
Le… pause interiori?
🎭 COLONNELLO:
Le chiama così. Sono i momenti in cui smette di guardare il vassoio, ma continua a farlo internamente. Dice che è necessario per mantenere la stratificazione emotiva del personaggio.
🎭 CAMERON:
La regista non ha tagliato. Ha aspettato. Per rispetto.
🎭 DUCA:
O per curiosità.
🎭 COLONNELLO:
O perché non sapeva se stava ancora girando o se era già finita e nessuno glielo aveva detto.
Silenzio.
L’intervistatore beve un sorso di tè. Per la prima volta dall’inizio dell’intervista.
🎤 INTERVISTATORE:
Ha davvero una guida spirituale tibetana?
🎭 DUCA:
Sì.
🎭 CAMERON:
Sempre presente.
🎭 COLONNELLO:
Sul set, in camerino, durante i pranzi di produzione. Una volta era nel bagno degli uomini. Non era entrato. Era fuori dalla porta. Ma era lì.
🎤 INTERVISTATORE:
E cosa… fa, esattamente?
🎭 DUCA:
Lo aiuta con la meditazione.
🎭 CAMERON:
Con il centraggio.
🎭 COLONNELLO:
Con quella cosa che fanno con le campane. Le campane tibetane. Le suona e lui chiude gli occhi e respira. Per mezz’ora. Abbiamo aspettato. Tutti. Trentasette persone.
🎤 INTERVISTATORE:
E… il risultato è stato all’altezza?
🎭 COLONNELLO:
(pausa lunghissima)
Ha poi girato la scena in quattro minuti e il direttore della fotografia ha pianto.
🎭 DUCA:
Lacrime genuine.
🎭 CAMERON:
Ho controllato.
🎤 INTERVISTATORE:
Ha eliminato tutti gli specchi dalla sua casa, è vero?
🎭 COLONNELLO:
Tutti i riflessi. Non solo gli specchi. Anche le superfici lucide. I rubinetti cromati li ha fatti rivestire. Ha richiesto vassoi opachi per il catering.
🎭 DUCA:
Dice che i riflessi disturbano la sua percezione del sé in relazione al personaggio.
🎭 CAMERON:
Tecnicamente dice che creano un cortocircuito tra l’identità performativa e l’identità ontologica.
🎭 COLONNELLO:
Che è esattamente quello che ho detto io, ma con parole mie.
Pausa.
🎤 INTERVISTATORE:
Come vi siete preparati voi per i vostri ruoli?
🎭 COLONNELLO:
(immediato, con grande entusiasmo)
Ho fatto scherma. Equitazione. Ho letto tre libri sull’esercito britannico del periodo Regency, due sull’etica militare vittoriana e uno, molto utile, sulle tattiche di combattimento ravvicinato con oggetti di fortuna.
🎤 INTERVISTATORE:
Oggetti di fortuna?
🎭 COLONNELLO:
Nel copione c’è una scena in cui il Colonnello usa un candelabro. Volevo essere autentico.
🎭 CAMERON:
Ha usato un candelabro anche in una scena in cui non era previsto nessun candelabro.
🎭 COLONNELLO:
Era lì. Sembrava giusto.
🎭 DUCA:
Ha sfondato una porta.
🎭 COLONNELLO:
Era chiusa.
🎭 CAMERON:
Era una parete.
🎭 COLONNELLO:
(una pausa breve)
Aveva un aspetto di porta.
Silenzio.
🎤 INTERVISTATORE:
E voi? Per il Duca?
🎭 DUCA:
Ho studiato l’architettura del potere aristocratico britannico nel periodo Regency. Ho letto la corrispondenza privata di tre duchi reali. Ho preso lezioni di scherma, di equitazione e di calligrafia.
🎤 INTERVISTATORE:
Di calligrafia?
🎭 DUCA:
Il Duca di Blackthorn scrive due lettere nel corso della serie. Volevo che la sua scrittura fosse credibile. Il carattere di un uomo si vede nel tratto.
Silenzio.
🎭 COLONNELLO:
(sottovoce, all’intervistatore)
Le lettere durano tre secondi sullo schermo.
🎤 INTERVISTATORE:
(sottovoce, al Colonnello)
Quante settimane di calligrafia?
🎭 COLONNELLO:
(sottovoce)
Sei.
Silenzio.
🎤 INTERVISTATORE:
E voi, Cameron?
🎭 CAMERON:
Ho studiato i pattern comportamentali dei maggiordomi e manservant della letteratura Regency. Ho letto sedici romanzi dell’epoca. Ho analizzato il rapporto tra servitù e aristocrazia come sistema di potere strutturato. Ho sviluppato un’economia gestuale basata sul principio che ogni movimento di Cameron ha una funzione precisa e nessun movimento è ornamentale.
🎤 INTERVISTATORE:
Impressionante.
🎭 CAMERON:
Ho anche imparato a minacciare con oggetti di dimensioni variabili, per copertura completa dello spettro scenico.
Silenzio.
🎤 INTERVISTATORE:
Torniamo ad Ambrose un momento. C’è qualcosa in particolare che vi ha colpito della sua performance?
🎭 COLONNELLO:
Il modo in cui entra in scena. Non cammina. Si… dispone. Come se stesse occupando lo spazio nel senso filosofico del termine.
🎭 DUCA:
Ha una qualità di presenza che è difficile da descrivere tecnicamente.
🎭 CAMERON:
Ho provato a descriverla tecnicamente. Ci ho impiegato due pagine. Non sono sicuro di aver concluso nulla di utile.
🎤 INTERVISTATORE:
È vero che durante le riprese non risponde mai quando lo si chiama con il suo nome?
🎭 DUCA:
Con il nome dell’attore, no. Risponde solo al nome del personaggio.
🎭 COLONNELLO:
E al suono delle campane tibetane, presumibilmente.
🎭 CAMERON:
Quello non l’ho verificato personalmente.
🎤 INTERVISTATORE:
Non vi sembra… una scelta un po’ estrema?
Pausa.
I tre si guardano.
Non tra di loro, esattamente — si guardano nel senso di considerare collettivamente la domanda.
🎭 DUCA:
No.
🎭 CAMERON:
No.
🎭 COLONNELLO:
Io avevo delle riserve, in principio. Poi ho visto la scena del corsetto.
🎤 INTERVISTATORE:
E…?
🎭 COLONNELLO:
(con grande semplicità)
Non ho più riserve.
Silenzio.
🎤 INTERVISTATORE:
Ultima domanda. Una che i fan aspettano da settimane. Il vostro rapporto fuori dal set. C’è molta curiosità su… come siete come persone, al di fuori dei personaggi.
Silenzio.
Per la prima volta, Cameron guarda il Duca.
Il Duca lo guarda.
Un attimo che dura esattamente quanto deve durare.
🎭 DUCA:
Siamo professionisti.
🎭 CAMERON:
(annuisce)
Molto.
🎭 COLONNELLO:
(scoppia a ridere, un suono sonoro e completamente inaspettato)
Dormono nello stesso camerino.
Silenzio.
Il tipo di silenzio che occupa lo spazio.
🎤 INTERVISTATORE:
…ah.
🎭 DUCA:
È più efficiente. Sul set si è sempre a corto di tempo e avere uno spazio condiviso permette di—
🎭 CAMERON:
È più efficiente.
🎭 DUCA:
Esatto.
🎭 COLONNELLO:
(ancora con quella luce negli occhi)
È anche l’unico camerino con le candele vere. Per ragioni di atmosfera.
🎤 INTERVISTATORE:
Di… atmosfera.
🎭 CAMERON:
(guardando il Duca per una frazione di secondo)
Preferisco che certe cose restino un po’ confuse.
🎭 DUCA:
(guarda Cameron)
Anch’io.
Pausa.
🎭 COLONNELLO:
(al terzo bicchiere)
Io invece preferisco la chiarezza. Sono sposato da dodici anni, ho tre figli, e passo le serate libere a guardare le partite di rugby. Per contrasto.
🎤 INTERVISTATORE:
Contrasto con…?
🎭 COLONNELLO:
(indica vagamente i due)
Con… questo.
Silenzio.
L’intervistatore chiude il taccuino.
Con estrema cautela.
Poi lo riapre.
🎤 INTERVISTATORE:
Una cosa sola, se posso. Siete davvero…?
🎭 DUCA:
(con assoluta, serena compostezza)
Sì.
🎭 CAMERON:
Dal 2019.
🎭 DUCA:
Sposati dal 2021.
🎭 CAMERON:
In California.
🎭 DUCA:
In un posto molto tranquillo.
🎭 CAMERON:
Niente candele.
(Pausa breve)
🎭 CAMERON:
Molte candele.
Silenzio.
🎤 INTERVISTATORE:
(dopo una pausa considerevole)
Questo… spiega molte cose.
🎭 DUCA:
Lo speriamo.
🎭 CAMERON:
No.
🎭 DUCA:
No?
🎭 CAMERON:
(quasi un sorriso, il più piccolo possibile)
Preferisco che la gente arrivi alle proprie conclusioni. Ci mette più impegno. I risultati sono più soddisfacenti.
Silenzio.
L’assistente di produzione, dall’angolo della stanza, smette di trattenere il respiro.
Il Colonnello si versa un ultimo bicchiere con l’aria benevola di chi ha assistito a qualcosa di bello e non ha intenzione di rovinarla con un commento.
L’intervistatore chiude il taccuino per la seconda volta.
🎤 INTERVISTATORE:
Grazie. Credo.
🎭 COLONNELLO:
Grazie a voi. È stato molto più interessante di un’intervista normale.
🎤 INTERVISTATORE:
(onesto, per la prima volta)
Sì.
E da qualche parte, in una stanza senza specchi,
un uomo in meditazione profonda
sta raggiungendo il settantesimo minuto di contemplazione silenziosa
di un tramezzino al crescione.
La guida spirituale suona le campane.
Nessuno parla.
L’assistente di produzione porta un vassoio fresco.
Silenzio.
(Dall’altra parte della città, trentasette persone dello staff aspettano.
Consapevoli che quando aprirà gli occhi, sarà valsa la pena.)

Capitolo 18 — La Vedova, il Valletto e il Cattivo Presentimento

La locanda sulla strada del nord aveva due pregi indiscutibili: non era il maniero di un duca megalomane e serviva birra calda.
Per il resto, lasciava molto a desiderare.
Puzzava di legno bagnato, di fumo stantio e di quella particolare combinazione di umanità e rassegnazione che si accumula nei posti in cui la gente si ferma non perché voglia stare lì, ma perché non sa ancora dove andare. Il soffitto era basso. Le travi esponevano la propria vecchiaia senza pudore. Tre candele su quattro avevano già rinunciato alla vita.
Era, in sostanza, il posto perfetto per sparire.
Ambrose lo capì non appena varcò la soglia, e ne fu immediatamente soddisfatto.
Sollevò appena la gonna — con quella grazia scandalosamente convincente che continuava a sorprendere anche lui stesso — e attraversò la sala principale come se stesse facendo il suo ingresso alla stagione londinese. Gli sguardi arrivarono puntualissimi. Alcuni divertiti. Alcuni sospettosi. Uno, in fondo, decisamente entusiasta in modo che sarebbe risultato inappropriato anche in circostanze normali.
Cameron lo seguiva a un passo, il volto chiuso, gli occhi che non smettevano un momento di muoversi — porta, finestre, volti, mani, bicchieri, porta di nuovo — con la metodicità di qualcuno che ha imparato a non fidarsi dei posti tranquilli proprio perché sono tranquilli.
Il Colonnello Ashford chiudeva la fila con l’aria disinvolta di un uomo abituato a situazioni peggiori. O che almeno fingeva di esserlo, il che, in determinati contesti, era quasi equivalente.
«Se ti azzardi a parlare con qualcuno,» mormorò Cameron, abbastanza piano da non essere sentito da nessuno eccetto Ambrose, «giuro che—»
«Oh, Cameron.» Ambrose non si voltò. Sistemò il ventaglio con un gesto impeccabile. «Una vedova non parla. Una vedova lascia parlare gli altri.»
Cameron aprì la bocca.
La richiuse.
Tecnicamente non aveva un controargomento.
Ed era questo il problema.
Il locandiere — un uomo dalla corporatura generosa e dalla curiosità ancora più generosa — si precipitò verso di loro con un sorriso che conteneva almeno sei domande non dette. Ambrose lo intercettò prima che potesse formularne anche solo una, inclinando il capo con un’espressione di dignitoso dolore che aveva impiegato circa tre secondi a costruire ma risultava straordinariamente convincente.
«Abbiamo viaggiato a lungo,» disse, la voce velata da qualcosa che somigliava alla stanchezza dell’anima. «Mio marito…»
Pausa.
Il tipo di pausa che occupa tutto lo spazio disponibile.
«…non ha retto.»
Silenzio assoluto.
Qualcuno, da qualche parte nella sala, si fece il segno della croce. Una donna anziana vicino al fuoco sospirò con profonda solidarietà umana. Il locandiere abbassò immediatamente il tono e assunse quella particolare espressione di rispetto compunto che si riserva ai lutti, alle autorità e ai fulmini.
Cameron lo fissò.
A lungo.
Con un’espressione che percorreva, in tempo reale, l’intero tragitto tra omicidio premeditato e ammirazione involontaria e profondamente indesiderata.
«Una stanza,» disse alla fine, la voce secca come legna spaccata. «E del cibo.»
«Subito, signore. Subito.»
Ambrose sorrise. Solo un poco. Il sorriso di chi ha vinto senza nemmeno dover spiegare le regole del gioco.
Si sedettero in fondo alla sala, lontano dalla porta, vicino a una finestra che dava su un vicolo di nessuna utilità strategica ma almeno permetteva di vedere se pioveva. Una candela tremolante gettava ombre lunghe sul tavolo. Qualcuno in cucina stava litigando con qualcosa che probabilmente era carne, ma poteva anche essere un principio filosofico.
Per un momento — uno solo, breve, quasi imbarazzante — la situazione sembrò quasi normale.
Fu Cameron a rompere l’incantesimo.
Non con parole. Non ancora.
Con l’assenza di movimento.
Ambrose lo notò perché Cameron non stava mai completamente fermo — c’era sempre qualcosa, un’occhiata, un aggiustamento, una mano che si spostava di un centimetro verso qualcosa di utile. Quando si immobilizzava del tutto, significava che stava elaborando qualcosa che non gli piaceva.
«Ci stanno guardando,» disse piano, senza spostare gli occhi dalla sala.
«Ovviamente,» rispose Ambrose, sistemandosi una ciocca bionda con il gesto studiato di chi sa di essere osservato e ha deciso di considerarla una forma di tributo. «Sono irresistibile anche nel lutto.»
«Non così.»
Ambrose abbassò il ventaglio.
Il Colonnello, dall’altra parte del tavolo, non aveva ancora toccato il suo bicchiere.
Questo, da solo, era già sufficiente a costituire un problema.
Ashford era il tipo d’uomo che beveva in qualunque circostanza, non per vizio ma per principio — sosteneva che un bicchiere in mano dava un’aria di normalità che nessun travestimento poteva eguagliare. Quando smetteva di bere, significava che stava per succedere qualcosa.
«Quanti?» chiese sottovoce.
«Due certi,» disse Cameron, con la stessa intonazione con cui si potrebbe commentare il tempo. «Uno probabile. L’angolo a sinistra della porta.»
Ambrose resistette all’impulso di girarsi. Con sforzo considerevole.
«Il cibo arriverà presto,» disse invece, come se stesse cambiando argomento, e invece stava guadagnando tempo. «Potremmo mangiare velocemente e—»
«No.»
«Era una proposta ragionevole.»
«No.»
«Cameron, il cibo—»
«Non è il momento del cibo.»
Ambrose aprì la bocca.
La richiuse.
Poi, con grande dignità: «È sempre il momento del cibo.»

✦ Intermezzo — Il Duca

Il Duca di Blackthorn non si muoveva mai in fretta.
Avrebbe potuto, naturalmente. Non mancavano né le gambe né le ragioni. Ma la fretta era, nella sua esperienza, una delle principali cause di errori evitabili, e lui aveva un rapporto personale e duraturo con l’evitare gli errori. Gli errori erano fastidiosi. Richiedevano correzioni. E le correzioni, fatte male, lasciavano tracce.
Seduto nella penombra di uno studio che odorava di cera vecchia e decisioni prese, osservava l’uomo inginocchiato davanti a lui con quell’interesse quieto e leggermente indulgente che si riserva agli oggetti utili ma non particolarmente sofisticati.
L’uomo tremava.
Non molto. Abbastanza.
«Ripeti,» disse il Duca.
«Io— io non sapevo che—»
Un sospiro. Breve, preciso, il tipo di sospiro che non esprime stanchezza ma classificazione.
«No,» disse il Duca, con una pazienza che aveva qualcosa di più inquietante della collera. «Non è questo che ti ho chiesto.»
Silenzio.
L’uomo deglutì.
«Dove stanno andando.»
Non era una domanda. Era la forma grammaticale dell’inevitabile.
Due battiti. Tre.
«Alla locanda sulla strada nord, mio signore.»
Il Duca inclinò appena il capo. Un centimetro. Due.
«Vedi?» disse, con la soddisfazione misurata di chi ritrova esattamente ciò che cercava. «Non era difficile.»
Si alzò. Lentamente. Con quella qualità del movimento che suggeriva non tanto forza fisica quanto la certezza assoluta che lo spazio intorno a lui avrebbe collaborato.
«E dimmi…» Fece un passo. Solo uno. «Chi di loro pensi che morirà per primo?»
L’uomo esitò.
Era il tipo di esitazione che nelle storie segnala un momento cruciale e nella realtà segnala semplicemente qualcuno che non ha ancora capito in che tipo di conversazione si trova.
Il Duca lo guardò. Con una dolcezza che aveva qualcosa di terribile, come certi fiori che crescono nei posti sbagliati.
«Oh, non importa,» disse piano. «Cambierò idea comunque.»
Si voltò verso la finestra.
La notte era fonda, silenziosa, del tutto indifferente ai piani altrui.
«Preparate i cavalli.»

Il cibo arrivò. Pane, carne di qualcosa, un sugo di incerta origine. Nessuno mangiò davvero, il che per Ambrose costituiva già di per sé una forma di violenza.
Stava per dire qualcosa — qualcosa di leggero, di leggermente irrilevante, del tipo di osservazione che serve più a occupare il silenzio che a comunicare qualcosa — quando la porta si aprì.
Un uomo entrò. Fradicio. Cappello calato sugli occhi. Mantello scuro di quello scuro specifico che la pioggia dà alle cose che preferirebbero non essere viste.
Niente di strano, preso singolarmente.
Le locande sulla strada del nord accoglievano abitualmente persone fradice e poco desiderose di essere identificate. Era parte dell’offerta.
Ma Cameron si alzò.
Troppo in fretta.
La sedia strisciò sul pavimento con uno di quei suoni secchi e definitivi che attraversano una sala e fanno voltare chiunque non stia dormendo. Tre teste. Cinque. Il locandiere alzò gli occhi dalla brocca.
«Cameron,» disse il Colonnello, sottovoce, con il tono di chi sta guardando qualcuno camminare verso il bordo di qualcosa.
Troppo tardi.
L’uomo fradicio aveva già alzato lo sguardo da sotto il cappello.
Per un istante si fissarono — Cameron immobile, l’uomo immobile, la sala che continuava a esistere attorno a loro come se niente fosse — e in quell’istante Cameron capì una serie di cose in rapida successione, come pagine di un libro sfogliate troppo velocemente per leggere ma abbastanza per sapere che finisce male.
Non era uno qualunque.
Non era nemmeno un informatore comune, del tipo che vende notizie a chiunque paghi il giusto prezzo.
Era qualcuno che sapeva. Non tutto. Non ancora. Ma abbastanza da essere lì, in quella locanda specifica, in quella sera specifica, ad alzare lo sguardo nel momento esatto in cui Cameron si alzava dalla sedia.
Ambrose lo vide capire.
«Non farlo,» disse, piano. Senza ironia. Senza la leggerezza consueta che usava come scudo. Solo quelle due parole, dette nel modo in cui si dice una cosa quando si sa già che non servirà.
Cameron non ascoltò.
Si avvicinò all’uomo. Lo afferrò per il colletto con quella precisione economica che non ha nulla di teatrale e tutto di efficace, e lo spinse contro il muro con una forza sufficiente a far tremare le travi.
«Chi ti manda.»
Non lo chiese. Lo disse. Con quel tono piatto e fermo che non ha bisogno di alzarsi perché occupa già tutto lo spazio disponibile.
Silenzio.
L’uomo non rispose.
Non per coraggio, necessariamente. A volte il silenzio è solo il tempo che passa tra il capire in che guaio ci si trova e il decidere cosa farsene.
Poi l’uomo sorrise.
Non un sorriso nervoso. Non un sorriso che chiede pietà o guadagna tempo.
Un sorriso di qualcuno che stava aspettando esattamente questo momento, e che il momento fosse arrivato non lo sorprendeva affatto.
Fu in quel preciso istante che Cameron capì, con la chiarezza scomoda delle comprensioni tardive, che non aveva intercettato un informatore.
Aveva appena fatto esattamente ciò che il Duca si aspettava che facesse.
L’uomo era l’esca.
E lui aveva abboccato.
Ambrose, dall’angolo, osservò la scena con l’espressione di chi vorrebbe moltissimo dire te l’avevo detto e sa benissimo che non è il momento. Non ancora.
Il dopo, però, sarebbe stato interessante.
Ammesso che ci fosse un dopo.

Capitolo 19, La Fuga (con Pollame)

La prima cosa che volò attraverso la sala della locanda non fu un pugno.

Non fu un bicchiere.

Non fu nemmeno uno di quegli oggetti vagamente identificabili che tendono a diventare proiettili nelle risse di provincia.

Fu una gallina.

Nessuno seppe mai con certezza da dove venisse. La cucina era la risposta più probabile, ma la cucina era dall’altra parte della sala, il che avrebbe richiesto una traiettoria difficile da spiegare anche a mente fredda. C’era chi avrebbe giurato che fosse scesa direttamente dal soffitto. C’era chi sosteneva di averla vista già lì, nell’angolo, da prima, seduta, immobile, in attesa del momento giusto.

In ogni caso, attraversò la sala con una velocità e una determinazione che suggerivano un’opinione molto precisa sugli eventi, colpì un uomo in piena faccia con un battito d’ali di furiosa indignazione, e produsse un urlo che interruppe tutto il resto.

Silenzio.

Poi il caos.

 

Ambrose non aveva ancora del tutto capito cosa stesse succedendo quando la gallina gli finì tra le braccia.

Non fu una scelta. Non fu un riflesso. Fu semplicemente il tipo di cosa che accade alle persone che si trovano nel posto sbagliato nel momento sbagliato con le braccia nella posizione sbagliata, e Ambrose, in quel preciso istante, aveva le braccia nella posizione sbagliata perché stava ancora portando avanti la sua performance da vedova tragica, appoggiato a Cameron con un’espressione di dolore dignitoso che aveva richiesto una certa preparazione interiore.

«Oh, mio caro—» stava dicendo.

La gallina arrivò.

Ambrose urlò.

Non un urlo elegante. Non il tipo di suono che si addice a una vedova del Kent in stato di lutto. Un urlo vero, immediato, totalmente privo di qualsiasi considerazione scenica, del genere che esce prima che la mente abbia avuto il tempo di intervenire con suggerimenti sull’opportunità.

Per un motivo che non avrebbe saputo spiegare nemmeno sotto tortura, e la tortura, nelle ultime settimane, era diventata una possibilità concreta, non la lasciò andare.

«CAMERON, HA LE UNGHIE!…»

«È UNA GALLINA.»

«NON AIUTA!»

Cameron lo stava già guardando con quella sua espressione specifica, quella a metà tra l’omicidio premeditato e qualcosa di molto più difficile da definire e molto più difficile da ammettere, quando la sala esplose definitivamente.

Qualcuno rovesciò un tavolo. Qualcun altro ci finì sopra. Un uomo che fino a trenta secondi prima stava bevendo in pace tirò un boccale verso un punto imprecisato della stanza con l’entusiasmo di chi aspettava questa occasione da molto tempo. Il Colonnello Ashford era già in movimento dall’altra parte della sala, e lo stava facendo con quella competenza silenziosa e leggermente eccessiva che continuava a sollevare domande sulla natura precisa della sua formazione militare.

Cameron prese una decisione.

Rapida. Istintiva. E, come quasi tutte le decisioni rapide e istintive prese in ambienti caotici con una gallina in scena, profondamente sbagliata.

Afferrò Ambrose.

Afferrò, per un motivo che il cervello non aveva ancora comunicato al braccio, anche la gallina.

E si lanciò verso la cucina.

 

La cucina era un inferno nel senso più tecnico del termine: calore, vapore, superfici unte, urla provenienti da direzioni che la geometria della stanza non avrebbe dovuto permettere. Tre pentole sul fuoco. Un ragazzo di bottega che aveva già deciso che qualunque cosa stesse succedendo non lo riguardava e stava cercando di raggiungere questa conclusione spostandosi verso l’angolo più lontano disponibile.

E piume.

Piume ovunque.

Qualcuno, o qualcosa, o forse l’universo in uno dei suoi momenti più creativi, ne aveva rovesciato un sacco intero. Il contenuto aveva reagito alla situazione nel modo più partecipativo possibile, distribuendosi su ogni superficie orizzontale e verticale con una generosità che non lasciava niente al caso.

Ambrose entrò nella cucina come un’apparizione.

Vestito blu, elegante e vagamente autorevole.

Perle, ancora al loro posto con una fedeltà quasi commovente.

Capelli biondi, sostanzialmente integri nonostante tutto.

E piume.

Molte piume.

Nei capelli. Sulle spalle. Lungo il corsetto con una distribuzione che suggeriva una forza elettrostatica di origine sconosciuta. Una, particolarmente determinata, incollata alla guancia sinistra.

Il cuoco lo guardò.

Ambrose lo guardò.

La gallina, ancora presente, ancora tecnicamente in braccio a Cameron, lo guardò anche lei, con la dignità offesa di chi ha avuto una serata peggiore di chiunque altro nella stanza e vorrebbe che questo venisse riconosciuto.

«Non è il momento,» disse Ambrose.

Con una dignità che, oggettivamente, non aveva più nessuna base materiale su cui appoggiarsi, ma esisteva comunque per pura forza di volontà.

Il cuoco non disse niente.

Probabilmente era la scelta giusta.

 

Trovarono l’uscita sul retro tre secondi dopo, o forse trenta, o forse un’eternità, il tempo nelle cucine caotiche si comporta in modo non convenzionale. Cameron stava già aprendo il passaggio quando Ambrose si fermò.

Non per scelta.

La gonna aveva deciso autonomamente di agganciarsi a qualcosa.

Cameron si voltò.

Ambrose era lì, immobile, leggermente inclinato verso destra, con l’espressione di chi sta facendo i calcoli su quante cose possono andare storte in una singola serata prima che diventi statisticamente interessante. Il gancio da carne, robusto, del tutto indifferente alla situazione, aveva catturato uno strato generoso di tessuto blu e non mostrava nessuna intenzione di negoziare.

Le piume. La gonna. Le perle. Lo sguardo.

Cameron guardò la scena nella sua interezza.

«Non ridere,» disse Ambrose.

«Non sto ridendo.»

«Stai ridendo.»

«Sto valutando le opzioni.»

«Quelle sono due cose che fai contemporaneamente, Cameron, e lo sappiamo entrambi.»

Cameron si avvicinò. Con calma. Con quella calma che le persone usano quando stanno cercando di non fare una cosa che farebbero molto volentieri.

In quel momento comparve il Colonnello.

Arrivò dall’ingresso della cucina con il passo di chi ha appena risolto tre problemi fisici in rapida successione e ne sta già identificando un quarto. Si fermò sulla soglia. Prese la scena nella sua totalità, nel modo metodico e rapido degli uomini abituati a valutare situazioni di emergenza.

La gallina.

Le piume.

Ambrose appeso al gancio da carne con la gonna e uno sguardo omicida.

Cameron, che non stava ridendo, ma solo nella definizione più tecnica e generosa del termine.

«Davvero?…» disse il Colonnello.

Non era una domanda. Non era un commento. Era il tipo di parola usata come scappatoia per una situazione che le parole vere non potevano inquadrare.

Liberò Ambrose dal gancio con un gesto unico, preciso, della durata di circa un secondo e mezzo. Troppo rapido per essere improvvisato. Molto troppo rapido.

Nessuno fece osservazioni.

 

Uscirono dal retro nella notte.

Pioggia. Fango. Il tipo di buio che non lascia spazio agli errori di valutazione sulla profondità delle pozzanghere. Ambrose aveva ancora una piuma incastrata nei capelli, una sola, sopravvissuta a tutto, e non lo sapeva, il che era forse la cosa più dignitosa dell’intera situazione.

Cameron aveva lo sguardo di un uomo che ha preso una serie di decisioni sbagliate in sequenza e sta ancora cercando il punto esatto in cui avrebbe potuto interrompere la catena.

Il Colonnello guardava davanti a sé con l’aria di chi ha archiviato la serata in una cartella mentale etichettata cose che non si discutono.

Per un momento, uno solo, breve, quasi sufficiente, ci fu silenzio.

Poi, dall’interno della locanda, con la chiarezza cristallina di una voce che non ha nessuna intenzione di abbassarsi:

«SONO USCITI DAL RETRO!»

Ambrose chiuse gli occhi.

Li riaprì.

Sospirò, con la rassegnazione morbida di chi ha già accettato tutto quello che deve accettare per quella sera.

«Bene,» disse. «Almeno ho fatto una buona impressione.»

Cameron lo guardò.

A lungo.

Con quell’espressione che non era più sul confine tra due cose ma aveva scelto definitivamente da che parte stare, anche se non aveva nessuna intenzione di dirlo ad alta voce.

«Se sopravviviamo,» disse piano, «non ne parleremo mai più.»

Una pausa.

Si mossero nel buio.

La piuma nei capelli di Ambrose resistette ancora per un bel po’.

 

Epilogo, Il Duca

 

Il rapporto arrivò all’alba.

Il Duca lo lesse seduto, con il caffè ancora caldo, nella penombra dello studio. Lo lesse tutto, dall’inizio alla fine, senza cambiare espressione. Poi lo rilesse, più lentamente, dal punto della gallina in poi.

Rimase in silenzio per un momento.

L’uomo che aveva portato il rapporto aspettava, con quella tensione specifica di chi non sa se la notizia che ha consegnato è buona o cattiva e nel frattempo non respira del tutto.

«La gallina,» disse infine il Duca.

«Sì, mio signore.»

«Era già lì, o è arrivata durante?»

L’uomo esitò. «Non… non siamo riusciti a stabilirlo con certezza, mio signore.»

Il Duca annuì lentamente.

Poi, con la precisione di chi sta archiviando un’informazione in un posto specifico della memoria:

«E le piume.»

«Sì, mio signore. Molte.»

«Capisco.»

Silenzio.

L’uomo aspettava ancora.

Il Duca posò il rapporto sul tavolo. Con cura. Come si posa qualcosa a cui si intende tornare.

«Potete andare.»

L’uomo fece un inchino e uscì, con la sensazione vaga e ingiustificabile di aver appena assistito a qualcosa che non avrebbe capito del tutto.

Il Duca rimase solo.

Rimase immobile per alcuni secondi.

Poi, nell’assoluta privacy dello studio vuoto, con nessun testimone eccetto il caffè ormai tiepido e le prime luci grigie che filtravano dalle persiane:

sorrise.

Non il sorriso che usava con il mondo.

L’altro.

«Arabella,» disse sottovoce, a nessuno in particolare.

Prese il caffè.

«Sei straordinario.»