Ovvero le deplorevoli avventure del signor Ambrose Annesley, il quale desiderava soltanto mangiare gratis ma finì per diventare duchessa.
Capitolo 1: Un Gentiluomo in Crinolina
Ambrose Annesley aveva sempre saputo di non essere l’uomo più fortunato d’Inghilterra. Era bello, sì, con lineamenti tanto delicati da suscitare invidia perfino in certe fanciulle, ma il suo spirito era tiepido come un tè lasciato troppo a lungo sul vassoio e il suo portafoglio più leggero di un venticello primaverile. Per questo motivo, quando un invito a una sfarzosa masquerade giunse tra le sue mani—o meglio, fu abilmente sottratto a un incauto servitore—Ambrose vide un’opportunità d’oro: cibo gratuito.
Il problema principale era ottenere l’accesso ai migliori vassoi del buffet. E qui entrava in gioco la sua più grande risorsa: un corpo esile, una chioma setosa e un portamento che, con il giusto abito, avrebbe ingannato anche la più sospettosa delle dame di compagnia. Così, con l’aiuto di un’amica compiacente e un corpetto stretto quanto il bilancio della sua famiglia, Ambrose divenne Miss Arabella Fairweather.
Giunto alla festa, la missione cibo procedeva a meraviglia. Tramezzini al crescione, pasticcini al limone, perfino una tartina al salmone che gli fece versare una lacrima di commozione: tutto era suo. Finché non incontrò lo sguardo di lui.
Il duca di Blackthorn—nome che evocava immediatamente un’antica maledizione e almeno tre matrimoni infelici—era l’incarnazione stessa del pericolo in tight nero. Alto, tenebroso e con un sopracciglio costantemente sollevato in modo sospetto, lo fissava con un’intensità tale da fargli quasi sputare il bignè che stava addentando.
“Mia cara,” mormorò il duca, afferrandogli la mano guantata. “Non vi ho mai vista prima.”
Ambrose, terrorizzato e con la bocca ancora piena, fece l’unica cosa possibile: annuì con grazia e masticò più in fretta.
“Affascinante,” sussurrò il duca, inclinando il capo. “Così timida, così misteriosa. Devo avervi.”
Prima che Ambrose potesse spiegare che il suo cuore apparteneva esclusivamente ai pasticcini, il duca fece un gesto ai suoi uomini di fiducia. E poi, il buio.
Capitolo 2: Rapimenti e Sposalizi Indesiderati
Ambrose si risvegliò in una carrozza in corsa, con la testa pesante come un tomo di genealogie reali e un gusto sgradevole in bocca, probabilmente dovuto alla combinazione di laudano e tramezzino al crescione. La prima cosa che vide fu il duca, seduto di fronte a lui, che lo osservava con l’aria compiaciuta di chi ha appena acquistato un cavallo particolarmente costoso.
“Mia dolce Arabella, ormai siete mia. La mia promessa sposa.”
Ambrose sbatté le palpebre. “Prego?”
“Oh, sì, il mondo saprà che la misteriosa damigella rapita dal duca di Blackthorn non può che essere destinata a diventare la sua duchessa.” Il sorriso del duca si fece ancor più affilato. “Mia madre ci attende già a Blackthorn Manor. Il matrimonio avverrà tra tre giorni. E poi…”
Qui, il duca si sporse leggermente in avanti e con tono lascivo sussurrò: “Dovremo darci da fare per concepire un erede entro un mese.”
Ambrose, ormai certo di aver ricevuto troppo laudano, si limitò a fissarlo con lo sguardo vitreo di chi sta cercando di comprendere le leggi fondamentali della biologia umana. Poi, l’unico pensiero coerente gli attraversò la mente:
“Beh, almeno l’abito da sposa mi starà d’incanto.”
Capitolo 3: cos’è il Regency?
Ambrose Annesley sbatté le palpebre, ancora un po’ intontito dal laudano e dalla costrizione del suo corsetto improvvisato. Il duca lo fissava con un sorriso sardonico, le braccia incrociate.
“Dimmi, mia cara,” mormorò l’aristocratico con la sua voce bassa e sensuale, “che cos’è per te il Regency?”
Ambrose corrugò la fronte, confuso. “Il… il cosa?”
“Il Regency. L’epoca in cui viviamo.”
“Oh! Ma certo!” si schiarì la voce e si mise in posa, cercando di assumere un’aria colta che, purtroppo, gli si addiceva meno di un abito da sposa. “Il Regency, mio duca, è un’epoca gloriosa di balli, duelli d’onore e conversazioni piene di sottintesi erotici nei giardini. È il periodo in cui gli uomini portano giacche così strette che sembrano prosciutti legati con lo spago, e le donne svengono per sport. Un’era in cui le eredità si vincono solo con matrimoni improbabili e ogni conversazione si conclude con la frase ‘Ma mio caro, è sconveniente!’”
Si sistemò meglio la parrucca, che ormai pendeva di lato. “Ma soprattutto, è un’epoca in cui io, un uomo di pochi mezzi e ancor meno intelligenza, posso farmi passare per una giovane dama solo indossando un ventaglio e sospirando molto. Non è magnifico?”
Il duca lo osservò in silenzio per un lungo momento, poi sospirò.
“Forse dovrei aumentare la dose di laudano.”
Capitolo 4: L’Arrivo a Blackthorn Manor
La carrozza si fermò con un sobbalzo tale che Ambrose batté la testa contro il finestrino.
Non era un grande danno, considerando che la sua mente aveva già deciso di prendersi qualche giorno di ferie.
“Arrivati,” disse il duca con un tono soddisfatto, come un uomo che ha appena completato un piano criminale particolarmente elegante.
Ambrose cercò di mettere a fuoco ciò che vedeva fuori dal vetro appannato. Davanti a loro si ergeva Blackthorn Manor.
Il castello era esattamente come un castello dovrebbe essere in un romanzo scandaloso: torri appuntite, finestre strette e minacciose, edera che sembrava arrampicarsi sui muri con intenti chiaramente malvagi e almeno tre gargoyle che giudicavano severamente chiunque arrivasse.
“È molto… gotico,” mormorò Ambrose.
“È ereditato,” rispose il duca.
La portiera si aprì. Una fila di servitori rigidissimi attendeva sulla scalinata, come se fossero stati lucidati con la cera.
In cima a tutti stava una donna imponente, vestita di nero dalla testa ai piedi, con l’aria di chi poteva far tremare l’intera aristocrazia britannica semplicemente sollevando un sopracciglio.
“La mia adorata madre,” disse il duca.
Ambrose sbiancò sotto il cerone.
La duchessa madre di Blackthorn scese lentamente i gradini, osservandolo con l’espressione analitica di un generale che sta valutando se il nuovo soldato sopravviverà più di tre minuti.
“Figlio,” disse con voce fredda come l’inverno scozzese.
“Madre,” rispose il duca con una lieve inclinazione del capo.
Poi lei guardò Ambrose.
Silenzio.
Ancora silenzio.
Un gargoyle tossì.
“È molto… magra,” disse infine la duchessa madre.
Ambrose cercò di fare una riverenza, ma il corsetto prese una decisione diversa e produsse un sinistro scricchiolio.
La duchessa madre strinse gli occhi.
“Come si chiama?”
Il duca sorrise con il compiacimento di un uomo che sta mentendo con grande entusiasmo.
“Miss Arabella Fairweather.”
Ambrose annuì con entusiasmo e agitò il ventaglio.
“Del Kent,” aggiunse il duca.
Ambrose annuì di nuovo.
“Orfana.”
Ambrose annuì con convinzione.
“Molto timida.”
Ambrose cercò di annuire ma in quel momento gli sfuggì un rutto di crescione.
La duchessa madre rimase immobile.
“Capisco,” disse.
Poi si voltò verso il figlio.
“Figlio mio.”
“Sì, madre?”
“Se questa creatura non è incinta entro trenta giorni, ti diseredo.”
Ambrose smise di respirare.
Il duca, invece, sembrò addirittura più interessato.
“Trenta giorni?” disse. “Una sfida intrigante.”
Ambrose alzò lentamente la mano.
“Se posso permettermi una domanda…”
La duchessa madre lo fissò.
“Sì?”
Ambrose deglutì.
“Tecnicamente parlando… qualcuno qui conosce il funzionamento generale del concepimento?”
Il duca lo guardò.
La duchessa madre lo guardò.
Il maggiordomo lo guardò.
Uno dei cavalli nitrì con preoccupazione.
Il duca si avvicinò lentamente ad Ambrose e sussurrò:
“Arabella, mia cara… lo scopriremo insieme.”
Ambrose chiuse gli occhi.
Aveva partecipato a quella masquerade per mangiare gratis.
Ora rischiava di diventare madre entro un mese.
“Avrei dovuto fermarmi al secondo tramezzino,” mormorò.
Capitolo 5: Problemi Anatomici
La prima notte a Blackthorn Manor fu, per Ambrose Annesley, una profonda esperienza filosofica.
Non perché riflettesse sulla natura dell’amore.
Ma perché stava cercando di capire come togliersi il corsetto senza morire soffocato.
Era seduto sul bordo di un enorme letto a baldacchino, circondato da tende di velluto così pesanti che probabilmente avevano visto almeno due guerre, tre scandali aristocratici e un fantasma.
Ambrose tirò un laccio.
Nulla.
Tirò un altro laccio.
Peggio.
“Credo… credo che questo aggeggio sia stato progettato da qualcuno che odiava l’umanità,” mormorò.
In quel momento qualcuno bussò.
Ambrose si immobilizzò.
La porta si aprì.
Entrò la cameriera personale assegnata alla futura duchessa.
Era una donna minuta, con occhi acuti e l’espressione di chi aveva visto troppe cose nella vita per essere sorpresa da qualsiasi cosa.
Si chiamava Mrs. Pritchard.
Osservò Ambrose.
Ambrose osservò lei.
Poi il suo sguardo scese lentamente verso il corsetto.
Poi verso le mani di Ambrose, che stavano cercando di liberarsi.
Poi tornò al volto.
Silenzio.
“Madam,” disse infine la cameriera.
“Sì?” disse Ambrose con voce acuta.
“Lei sta tentando di togliersi il corsetto… dal lato sbagliato.”
Ambrose smise di muoversi.
“Esiste… un lato giusto?”
Mrs. Pritchard sospirò come una donna che improvvisamente aveva capito che la sua serata sarebbe stata molto lunga.
Si avvicinò.
Tirò due lacci.
Il corsetto si allentò immediatamente.
Ambrose inspirò come un uomo che aveva appena riconquistato la libertà.
“Signore misericordioso,” disse.
Mrs. Pritchard si congelò.
Molto lentamente sollevò lo sguardo.
“Ha detto Signore misericordioso?”
Ambrose si schiarì la gola.
“Un modo di dire del Kent.”
“Capisco.”
Silenzio.
Poi lei disse:
“Madam.”
“Sì?”
“Lei ha le spalle di un ufficiale di cavalleria.”
Ambrose deglutì.
“E le mani di un taglialegna.”
Ambrose sorrise con debolezza.
“E,” concluse la cameriera inclinando la testa, “il tono di voce di un uomo che ha appena realizzato di essere stato rapito.”
Ambrose rimase immobile.
La cameriera lo fissò.
Poi, con calma assoluta, chiuse la porta.
Si avvicinò.
E disse sottovoce:
“Lei non è una donna.”
Ambrose rifletté.
A lungo.
Poi disse:
“Prima di rispondere… posso sapere se questa informazione comporta la morte immediata?”
Mrs. Pritchard lo studiò.
Poi sospirò.
“No.”
Ambrose annuì.
“Allora sì.”
Capitolo 6: Il Duca Entra Senza Bussare (Come Tutti i Duchi)
Capitolo 7: Il Medico di Famiglia
La mattina seguente, Blackthorn Manor si svegliò immersa in una nebbia elegante e in una quantità di pettegolezzi sufficiente a nutrire l’aristocrazia inglese per almeno tre stagioni sociali.
Nel salottino verde, Ambrose Annesley sedeva composto su una poltrona.
Molto composto.
Forse troppo composto.
Le mani giunte sul grembo, la schiena dritta, lo sguardo vago di chi sta cercando di ricordare se esiste una via di fuga da una finestra del secondo piano.
Di fronte a lui stava il dottor Bartholomew Crispin, medico di famiglia dei Blackthorn da tre generazioni e grande sostenitore della medicina sperimentale, delle sanguisughe e delle diagnosi creative.
Il duca osservava la scena con interesse.
Mrs. Pritchard osservava il duca con sospetto.
Il medico prese il polso di Ambrose.
Chiuse gli occhi.
Inspirò.
Poi fece un suono perplesso.
“Hmm.”
Il duca sollevò un sopracciglio.
“Qualcosa non va, dottore?”
Il medico aprì un occhio.
“Non direi che non va.”
Pausa.
“Direi che è… sorprendente.”
Ambrose deglutì.
“Quanto sorprendente?”
Il medico si chinò in avanti.
“Miss Fairweather possiede…”
consultò mentalmente una quantità enorme di sciocchezze mediche,
“…una circolazione estremamente vigorosa.”
Il duca annuì lentamente.
“È una buona notizia?”
“Potenzialmente.”
Il medico toccò il torace di Ambrose.
Ambrose emise un piccolo suono di protesta.
“Hmm.”
Il medico lo osservò.
Poi osservò il duca.
Poi osservò di nuovo Ambrose.
“Straordinario.”
Il duca si sporse in avanti.
“Cosa?”
Il medico parlò con grande serietà.
“Non ho mai visto una giovane dama con…”
Pausa drammatica.
“…una struttura toracica così determinata.”
Ambrose smise di respirare.
Mrs. Pritchard chiuse gli occhi.
Il duca sorrise lentamente.
“Interessante.”
Il medico continuò.
“E inoltre…”
prese un piccolo martelletto medico,
colpì il ginocchio di Ambrose.
La gamba di Ambrose scattò come una catapulta.
Il medico annuì soddisfatto.
“Riflessi eccellenti.”
Il duca sembrava sempre più divertito.
“Dottore.”
“Sì, vostra grazia.”
“Miss Fairweather sarà in grado di concepire un erede entro un mese?”
Il medico rifletté con grande attenzione.
Molto lentamente accarezzò la barba.
Poi disse:
“Direi che la futura duchessa soffre di una rara, ma affascinante condizione.”
Il duca attese.
Il medico annunciò:
“Virilitas latens.”
Silenzio.
Il duca sbatté le palpebre.
“Cosa significa?”
Il medico sorrise.
“È latino.”
Ambrose alzò una mano.
“Lo avevo intuito.”
Il medico continuò con entusiasmo accademico.
“In termini semplici…”
indicò Ambrose,
“…questa giovane dama possiede una quantità sospettosamente virile di energia vitale.”
Il duca si voltò lentamente verso Ambrose.
Ambrose sorrise con debolezza.
Il duca inclinò la testa.
“Arabella.”
“Sì?”
“Sto iniziando a sospettare…”
si avvicinò lentamente,
“…che tu sia molto più interessante di quanto pensassi.”
Ambrose sospirò.
“Temo che anche la biologia stia iniziando a sospettarlo.”
Mrs. Pritchard, dall’angolo della stanza, mormorò:
“Signore misericordioso.”
Capitolo 8: Il Ballo di Fidanzamento
Tre ore dopo la diagnosi di virilitas latens, il duca di Blackthorn prese una decisione che avrebbe sconvolto l’intera aristocrazia inglese.
“Organizzeremo un ballo.”
Ambrose sollevò lentamente la testa.
“Un… cosa?”
“Un ballo di fidanzamento.”
Ambrose rimase immobile.
“Fra tre giorni.”
Ambrose guardò il soffitto.
Poi il duca.
Poi Mrs. Pritchard.
Poi il medico.
Il medico annuì con entusiasmo.
“Eccellente per la circolazione.”
Ambrose sussurrò:
“Non credo che la mia circolazione sia il problema principale.”
Il duca sorrise.
“Arabella, mia cara, l’alta società deve conoscere la mia futura duchessa.”
Ambrose deglutì.
“L’alta società non mi sembra pronta.”
Mrs. Pritchard intervenne con tono severo.
“L’alta società non è mai pronta. È la sua principale caratteristica.”
Interludio: Tre Giorni di Strategia Disperata
Il duca di Blackthorn annunciò il ballo con la calma di un uomo che aveva appena deciso di scatenare un uragano sociale.
“Tra tre giorni.”
Mrs. Pritchard annuì.
“È il minimo accettabile.”
Ambrose sospirò di sollievo.
“Grazie al cielo.”
Il duca lo osservò.
“Perché?”
“Tre giorni sono un tempo molto ragionevole.”
“Per cosa?”
Ambrose rifletté.
“…per abituarmi all’idea di essere una donna.”
Il duca sorrise lentamente.
Giorno Primo
Ambrose trascorse gran parte della giornata evitando il duca.
Fu visto:
- nel giardino delle rose
- nella biblioteca
- dietro una tenda
- e una volta dentro un armadio per la biancheria
Il duca lo trovò comunque.
Sempre.
“Arabella.”
“Sì.”
“Perché siete nell’armadio?”
“Sto… studiando il lino.”
Il duca annuì lentamente.
“Naturalmente.”
Giorno Secondo
Ambrose tentò una strategia diversa.
Si finse profondamente malato.
Il medico fu convocato.
Il medico prese il polso.
“Hmm.”
Ambrose tossì con grande convinzione.
“Gravissimo.”
Il medico annuì.
“Concordo.”
Il duca si irrigidì.
“Cosa ha?”
Il medico rispose con serietà accademica:
“Un caso acuto di nervosismo prematrimoniale aristocratico.”
Ambrose cercò di sembrare debole.
“Temo di non sopravvivere al ballo.”
Il medico scosse la testa.
“Impossibile.”
“Perché?”
“È la cura.”
Giorno Terzo
Ambrose tentò la fuga.
Fu intercettato da Mrs. Pritchard sulla scalinata.
“Dove va, madam?”
Ambrose esitò.
“A prendere aria.”
“Con una valigia?”
Ambrose rifletté.
“Aria molto lontana.”
Mrs. Pritchard gli tolse la valigia.
Ambrose sospirò.
“Temo che la mia vita sia ufficialmente sfuggita di mano.”
Mrs. Pritchard gli sistemò il colletto.
“Oh, quello è successo molto prima.”
Il giorno del ballo
Blackthorn Manor era diventata un campo di battaglia sartoriale.
Ambrose stava in piedi davanti allo specchio.
Indossava un abito da ballo color crema.
Seta.
Pizzi.
Perle.
Un corsetto che sembrava progettato da un ingegnere militare.
Mrs. Pritchard stava sistemando i capelli.
Ambrose parlò con voce distante.
“Non ho mai ballato un valzer.”
“Imparerà.”
“Non ho mai ballato… da donna.”
“Imparerà.”
Ambrose la guardò nello specchio.
“E se qualcuno si accorge che sono un uomo?”
Mrs. Pritchard si fermò.
Lo fissò.
Poi disse con calma:
“Allora sarà la serata più interessante della stagione.”
La grande sala da ballo di Blackthorn Manor brillava di candele.
Cristalli.
Seta.
E una quantità industriale di pettegolezzi.
L’aristocrazia locale era accorsa come avvoltoi educati.
Dame con ventagli.
Gentiluomini con monocolo.
Vecchie zie con binocolini teatrali pronti a registrare ogni scandalo.
Quando Ambrose entrò nella sala, il silenzio cadde come un sipario.
Il duca gli offrì il braccio.
Ambrose lo prese.
Il suo sorriso era quello di un uomo che ha accettato il proprio destino.
“Non respirare troppo forte,” sussurrò il duca.
“Perché?”
“Potrebbe sembrare sospetto.”
Ambrose sussurrò:
“Se svengo?”
“Molto femminile.”
“Se fuggo?”
“Molto drammatico.”
Ambrose rifletté.
“Se mi trasformo in un cavallo?”
Il duca lo guardò.
“Arabella.”
“Sì.”
“Ti prego di non farlo.”
In fondo alla sala, una vecchia contessa sussurrò:
“Chi è quella creatura?”
Un’altra dama rispose:
“Miss Arabella Fairweather.”
“E da dove viene?”
Pausa.
“Dal Kent.”
“Ah.”
Silenzio.
Poi la contessa sussurrò:
“Ha le spalle di un soldato.”
La musica iniziò.
Un valzer.
Il duca si voltò verso Ambrose.
“Balliamo.”
Ambrose smise di vivere.
“Non credo sia necessario.”
Il duca sorrise.
“Oh, lo è.”
Lo trascinò al centro della sala.
L’aristocrazia si inclinò in avanti come un unico organismo curioso.
Il duca prese la mano di Ambrose.
Ambrose prese la mano del duca.
La musica partì.
Primo passo.
Secondo passo.
Ambrose inciampò.
Il duca lo sostenne.
Ambrose sussurrò:
“Se sopravvivo a questa serata…”
“Sì?”
“…mangio dodici tramezzini.”
Il duca sorrise lentamente.
“Arabella.”
“Sì?”
“Sto iniziando a pensare che tu sia il Diamante della stagione.”
Ambrose sospirò.
“È la cosa più spaventosa che mi sia stata detta oggi.”
Capitolo Intermedio: Un’Eccessiva Tranquillità
La casa della zia di Ambrose era, per la prima volta dopo anni, straordinariamente silenziosa. Niente passi affrettati nei corridoi, nessun vassoio rovesciato, nessuna richiesta improvvisa di dolci alle ore più improbabili. E soprattutto—evento senza precedenti—il cibo durava più di cinque minuti.
La zia, seduta al capotavola, osservò il piatto. Poi il tavolo. Poi il vuoto.
“Che strano,” disse. “C’è più marmellata del solito.”
La governante annuì. “Sì, signora.”
“E nessuno ha tentato di mangiare il roast beef prima che fosse servito.”
“Sì, signora.”
La zia rifletté per un momento, poi concluse con serenità: “Dev’essere una coincidenza.” E riprese a mangiare.
Nel frattempo, nel giardino sul retro, Cameron stava vivendo un’esperienza nuova e profondamente sospetta: il riposo. Era seduto su una panchina, le braccia incrociate, lo sguardo perso nel nulla. Davanti a lui, una tazza di tè ancora calda. Intatta. Nessuno gli aveva chiesto nulla da… contò mentalmente… quasi tre giorni.
Una foglia cadde. Un uccello cinguettò. Il mondo era tranquillo.
Cameron socchiuse gli occhi. “Questo è sbagliato.”
Non nel senso poetico. Nel senso pratico. Ambrose non era presente. E quando Ambrose non era presente, non era mai per un buon motivo.
Il quarto giorno, qualcosa incrinò definitivamente quella pace innaturale. Durante il pranzo, la zia alzò lo sguardo.
“Cameron.”
“Sì, signora.”
“Il nipote è…”
Pausa.
“…insolitamente discreto.”
Cameron non rispose subito. “Sì, signora.”
“Da quanto tempo non lo vediamo?”
Cameron rifletté, poi disse con una calma molto controllata: “Quattro giorni, signora.”
La zia batté le palpebre. “Quattro?”
“Sì, signora.”
Pausa. “È… normale?”
Cameron la guardò. “No, signora.”
La zia annuì lentamente. Poi disse: “Allora immagino che dovreste fare qualcosa.”
“Sì, signora.”
“Molto bene.”
E tornò al suo piatto.
Cameron si alzò, sospirò, e iniziò la sua indagine.
Il primo indizio arrivò dalla cucina. La servetta era giovane e, come Cameron stabilì nel giro di tre secondi, pericolosamente entusiasta e scarsamente dotata di giudizio.
“Cercate qualcosa, signore?” chiese con un sorriso eccessivo.
“Sì.”
Cameron la osservò. “Il mio padrone.”
“Oh!”
Troppo entusiasmo. Sempre un cattivo segno.
“Non lo vedo da qualche giorno,” disse la ragazza, con la stessa innocenza di un disastro in arrivo.
“Lo so.”
Silenzio. La ragazza sorrise ancora. Cameron sospirò.
“Vi farò una domanda semplice.”
“Sì, signore!”
“Avete aiutato il mio padrone a fare qualcosa di stupido?”
Pausa. La ragazza esitò. Poi disse: “…forse.”
Cameron chiuse gli occhi per un secondo. “Definite forse.”
“Beh,” disse lei, abbassando la voce con entusiasmo cospiratorio, “quattro giorni fa c’era un ballo…”
Cameron non si mosse.
“…e lui voleva entrare ma non era invitato…”
Cameron non batté ciglio.
“…e allora gli ho dato un vestito.”
Silenzio.
“…e una parrucca.”
Silenzio.
“…e un ventaglio.”
Cameron inspirò lentamente. “Continuate.”
“E poi è uscito tutto contento dicendo che avrebbe mangiato gratis.”
Cameron aprì gli occhi. “Naturalmente.”
La ragazza sorrise. “Non è stato divertente?”
Cameron la fissò. “No.”
Pausa. “È stato inevitabile.”
Dieci minuti dopo, Cameron stava già camminando verso le scuderie. Il passo deciso, lo sguardo cupo, l’aria di chi ha accettato il proprio destino.
Uno stalliere lo fermò. “Partite, signore?”
“Sì.”
“Per dove?”
Cameron montò a cavallo. “Per recuperare il mio padrone.”
“Sa dove si trova?”
Cameron guardò l’orizzonte. “No.”
Pausa. “Ma so che è nei guai.”
Lo stalliere annuì. “È una buona base di partenza.”
Cameron sistemò le redini. “Sì.”
E poi, con un sospiro profondo, concluse:
“Lo è sempre.”
Capitolo 9: Il Secondo Valzer
Capitolo 10: La Proposta Impudente
Capitolo 11: Le Conseguenze di un Tramezzino
Capitolo 12: Una Cortesia Ben Calcolata
I rumori della sala da ballo svanirono del tutto alle loro spalle.
Giunti in un corridoio dall’alto soffitto, rimasero tutti e tre fermi per un istante.
Ambrose al centro.
Il duca immobile.
Cameron già pronto a intervenire.
Cameron fu il primo a muoversi.
Fece un passo. Poi un altro. Arrivò accanto ad Ambrose e gli prese il polso.
“Si va.”
Ambrose annuì con eccessiva convinzione.
“Sì. Sì, direi che è…”
“Un momento.”
La voce del duca non era alta. Non ne aveva bisogno.
Cameron non si voltò.
“Non è il caso.”
“Temo di sì.”
Silenzio.
Il duca fece un passo avanti, con calma, come se la casa gli appartenesse. Come se il tempo gli appartenesse.
“Avete attraversato mezza contea per arrivare qui,” disse.
“Sarebbe scortese lasciarvi andar via… senza nemmeno offrirvi dell’acqua.”
Ambrose sussurrò:
“Io accetterei. Magari anche uno spuntino…”
“Nessuno ve l’ha chiesto,” lo zittì Cameron.
Il duca accennò un sorriso.
Cameron strinse appena la presa sul polso di Ambrose.
“Non ci interessa.”
Il duca inclinò leggermente il capo.
“È un peccato.”
Indicò una porta laterale.
“Una stanza di servizio.”
Pausa.
“Nulla di elaborato. Acqua, vino… un momento per riprendervi.”
Ambrose guardò la porta.
Poi Cameron.
Poi di nuovo la porta.
“Potrei svenire,” disse con sincerità.
“Non sverrete,” rispose Cameron.
“È una possibilità concreta,” insistette Ambrose.
Silenzio.
Cameron lo guardò a lungo.
Troppo a lungo.
Dannazione.
“Un momento,” disse infine.
Il duca non si mosse.
Non parlò.
Non serviva.
Cameron lasciò il polso di Ambrose.
“Non muovetevi.”
“Non è un rischio immediato,” disse Ambrose.
Cameron attraversò il corridoio.
Aprì la porta.
Entrò.
Un secondo.
Due.
La porta si richiuse troppo in fretta.
Silenzio.
Ambrose rimase immobile.
Poi si voltò lentamente verso il duca.
Il duca lo stava già guardando.
Con un’intensità spaventosa.
“Non credo che fosse una buona idea,” disse Ambrose.
“Lo so,” rispose il duca.
Da dietro la porta un rumore sordo. Poi un gemito contenuto. Inequivocabile.
Ambrose chiuse gli occhi.
“Temevo questa parte.”
Il duca fece un passo avanti.
“Non siate drammatica,” disse con calma.
“Non è in pericolo immediato.”
Pausa.
“Non più del necessario.”
Ambrose riaprì gli occhi, molto lentamente.
“Questo non è rassicurante.”
“Non è pensato per esserlo.”
Silenzio.
Il duca si avvicinò.
Ancora.
Troppo.
“Adesso,” disse piano, “possiamo finalmente parlare.”
Ambrose deglutì.
“…non vedo l’ora.”
E in quel momento capì.
Cameron non era più con loro.
Il duca non aveva forzato nulla… ma aveva ottenuto tutto.
E lui… era rimasto solo.
Di nuovo.
Il duca lo sospinse senza cerimonie dentro una stanza e chiuse la porta.
Non parlò subito. Si limitò a osservarlo. Con calma. Con attenzione. Con il tipo di interesse che si riserva agli enigmi… o alle armi cariche.
Ambrose deglutì.
“Se è un interrogatorio,” disse con cautela, “vorrei dichiarare che non sono preparato.”
“Lo sospettavo.”
Silenzio.
Ambrose tentò un sorriso.
Fu un errore.
Il duca fece un passo avanti.
Poi un altro.
Non abbastanza da essere sconveniente.
Abbastanza da essere pericoloso.
“Voi non siete ciò che dichiarate di essere.”
Ambrose inspirò.
“Lo prendo come un complimento.”
“Non lo è.”
“Peccato.”
“Da dove venite, Miss Fairweather?”
“Dal Kent.”
“Quale parte?”
“…quella con i campi.”
“Affascinante.”
“Molto.”
“Famiglia?”
“Esiste.”
“Educazione?”
“Limitata ma entusiasta.”
Silenzio.
Il duca fece un altro passo.
Ora erano troppo vicini.
Ambrose fissò un punto imprecisato dietro la sua spalla, come se potesse materializzarsi una via di fuga per pura forza di volontà.
Non accadde.
Il duca sollevò lentamente una mano.
Le dita sfiorarono un ricciolo biondo.
Lo sistemarono.
Un gesto leggero.
Preciso.
Troppo intimo.
“Curioso,” mormorò il duca.
“È naturale,” rispose Ambrose, senza pensare.
“Non ne dubito.”
La mano del duca scese appena.
Si fermò a mezz’aria.
Indecisa.
Poi, con una lentezza studiata, sfiorò il mento di Ambrose.
Lo sollevò appena.
Costringendolo a guardarlo.
Ambrose lo fece.
Perché non aveva scelta.
E anche, forse, per altri motivi che si rifiutava categoricamente di analizzare.
“Le vostre mani,” disse piano il duca.
Ambrose abbassò lo sguardo.
Errore numero due.
“Non sono mani da dama.”
Ambrose le nascose dietro la schiena.
“Sto migliorando.”
Il duca sorrise.
Non in modo gentile.
In modo interessato.
“Non è questo che mi preoccupa.”
Silenzio.
Ambrose inspirò lentamente.
“Non sono la donna che credete.”
Le parole gli uscirono prima che potesse fermarle.
Il duca non reagì.
Non subito.
Attese.
Come se volesse vedere fin dove Ambrose sarebbe stato capace di spingersi da solo.
Ambrose aggiunse, con dignità:
“Sono peggio.”
Pausa.
Il duca lo guardò.
A lungo.
Poi, lentamente, sorrise.
“Ancora meglio.”
Ambrose chiuse gli occhi.
“Temevo questa risposta.”
Il duca si allontanò di un passo.
Solo uno.
Quanto bastava per far mancare qualcosa.
“Non desidero la verità, Miss Fairweather.”
“È rassicurante.”
“Desidero… comprendere.”
Ambrose lo fissò.
“È molto più pericoloso.”
“Lo so.”
Silenzio.
Denso.
Sospeso.
Ambrose deglutì.
“Posso fare una domanda?”
“No.”
“Capisco.”
Pausa.
“…la farò comunque.”
Indicò vagamente la porta.
“Se urlassi, qualcuno verrebbe?”
Il duca rifletté.
“No.”
“Perfetto.”
Silenzio.
Ambrose annuì.
“Volevo solo chiarire.”
Capitolo 13: Il Valletto Non Attende
La porta si aprì.
Non con violenza.
Non con teatralità.
Ma con decisione.
Cameron entrò.
Ambrose si voltò di scatto.
“Cameron—”
Questa volta la parola gli uscì come un sollievo vero.
Cameron non rispose.
Non subito.
Lo sguardo passò su Ambrose—intero, vivo, ancora vestito in modo discutibile—poi si spostò sul duca.
Silenzio.
Il duca non si mosse.
Non arretrò.
Non sembrò sorpreso.
“Speravo che vi avrebbero trattenuto più a lungo,” disse con calma.
Cameron avanzò di un passo.
“Ci hanno provato.”
Ambrose alzò una mano.
“Posso chiedere—”
“Nessuno ve l’ha chiesto,” dissero entrambi.
Ambrose abbassò la mano.
“Era prevedibile.”
Il duca inclinò appena il capo.
“Due uomini. Corporatura robusta. Scarsa immaginazione.”
Cameron lo fissò.
“Sufficiente.”
Ambrose non resistette.
“Cosa è successo esattamente?”
Cameron lo guardò per un secondo.
Poi disse, con tono neutro:
“Il primo ha chiuso la porta. Il secondo ha cercato di afferrarmi.”
Ambrose annuì, molto coinvolto.
“Errore classico.”
“Il primo ora è a terra. Il secondo… ha rivalutato le sue scelte.”
“Vivo?”
“Sì. Credo.”
Il duca osservò Cameron con interesse nuovo.
“Efficienza notevole.”
Cameron non reagì.
“Si va,” disse invece, tornando verso Ambrose.
Questa volta non gli prese il polso.
Gli prese il braccio.
Ambrose fece mezzo passo indietro.
“Concordo.”
“Temo di no.”
Silenzio.
Cameron si fermò.
“Non è una richiesta,” disse il duca.
“Nemmeno la mia,” rispose Cameron.
E si voltò.
Si guardarono davvero.
Per la prima volta.
Ambrose osservò entrambi.
“Non mi piace questa parte.”
Nessuno rispose.
Il duca fece un passo avanti.
Verso Ambrose.
“Miss Fairweather… credo che la vostra serata non sia ancora conclusa.”
Cameron si mosse.
Minimo.
Ma sufficiente.
“Lo è.”
Silenzio.
Il duca sorrise lentamente.
“State portando via qualcosa che non vi appartiene.”
“Non è vostro.”
Ambrose alzò una mano.
“Se posso—”
“No.”
Ambrose sospirò.
“Lo sospettavo.”
Il duca osservò Ambrose a lungo.
Poi parlò.
“Molto bene. Per stanotte.”
Cameron non si rilassò.
“Ma non abbiamo finito.”
Ambrose chiuse gli occhi.
“Lo temevo.”
Il duca fece un passo indietro, elegante.
“Potete andare.”
Cameron non ringraziò.
Non salutò.
Si limitò a prendere Ambrose—questa volta senza esitazioni—e trascinarlo verso la porta.
Ambrose inciampò nel vestito.
“Questo abito è un errore strategico.”
“Lo discuteremo dopo,” disse Cameron.
“Preferibilmente con del cibo,” aggiunse Ambrose.
La porta si aprì.
Si richiuse alle loro spalle.
Il duca rimase immobile.
Solo.
Poi, molto lentamente—
sorrise.
“Ancora meglio.”
Capitolo 14 — Che cosa devo fare con te
Capitolo 15 — La mano che trattiene il morso
Capitolo 16 – Un gentiluomo non abbandona il proprio valletto (nemmeno quando è vestito da signora)
Capitolo 17 – Una pessima idea, eseguita con grande eleganza
Ambrose avanzava lungo il corridoio con la sicurezza di chi non ha assolutamente idea di cosa stia facendo.
La gonna era sollevata con una mano, la pistola nascosta malamente sotto il mantello, il cappello inclinato con quella precisione studiata che suggeriva “sono perfettamente a mio agio” e non “sto per morire in una casa che non mi appartiene”.
Due guardie girarono l’angolo.
Si fermarono.
Si fermò anche Ambrose.
Per un istante si guardarono tutti e tre.
Una delle guardie abbassò lo sguardo sulla gonna. Poi lo rialzò. Poi lo riabbassò.
Ambrose lo fissò.
Male.
Molto male.
L’uomo si ricompose di scatto.
«Signora…»
«State forse fissando?» lo interruppe Ambrose, glaciale.
La seconda guardia esitò. «No, signora.»
«Bene.» Una pausa. «Perché sarebbe estremamente scortese.»
Silenzio.
Ambrose fece un cenno impercettibile con il capo, come se avesse appena concesso loro il privilegio di esistere.
«Continuate pure.»
Le guardie si spostarono.
Ambrose avanzò.
Fece tre passi.
Si fermò.
Si voltò.
«E se vedete qualcuno sospetto,» aggiunse, «vi consiglio di essere più rapidi nel reagire.»
Le guardie annuirono, confuse.
Ambrose riprese a camminare.
Quando fu abbastanza lontano, accelerò.
Idiota.
Non Cameron.
Lui.
Sempre lui.
Cameron era stato catturato, sì. Ma in quale sequenza esatta di eventi? Ah, giusto.
Io mi travesto da donna per cenare.
Io entro in una casa piena di nemici.
Io perdo di vista il mio valletto.
Ambrose serrò la mascella.
«Notevole,» mormorò tra sé. «Davvero notevole.»
Girò un angolo.
Silenzio.
Troppo silenzio.
«E naturalmente,» continuò sottovoce, «sarà colpa sua.»
Perché Cameron avrebbe avuto qualcosa da dire. Oh, sicuramente.
“Signore, forse non è prudente infiltrarsi travestiti in una proprietà ostile solo per un buffet.”
Ambrose fece una smorfia.
«Non era un semplice buffet.»
Un altro corridoio.
Una porta socchiusa.
Ambrose rallentò.
«E comunque,» proseguì mentalmente, «la responsabilità di non farsi catturare è chiaramente condivisa.»
Si fermò davanti alla porta.
Ascoltò.
Niente.
«Anzi,» aggiunse, «prevalentemente sua.»
Spinse la porta.
Dentro c’erano due uomini.
Troppo vicini.
Troppo armati.
Troppo sorpresi.
Per un istante nessuno si mosse.
Poi uno dei due fece per parlare.
Ambrose gli lanciò contro la prima cosa che trovò: una brocca.
Il tempo di reazione fu sufficiente.
Non per vincere.
Per sopravvivere.
Il secondo uomo avanzò. Ambrose indietreggiò, afferrò una sedia e la spinse tra loro. Il legno stridette sul pavimento, rallentando l’attacco.
Un colpo.
Ambrose lo evitò per un soffio.
Un altro.
Più vicino.
«Non è il mio ambiente naturale,» mormorò tra i denti.
Il primo uomo si stava già rialzando.
Ambrose fece l’unica cosa sensata.
Scappò.
Uscì nel corridoio, chiudendo la porta alle sue spalle con un calcio. Il legno vibrò sotto i colpi immediati.
Ambrose non si voltò.
Corse.
La gonna non aiutava.
Affatto.
Si fermò solo quando il silenzio tornò.
Appoggiò una mano al muro.
Respirò.
«Perfetto,» disse piano. «Assolutamente sotto controllo.»
Si raddrizzò.
Si sistemò il cappello.
E proseguì.
La porta era chiusa.
Ambrose appoggiò la mano sulla maniglia, esitò un istante, non per paura, ma per qualcosa di più irritante: la possibilità di dover ammettere che Cameron aveva, ancora una volta, avuto ragione.
Spinse.
La stanza era illuminata dal fuoco del camino.
Cameron era seduto sul bordo del letto.
Non incatenato.
Non morto.
Non come Ambrose se l’era immaginato.
Alzò lo sguardo.
Per un attimo nessuno dei due parlò.
Ambrose lo osservò rapidamente: vivo, pulito, intero.
Perfetto.
«Andiamo,» disse.
Come se fosse venuto a prenderlo per una passeggiata.
Cameron non si mosse subito.
«Avete fatto tardi,» rispose, la voce ancora ruvida.
Ambrose fece una smorfia appena accennata.
«Sì, stavo scegliendo tra diverse opzioni di travestimento.»
Un battito.
Poi Cameron si alzò.
«Devo dire,» disse una voce alle loro spalle, «che apprezzo la perseveranza.»
Ambrose si voltò lentamente.
Il Duca era sulla soglia. Da solo. Impeccabile. Come se stesse ricevendo ospiti.
Gli occhi scuri passarono da Ambrose a Cameron, e tornarono su Ambrose.
«Vi avevo dato per più… ragionevole.»
Ambrose inclinò appena il capo.
«E io vi avevo dato per più… occupato.»
Il Duca sorrise.
«Lo ero.»
Un passo dentro la stanza.
«Ma ho imparato a non sottovalutare gli uomini che si travestono per cenare.»
Ambrose non batté ciglio.
«È una strategia generalmente sottovalutata.»
Cameron guardava l’uno e l’altro. Silenzioso. Attento.
«Lasciatelo andare,» disse Ambrose.
Il Duca inclinò appena la testa.
«Curioso. Arrivate, fate irruzione in casa mia, e poi chiedete.»
«Non sto solo chiedendo.»
«Ah.» Un sorriso più sottile. «Allora immagino che stiate per dimostrarmi il contrario.»
Un rumore nel corridoio. Passi. Più di uno.
Ambrose fece mezzo passo avanti, istintivo. Cameron lo afferrò per il braccio.
«Adesso,» disse piano.
Ambrose annuì.
Si mossero insieme — Ambrose verso la porta, Cameron un passo dietro. Il Duca non si spostò subito, poi cedette di qualche centimetro, appena abbastanza da sembrare una concessione volontaria piuttosto che una ritirata. Era il tipo d’uomo che non perdeva mai del tutto, nemmeno mentre perdeva.
Fu in quell’attimo che il Colonnello entrò.
Una guardia finì contro la parete. Un’altra a terra. Il Colonnello riempì il vano della porta con l’energia di chi ha aspettato questa scusa per tutta la serata.
«ADESSO!» ringhiò.
Quel che seguì non fu esattamente una fuga elegante.
Nel corridoio c’erano tre guardie, poi due, poi una quantità non precisata, tutte animate dalla stessa volontà contraria. Il Colonnello le affrontava con la soddisfazione metodica di chi è finalmente nel suo elemento naturale. Cameron si aprì il varco con quella competenza silenziosa che Ambrose trovava, nei momenti sbagliati, quasi irritante. Ambrose stesso si occupò di non essere colpito, impresa che richiedeva un’attenzione considerevole e una totale assenza di dignità.
La gonna fu un problema continuo, costante, implacabile.
«Muovetevi!» ringhiò Cameron, spingendolo avanti.
«Sto cercando di farlo,» replicò Ambrose, con quel tono preciso che significava: il problema non è la volontà, è l’abbigliamento.
Un uomo li intercettò all’angolo. Cameron lo sistemò prima che Ambrose avesse finito di valutare le opzioni. Il corridoio si stringeva. Il caos cresceva. Tutto aveva la logica caotica delle situazioni in cui non c’è tempo per avere un piano, solo il riflesso di non fermarsi.
Ambrose non si fermò.
Ma poi si fermò.
Il Duca era lì.
Non in mezzo al combattimento. Non in fuga. Non nascosto. Era semplicemente lì, in piedi in un punto del corridoio dove il caos sembrava aver scelto di non passare, come se avesse firmato un accordo a parte con la violenza circostante.
Teneva in mano un vassoio. Argento. Lucido. Perfettamente in equilibrio su una mano sola, con la naturalezza di chi lo fa da decenni.
Sul vassoio c’erano tramezzini al crescione. Molti. Impeccabili.
Ambrose si fermò.
Non per una ragione difendibile. Non per tattica, non per calcolo, non per nessuno dei motivi per cui un uomo dovrebbe fermarsi a metà di una fuga in casa nemica mentre il suo alleato combatte tre guardie a dieci passi di distanza.
Si fermò perché i tramezzini erano fatti bene. I bordi puliti. Il crescione disposto con cura. Un lavoro serio, da professionista, evidente anche a distanza e in pessime condizioni di illuminazione.
La mente fece qualcosa di profondamente inutile: registrò, valutò, apprezzò.
Il Duca non disse nulla. Si limitò a guardarlo, con quegli occhi scuri che contenevano qualcosa di molto simile alla vittoria silenziosa di chi sapeva esattamente cosa sarebbe successo e aveva preparato il vassoio di conseguenza.
Il vassoio si inclinò impercettibilmente.
Un tramezzino scivolò di un millimetro.
«Ambrose.»
La voce di Cameron era vicina, urgente, con il tono di chi ha già detto lo stesso nome tre volte senza essere sentito.
Ambrose alzò lo sguardo dai tramezzini.
Cameron era a mezzo passo da lui, la mano tesa, il volto che esprimeva cose che in circostanze normali avrebbe tenuto molto più riservate.
«Vieni.»
Dietro, il Colonnello stava pronunciando qualcosa che conteneva parole come dannazione e adesso e voi due, con un’urgenza che non lasciava spazio all’ambiguità.
Ambrose guardò i tramezzini.
Guardò Cameron.
Guardò il Duca.
Il Duca aspettava, con la pazienza di chi ha tutto il tempo del mondo e un vassoio integro.
Il corridoio esplose di nuovo.
Il Colonnello urlò qualcosa di poco diplomatico.
Cameron non abbassò la mano.
«Vieni,» ripeté. E nella parola c’era qualcosa che non era ordine, non era supplica, era semplicemente la forma più diretta con cui un uomo può dire: non me ne vado senza di te, e forse potresti smettere di fissare i tramezzini.
Ambrose esitò.
Un secondo.
Poi prese la mano di Cameron.
E, mentre il Colonnello spalancava finalmente il varco verso l’uscita, si permise di voltarsi un’ultima volta.
Il Duca non aveva mosso un passo. Teneva ancora il vassoio. Un tramezzino in meno.
Stava mangiando.
Ambrose non disse nulla.
Ma qualcosa, nell’angolo esatto della sua mente dove abitavano le cose che avrebbe preferito non pensare, annotò: erano davvero fatti bene.
INTERLUDIO
“Dietro le quinte di Il Caso Estremamente Complicato di Miss Fairweather”
(intervista esclusiva per… qualcosa di molto serio, sicuramente)
Capitolo 18 — La Vedova, il Valletto e il Cattivo Presentimento
La locanda sulla strada del nord aveva due pregi indiscutibili: non era il maniero di un duca megalomane e serviva birra calda.
Per il resto, lasciava molto a desiderare.
Puzzava di legno bagnato, di fumo stantio e di quella particolare combinazione di umanità e rassegnazione che si accumula nei posti in cui la gente si ferma non perché voglia stare lì, ma perché non sa ancora dove andare. Il soffitto era basso. Le travi esponevano la propria vecchiaia senza pudore. Tre candele su quattro avevano già rinunciato alla vita.
Era, in sostanza, il posto perfetto per sparire.
Ambrose lo capì non appena varcò la soglia, e ne fu immediatamente soddisfatto.
Sollevò appena la gonna — con quella grazia scandalosamente convincente che continuava a sorprendere anche lui stesso — e attraversò la sala principale come se stesse facendo il suo ingresso alla stagione londinese. Gli sguardi arrivarono puntualissimi. Alcuni divertiti. Alcuni sospettosi. Uno, in fondo, decisamente entusiasta in modo che sarebbe risultato inappropriato anche in circostanze normali.
Cameron lo seguiva a un passo, il volto chiuso, gli occhi che non smettevano un momento di muoversi — porta, finestre, volti, mani, bicchieri, porta di nuovo — con la metodicità di qualcuno che ha imparato a non fidarsi dei posti tranquilli proprio perché sono tranquilli.
Il Colonnello Ashford chiudeva la fila con l’aria disinvolta di un uomo abituato a situazioni peggiori. O che almeno fingeva di esserlo, il che, in determinati contesti, era quasi equivalente.
«Se ti azzardi a parlare con qualcuno,» mormorò Cameron, abbastanza piano da non essere sentito da nessuno eccetto Ambrose, «giuro che—»
«Oh, Cameron.» Ambrose non si voltò. Sistemò il ventaglio con un gesto impeccabile. «Una vedova non parla. Una vedova lascia parlare gli altri.»
Cameron aprì la bocca.
La richiuse.
Tecnicamente non aveva un controargomento.
Ed era questo il problema.
Il locandiere — un uomo dalla corporatura generosa e dalla curiosità ancora più generosa — si precipitò verso di loro con un sorriso che conteneva almeno sei domande non dette. Ambrose lo intercettò prima che potesse formularne anche solo una, inclinando il capo con un’espressione di dignitoso dolore che aveva impiegato circa tre secondi a costruire ma risultava straordinariamente convincente.
«Abbiamo viaggiato a lungo,» disse, la voce velata da qualcosa che somigliava alla stanchezza dell’anima. «Mio marito…»
Pausa.
Il tipo di pausa che occupa tutto lo spazio disponibile.
«…non ha retto.»
Silenzio assoluto.
Qualcuno, da qualche parte nella sala, si fece il segno della croce. Una donna anziana vicino al fuoco sospirò con profonda solidarietà umana. Il locandiere abbassò immediatamente il tono e assunse quella particolare espressione di rispetto compunto che si riserva ai lutti, alle autorità e ai fulmini.
Cameron lo fissò.
A lungo.
Con un’espressione che percorreva, in tempo reale, l’intero tragitto tra omicidio premeditato e ammirazione involontaria e profondamente indesiderata.
«Una stanza,» disse alla fine, la voce secca come legna spaccata. «E del cibo.»
«Subito, signore. Subito.»
Ambrose sorrise. Solo un poco. Il sorriso di chi ha vinto senza nemmeno dover spiegare le regole del gioco.
Si sedettero in fondo alla sala, lontano dalla porta, vicino a una finestra che dava su un vicolo di nessuna utilità strategica ma almeno permetteva di vedere se pioveva. Una candela tremolante gettava ombre lunghe sul tavolo. Qualcuno in cucina stava litigando con qualcosa che probabilmente era carne, ma poteva anche essere un principio filosofico.
Per un momento — uno solo, breve, quasi imbarazzante — la situazione sembrò quasi normale.
Fu Cameron a rompere l’incantesimo.
Non con parole. Non ancora.
Con l’assenza di movimento.
Ambrose lo notò perché Cameron non stava mai completamente fermo — c’era sempre qualcosa, un’occhiata, un aggiustamento, una mano che si spostava di un centimetro verso qualcosa di utile. Quando si immobilizzava del tutto, significava che stava elaborando qualcosa che non gli piaceva.
«Ci stanno guardando,» disse piano, senza spostare gli occhi dalla sala.
«Ovviamente,» rispose Ambrose, sistemandosi una ciocca bionda con il gesto studiato di chi sa di essere osservato e ha deciso di considerarla una forma di tributo. «Sono irresistibile anche nel lutto.»
«Non così.»
Ambrose abbassò il ventaglio.
Il Colonnello, dall’altra parte del tavolo, non aveva ancora toccato il suo bicchiere.
Questo, da solo, era già sufficiente a costituire un problema.
Ashford era il tipo d’uomo che beveva in qualunque circostanza, non per vizio ma per principio — sosteneva che un bicchiere in mano dava un’aria di normalità che nessun travestimento poteva eguagliare. Quando smetteva di bere, significava che stava per succedere qualcosa.
«Quanti?» chiese sottovoce.
«Due certi,» disse Cameron, con la stessa intonazione con cui si potrebbe commentare il tempo. «Uno probabile. L’angolo a sinistra della porta.»
Ambrose resistette all’impulso di girarsi. Con sforzo considerevole.
«Il cibo arriverà presto,» disse invece, come se stesse cambiando argomento, e invece stava guadagnando tempo. «Potremmo mangiare velocemente e—»
«No.»
«Era una proposta ragionevole.»
«No.»
«Cameron, il cibo—»
«Non è il momento del cibo.»
Ambrose aprì la bocca.
La richiuse.
Poi, con grande dignità: «È sempre il momento del cibo.»
✦ Intermezzo — Il Duca
Il Duca di Blackthorn non si muoveva mai in fretta.
Avrebbe potuto, naturalmente. Non mancavano né le gambe né le ragioni. Ma la fretta era, nella sua esperienza, una delle principali cause di errori evitabili, e lui aveva un rapporto personale e duraturo con l’evitare gli errori. Gli errori erano fastidiosi. Richiedevano correzioni. E le correzioni, fatte male, lasciavano tracce.
Seduto nella penombra di uno studio che odorava di cera vecchia e decisioni prese, osservava l’uomo inginocchiato davanti a lui con quell’interesse quieto e leggermente indulgente che si riserva agli oggetti utili ma non particolarmente sofisticati.
L’uomo tremava.
Non molto. Abbastanza.
«Ripeti,» disse il Duca.
«Io— io non sapevo che—»
Un sospiro. Breve, preciso, il tipo di sospiro che non esprime stanchezza ma classificazione.
«No,» disse il Duca, con una pazienza che aveva qualcosa di più inquietante della collera. «Non è questo che ti ho chiesto.»
Silenzio.
L’uomo deglutì.
«Dove stanno andando.»
Non era una domanda. Era la forma grammaticale dell’inevitabile.
Due battiti. Tre.
«Alla locanda sulla strada nord, mio signore.»
Il Duca inclinò appena il capo. Un centimetro. Due.
«Vedi?» disse, con la soddisfazione misurata di chi ritrova esattamente ciò che cercava. «Non era difficile.»
Si alzò. Lentamente. Con quella qualità del movimento che suggeriva non tanto forza fisica quanto la certezza assoluta che lo spazio intorno a lui avrebbe collaborato.
«E dimmi…» Fece un passo. Solo uno. «Chi di loro pensi che morirà per primo?»
L’uomo esitò.
Era il tipo di esitazione che nelle storie segnala un momento cruciale e nella realtà segnala semplicemente qualcuno che non ha ancora capito in che tipo di conversazione si trova.
Il Duca lo guardò. Con una dolcezza che aveva qualcosa di terribile, come certi fiori che crescono nei posti sbagliati.
«Oh, non importa,» disse piano. «Cambierò idea comunque.»
Si voltò verso la finestra.
La notte era fonda, silenziosa, del tutto indifferente ai piani altrui.
«Preparate i cavalli.»
Il cibo arrivò. Pane, carne di qualcosa, un sugo di incerta origine. Nessuno mangiò davvero, il che per Ambrose costituiva già di per sé una forma di violenza.
Stava per dire qualcosa — qualcosa di leggero, di leggermente irrilevante, del tipo di osservazione che serve più a occupare il silenzio che a comunicare qualcosa — quando la porta si aprì.
Un uomo entrò. Fradicio. Cappello calato sugli occhi. Mantello scuro di quello scuro specifico che la pioggia dà alle cose che preferirebbero non essere viste.
Niente di strano, preso singolarmente.
Le locande sulla strada del nord accoglievano abitualmente persone fradice e poco desiderose di essere identificate. Era parte dell’offerta.
Ma Cameron si alzò.
Troppo in fretta.
La sedia strisciò sul pavimento con uno di quei suoni secchi e definitivi che attraversano una sala e fanno voltare chiunque non stia dormendo. Tre teste. Cinque. Il locandiere alzò gli occhi dalla brocca.
«Cameron,» disse il Colonnello, sottovoce, con il tono di chi sta guardando qualcuno camminare verso il bordo di qualcosa.
Troppo tardi.
L’uomo fradicio aveva già alzato lo sguardo da sotto il cappello.
Per un istante si fissarono — Cameron immobile, l’uomo immobile, la sala che continuava a esistere attorno a loro come se niente fosse — e in quell’istante Cameron capì una serie di cose in rapida successione, come pagine di un libro sfogliate troppo velocemente per leggere ma abbastanza per sapere che finisce male.
Non era uno qualunque.
Non era nemmeno un informatore comune, del tipo che vende notizie a chiunque paghi il giusto prezzo.
Era qualcuno che sapeva. Non tutto. Non ancora. Ma abbastanza da essere lì, in quella locanda specifica, in quella sera specifica, ad alzare lo sguardo nel momento esatto in cui Cameron si alzava dalla sedia.
Ambrose lo vide capire.
«Non farlo,» disse, piano. Senza ironia. Senza la leggerezza consueta che usava come scudo. Solo quelle due parole, dette nel modo in cui si dice una cosa quando si sa già che non servirà.
Cameron non ascoltò.
Si avvicinò all’uomo. Lo afferrò per il colletto con quella precisione economica che non ha nulla di teatrale e tutto di efficace, e lo spinse contro il muro con una forza sufficiente a far tremare le travi.
«Chi ti manda.»
Non lo chiese. Lo disse. Con quel tono piatto e fermo che non ha bisogno di alzarsi perché occupa già tutto lo spazio disponibile.
Silenzio.
L’uomo non rispose.
Non per coraggio, necessariamente. A volte il silenzio è solo il tempo che passa tra il capire in che guaio ci si trova e il decidere cosa farsene.
Poi l’uomo sorrise.
Non un sorriso nervoso. Non un sorriso che chiede pietà o guadagna tempo.
Un sorriso di qualcuno che stava aspettando esattamente questo momento, e che il momento fosse arrivato non lo sorprendeva affatto.
Fu in quel preciso istante che Cameron capì, con la chiarezza scomoda delle comprensioni tardive, che non aveva intercettato un informatore.
Aveva appena fatto esattamente ciò che il Duca si aspettava che facesse.
L’uomo era l’esca.
E lui aveva abboccato.
Ambrose, dall’angolo, osservò la scena con l’espressione di chi vorrebbe moltissimo dire te l’avevo detto e sa benissimo che non è il momento. Non ancora.
Il dopo, però, sarebbe stato interessante.
Ammesso che ci fosse un dopo.
Capitolo 19, La Fuga (con Pollame)
La prima cosa che volò attraverso la sala della locanda non fu un pugno.
Non fu un bicchiere.
Non fu nemmeno uno di quegli oggetti vagamente identificabili che tendono a diventare proiettili nelle risse di provincia.
Fu una gallina.
Nessuno seppe mai con certezza da dove venisse. La cucina era la risposta più probabile, ma la cucina era dall’altra parte della sala, il che avrebbe richiesto una traiettoria difficile da spiegare anche a mente fredda. C’era chi avrebbe giurato che fosse scesa direttamente dal soffitto. C’era chi sosteneva di averla vista già lì, nell’angolo, da prima, seduta, immobile, in attesa del momento giusto.
In ogni caso, attraversò la sala con una velocità e una determinazione che suggerivano un’opinione molto precisa sugli eventi, colpì un uomo in piena faccia con un battito d’ali di furiosa indignazione, e produsse un urlo che interruppe tutto il resto.
Silenzio.
Poi il caos.
Ambrose non aveva ancora del tutto capito cosa stesse succedendo quando la gallina gli finì tra le braccia.
Non fu una scelta. Non fu un riflesso. Fu semplicemente il tipo di cosa che accade alle persone che si trovano nel posto sbagliato nel momento sbagliato con le braccia nella posizione sbagliata, e Ambrose, in quel preciso istante, aveva le braccia nella posizione sbagliata perché stava ancora portando avanti la sua performance da vedova tragica, appoggiato a Cameron con un’espressione di dolore dignitoso che aveva richiesto una certa preparazione interiore.
«Oh, mio caro—» stava dicendo.
La gallina arrivò.
Ambrose urlò.
Non un urlo elegante. Non il tipo di suono che si addice a una vedova del Kent in stato di lutto. Un urlo vero, immediato, totalmente privo di qualsiasi considerazione scenica, del genere che esce prima che la mente abbia avuto il tempo di intervenire con suggerimenti sull’opportunità.
Per un motivo che non avrebbe saputo spiegare nemmeno sotto tortura, e la tortura, nelle ultime settimane, era diventata una possibilità concreta, non la lasciò andare.
«CAMERON, HA LE UNGHIE!…»
«È UNA GALLINA.»
«NON AIUTA!»
Cameron lo stava già guardando con quella sua espressione specifica, quella a metà tra l’omicidio premeditato e qualcosa di molto più difficile da definire e molto più difficile da ammettere, quando la sala esplose definitivamente.
Qualcuno rovesciò un tavolo. Qualcun altro ci finì sopra. Un uomo che fino a trenta secondi prima stava bevendo in pace tirò un boccale verso un punto imprecisato della stanza con l’entusiasmo di chi aspettava questa occasione da molto tempo. Il Colonnello Ashford era già in movimento dall’altra parte della sala, e lo stava facendo con quella competenza silenziosa e leggermente eccessiva che continuava a sollevare domande sulla natura precisa della sua formazione militare.
Cameron prese una decisione.
Rapida. Istintiva. E, come quasi tutte le decisioni rapide e istintive prese in ambienti caotici con una gallina in scena, profondamente sbagliata.
Afferrò Ambrose.
Afferrò, per un motivo che il cervello non aveva ancora comunicato al braccio, anche la gallina.
E si lanciò verso la cucina.
La cucina era un inferno nel senso più tecnico del termine: calore, vapore, superfici unte, urla provenienti da direzioni che la geometria della stanza non avrebbe dovuto permettere. Tre pentole sul fuoco. Un ragazzo di bottega che aveva già deciso che qualunque cosa stesse succedendo non lo riguardava e stava cercando di raggiungere questa conclusione spostandosi verso l’angolo più lontano disponibile.
E piume.
Piume ovunque.
Qualcuno, o qualcosa, o forse l’universo in uno dei suoi momenti più creativi, ne aveva rovesciato un sacco intero. Il contenuto aveva reagito alla situazione nel modo più partecipativo possibile, distribuendosi su ogni superficie orizzontale e verticale con una generosità che non lasciava niente al caso.
Ambrose entrò nella cucina come un’apparizione.
Vestito blu, elegante e vagamente autorevole.
Perle, ancora al loro posto con una fedeltà quasi commovente.
Capelli biondi, sostanzialmente integri nonostante tutto.
E piume.
Molte piume.
Nei capelli. Sulle spalle. Lungo il corsetto con una distribuzione che suggeriva una forza elettrostatica di origine sconosciuta. Una, particolarmente determinata, incollata alla guancia sinistra.
Il cuoco lo guardò.
Ambrose lo guardò.
La gallina, ancora presente, ancora tecnicamente in braccio a Cameron, lo guardò anche lei, con la dignità offesa di chi ha avuto una serata peggiore di chiunque altro nella stanza e vorrebbe che questo venisse riconosciuto.
«Non è il momento,» disse Ambrose.
Con una dignità che, oggettivamente, non aveva più nessuna base materiale su cui appoggiarsi, ma esisteva comunque per pura forza di volontà.
Il cuoco non disse niente.
Probabilmente era la scelta giusta.
Trovarono l’uscita sul retro tre secondi dopo, o forse trenta, o forse un’eternità, il tempo nelle cucine caotiche si comporta in modo non convenzionale. Cameron stava già aprendo il passaggio quando Ambrose si fermò.
Non per scelta.
La gonna aveva deciso autonomamente di agganciarsi a qualcosa.
Cameron si voltò.
Ambrose era lì, immobile, leggermente inclinato verso destra, con l’espressione di chi sta facendo i calcoli su quante cose possono andare storte in una singola serata prima che diventi statisticamente interessante. Il gancio da carne, robusto, del tutto indifferente alla situazione, aveva catturato uno strato generoso di tessuto blu e non mostrava nessuna intenzione di negoziare.
Le piume. La gonna. Le perle. Lo sguardo.
Cameron guardò la scena nella sua interezza.
«Non ridere,» disse Ambrose.
«Non sto ridendo.»
«Stai ridendo.»
«Sto valutando le opzioni.»
«Quelle sono due cose che fai contemporaneamente, Cameron, e lo sappiamo entrambi.»
Cameron si avvicinò. Con calma. Con quella calma che le persone usano quando stanno cercando di non fare una cosa che farebbero molto volentieri.
In quel momento comparve il Colonnello.
Arrivò dall’ingresso della cucina con il passo di chi ha appena risolto tre problemi fisici in rapida successione e ne sta già identificando un quarto. Si fermò sulla soglia. Prese la scena nella sua totalità, nel modo metodico e rapido degli uomini abituati a valutare situazioni di emergenza.
La gallina.
Le piume.
Ambrose appeso al gancio da carne con la gonna e uno sguardo omicida.
Cameron, che non stava ridendo, ma solo nella definizione più tecnica e generosa del termine.
«Davvero?…» disse il Colonnello.
Non era una domanda. Non era un commento. Era il tipo di parola usata come scappatoia per una situazione che le parole vere non potevano inquadrare.
Liberò Ambrose dal gancio con un gesto unico, preciso, della durata di circa un secondo e mezzo. Troppo rapido per essere improvvisato. Molto troppo rapido.
Nessuno fece osservazioni.
Uscirono dal retro nella notte.
Pioggia. Fango. Il tipo di buio che non lascia spazio agli errori di valutazione sulla profondità delle pozzanghere. Ambrose aveva ancora una piuma incastrata nei capelli, una sola, sopravvissuta a tutto, e non lo sapeva, il che era forse la cosa più dignitosa dell’intera situazione.
Cameron aveva lo sguardo di un uomo che ha preso una serie di decisioni sbagliate in sequenza e sta ancora cercando il punto esatto in cui avrebbe potuto interrompere la catena.
Il Colonnello guardava davanti a sé con l’aria di chi ha archiviato la serata in una cartella mentale etichettata cose che non si discutono.
Per un momento, uno solo, breve, quasi sufficiente, ci fu silenzio.
Poi, dall’interno della locanda, con la chiarezza cristallina di una voce che non ha nessuna intenzione di abbassarsi:
«SONO USCITI DAL RETRO!»
Ambrose chiuse gli occhi.
Li riaprì.
Sospirò, con la rassegnazione morbida di chi ha già accettato tutto quello che deve accettare per quella sera.
«Bene,» disse. «Almeno ho fatto una buona impressione.»
Cameron lo guardò.
A lungo.
Con quell’espressione che non era più sul confine tra due cose ma aveva scelto definitivamente da che parte stare, anche se non aveva nessuna intenzione di dirlo ad alta voce.
«Se sopravviviamo,» disse piano, «non ne parleremo mai più.»
Una pausa.
Si mossero nel buio.
La piuma nei capelli di Ambrose resistette ancora per un bel po’.
✦ Epilogo, Il Duca
Il rapporto arrivò all’alba.
Il Duca lo lesse seduto, con il caffè ancora caldo, nella penombra dello studio. Lo lesse tutto, dall’inizio alla fine, senza cambiare espressione. Poi lo rilesse, più lentamente, dal punto della gallina in poi.
Rimase in silenzio per un momento.
L’uomo che aveva portato il rapporto aspettava, con quella tensione specifica di chi non sa se la notizia che ha consegnato è buona o cattiva e nel frattempo non respira del tutto.
«La gallina,» disse infine il Duca.
«Sì, mio signore.»
«Era già lì, o è arrivata durante?»
L’uomo esitò. «Non… non siamo riusciti a stabilirlo con certezza, mio signore.»
Il Duca annuì lentamente.
Poi, con la precisione di chi sta archiviando un’informazione in un posto specifico della memoria:
«E le piume.»
«Sì, mio signore. Molte.»
«Capisco.»
Silenzio.
L’uomo aspettava ancora.
Il Duca posò il rapporto sul tavolo. Con cura. Come si posa qualcosa a cui si intende tornare.
«Potete andare.»
L’uomo fece un inchino e uscì, con la sensazione vaga e ingiustificabile di aver appena assistito a qualcosa che non avrebbe capito del tutto.
Il Duca rimase solo.
Rimase immobile per alcuni secondi.
Poi, nell’assoluta privacy dello studio vuoto, con nessun testimone eccetto il caffè ormai tiepido e le prime luci grigie che filtravano dalle persiane:
sorrise.
Non il sorriso che usava con il mondo.
L’altro.
«Arabella,» disse sottovoce, a nessuno in particolare.
Prese il caffè.
«Sei straordinario.»






















