“La Ballata del Cane e del Signore”
[Verso I]
C’era pioggia sulla strada
fango sotto le ginocchia
un cane senza padrone
trascinato da due ladri
i signori ridevano
il vino scorreva rosso e corposo
ma lui sputava sangue in silenzio
e non abbassava la testa
[Verso II]
Poi arrivò un uomo più scuro
silenzioso nei suoi panni
non il tipo che spreca parole
non il tipo che mostra niente
Le risa morirono intorno a lui
come una candela nel freddo
quando il suo sguardo cadde lento e pesante
sul ragazzo che tenevano fermo
[Chorus]
No, questo non è amore,
mio caro, né misericordia vestita di bianco
è una mano intorno alla gola
che ti tiene lì tutta la notte
è un fuoco sotto la pelle
che non preghi si spegne mai
e se provi a scappare
è la catena che ti trattiene
[Verso III]
«Alzati,» disse piano
come una gentilezza a metà
ma c’era gelo sotto la voce
che avrebbe spezzato un uomo migliore
il ragazzo gli rise in faccia,
col sangue lucido sui denti
«Non mi inginocchio per belle parole
né per quello che pensi di me»
[Verso IV]
Allora il signore si chinò accanto a lui
abbastanza vicino da sentirne il respiro
non un bacio — no, non ancora
qualcosa di più tagliente, vicino alla morte
e la taverna cadde in silenzio
come il silenzio prima di uno sparo
quando due bestie si osservano
aspettando quale delle due cederà
[Chorus]
No, questo non è amore,
mio caro, né qualcosa che guarisce
è una lama tra le dita
che ricorda come si sente
è un vino che ti lascia più freddo
è una febbre che non passa
e se provi ad affogarla
striscia di nuovo nel cuore
[Bridge — basso, quasi sussurrato]
Dicono che il cane sia feroce
Dicono che il signore sia in catene
ma nessuno ti dice mai
quale dei due tiene il guinzaglio
[Chorus finale]
No, questo non è amore, mio caro,
ma ha il viso di chi ama
quando il buio comincia a trascinarti
dove non dovresti andare
resti lì senza respiro
nelle mani di qualcosa di selvatico
e il potere più crudele è volerlo… come un bambino
[Outro]
C’era pioggia sulla strada
due ombre sulla porta
uno rideva attraverso il sangue
e l’altro voleva di più.
«Tu sei il tipo che si rompe solo dopo aver fatto sanguinare chi lo tiene.»
L’aria era gelida, umida di nebbia che saliva dal parco. Cameron era in ginocchio sulla ghiaia, le mani piegate dietro la schiena da due uomini che gli torcevano i polsi. Un colpo alle costole gli aveva tolto il fiato, ma non la rabbia. Alzò la testa e sputò ai piedi del Duca.
Blackthorn non si mosse. Solo un lieve inarcamento di sopracciglio, come se il gesto fosse interessante.
«Hai fegato,» disse. La voce era bassa, priva di irritazione. Si accovacciò lentamente davanti a lui, portando gli occhi scuri all’altezza di quelli di Cameron. La luna illuminava metà del suo viso: zigomi affilati, bocca una linea controllata. «O forse solo stupidità. Hai rischiato molto.» Fece una pausa. «Per lui. Per Ambrose.» Pronunciò il nome come se fosse una ferita aperta. «Dimmi, Cameron… quanto vale la sua salvezza per te?»
Cameron strinse i denti. «Quanto basta per non lasciarti vincere.»
Un lampo attraversò lo sguardo del Duca — non rabbia, ma qualcosa di più pericoloso: riconoscimento.
Gli afferrò il mento, dita fredde. Lo costrinse a guardarlo. Cameron non abbassò gli occhi. Provò a girare la testa, ma la presa si fece più dura.
«Non ho fretta,» mormorò il Duca. Il pollice sfiorò il labbro inferiore di Cameron, dove aveva sanguinato. «Ambrose… è un gioiello che sto ancora lucidando. Tu, invece…» Si chinò più vicino, l’alito caldo contro l’orecchio. «Tu sei il tipo che si rompe solo dopo aver fatto sanguinare chi lo tiene.»
«Provaci,» sibilò Cameron. «Provaci a piegare uno che ti sputa in faccia invece di implorare.»
Il Duca sorrise — un sorriso lento, affamato, che non arrivava agli occhi. Lasciò andare il mento. La mano scivolò sul collo, premendo contro la vena che pulsava; poi più in basso, sotto la camicia strappata, palmo aperto contro il petto nudo.
«Lo farò,» promise piano. «Ma non stasera. Stasera ti lascio pensare a quanto ti costerà resistermi.» Si alzò e fece un cenno agli uomini. «Portatelo dentro. Nella stanza est, quella con le catene vecchie. Niente cibo fino a domani.»
Gli uomini lo tirarono su per le braccia. Cameron barcollò, ma non gridò. Quando passò accanto al Duca, gli sputò di nuovo addosso — stavolta sul colletto immacolato della camicia.
Blackthorn non reagì. Si limitò a pulire la macchia con due dita, portandole alla bocca per un istante.
«Buonanotte, Cameron,» disse, quasi gentile. «Ci rivedremo presto.»
Lo trascinarono via. Cameron non si voltò indietro, ma sentiva ancora lo sguardo del Duca sulla nuca, come pressione.
—
La porta della stanza est si aprì nel buio. Cameron era sveglio — il tempo si dilatava senza luce, senza suoni — quando il Duca entrò solo, senza scorta, senza lanterna. Solo la luce pallida che filtrava da una feritoia sbarrata bastava a delineare la sua figura contro il muro di pietra.
Cameron era incatenato con due manette di ferro vecchio, le braccia tese sopra la testa, i polsi già arrossati dal metallo freddo. Le catene erano corte: non poteva sedersi, né inginocchiarsi del tutto, solo stare in piedi o piegarsi appena in avanti per alleviare il peso sulle spalle. Aveva freddo, fame, sete. Aveva soprattutto rabbia — una rabbia pulita, che lo teneva sveglio e lucido.
Il Duca si fermò a tre passi di distanza. Indossava una camicia nera aperta sul collo, i capelli leggermente scompigliati. Rimase in silenzio, osservandolo: il viso sudato di Cameron, le spalle tese, i polsi segnati, le catene che tintinnavano piano a ogni respiro.
«Hai dormito?» chiese infine.
Cameron rise, un suono secco che raschiava la gola riarsa. «Come un neonato. Grazie per l’ospitalità.»
Il Duca fece un passo avanti. «Ambrose è al sicuro.» Lo disse come se fosse un regalo. «L’ho fatto accompagnare alla locanda più vicina all’alba. Ha una carrozza, denaro, un biglietto per Londra. Non tornerà qui a meno che non lo voglia lui stesso.»
Cameron strinse le catene. Le nocche sbiancarono. «Bugiardo.»
«Non ho motivo di mentire.» Il Duca si avvicinò ancora, fino a essere a un braccio di distanza. «Non mi serve tenerlo prigioniero per tenerti qui. Tu sei qui perché hai scelto di esserlo. Hai scelto di venire a prenderlo. E ora sei tu il prezzo.»
Cameron lo fissò dritto negli occhi. «Il prezzo per cosa? Per il tuo orgoglio ferito? Per il fatto che non riesci a scopare un ragazzo che ti guarda come se volesse solo fuggire il più lontano possibile da te?»
Un muscolo guizzò sulla mascella del Duca, ma il sorriso tornò, sottile. «Parli come se lo conoscessi meglio di me.» Allungò una mano e sfiorò con le nocche la guancia di Cameron, un tocco quasi tenero. Cameron girò la testa di scatto, cercando di mordergli la mano. Il Duca ritrasse le dita appena in tempo.
Cameron sputò ai suoi piedi.
«Ti conviene lasciarlo lontano da te. Perché se gli fai di nuovo del male, giuro su Dio che trovo il modo di spezzarti il collo, catene o non catene.»
Il Duca rise piano, un suono basso che echeggiò contro le pareti umide. «Sai qual è la differenza tra te e lui?» Si chinò, il viso a un soffio da quello di Cameron. L’alito sapeva di tabacco e brandy. «Lui ha paura di me. Tu no. Non ancora.»
Le dita scivolarono lungo il collo di Cameron, premendo contro la trachea — non abbastanza da soffocare, solo abbastanza da far sentire ogni battito. «Ambrose è al sicuro perché io decido che lo sia. Tu sei qui perché io decido che tu resti. E resterai finché non avrò ciò che voglio.»
Cameron non si mosse. Non tremò. Solo lo fissò, gli occhi duri. «Allora preparati a una lunga attesa.»
Il Duca ritrasse la mano lentamente. «Ho tempo.» Si voltò verso la porta, ma si fermò sulla soglia. «Domani ti porterò acqua. Niente cibo, ancora. Voglio che tu senta quanto è sottile il confine tra orgoglio e necessità.»
La porta si chiuse. Il chiavistello scattò.
Cameron rimase solo nel buio, le catene che gli mordevano i polsi. Ma dentro c’era una certezza sola, limpida e feroce: Ambrose era fuori da quel posto. Al sicuro. Lontano dalle mani di quell’uomo. E finché fosse rimasto così, Cameron poteva resistere.
—
La porta si aprì di nuovo dopo un’eternità. Le spalle bruciavano, i polsi erano gonfi e violacei, la gola riarsa. Non aveva urlato, non aveva implorato. Aveva solo aspettato, respirando piano per conservare le forze.
Il Duca entrò con un vassoio d’argento. Sul vassoio un bicchiere d’acqua limpida, nient’altro. La luce della lanterna gettava ombre lunghe sulle pareti umide.
Cameron alzò la testa lentamente. «Hai portato il tuo trofeo?»
Il Duca posò la lanterna e si avvicinò, il bicchiere in mano. «Solo acqua. Come promesso.» Si fermò a un passo da lui. «Bevi.»
«Non sono un cane. Non bevo dalla tua mano.»
«No.» Un sorriso lento. «Sei molto di più.» Allungò il bicchiere verso le labbra di Cameron, inclinandolo appena. L’acqua sfiorò la bocca arida; una goccia scivolò lungo il mento, sul collo, tracciando una linea fredda sulla pelle sudata.
Cameron strinse i denti. Sentiva la sete come un coltello nello stomaco, ma non aprì la bocca. «Se vuoi che beva, dovrai costringermi.»
Il Duca posò il bicchiere sul tavolo e si avvicinò ancora. Il suo corpo era a un soffio da quello di Cameron, abbastanza vicino da far sentire il calore attraverso la camicia, ma senza toccare. Solo il respiro gli sfiorava la guancia, caldo contro la pelle fredda.
«Potrei,» mormorò. «Potrei aprirti la bocca con le dita. Potrei tenerti fermo e versartela in gola finché non ingoi. Potrei farti implorare per ogni goccia.»
«Provaci,» sibilò Cameron. «E vedi quanto ti ci vuole per spezzarmi.»
Il Duca rise piano. Poi, invece di forzarlo, immerse due dita nel bicchiere, le estrasse gocciolanti e le portò alle labbra di Cameron. Una goccia cadde sul labbro inferiore. Il Duca sfiorò appena la linea della bocca con la punta delle dita, lasciando una scia umida.
«Bevi,» ripeté, stavolta quasi un sussurro. Le dita rimasero lì, premendo appena.
Cameron chiuse gli occhi un istante. La sete era lancinante. La vicinanza del Duca era peggio. Riaprì gli occhi e lo fissò dritto. «Ambrose è con il Colonnello. Finché lui è libero, io non mi spezzo.»
Il Duca non ritrasse le dita. «Il Colonnello è un ostacolo temporaneo. Ma non è questo il punto.» Il pollice sfiorò l’angolo della bocca di Cameron. «Il punto è che tu sei qui. E io sono qui. E non ho fretta.»
Un’altra goccia cadde. Cameron sentì il bisogno fisico diventare insopportabile. Alla fine aprì le labbra quel tanto che bastava. Il Duca fece scivolare le dita dentro, solo la prima falange, lasciando che l’acqua gocciolasse sulla lingua.
Cameron bevve. Non perché cedesse — perché doveva sopravvivere per combattere. Ma il contatto, freddo e controllato, gli mandò una scarica lungo la schiena.
Il Duca ritrasse le dita lentamente, le asciugò sul colletto della propria camicia senza mai staccare gli occhi.
«Bravo,» mormorò. Poi si voltò, prese la lanterna e uscì senza aggiungere altro.
La porta si chiuse. Il buio tornò.
Cameron rimase lì, le labbra ancora umide. Odiava quanto il corpo gli tremasse.
—
Blackthorn entrò con la stessa lanterna, ma stavolta non si fermò a distanza. Posò il vassoio sul tavolino e si avvicinò fino a sfiorare quasi il corpo di Cameron con il proprio. Il calore che emanava era insopportabile — Cameron sentiva il freddo nelle ossa da ore, e quel calore era una tortura di segno diverso.
Non parlò subito. Si limitò a guardarlo: il sudore freddo sulla fronte, le labbra screpolate, il tremore leggero che scuoteva le spalle. Poi immerse due dita nel bicchiere e le fece scivolare lungo il collo di Cameron, lasciando una scia umida fino alla clavicola esposta.
Cameron inspirò bruscamente. La pelle era così sensibile che ogni goccia sembrava un morso.
«Guardami,» disse il Duca.
Cameron riaprì gli occhi. Li tenne fissi in quelli di Blackthorn, duri, lucidi di una febbre che non era ancora delirio.
«Non bevo dalla tua mano,» gracchiò.
«Lo so.» Le dita gocciolanti tornarono sul collo, tracciando cerchi lenti intorno alla vena che pulsava. «Non te lo sto chiedendo.»
Un’altra goccia cadde, scivolò sotto la camicia, lungo lo sterno. Cameron sentì il respiro spezzarsi — non era solo sete, era il contrasto: il freddo dell’acqua contro il calore che saliva dal basso ventre, traditore.
Il Duca si chinò, il viso a un soffio dal suo. «Ambrose è con il Colonnello. Al sicuro, per ora. Ma posso cambiarlo in un istante.» Le dita scesero più in basso, premendo appena contro il costato, dove le costole sporgevano per la debolezza. «Oppure posso lasciarlo dov’è. Dipende da te.»
Cameron rise, un suono rauco, spezzato. «Bugiardo. Non lo riprenderai. Non senza combattere.»
Il Duca portò di nuovo le dita alle labbra di Cameron, senza forzare, tenendole lì, a un millimetro, lasciando che una goccia cadesse sulla lingua arida.
«Bevi.» Non era un ordine. Le dita sfiorarono il labbro inferiore, premendo appena.
Cameron chiuse gli occhi. Sentì una lacrima — non di debolezza, di rabbia pura — scivolare lungo la guancia. Poi aprì la bocca. Per sopravvivere. Per continuare a resistere.
L’acqua gocciolò sulla lingua, fresca, insopportabile. Cameron bevve piano, odiando ogni secondo, odiando il modo in cui il Duca lo guardava — non con trionfo, ma con una fame controllata che somigliava pericolosamente al desiderio.
Il Duca ritrasse le dita e le asciugò sul proprio polso, senza staccare gli occhi. «Bravo.» Si chinò ancora. Le labbra sfiorarono la tempia di Cameron, un contatto fantasma. «Domani ti porterò di più. Ma solo se mi guardi negli occhi mentre bevi.»
Si allontanò. Prese la lanterna. La porta si chiuse.
Il buio tornò, denso.
Cameron rimase appeso alle catene. Odiava il Duca. Odiava se stesso ancora di più. Ma non avrebbe implorato.
«Ogni volta che bevi da me, ogni volta che mi guardi così… ti stai abituando. Al mio sapore. Al mio tocco. Alla mia voce.»
Il buio era diventato una presenza fisica, pesante come le catene. Cameron non contava più le ore: contava i respiri, i battiti che gli rimbombavano nelle orecchie. La lingua era secca, le labbra screpolate che sanguinavano se le muoveva troppo. Ogni tanto un tremito lo scuoteva dalla testa ai piedi, e le catene tintinnavano piano.
Quando la porta si aprì, la luce della lanterna gli ferì gli occhi. Sbatté le palpebre cercando di mettere a fuoco. Il Duca era lì, il bicchiere più pieno del solito, acqua limpida che rifletteva la fiamma. Cameron sentì un gemito involontario salirgli in gola — non di supplica, solo di bisogno.
Blackthorn posò la lanterna e si avvicinò senza fretta. Si fermò a un palmo di distanza, abbastanza vicino da far sentire il proprio calore contro la pelle gelida. «Oggi bevi di più. Ma c’è una condizione.»
Cameron alzò lo sguardo. Gli occhi erano infossati, cerchiati di viola, ma ancora accesi. «Dimmi,» gracchiò.
Il Duca immerse la mano nel bicchiere. La estrasse gocciolante, l’acqua che scorreva lungo il polso. «Bevi dal mio palmo. Guardandomi negli occhi. Non distogliere lo sguardo.» Fece una pausa. «E la mia mano sul tuo cuore. Voglio sentirlo battere.»
Cameron rise, un suono secco che finì in tosse. «Vai al diavolo.»
Il Duca inclinò la testa. «Puoi morire di sete con l’orgoglio intatto. Oppure puoi vivere abbastanza da continuare a odiarmi.» Allungò il palmo gocciolante verso le labbra di Cameron. L’acqua cadeva a gocce lente sul pavimento. «Scegli.»
Il silenzio si tese. Cameron sentiva il cuore martellare contro le costole, la sete un dolore sordo che pulsava ovunque. Alla fine abbassò lo sguardo sul palmo del Duca, poi lo rialzò, inchiodandolo negli occhi neri di Blackthorn. Aprì le labbra.
Il Duca accostò il palmo. L’acqua toccò la lingua di Cameron, fresca, quasi dolorosa. Lui bevve piano, la lingua che sfiorava la pelle calda, le linee della mano, il polso dove pulsava una vena. Non distolse mai lo sguardo.
L’altra mano si posò sul petto nudo di Cameron, esattamente sopra il cuore. Le dita si allargarono, abbastanza da sentire ogni battito irregolare. Cameron inspirò bruscamente — il calore di quella mano contro la pelle fredda gli mandò una scarica lungo la schiena.
Bevve ancora. Ogni sorso era una resa minima, necessaria. Ogni sorso era anche una vittoria, perché era ancora vivo, ancora lucido, ancora capace di odiare.
Quando il palmo fu quasi asciutto il Duca non ritrasse la mano subito. Il pollice sfiorò l’angolo della bocca, tracciando la linea del labbro inferiore.
«Bravo,» sussurrò. La voce era rauca — per la prima volta una crepa nel controllo.
Cameron chiuse la bocca di scatto. «Questo non cambia niente,» gracchiò.
«Cambia tutto.» Il Duca si chinò, le labbra a un soffio dall’orecchio. «Ogni volta che bevi da me ti stai abituando. Al mio sapore. Al mio tocco.»
Si allontanò. Prese la lanterna. «Domani ti porterò di più. Ma la prossima volta dovrai dirmi una verità. Una sola. Su di te, o su di lui.» Un cenno vago, come se Ambrose fosse ancora nell’aria tra loro. «Altrimenti torni alle gocce.»
La porta si chiuse. Il buio tornò.
Cameron rimase appeso, il sapore del palmo del Duca ancora sulla lingua, il calore fantasma della mano sul petto. Odiava quanto quel battito lo tradisse.
***
La porta si aprì nel solito modo, ma stavolta il Duca portava solo una candela sottile, la fiamma che tremava appena. Cameron era a testa china, il respiro corto e irregolare. Non aveva più la forza di sollevare subito lo sguardo. Ma quando sentì il profumo di tabacco e brandy — quel profumo che ormai associava a Blackthorn come si associa una malattia alla sua stagione — riuscì ad alzare la testa.
Il Duca si fermò a un passo. Posò la candela sul tavolino, prese il bicchiere quasi traboccante, e lo tenne in mano senza offrirlo subito.
«Hai resistito più di quanto pensassi,» disse piano. «Ma il tuo corpo sta parlando per te.»
Cameron non rispose. La gola era troppo secca per parole inutili.
«Oggi bevi quanto vuoi,» continuò il Duca. «Ma prima una verità. Una sola.»
«Vai a farti fottere.»
Il Duca immerse la mano nel bicchiere, la estrasse gocciolante e la premette sul collo di Cameron. L’acqua scorse lenta lungo la clavicola, sotto la camicia strappata, fino al petto. Il freddo improvviso fece sussultare Cameron, un gemito involontario gli sfuggì.
«Puoi dirmela ora,» continuò il Duca, voce bassa contro l’orecchio. «Oppure posso versartela addosso, goccia dopo goccia, e guardarti tremare finché non parli.» Le dita scivolarono lungo lo sterno, fermandosi sul capezzolo indurito dal freddo, un tocco appena accennato. «Oppure posso fermarmi. E tu torni al niente.»
Il silenzio si fece denso. Cameron sentiva il cuore battere contro la mano del Duca, forte, irregolare.
Alla fine parlò, con un filo di voce rauco. «Quando l’ho incontrato per la prima volta… ho pensato che fosse la cosa più bella che avessi mai visto. Volevo proteggerlo. Da tutto. Anche da sé stesso.»
Il Duca rimase immobile. La mano sul petto non si mosse. Solo gli occhi si accesero — un lampo di qualcosa di oscuro, di geloso.
«Bravo,» mormorò.
Accostò il bicchiere alle labbra di Cameron. Stavolta direttamente. Cameron aprì la bocca e bevve, il liquido fresco che scorreva in gola come un balsamo doloroso. L’altra mano era ancora sul petto, le dita che premevano contro il battito accelerato.
Quando il bicchiere fu quasi vuoto il Duca lo ritrasse piano. Il pollice raccolse una goccia rimasta sulle labbra di Cameron, la sfregò lentamente sul labbro inferiore.
«Hai parlato di lui,» disse, voce roca. «Ora dimmi… cosa provi quando ti tocco io?»
Cameron chiuse gli occhi un istante. Quando li riaprì lo sguardo era fuoco. «Odio. Solo odio.»
Il Duca sorrise. «Bugiardo.»
Si chinò, le labbra a un soffio dalla tempia di Cameron — non un bacio, solo il calore del respiro, il quasi di un contatto che non arrivava mai. «Domani tornerò. E la prossima verità sarà su cosa senti quando la mia mano è qui.» Premette una volta sola sul petto, forte. «O su cosa vorresti che facessi dopo.»
Si allontanò. La candela rimase sul tavolino — un piccolo atto di misericordia, o di crudeltà calcolata. La porta si chiuse.
Cameron chiuse gli occhi. Odiava il Duca. Odiava la verità che aveva appena detto. Odiava il calore che non se ne andava.
***
La porta si aprì, ma non fu il Duca a entrare.
Due uomini in livrea nera. Uno teneva in mano una chiave pesante. Cameron sollevò la testa di scatto, il cuore che martellava nonostante la debolezza. Dalla gola uscì solo un suono rauco.
«Ordini del Duca,» disse quello con la chiave, senza emozione. «Siete libero dalle catene.»
Cameron non capì subito. Quando il metallo cedette ai polsi, le braccia caddero come pesi morti. Le gambe non lo ressero: crollò in avanti. Uno degli uomini lo afferrò prima che sbattesse sul pavimento. Non fu gentile, ma nemmeno brutale. Solo efficiente.
«Dove…?» gracchiò Cameron.
«In una stanza degna di voi.»
Scale. Corridoi. Luce — vera luce, non una candela tremolante. Cameron strizzava gli occhi, ferito dal chiarore che entrava dalle finestre alte. Ogni passo era una fitta, ma il sollievo di non essere più incatenato era quasi peggio del dolore.
Lo portarono in una camera dell’ala est. Spartana, quasi monacale: un letto singolo con lenzuola pulite, un tavolo di legno scuro, una sedia, un camino acceso. Sulla tavola c’erano pane fresco, formaggio, una brocca d’acqua, una mela. E in un angolo, davanti al fuoco, una tinozza di rame piena d’acqua calda, vapore che saliva lento, profumato di sapone e rosmarino.
«Il Duca ha detto che potete lavarvi, mangiare, dormire. Non tentate di fuggire: le finestre sono sbarrate e ci sono guardie fuori.»
Uscirono. La chiave girò dall’esterno.
Cameron rimase solo. Per un lungo istante non si mosse — fissava la tinozza come se fosse un miraggio. Le gambe cedettero di nuovo; si appoggiò al muro, scivolando lentamente a terra.
«Bastardo,» mormorò alla stanza vuota. «Bastardo figlio di puttana.»
Ma il corpo non ascoltava la mente. Si trascinò verso la tinozza. Si strappò di dosso ciò che restava della camicia. Entrò nell’acqua calda con un gemito che non riuscì a trattenere. Il calore avvolse i muscoli doloranti, i polsi segnati, la pelle screpolata. Chiuse gli occhi e si lasciò scivolare sotto per un secondo, solo per sentire il silenzio liquido.
Quando riemerse prese il sapone e cominciò a lavarsi. Le mani tremavano. Ogni passaggio sulla pelle era un tradimento: sollievo puro, quasi doloroso. Per la prima volta da quando era lì, non tremava di freddo.
Si appoggiò al bordo della tinozza, la testa reclinata all’indietro, i capelli bagnati che gocciolavano sul collo. Il fuoco crepitava. Il vapore saliva. E in quel momento, nonostante tutto, Cameron sentì qualcosa di terribile.
Si sentiva vivo.
E sapeva che era esattamente quello che voleva il Duca. Che questa gentilezza era solo un’altra forma di possesso. Che presto Blackthorn sarebbe entrato da quella porta e avrebbe visto Cameron pulito, nudo, grato suo malgrado.
Cameron strinse i pugni nell’acqua. «Vieni pure,» sussurrò al fuoco. «Vieni a vedere quanto ti odio ancora.»
Ma la voce tremava. E non sapeva più se era solo per la rabbia.
***
Si alzò dalla tinozza quando l’acqua iniziò a raffreddarsi. Si asciugò con movimenti meccanici, quasi rabbiosi — non voleva godersi niente di tutto questo, non voleva sentirsi grato.
Nudo, si avvicinò al tavolo. Il pane era ancora tiepido. Lo spezzò con le mani tremanti. Il primo morso fu quasi doloroso: la gola si contrasse, lo stomaco si ribellò per un istante dopo giorni di vuoto. Poi arrivò il sapore, semplice, reale, e Cameron mangiò in silenzio, a morsi piccoli, controllati, come se ogni boccone fosse una battaglia vinta contro il Duca. Bevve dalla brocca direttamente. La mela la tenne per ultima: la morse con forza, il succo che gli colava sul mento, e per un secondo chiuse gli occhi.
Quando ebbe finito si sedette sul bordo del letto, l’asciugamano sulle spalle. Il fuoco illuminava la stanza di arancione caldo. Il corpo pulito e sazio per la prima volta da giorni. La mente un groviglio: sollievo traditore, rabbia che ribolliva sotto, e la consapevolezza fredda che questo dono era solo un’altra mossa sulla scacchiera.
La chiave girò nella serratura.
Il Duca entrò da solo. Camicia nera aperta sul collo, pantaloni scuri, stivali lucidi. Niente lanterna, niente bicchiere — solo sé stesso. Chiuse la porta senza voltarsi, il chiavistello che scattò con un suono definitivo.
Cameron non si mosse dal letto. Alzò solo lo sguardo, lentamente.
Il Duca si fermò a metà stanza. Rimase in silenzio, catalogando: i capelli umidi che gli cadevano sulla fronte, le spalle rilassate per la prima volta, le mani sulle ginocchia non più tremanti.
«Sembri diverso,» disse infine.
«Pulito. Nutrito. Un altro uomo.»
Il Duca avanzò fino a fermarsi davanti al letto, torreggiando su Cameron senza toccarlo. «Hai mangiato. Hai bevuto. Hai lavato via il sotterraneo. Eppure sei ancora qui. Non hai gridato. Hai solo aspettato.»
Cameron strinse la mascella. «Aspettavo te. Per dirti che questo non cambia niente. Puoi darmi pane e acqua calda quanto vuoi. Ma quando uscirò da qui — e uscirò — ti spezzerò il collo.»
Il Duca sorrise, un sorriso lento con una crepa minuscola al centro. «Lo so.» Si chinò, appoggiando una mano sul montante del letto. «Eppure il tuo corpo respira. Il tuo cuore batte più calmo.» Lo sguardo scese sul petto di Cameron, sul battito visibile sotto la pelle. «E quando ti tocco… non tremi più di freddo.»
Allungò una mano e sfiorò con le nocche la clavicola di Cameron, seguendo la linea bagnata dai capelli ancora umidi. Cameron inspirò bruscamente, ma non si ritrasse.
«Il corpo sa già cosa vuole,» mormorò il Duca. «Sa che il buio era peggio. Sa che io posso darti sollievo… o toglierlo di nuovo.» Le dita scivolarono più in basso, fermandosi appena sopra il capezzolo senza toccarlo. Solo il calore del palmo aleggiava lì.
«Puoi toccarmi quanto vuoi,» disse Cameron. La voce era ferma anche se il respiro era corto. «Ma non avrai mai la mia resa. Ogni boccone che ho mandato giù oggi l’ho mandato giù per sopravvivere. Per tornare da Ambrose. Per fotterti.»
Il Duca rise piano, un suono basso che vibrò tra loro. «Lo so. E questo rende tutto più interessante.» Si chinò ancora, le labbra quasi contro l’orecchio di Cameron. «Perché ora che il tuo corpo non urla più di sete… posso iniziare a farti urlare per qualcos’altro.»
Si raddrizzò. Fece un passo indietro. «Riposati. Domani ti porterò vestiti. E forse una conversazione vera. Perché quando tornerò… non ci saranno più catene. Solo noi due. E tu deciderai quanto resistere ancora.»
Uscì. La porta si chiuse.
Cameron rimase seduto sul letto, il punto in cui era stato sfiorato che bruciava ancora. Il corpo sazio, pulito, caldo. La mente furiosa.
Ma sotto la rabbia, un pensiero traditore si insinuò: ora che non aveva più fame, ora che non aveva più freddo… cosa avrebbe usato come scudo?
Chiuse gli occhi. Strinse i pugni sulle lenzuola.
««Dimmi quando sei pronto a parlarmi. O quando sei pronto a sentirmi. O quando sei pronto a implorare.»
Cameron dormì come un morto. Il corpo aveva semplicemente spento tutto — si era steso sul letto senza nemmeno infilarsi sotto le coperte, nudo, l’asciugamano buttato di traverso sul petto. Il fuoco si era ridotto a braci rosse. Non sognò. Solo un buio pesante, senza catene, senza voci, fino all’alba.
Quando la chiave girò nella serratura la luce grigia del mattino filtrava appena dalle grate.
Il Duca entrò da solo. Teneva sul braccio una pila di vestiti: camicia bianca di lino, pantaloni scuri di lana, stivali morbidi, una giacca semplice. Chiuse la porta con un calcio leggero.
Cameron aprì gli occhi di scatto, sveglio in un istante.
Si alzò dal letto lentamente, come se stesse ancora stiracchiando i muscoli indolenziti. L’asciugamano scivolò a terra. Rimase nudo per un secondo, senza vergogna — solo per far capire al Duca che la sua presenza non gli procurava nessun imbarazzo. Poi avanzò di due passi, fingendo di guardare i vestiti.
«Per me?» chiese, la voce ancora rauca, ma ferma.
Il Duca posò tutto sul tavolo. «Vestiti. Mangia ancora se vuoi. Oggi parliamo.»
Fu in quel momento che Cameron attaccò.
Non con un urlo. Non con un preavviso. Si lanciò in avanti come una molla spezzata: una spallata violenta al petto del Duca che lo fece barcollare indietro, poi un pugno secco alla mascella. Il Duca incassò, ma non cadde. Cameron non gli diede tempo: gli afferrò il polso, gli torse il braccio dietro la schiena, lo spinse contro il muro e gli premette l’avambraccio sulla gola.
«Una mossa e ti spezzo il collo.» Il corpo nudo di Cameron era premuto contro quello vestito di Blackthorn, petto contro schiena, coscia contro coscia. Sentiva il calore, i muscoli tesi, il respiro accelerato dell’altro. «Apri la porta. Subito. O ti porto fuori di qui come ostaggio.»
Il Duca rimase immobile per un secondo. Poi rise, una risata bassa, quasi ammirata, anche se la voce usciva strozzata. «Hai aspettato il momento perfetto. Bravissimo.»
Cameron strinse più forte. Sentiva il battito del Duca sotto l’avambraccio. Sentiva anche il proprio corpo tradirlo — il contatto, il calore, la lotta corpo a corpo dopo giorni di privazione mescolavano tutto in qualcosa di oscuro.
Ma il Duca era più forte di quanto sembrasse. E più veloce.
Con un movimento fluido, quasi danzato, ruotò su sé stesso, usò l’inerzia di Cameron contro di lui, gli afferrò il braccio e lo scagliò via. Cameron finì contro il letto, ma si rialzò subito, afferrò la sedia e la lanciò. Il Duca la schivò, si slanciò in avanti, lo placcò in vita. Lo sollevò di peso e lo scaraventò di nuovo sul materasso.
I due corpi rotolarono. Cameron finì sotto, il Duca sopra di lui, le ginocchia che gli bloccavano i fianchi, una mano che gli inchiodava il polso sopra la testa. L’altra mano era premuta sul suo petto nudo, esattamente sopra il cuore che martellava.
Erano vicinissimi, respiri pesanti che si mescolavano. Il Duca aveva un labbro spaccato che sanguinava appena.
«Hai finito?» chiese, la voce bassa, rauca.
Cameron cercò di dargli una testata. Il Duca schivò all’ultimo, ma la fronte di Cameron gli sfiorò la guancia.
«Mai,» ringhiò Cameron.
Il Duca sorrise — un sorriso vero, questa volta. Impressionato. Affamato. «Bene. Perché se avessi ceduto subito… mi avresti deluso.»
Rimase sopra di lui ancora qualche secondo, i corpi premuti, il respiro di Cameron che gli accarezzava le labbra. Poi si alzò lentamente, lasciando andare il polso senza allontanarsi troppo.
«Vestiti,» disse. «E la prossima volta che provi a uccidermi… cerca di non farmelo piacere così tanto.»
Si passò il dorso della mano sul labbro sanguinante senza smettere di guardarlo. «Domani riprovaci, se vuoi. Mi sto divertendo.»
Uscì. La porta si chiuse.
Cameron rimase steso sul letto, ansimante, il sapore del sangue del Duca ancora nell’aria. Per la prima volta da quando era entrato in quella casa, sorrise — un sorriso feroce, cattivo.
«Oh, ci puoi contare,» mormorò al soffitto.
***
Attese il peggio. Dopo la rissa, dopo aver lasciato il Duca con il labbro spaccato e un livido sulla mascella, si era preparato al ritorno immediato: guardie, sotterraneo, catene, buio e sete come punizione per aver osato alzare le mani.
Ma non accadde nulla.
La porta rimase chiusa per il resto del giorno. Verso sera entrò una cameriera anziana, muta, con un vassoio coperto da un panno bianco. Lo posò sul tavolo senza una parola, abbassò lo sguardo e uscì.
Sotto il panno: una zuppa densa di manzo e verdure, pane croccante, formaggio stagionato, una mela, una caraffa d’acqua. Cibo vero, quasi generoso.
Cameron mangiò. Non perché si fidasse — ma morire di debolezza non avrebbe aiutato nessuno.
Il giorno dopo, stesso copione. Il terzo giorno, la cameriera posò il vassoio come al solito e uscì.
Cameron sollevò il panno.
Sotto il cibo c’era qualcosa di diverso. Un fazzoletto di lino fine, piegato con cura. Le iniziali ricamate in un angolo: A.A. in filo azzurro scuro. Ambrose Annesley.
Il fazzoletto era sporco di sangue. Macchie rossastre secche, concentrate in un angolo, come se qualcuno l’avesse premuto contro una ferita.
Cameron lo aprì piano.
All’interno, arrotolata con cura, una ciocca di capelli biondi. Capelli fini, morbidi, del colore esatto di quelli di Ambrose — quel biondo chiaro che prendeva riflessi dorati alla luce del sole.
Il cuore gli si fermò per un istante.
Non era possibile. Ambrose era fuggito con il Colonnello. Era al sicuro. Lontano.
Eppure il fazzoletto era lì. Il sangue era reale. I capelli erano reali.
Cameron strinse la ciocca tra le dita. Tremava — non di paura, ma di una rabbia così profonda che gli faceva male il petto.
«Bastardo,» sussurrò alla stanza vuota.
Non gridò. Non picchiò contro il legno. Si sedette sul bordo del letto, il fazzoletto stretto in mano, e aspettò. Il Duca non si era presentato per tre giorni. Aveva lasciato che il cibo facesse il suo lavoro — nutrire il corpo, far tornare la forza — e poi, al momento giusto, aveva sferrato il colpo. Non una minaccia urlata. Non catene. Solo silenzio, generosità calcolata, e una prova muta.
Quando sarebbe arrivato, Cameron avrebbe dovuto decidere: credere che Ambrose fosse al sicuro, o credere al sangue.
In entrambi i casi il Duca aveva già vinto una battaglia.
Cameron strinse la ciocca più forte, fino a farsi male. «Vieni,» mormorò al fuoco morente. «Vieni a dirmi cosa gli hai fatto.»
***
Non avrebbe più aspettato.
Quando la cameriera entrò nel tardo pomeriggio con il solito vassoio, Cameron era già in posizione: in piedi dietro la porta, addossato al muro. La donna posò il vassoio sul tavolo con il solito gesto lento. Quando si voltò per uscire, Cameron le bloccò la strada con un passo silenzioso. Non la toccò. Solo le si parò davanti, alto, teso.
«Non gridare. Siediti sul letto. Mani in vista.»
La cameriera impallidì. Si sedette sul bordo del materasso, le mani intrecciate in grembo.
Quando Cameron prese le chiavi dalla tasca del suo grembiule, lei non si mosse. La chiuse dentro. La sentì sussurrare qualcosa — una preghiera forse — ma non gridò.
Il corridoio era deserto. Cameron si mosse veloce, scalzo per non fare rumore. Le scale di servizio erano strette, buie, odoravano di cera vecchia e umidità. Ogni tanto si fermava ad ascoltare: un lontano tintinnio di stoviglie da basso, il vento contro le finestre, niente passi.
Al piano intermedio incrociò un lacchè giovane che saliva con un secchio di carbone. Cameron si appiattì contro il muro in una nicchia buia. Il ragazzo passò senza vederlo, il viso stanco, gli occhi bassi.
Il piano nobile era più illuminato: candelabri a muro, tappeti spessi che attutivano i passi. Cameron conosceva la strada solo grazie alle lettere di Ambrose — quelle lettere entusiastiche, piene di dettagli: la mia stanza è all’angolo nord-est, con le finestre che guardano il lago artificiale, il baldacchino ha tende di velluto verde scuro, il camino è di marmo nero con gargoyle intagliati. Parole che all’epoca lo avevano fatto sorridere. Ora gli servivano come mappa.
Attraversò un salone deserto, superò una porta socchiusa da cui proveniva il ticchettio lento di una pendola. Il corridoio si allungava, curve, porte chiuse, ombre lunghe proiettate dalle candele basse. Alla fine giunse a una porta. Velluto verde scuro visibile dallo spiraglio. Luce calda che filtrava, tremolante.
Cameron posò la mano sulla maniglia. Spinse piano.
La stanza era calda, profumata di cera d’api e qualcosa di più intimo — sudore, pelle, e qualcosa di dolce, leggermente intossicante. Le candele erano accese su ogni superficie. Il baldacchino gettava ombre profonde sul letto.
Dalla spuma delle lenzuola emergevano due corpi. Quello sopra era imponente, spalle larghe, movimenti lenti e implacabili: spinte profonde, possessive, le mani che stringevano i fianchi sottili dell’altro lasciando segni rossi sulla pelle chiara. Quello sotto era inarcato, la testa gettata all’indietro sul cuscino, i capelli biondi bagnati di sudore sparsi come seta. Le dita aggrappate alle lenzuola. Un gemito basso, spezzato, gli uscì dalla gola.
Il viso era girato di lato, illuminato solo a metà. Zigomi delicati, labbra socchiuse, occhi chiusi. Sembrava lui. Avrebbe potuto essere lui.
Cameron fece un passo avanti, il corpo teso.
Doveva vedere gli occhi. Doveva essere sicuro.
Non arrivò mai al letto.
Un colpo secco alla nuca, violento, preciso, e il mondo esplose in bianco, poi nero. Le ginocchia cedettero. Le mani cercarono di aggrapparsi alle tende del baldacchino. Poi silenzio.
***
Quando rinvenne, era legato. Polsi e caviglie fissati alle quattro colonne di un letto di legno massiccio. Corde di seta nera, strette ma non crudeli. Era nudo, le lenzuola sotto di lui fresche. Il fuoco nel camino ardeva alto, illuminando la stanza in toni dorati e rossi.
Sul camino lo stemma del Duca. L’odore di tabacco e brandy nell’aria.
Blackthorn era seduto su una poltrona accanto al letto, camicia aperta, bicchiere in mano. Guardava Cameron con calma assoluta.
«Sei stato intraprendente,» disse piano. «E hai visto.»
Cameron tirò le corde. Non cedettero. «Era lui.» Non era una domanda.
Il Duca posò il bicchiere. Si alzò, si avvicinò, si fermò accanto al letto torreggiando su Cameron. «Non hai avuto tempo di vedere bene,» mormorò. «Ma il tuo corpo ha reagito lo stesso.»
Allungò una mano e sfiorò con il dorso delle dita il fianco esposto di Cameron, dalla costola fino all’anca. Cameron inspirò bruscamente. Non si ritrasse.
«Ti sei eccitato?» chiese il Duca, la voce bassa. «Vedendolo così — inarcato, che gemeva, che si lasciava prendere?» Le dita si fermarono sull’anca, premendo appena. «O vedendo me sopra di lui?»
Cameron girò la testa di scatto. «Vaffanculo.»
Il Duca sorrise. Ritrasse la mano, ma rimase lì, vicinissimo. «Hai tempo per pensarci. Sei qui. Legato. Nel mio letto. E io ho tutta la notte.» Fece scivolare il palmo lungo la linea dell’anca, fermandosi appena sopra l’inguine. «Dimmi quando sei pronto a parlarmi. O quando sei pronto a sentirmi.»
Si chinò, le labbra a un soffio dall’orecchio di Cameron. «O quando sei pronto a implorare.»
Si raddrizzò, prese il bicchiere e uscì senza aggiungere altro.
La porta si chiuse. La chiave girò.
Cameron rimase legato, il fianco che ancora bruciava dove era stato sfiorato, la mente piena di quell’immagine: capelli biondi, gemiti, corpi avvinti.
Non sapeva cosa credere. Non sapeva cosa sentiva. Ma il corpo lo sapeva.
E questo era il peggio.
«Guarda come reagisci,» mormorò il Duca, la voce bassa e vellutata. «Anche ora. Anche dopo avermi insultato. Il tuo corpo sa già cosa vuole.»
Cameron passò la notte in un limbo di rabbia e confusione. Le corde di seta non tagliavano, ma stringevano abbastanza da ricordargli ogni respiro, ogni movimento mancato. Il fuoco si era ridotto a braci, la stanza pesante di quell’odore di tabacco e brandy che ormai gli entrava nei polmoni come un segno di riconoscimento. Non dormì davvero: chiuse gli occhi, ma la mente girava in cerchi ossessivi.
L’immagine sul letto gli tornava in loop: capelli biondi sparsi, corpo esile inarcato, gemito spezzato. Era Ambrose? Oppure era esattamente ciò che il Duca voleva che credesse?
Più ci pensava, più la logica si faceva strada, tagliente.
Il Duca aveva lasciato la porta socchiusa. Aveva lasciato che salisse senza una guardia vera. Aveva permesso che arrivasse fino alla stanza. E poi il colpo alla nuca, preciso, calcolato, nel momento esatto in cui era abbastanza vicino da vedere ma non abbastanza da capire.
Una trappola. Costruita per farlo agire d’impulso, per fargli credere di aver visto ciò che temeva di vedere, e portarlo esattamente dove era ora: nudo, legato, vulnerabile, nel letto del suo nemico. Il Duca non aveva bisogno di Ambrose per torturarlo. Gli bastava il dubbio — il dubbio che Cameron si costruiva da solo.
Quando l’alba filtrò grigia dalle tende pesanti, Cameron aveva già deciso. Non sapeva se quel corpo sul letto fosse Ambrose o un sosia pagato. Ma sapeva una cosa con certezza assoluta: aveva fatto esattamente il gioco del Duca.
***
La porta si aprì verso metà mattina. Il Duca entrò con la sua solita calma: camicia nera aperta sul petto, capelli leggermente umidi. Portava un vassoio piccolo — caffè nero, pane tostato, una mela — e lo posò sul comodino senza fretta.
Si fermò ai piedi del letto, le mani nelle tasche, e guardò Cameron.
«Che cazzo vuoi da me?» La voce uscì rauca, ma ferma. «Sul serio. Dimmi. A che gioco stai giocando?»
Il Duca non batté ciglio. «Ti ho dato cibo. Ti ho dato calore. Ti ho dato una via di fuga che sapevi sarebbe stata una trappola. E tu l’hai presa.» Fece un passo avanti, appoggiando le mani sulle colonne del letto. «Perché sei impulsivo. Perché ami Ambrose. Perché non sopporti l’idea che qualcuno lo tocchi.»
Cameron rise, un suono secco. «L’hai fatto apposta. Tutto. Il fazzoletto, la ciocca, la porta socchiusa. Volevi che venissi a vedere. Volevi che mi facessi prendere.»
«Volevo che scegliessi di venire da me.» Si chinò di più, il viso a pochi centimetri da quello di Cameron. «E l’hai fatto.»
Cameron tirò le corde. «Slegami. O uccidimi. Ma smettila di giocare.»
Il Duca allungò una mano e sfiorò con il dorso delle dita la linea del fianco nudo di Cameron — lo stesso gesto della notte prima, ma più lento. La pelle si increspò, un brivido traditore che Cameron odiò all’istante.
«Ti eccita ancora ripensare a quella scena,» mormorò il Duca. «Anche ora. Anche sapendo che è una trappola. O forse proprio per questo.»
Cameron girò la testa di scatto. «Non sono il tuo giocattolo.»
Il Duca ritrasse la mano, ma si sedette sul bordo del letto, una gamba piegata, il corpo vicinissimo. «No. Sei l’uomo che ha rischiato tutto per un ragazzo che forse non ricambia nemmeno la tua devozione. Sei l’uomo che ha scelto di entrare in questa stanza sapendo che non ne sarebbe uscito intero.»
«Slegami e vediamo chi esce intero.»
Il Duca rise piano. «Lo farò. Ma non oggi.» Si chinò, le labbra che sfioravano quasi la tempia di Cameron. «Oggi ti lascio qui. A pensare. A chiederti se il giovane biondo sul letto era Ambrose… o se eri tu quello che volevo davvero.»
Si alzò. Prese il vassoio e lo posò sul petto di Cameron, caffè ancora caldo, pane, mela — come un’offerta sacrificale sopra un altare di carne. «Mangia. Bevi. Sopravvivi. Perché quando tornerò stasera… non ci saranno più dubbi. Solo scelte.»
Uscì. La porta si chiuse.
***
Cameron fissò il vassoio posato sul petto nudo, il caffè ancora fumante che gli scaldava la pelle attraverso la ceramica. Tutto perfettamente calcolato, come il resto. Le braccia erano legate sopra la testa, le caviglie fissate alle colonne. Non poteva sollevarsi, non poteva chinarsi, non poteva nemmeno girarsi di lato senza tendere tutto il corpo.
Il Duca aveva lasciato il vassoio lì apposta: non per nutrirlo, ma per fargli sentire il controllo fino nelle ossa.
Cameron rise piano, un suono amaro. «Bastardo,» mormorò al soffitto. «Non potevi almeno metterlo sul comodino?»
Provò a muoversi. Contrasse gli addominali, alzò il busto quel tanto che le corde permettevano, cercò di avvicinare il viso al vassoio. La mela rotolò di lato, il caffè ondeggiò pericolosamente. Riuscì a sfiorare il bordo della tazza con le labbra, ma era troppo inclinata: il liquido caldo gli bagnò il mento, scivolò lungo il collo, finì sul petto in una scia bollente.
Imprecò tra i denti.
Dopo vari tentativi falliti si arrese al metodo più umiliante: chinò la testa il più possibile e usò la lingua per spingere il pane tostato verso il bordo del piatto. Lo afferrò con i denti e ne staccò un morso. Il burro gli colò sul labbro inferiore. Lo leccò via d’istinto, odiando ogni secondo.
Mangiò così, pezzo dopo pezzo — pane a morsi goffi, mela a morsi laterali che gli graffiavano le labbra, caffè a sorsate precarie che gli bagnarono il collo e il petto. Quando finì, il vassoio e il letto erano un disastro, lui anche peggio: briciole sparse sul petto, macchie di caffè sul torace, succo della mela lungo il fianco. Si lasciò ricadere sul cuscino, ansimando piano.
«Contento?» sussurrò alla stanza vuota. «Hai vinto anche questo round.»
Ma sotto la rabbia, un pensiero freddo si fece strada: il Duca non l’aveva lasciato lì solo per umiliarlo. L’aveva lasciato lì per abituarlo. Abituarlo al tocco, al contatto, alla vicinanza forzata. Abituarlo a dipendere da lui per ogni cosa — cibo, acqua, libertà, persino il dubbio su Ambrose.
E il peggio era che stava funzionando.
***
La luce cominciò a calare. Il vassoio era ancora sul petto di Cameron, ormai freddo, pieno di briciole. Ogni tanto il piatto si spostava di qualche millimetro, ricordandogli quanto fosse impotente.
Quando la porta si aprì era già quasi buio.
Il Duca entrò con un candelabro, lo posò sul comodino, rimase in piedi ai piedi del letto a osservarlo in silenzio. Gli occhi scivolarono sul petto di Cameron, sulle macchie, sulle briciole, sul modo in cui le corde lo tenevano spalancato e vulnerabile. Un angolo della bocca si curvò.
«Hai mangiato.»
Cameron lo fissò con uno sguardo esausto e furioso. «Vaffanculo. Basta con questi giochetti. Dimmi cosa vuoi e facciamola finita.»
Il Duca si avvicinò al letto, prese il vassoio sporco e lo posò sul comodino. Poi si sedette sul bordo del materasso, vicinissimo al fianco di Cameron. «Voglio te,» disse piano, senza giri di parole. «Non solo il tuo corpo. Voglio la tua rabbia. Voglio la tua lealtà. Voglio vederti spezzare quella devozione cieca che hai per Ambrose e capire che potresti darla a qualcuno che la merita davvero.»
Cameron rise, secco. «Merita davvero? Tu? Il pervertito che mi lega al suo letto e mi fa mangiare come un cane?»
Il Duca allungò una mano. Con due dita raccolse una briciola dal petto di Cameron, poi fece scivolare il dorso della mano lungo il fianco sporco di succo, pulendo la scia appiccicosa con il palmo. Il tocco era caldo, fermo, possessivo — non sfiorava soltanto: premeva abbastanza da far sentire ogni centimetro di pelle.
Cameron inspirò bruscamente, i muscoli che si tendevano sotto quel contatto.
«Guarda come reagisci,» mormorò il Duca. «Anche ora. Anche dopo avermi insultato.» Le dita risalirono, passarono sul pettorale, sfiorarono il capezzolo, poi scesero lungo le costole, fermandosi appena sopra l’inguine. Non andarono oltre. Solo il calore del palmo rimase lì.
«Dimmi,» continuò il Duca, chinandosi, le labbra vicinissime all’orecchio di Cameron. «Quando hai visto quei due corpi sul letto… hai immaginato di essere tu, sotto di me? O hai immaginato di essere quello che lo stava prendendo?»
«Slegami,» ringhiò Cameron. «Slegami e te lo mostro io cosa immagino.»
Il Duca rise sommessamente. «Lo farò. Ma prima voglio sentirti dire la verità almeno una volta.» La mano scivolò sul fianco, più lenta, più bassa, le dita che tracciavano la linea dell’anca. «Dimmi che una parte di te, anche piccola, si è eccitata vedendomi sopra di lui.»
Il silenzio era denso, rotto solo dal crepitio del fuoco e dal respiro accelerato di Cameron.
Il Duca aspettava.
Si alzò e tirò il cordone. La cameriera anziana entrò quasi subito, portando un catino di acqua calda, un panno, e una caraffa di vino rosso scuro. Il Duca riempì il calice fino a metà.
«Bevi.»
Cameron girò la testa dall’altra parte.
Il Duca gli afferrò la mascella con fermezza e gli inclinò la testa all’indietro. «Puoi bere da solo, oppure te lo verso in gola mentre ti tappo il naso. Scegli.»
Cameron lo fulminò con lo sguardo. Poi aprì le labbra. Il Duca inclinò il calice e lo fece bere lentamente. Il vino era dolce, denso, con quel retrogusto amaro che Cameron riconobbe solo dopo qualche sorso: laudano. Una dose robusta.
Bevve quasi tutto il calice. Quando cercò di girare la testa, il Duca gliene versò ancora due sorsate forzate. Solo allora posò il calice vuoto.
Il laudano cominciò a fare effetto quasi subito — caldo, pesante, avvolgente. La rabbia di Cameron rimase intatta, ma i contorni si fecero più morbidi, i pensieri più lenti, il corpo più pesante. Il Duca liberò prima i polsi, poi le caviglie. Cameron si mise seduto di scatto, massaggiandosi i polsi, ma le gambe non rispondevano come avrebbero dovuto.
Il Duca indicò la ritirata con un cenno. «Vai. Ti aspetto qui.»
Cameron si alzò barcollando. Si sciacquò il viso con l’acqua fredda. Quando uscì, il Duca era ancora seduto sul letto.
Cameron non tornò verso il materasso. Rimase in piedi, nudo, instabile, lo sguardo duro nonostante il laudano.
«Puoi sdraiarti da solo o posso farti legare di nuovo,» disse il Duca. «Ma prima voglio pulirti.»
Prese il panno caldo dal catino e si alzò.
Cameron indietreggiò di un passo. «Non toccarmi.»
«Sei sporco di caffè e succo di mela. E stai tremando.»
Fece un passo avanti. Cameron cercò di spingergli via il braccio, ma il movimento fu lento, scoordinato — il laudano gli aveva tolto velocità e forza. Il Duca gli afferrò il polso, lo tenne fermo e cominciò a passargli il panno caldo sul petto, sul collo, lungo il fianco.
«Levami le mani di dosso…»
Il Duca continuò con gesti lenti e metodici: spalle, pettorali, addome, fianchi. Ogni volta che Cameron tentava di allontanarlo, il Duca gli bloccava il polso con più decisione, senza mai fargli davvero male. Quando ebbe finito, la pelle di Cameron era arrossata dal calore. Il respiro più pesante, lo sguardo velato.
«Sdraiati.»
Cameron rimase in piedi ancora qualche secondo, poi le gambe cedettero. Si lasciò cadere seduto sul bordo del letto.
Il Duca lo osservò per un momento — quell’espressione di attenzione calcolata che Cameron ormai riconosceva come la versione più pericolosa della sua calma — poi gli afferrò il braccio e lo rimise in piedi. Cameron non oppose resistenza. Il laudano aveva trasformato ogni impulso di ribellione in qualcosa di lento, di ovattato.
Il Duca lo condusse davanti allo specchio alto, tenendolo per un braccio. «Guardati.»
Cameron alzò gli occhi.
Nello specchio c’erano loro due.
Lui: completamente nudo, la pelle arrossata, i polsi segnati dalle corde, i capelli bagnati di sudore che gli ricadevano sulla fronte. Il petto che si alzava e abbassava rapidamente. Un animale braccato, selvaggio e furioso.
Il Duca: perfettamente vestito, elegante e controllato, la camicia scura aperta sul petto, lo sguardo calmo e affamato allo stesso tempo. Solo il piccolo livido sulla mascella ricordava che Cameron gli aveva spaccato il labbro pochi giorni prima.
Si posizionò dietro di lui, il petto premuto contro la schiena nuda di Cameron. Con una mano gli afferrò il mento e lo costrinse a tenere gli occhi fissi sullo specchio. «Vedi la differenza?» mormorò contro il suo orecchio. «Tu sei nudo. Vulnerabile. Esposto. Io invece ho ancora tutto il controllo.»
Cameron cercò di divincolarsi, ma il movimento fu debole, scoordinato.
Il Duca prese il panno ancora tiepido e cominciò a passarglielo di nuovo sul corpo con gesti lenti. Partì dal collo, scese sul petto, sul ventre, lungo i fianchi. Ogni passaggio era caldo, umido, intimo. Cameron rabbrividì quando il tessuto sfiorò i capezzoli, poi quando scese più in basso, sull’addome, fino all’anca.
«Smettila…» sussurrò Cameron. Ma la voce uscì senza vera convinzione.
Il Duca continuò, il corpo premuto contro la sua schiena nuda. Cameron sentiva il tessuto della giacca contro la pelle, il calore del suo petto, il battito regolare del suo cuore. «Non mi hai ancora risposto,» disse il Duca, mentre il panno scivolava pericolosamente vicino all’inguine. «Quando hai visto quei due corpi nel letto… hai immaginato di essere tu quello sotto di me? O di essere tu a prenderlo?»
Cameron strinse i denti. Nello specchio vide il proprio viso arrossato, le labbra socchiuse, gli occhi lucidi per il laudano.
«…non era lui,» riuscì a dire. Ma la frase suonò debole persino alle sue orecchie.
Il Duca sorrise contro il suo orecchio. «Forse no. Forse sì.» La mano libera scivolò lungo il fianco nudo di Cameron, seguendo lo stesso percorso del panno, ma stavolta senza stoffa — solo pelle contro pelle. Le dita si fermarono sull’anca, poi scesero ancora un po’, fermandosi a un soffio. Non lo toccò. Non ancora.
Cameron respirava a fatica. Nello specchio vide se stesso nudo, tenuto fermo dal Duca completamente vestito. La visione era oscena e potente allo stesso tempo.
Il Duca gli mordicchiò piano il lobo dell’orecchio, poi sussurrò: «Dimmi la verità, Cameron. Solo una volta. Cosa hai provato quando mi hai visto sopra di lui?»
Il silenzio era denso, rotto solo dal respiro accelerato di Cameron e dal crepitio del fuoco.
Il Duca aspettava, il corpo premuto contro il suo, la mano ferma sull’anca, gli occhi fissi nello specchio.
E Cameron, con l’ultimo barlume di lucidità, capì che stava perdendo. Non la battaglia. Stava perdendo se stesso.
***
Cameron rimase rigido contro il corpo del Duca, lo sguardo inchiodato allo specchio. Il laudano gli appesantiva le palpebre e gli scioglieva la lingua, ma la rabbia era ancora lì, bruciante.
Alla fine gli uscì una risposta roca, spezzata, più sincera di quanto avrebbe voluto: «…ho provato rabbia.» Fece una pausa. «E qualcosa di peggio.»
Il Duca sorrise lentamente nello specchio. La mano scivolò più in basso, sfiorando l’interno coscia senza ancora toccare il sesso. «Qualcosa di peggio? Dimmi.»
Cameron chiuse gli occhi per un secondo, ma il Duca gli strinse il mento e lo costrinse a riaprirli. «Guardaci.»
Cameron guardò. Vide se stesso nudo, arrossato, il petto che si alzava rapido. Vide il Duca elegante, padrone della situazione, con quel mezzo sorriso crudele.
«Ho provato gelosia,» disse a denti stretti, la voce bassa e piena di disprezzo verso se stesso. «Non so se era lui. Ma ti ho visto sopra di lui… e ho sentito un nodo allo stomaco. Come se mi avessero strappato qualcosa.»
Il Duca emise un suono basso, quasi un ringhio soddisfatto. La mano sul fianco di Cameron si mosse, risalì lentamente lungo l’addome, poi scese di nuovo, e questa volta lo toccò — le nocche che sfioravano la base del sesso che si stava ingrossando.
Cameron inspirò bruscamente.
«Bravissimo,» mormorò il Duca contro il suo orecchio. «Vedi? Non è così difficile essere sincero.»
Cameron voltò la testa di scatto. «Questo non significa niente. È il laudano.»
«Il laudano non crea niente. Può solo far uscire ciò che già c’è.» La mano si chiuse intorno a lui, calda, ferma, senza muoversi ancora — solo tenendolo, come a fargli sentire che ormai anche quella parte di lui era sotto il suo controllo.
Cameron emise un suono soffocato, a metà tra un ringhio e un gemito. «Ti odio.»
Il Duca gli baciò piano la curva del collo, un bacio quasi tenero. «Lo so. E mi piace quando mi odi così.»
Le dita si strinsero appena intorno a lui, una promessa silenziosa. «Vuoi che smetta… o vuoi che continui?»
Cameron non rispose. Il silenzio fu la risposta.
***
La mano del Duca si mosse.
Lenta. Senza fretta. Cameron inspirò bruscamente, i muscoli dell’addome che si contraevano di scatto. Cercò di restare immobile, di non reagire, ma il laudano aveva reso il suo corpo ipersensibile, ogni terminazione nervosa accesa e traditrice.
Il Duca ripeté il movimento, più lento questa volta, il pollice che sfiorava la corona con una pressione leggera ma precisa. Cameron sentì il sangue affluire, il sesso che si induriva suo malgrado. Un calore gli salì dallo stomaco fino al petto.
Strinse i denti. Non emise un suono. Non disse una parola. Ma il corpo parlava per lui: il respiro si fece più corto, più irregolare, i fianchi ebbero un piccolo scatto involontario in avanti, come a cercare di più.
Il Duca lo notò. Ovviamente lo notò.
Continuò con lo stesso ritmo lento, implacabile. Ogni carezza era misurata, né troppo veloce né troppo lenta — solo costante, insistente. Cameron sentì le gambe tremare leggermente, i muscoli delle cosce che si contraevano.
Nello specchio vedeva tutto con chiarezza spietata: il proprio sesso duro nella mano del Duca, la punta lucida che scivolava tra quelle dita eleganti. Vide il proprio viso contratto nello sforzo di non reagire, le labbra socchiuse, gli occhi lucidi e furiosi. Il Duca non sorrideva più — il suo sguardo era oscuro, concentrato, quasi reverente.
La mano accelerò appena, solo di poco. Cameron sentì un gemito strozzato morirgli in gola. Lo ricacciò indietro, ma i fianchi si mossero di scatto, cercando istintivamente quel ritmo.
Il Duca lo tenne fermo contro di sé con l’altro braccio, impedendogli di allontanarsi. Continuò così, senza fretta, senza pietà, portandolo sempre più vicino senza mai dargli abbastanza per arrivare.
Cameron respirava con la bocca aperta, sudore fresco che gli imperlava la pelle. Il piacere saliva lento, inevitabile, contro la sua volontà. Il corpo voleva disperatamente venire, ma il Duca lo teneva esattamente sul filo — abbastanza da farlo tremare, non abbastanza da liberarlo.
Un altro suono gli sfuggì, più profondo, più disperato, mentre i fianchi si spingevano di nuovo nella mano del Duca.
Il Duca lo tenne stretto, la bocca vicinissima al suo orecchio, senza baciarlo. Aspettando.
Poi, quando Cameron tremava così forte che le catene invisibili del corpo sembravano sul punto di spezzarsi, accelerò. Appena. Quel tanto che bastava.
Una, due, tre carezze decise.
Cameron venne con un grido soffocato che gli morì in gola. Le ginocchia cedettero del tutto. Se il Duca non l’avesse tenuto stretto contro di sé, sarebbe crollato a terra. L’orgasmo lo travolse in ondate lunghe, umilianti, ogni contrazione accompagnata da un gemito basso che non riusciva a trattenere.
Quando finì, rimase appeso al braccio del Duca, il respiro spezzato, la testa china in avanti.
Il Duca non lo lasciò andare. Per lunghi secondi ci fu solo il suono del respiro affannato di Cameron e il crepitio del fuoco.
Poi, con voce bassa e quasi gentile: «Bravo.»
Cameron chiuse gli occhi. La vergogna gli bruciava nel petto più forte del piacere appena provato. Era venuto nella mano del Duca. Contro il suo orgoglio. E il suo corpo aveva goduto fino all’ultimo spasmo.
Il Duca ritrasse lentamente la mano. Poi, con lo stesso tono calmo di sempre: «Ora sì che sei mio.»
Cameron non trovò la forza di rispondere.
***
Il Duca prese un panno pulito dal catino e lo ripulì con gesti lenti e impersonali, come se stesse curando un oggetto prezioso e fragile. Cameron non ebbe la forza di opporsi.
Il Duca aprì l’armadio di noce scuro e ne tirò fuori una veste da camera di seta nera, semplice, di ottima fattura. La porse a Cameron.
«Indossala.»
Cameron la prese con mani tremanti. La seta era fresca contro la pelle surriscaldata. Se la infilò lentamente, legando la cintura con gesti goffi. Si sentiva ridicolo, esposto, ancora più vulnerabile di quando era nudo.
Il Duca fece un cenno verso la porta. Due valletti silenziosi apparvero. «Accompagnatelo nella sua stanza al piano di sotto. Lasciatelo dormire.»
Cameron li seguì senza opporre resistenza. Non aveva più forze per lottare. Mentre scendevano le scale, ogni gradino gli sembrò eterno. La veste di seta frusciava contro le cosce nude. Sentiva ancora il calore fantasma della mano del Duca su di sé, il ricordo dell’orgasmo che gli stringeva lo stomaco.
Lo condussero nella sua stanza e lo lasciarono.
Cameron rimase in piedi al centro della stanza per qualche secondo, poi barcollò fino al letto e si lasciò cadere seduto sul bordo. Fissò il fuoco per un tempo indefinito, la mente ancora annebbiata dal laudano, il corpo svuotato e tremante.
Aveva resistito per giorni. Aveva lottato, insultato, tentato di fuggire.
Chiuse gli occhi e si lasciò cadere all’indietro sul letto.
Il sonno arrivò pesante, oscuro, pieno di immagini confuse: mani eleganti, uno specchio, capelli biondi su un cuscino, e il suono basso della voce del Duca che sussurrava Ora sì che sei mio.
«Devi legarmi. Devi costruire trappole abbastanza elaborate da far sembrare che io ci entri da solo, e poi chiamarla scelta. Senza tutto questo non hai niente. Sei un uomo che ha bisogno di rendere qualcuno abbastanza debole da non poter dire di no, e chiama questo desiderio.»
La goccia di cera cadde sul pavimento con un piccolo ticchettio. Il Duca non ci fece caso.
Rimase fermo nel corridoio, le mani intrecciate dietro la schiena, il dorso appoggiato al muro freddo. Dalla porta chiusa al piano di sotto non proveniva nessun suono. Cameron dormiva già, o stava fissando il soffitto con la stessa intensità feroce con cui fissava tutto il resto, non c’era molta differenza, in fondo. In entrambi i casi non era qui. In entrambi i casi era ancora suo.
Il Duca pensava.
Non ai dettagli di quello che era appena accaduto, quelli li conosceva con precisione, li aveva costruiti con cura, sapeva esattamente cosa aveva funzionato e perché. Pensava al momento prima. Alla tensione nella mascella di Cameron, alle nocche bianche, al modo in cui aveva cercato di ricacciare il gemito indietro fino all’ultimo secondo possibile come se il suono stesso fosse una concessione che non poteva permettersi.
Cameron non cedeva con grazia. Cedeva come si spezza un osso, tutta resistenza, poi di colpo niente, e il silenzio dopo era quasi peggio del rumore.
Era stato bellissimo.
Il Duca si passò lentamente le dita sulle labbra. C’era qualcosa in quell’uomo che non aveva calcolato, o forse aveva scelto deliberatamente di non calcolarlo, perché era più interessante così, perché le cose che non si calcolano sono le uniche che valgono ancora la pena di guardare. Cameron non combatteva per sé. Ogni insulto, ogni tentativo di fuga, ogni rifiuto di piegarsi, tutto orientato nella stessa direzione, verso un ragazzo che probabilmente non sarebbe mai tornato a prenderlo.
Questo lo rendeva più fragile e più pericoloso di chiunque il Duca avesse mai tenuto in quella casa. Più fragile perché il suo punto di rottura non era interno, era altrove, era Ambrose, era una devozione che qualcun altro avrebbe potuto usare prima di lui. Più pericoloso perché un uomo che non combatte per sé non ha negoziazioni da fare, non ha un prezzo.
Si allontanò dalla parete e riprese a camminare lungo il corridoio. I passi silenziosi sul tappeto, le candele che proiettavano ombre lunghe, il maniero che dormiva intorno a lui con quella quiete precaria che viene dopo le cose importanti, prima che riprendano.
Sapeva già cosa sarebbe successo il mattino dopo. Cameron si sarebbe svegliato con la vergogna che gli bruciava nello stomaco, avrebbe rivissuto ogni secondo di quella resa con la precisione dolorosa di chi non riesce a smettere di toccare una ferita. Avrebbe ricostruito le difese, più alte, più spesse, con la determinazione ottusa di chi non ammette di aver perso una battaglia anche quando ne porta ancora i segni sul corpo.
Il Duca si fermò davanti alla finestra in fondo al corridoio. La luna era velata, il parco buio e silenzioso.
Sei mio, pensò, ma non con la soddisfazione del possesso, con qualcosa di meno comodo, di più inquieto. Qualcosa che assomigliava, pericolosamente, al riconoscimento.
Cameron avrebbe continuato a combattere. Proprio come piaceva al Duca.
E questo, capiva adesso, era il problema.
Il mattino dopo Cameron si svegliò di scatto, come se il sonno avesse ceduto all’improvviso invece di dissolversi gradualmente.
Per qualche secondo rimase fermo, il soffitto sopra di lui, il silenzio della stanza intorno. Il fuoco si era spento. La veste da camera di seta nera gli si era attorcigliata intorno al corpo nel sonno, aperta sul petto.
Poi arrivò tutto insieme.
La mano del Duca. Lo specchio. Il suono che gli era uscito dalla gola, quel suono che aveva cercato di trattenere fino all’ultimo, che era uscito lo stesso, che non poteva riprendere indietro. La vergogna aveva la consistenza fisica di qualcosa che si appiccica, calda, vischiosa, presente.
Si alzò. Andò alla finestra, appoggiò la fronte al vetro freddo.
Fuori il parco era umido di rugiada, gli alberi avevano quel velo di verde chiaro che precede le foglie vere. C’era un sole pallido che non scaldava ma almeno illuminava. Cameron rimase lì a guardarlo finché il freddo del vetro non diventò insopportabile.
Aveva resistito per giorni. Fame, sete, catene, umiliazioni di ogni tipo, e alla fine era bastata una dose di laudano e una mano elegante. Questo era il fatto. Lo guardò senza cercare di ammorbidirlo.
Non avrebbe ceduto. Non del tutto. Non ancora.
Le stesse parole di sempre. Cameron se ne accorse e le lasciò andare.
Si lavò il viso. Si vestì. Quando la cameriera bussò con il vassoio della colazione e la notizia che poteva uscire nel parco, non ringraziò, ma mangiò tutto, bevve il tè fino all’ultima goccia, e indossò il soprabito scuro che gli porsero senza discutere.
Aveva bisogno di aria. Era l’unica cosa di cui era certo.
Camminò per quasi due ore.
Le guardie lo seguivano a distanza, uno sulla destra, l’altro più indietro, senza avvicinarsi, senza parlare. Cameron le ignorò come si ignorano le cose che non si possono cambiare e non vale la pena di odiare. Camminò senza meta tra i sentieri di ghiaia, le siepi basse, le statue coperte di muschio. Arrivò fino al lago artificiale e si fermò sulla riva, le mani nelle tasche del soprabito, a guardare l’acqua scura che rifletteva il cielo.
La mente si quietò un poco. Non del tutto, non era il tipo di quiete che Cameron conosceva, pulita e stabile, ma una versione provvisoria, sufficiente per respirare.
Pensò a sua madre. Alle sue sorelle. All’affitto, alle medicine, al modo in cui Eleanor teneva i conti con quella precisione tranquilla che aveva ereditato da lui o forse da loro padre o forse da nessuno, forse era solo sua. Pensò a Beatrice che non stava mai ferma e a Clara che lo chiamava ancora il mio eroe a sedici anni come se non fosse ridicolo, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Pensò a quanto fosse lontano da qui tutto questo.
Poi riprese a camminare, più veloce, come se il movimento potesse fare qualcosa che il pensiero non riusciva a fare. Il parco era vasto. Il maniero incombeva sempre, da qualunque angolazione lo guardasse, bestia di pietra, presente e paziente.
Rientrò prima del buio.
Non perché volesse. Perché le alternative erano scappare davvero, con le guardie, senza un soldo, senza meta, o restare fuori nel freddo fino a quando qualcuno sarebbe venuto a prenderlo. Nessuna delle due era una scelta. Quindi rientrò, e il fatto che non fosse una scelta era esattamente il problema.
Il Duca era nella sua stanza.
Cameron lo vide appena aprì la porta, seduto accanto al fuoco, una gamba accavallata sull’altra, il bicchiere di vino in mano. Perfettamente a suo agio. Come se la stanza fosse sua, come se lo fosse sempre stata, come se Cameron ci fosse solo di passaggio.
Il che, tecnicamente, era vero.
Cameron si tolse il soprabito, lo lasciò sulla sedia, andò al tavolo e versò dell’acqua. Bevve in piedi, le spalle all’uomo, il vetro freddo tra le dita.
«Com’è stato il parco?» chiese il Duca.
«Pieno di alberi che crescono sulla tua terra.»
Il Duca bevve un sorso di vino. Non commentò.
Cameron sentì il silenzio espandersi e capì, con quella lettura quasi fisica che aveva sviluppato nelle settimane in quella casa, che il Duca non avrebbe riempito quel silenzio. Aspettava. Era sempre quello che faceva: aspettava, e lasciava che Cameron ci costruisse dentro qualcosa che poi diventava munizione.
Si voltò.
«Perché tutto questo?» disse. La voce era bassa, controllata, ma con qualcosa sotto che non era del tutto controllato. «Il cibo, l’acqua calda, la passeggiata. E poi il fazzoletto, la ciocca di capelli, la stanza con i due corpi, il laudano.» Un passo avanti. «Cosa stai cercando di fare, esattamente?»
Il Duca girò lentamente il vino nel bicchiere. «Voglio vedere quanto resistenza ti resta quando non hai più motivi validi per resistere.»
«Ne ho ancora.»
«Sì.» Il Duca posò il bicchiere. Si alzò, non in fretta, con quella grazia fluida che Cameron aveva imparato a riconoscere come una forma di potere, la dimostrazione che non aveva mai bisogno di affrettarsi. «Ma sono tutti su qualcun altro. Non su di te.»
Cameron non rispose.
Il Duca fece un passo verso di lui. «Hai camminato per ore. Hai guardato gli alberi come se potessi attraversarli. Hai respirato aria che ti ricordava a ogni passo quanto fossi prigioniero.» Un’altra pausa. «E poi sei rientrato. Prima del buio. Da solo.»
«Non avevo scelta.»
«La porta del parco era aperta.»
Cameron aprì la bocca. La richiuse.
Il Duca continuò, la voce così ragionevole da essere quasi insopportabile: «Hai avuto tutto il pomeriggio per andartene. Hai scelto di non farlo. Questo non è mancanza di scelta, è una scelta che non ti piace riconoscere come tale.»
Qualcosa cedette.
Non in modo drammatico, non ci fu un momento preciso, un’esplosione. Fu più simile a una pressione che superava una soglia, e Cameron sentì le parole uscire con una forza che non aveva del tutto cercato.
«Devi drogarmi,» disse. Piano, tagliente, senza il volume che avrebbe reso la cosa meno pericolosa. «Devi legarmi. Devi costruire trappole abbastanza elaborate da far sembrare che io ci entri da solo, e poi chiamarla scelta.» Un passo avanti, erano vicinissimi adesso. «Senza tutto questo non hai niente. Sei un uomo che ha bisogno di rendere qualcuno abbastanza debole da non poter dire di no, e chiama questo desiderio.»
Il Duca non si mosse.
«Vigliacco,» disse Cameron. Non come insulto, come referto. «È quello che sei.»
Il silenzio che seguì fu lungo abbastanza da diventare qualcosa di diverso dal silenzio.
Poi il Duca abbassò lo sguardo sul bicchiere abbandonato sul tavolo. Lo guardò per un momento come se contenesse qualcosa di interessante. Poi disse, senza alzare gli occhi: «Il laudano era pietà. Senza, avresti lottato fino a farti male davvero. Non mi interessava romperti in quel modo.»
Alzò gli occhi su Cameron.
Il Duca continuò, con la stessa voce piana: «Non ci sarà laudano. Non ci saranno catene. Non ci sarà nessuna delle cose che usi come scudo quando il tuo corpo fa qualcosa che la tua testa non ha autorizzato.» Posò il bicchiere sul tavolo con un suono leggero, definitivo. «E quando reagirai, e reagirai, non potrai chiamarmi vigliacco. Potrai solo chiamarmi per nome.»
Si voltò verso la porta.
Cameron rimase fermo, il respiro corto, la rabbia che non trovava più dove appoggiarsi.
Il Duca si fermò sulla soglia, non si voltò, la voce che arrivava di spalle, quasi distratta: «Un vigliacco non aspetta. Io aspetto da settimane.»
La porta si chiuse.
Cameron rimase solo.
Si sedette sul bordo del letto, i gomiti sulle ginocchia. Il fuoco crepitava piano. Fuori il parco era già buio, il lago artificiale invisibile oltre le finestre, il cielo senza luna.
La rabbia era ancora lì, non era sparita, non spariva mai del tutto, ma aveva perso qualcosa. Un appiglio. Una certezza su cui fare leva.
Perché il Duca aveva ragione su una cosa, e Cameron era abbastanza onesto, in quel silenzio, in quel buio, da ammetterlo almeno a se stesso.
Era rientrato prima del buio.
Non perché non avesse potuto fare altrimenti.
Rimase seduto così per un tempo indefinito, il fuoco che si abbassava, il freddo che saliva dal pavimento di pietra. Non cercò di riordinare i pensieri, li lasciò stare, disordinati e scomodi, come sono le cose vere.
Poi si alzò, si sdraiò sul letto vestito, fissò il soffitto nel buio.
Domani non ci sarebbe stato laudano.
Domani avrebbe dovuto essere solo se stesso, senza scudi, senza scuse, senza niente a cui attribuire quello che sentiva.
E sotto la rabbia, sotto la stanchezza, sotto tutto quello che aveva accumulato in settimane in quella casa, c’era qualcosa che Cameron non riusciva a chiamare con il suo nome ma che riconosceva lo stesso.
Non era paura.
Era peggio.
Era curiosità.
«Tu non sai quello che stai facendo.»
Il mattino arrivò con la luce grigia e il silenzio di chi ha già deciso qualcosa.
Cameron si alzò, si vestì, seguì i valletti lungo i corridoi senza fare domande. Ogni passo aveva il sapore di una marcia verso qualcosa che non aveva ancora il coraggio di nominare.
Il salone verde era luminoso, le finestre sul parco, il Duca in piedi di spalle come sempre, quella postura che Cameron aveva imparato a leggere come contenimento, non calma.
Si voltò quando Cameron entrò.
«Hai dormito bene?»
«Abbastanza.»
Il Duca non commentò il tono. «Allora parliamo.»
«Preferisco restare in piedi.»
«Come vuoi.» Si avvicinò di qualche passo, distanza rispettosa, presenza assoluta. «Ieri sera mi hai dato del vigliacco. Mi hai accusato di aver bisogno di droghe per toccarti.» Una pausa. «Quindi oggi ho deciso di accontentarti. Niente laudano. Niente catene. Solo tu e io.»
Cameron strinse i pugni. «Sei davvero convinto di farcela?»
Il Duca lo guardò per un lungo istante. «No. Sono curioso.»
L’aria tra loro divenne pesante.
«Allora cosa vuoi fare adesso?»
Cameron non rispose. Girò i tacchi e andò verso la porta.
«Cameron.»
La voce tagliò l’aria prima che toccasse la maniglia.
Si voltò lentamente. «Non sapevo di aver bisogno del tuo permesso.»
Il Duca fece due passi verso di lui, non arrabbiato, peggio: calmo. «Se esci adesso, domani non ci sarà più nessuna passeggiata. Nessuna stanza confortevole. Solo la cella con le catene.» Una pausa breve, tagliente. «Oppure resti e dimostri che non hai paura di me senza laudano. Scegli.»
Cameron si voltò di scatto. «Sei stato tu a dirmi che potevo provare a scappare. E adesso minacci di rinchiudermi perché voglio andarmene?»
Fece un passo verso il Duca, la voce che si abbassava.
«Voglio vedere Ambrose. Adesso. Se è davvero qui, portami da lui. Se è vivo e sta bene, accetto. Accetto di vedere cosa succede quando mi tocchi senza droghe e senza catene.»
Si fermò, la voce ridotta a un filo: «Ma se stai bluffando… questa volta per toccarmi di nuovo dovrai uccidermi.»
Il Duca lo osservò in silenzio. Poi, quasi divertito ma senza allegria: «Stai negoziando con me.»
«Sì o no?»
«Ti porterò da lui domani mattina.» La voce si abbassò, ogni parola pesata. «Ma quando lo avrai visto, non ci saranno più trattative. Non ci saranno più scuse. Il tuo corpo sarà mio, quando vorrò, come vorrò.» Fece un passo. «Se accetti, domani vai da lui. Se no… sappi che la prossima volta non sarò paziente.»
Si voltò verso la porta e aggiunse, senza girarsi:
«E per la cronaca, non sono io il vigliacco tra noi due. Sei tu quello che sta barattando il proprio corpo pur di non guardare la verità.»
La porta si chiuse.
Cameron rimase solo, le parole sotto la pelle come spine.
Il mattino dopo il Duca entrò senza scorta, senza cerimonie.
«Sei pronto?»
«Portami da lui.»
Lo guidò attraverso corridoi che Cameron non aveva mai percorso, su per una scala secondaria, fino all’ala nord. Si fermò davanti a una porta come tante altre.
«Ricorda il patto,» disse piano. «Lo vedi. Poi torni da me.»
Aprì la porta.
La stanza era in penombra. Sul letto, sotto le coperte, una figura bionda, i capelli dello stesso colore di Ambrose, la linea delle spalle simile, il respiro tranquillo di chi dorme.
Cameron si avvicinò. Allungò una mano tremante, toccò la spalla nuda.
La figura si mosse, girò il viso verso di lui.
Non era Ambrose.
Zigomi diversi, naso diverso, mascella diversa. Somigliava, abbastanza da ingannare nell’oscurità, abbastanza da inchiodare Cameron a quella porta con il cuore in gola. Ma non era lui.
Cameron ritrasse la mano di scatto. Si voltò verso il Duca.
«Figlio di puttana.»
Il Duca era sulla soglia, le mani dietro la schiena. «Non ho mai detto che fosse lui. Hai visto i capelli biondi. Hai sentito i gemiti. Hai tratto le tue conclusioni.»
«Il fazzoletto. La ciocca. Tutto falso.»
«Il fazzoletto era suo. La ciocca anche, li ho presi la notte in cui è fuggito.» Un passo verso di lui. «Il ragazzo nel letto no. Ma tu eri già corso fin qui come…»
«Come un cane fedele,» disse Cameron. Piano. Come un referto. «Esattamente come volevi.»
Il Duca non smentì.
«Il patto vale ancora,» disse. «Hai detto che volevi vederlo. L’hai visto, o credevi di averlo visto, il che per te era lo stesso. Le condizioni erano quelle.»
Cameron rimase immobile, i pugni stretti, le nocche bianche.
«Il patto era Ambrose,» disse alla fine, la voce bassa e tagliente. «Non un attore da quattro soldi.»
«Il patto era una scusa,» rispose il Duca, con una sincerità quasi brutale. «Per entrambi. E lo sai.»
Il ragazzo biondo non si era mosso. Stava lì con le lenzuola tirate fino al petto, gli occhi bassi, il respiro trattenuto, l’aria di chi ha capito che la cosa più sicura è non esistere.
Cameron lo vide con la coda dell’occhio. Sentì qualcosa stringersi nello stomaco, non verso di lui, verso se stesso. Verso il riflesso condizionato che lo aveva portato fin lì di corsa, esattamente nel punto in cui Blackthorn lo aspettava.
Si voltò verso il Duca.
Non pensò. O pensò tutto insieme, troppo in fretta per chiamarlo pensiero, i giorni nel sotterraneo, le catene, il laudano, il fazzoletto con le iniziali di Ambrose, il ragazzo biondo sul letto che non era lui. Tutto questo in un secondo, poi niente.
Con un gesto secco si tolse la giacca. La lasciò cadere senza guardarla. La camicia, i bottoni cedevano sotto le dita, non seduzione, non resa, qualcosa di più simile a strappare via una benda che non si era mai lasciata cambiare davvero. La lanciò da qualche parte. I pantaloni, gli stivali.
Rimase in piedi, nudo, nel mezzo della stanza.
Il ragazzo biondo scivolò fuori dal letto in silenzio, raccolse i vestiti, sparì dalla porta senza rumore, senza sguardi. Cameron lo sentì andare senza voltarsi.
Erano soli.
Guardò il Duca, dritto, senza abbassare gli occhi, senza coprirsi. I polsi ancora segnati dalle corde, le costole che sporgevano più del dovuto, i lividi vecchi che viravano al giallo sui fianchi. Non stava offrendo niente. Stava mostrando quello che c’era, tutto, senza filtri, senza il laudano come alibi e senza le catene come giustificazione.
«Eccolo,» disse. La voce era piana, quasi fredda. «Prendete quello che volete e poi lasciatemi andare.»
Il Duca non si mosse.
Gli occhi scivolarono sul corpo di Cameron, non veloci, non volgari. Lenti. Come chi guarda qualcosa che ha aspettato a lungo e sa che affrettarsi adesso sarebbe uno spreco. Cameron sentì quello sguardo sulla pelle come una pressione fisica e non si coprì, non girò la testa.
Poi vide le mani del Duca, lungo i fianchi, chiuse. Le nocche leggermente bianche.
Il Duca fece un passo avanti. Si fermò.
«Tu non sai quello che stai facendo.»
La voce era più bassa del solito, quasi rauca, non un’accusa, qualcosa di più scomodo. Come se la frase fosse uscita prima che potesse trattenerla.
Cameron aprì la bocca.
Il Duca scosse appena la testa, un gesto piccolo, involontario, il tipo di gesto che appartiene a conversazioni interne che Cameron non avrebbe dovuto vedere. Rimase fermo ancora qualche secondo, le mani lungo i fianchi, le nocche bianche, quella contenzione che costava qualcosa di reale e visibile, poi respirò, controllato.
«Non così,» disse. «Non perché non hai più ragioni per resistere. Non perché non hai altro posto dove andare.» Una pausa breve, quasi dolorosa. «Voglio che tu lo voglia. Non che te ne faccia una ragione.»
Cameron rimase immobile, il cuore che batteva troppo forte per un uomo che stava cercando di sembrare indifferente.
Il Duca si voltò verso la porta.
«Rivestiti. Questa sera stai solo.» Si fermò sulla soglia, le spalle rivolte a Cameron. «Ma domani. Cena. Noi due. Senza scambi, senza condizioni, senza nessun altro nel letto.» Una piccola pausa. «Solo per vedere cosa succede quando non stai combattendo contro qualcosa.»
Uscì. La porta si chiuse piano.
Cameron rimase in piedi, nudo, nel silenzio della stanza.
Il letto era ancora disfatto. Il cuscino portava ancora l’impronta di una testa che non era quella di Ambrose, un dettaglio piccolo, concreto, che per qualche ragione era più difficile da guardare di tutto il resto.
Si sedette sul bordo lentamente, come se le gambe avessero ricevuto l’informazione in ritardo.
Le mani sulle ginocchia. Il fuoco che crepitava piano. Il silenzio del maniero intorno, quella quiete che Cameron aveva imparato a distinguere dai silenzi ostili delle prime settimane, questo era diverso, più neutro, quasi indifferente alla sua presenza.
Non pianse. Non ne aveva i mezzi, in quel momento, non tristezza, non sollievo, non la rabbia pulita a cui si era aggrappato per settimane come a una ringhiera. C’era qualcosa di più scomodo al posto di tutto questo. Qualcosa che non aveva ancora un nome.
Il Duca avrebbe potuto prenderlo.
Era lì, nudo, senza catene, senza laudano, senza nessuna ragione pratica per cui Blackthorn non potesse semplicemente attraversare quei tre passi e prendersi quello che aveva costruito settimane intere per ottenere.
E non lo aveva fatto.
Cameron rimase seduto sul bordo del letto, le mani sulle ginocchia, e cercò di capire cosa stesse sentendo. Non ci riuscì del tutto. Trovò solo questo: che il rifiuto del Duca pesava più di qualsiasi cosa gli avesse fatto nei giorni precedenti. Più delle catene. Più del laudano. Più dello specchio.
Perché le catene e il laudano erano comprensibili, erano potere esercitato, erano la logica di un uomo che voleva qualcosa e usava gli strumenti che aveva. Cameron li capiva. Poteva combatterli.
Questo non riusciva a combatterlo.
Non sapeva come fare a combattere un uomo che lo guardava con le nocche bianche e diceva non così.
Si alzò. Raccolse i vestiti dal pavimento, la giacca, la camicia, i pantaloni, con movimenti meccanici, uno alla volta, come se rivestirsi fosse una procedura che richiedeva attenzione per non sbagliare. Si abbottonò la camicia fino in cima. Infilò gli stivali.
Rimase in piedi al centro della stanza, vestito, il letto disfatto alle spalle, il fuoco davanti.
Domani. Cena. Noi due.
Cameron non sapeva ancora cosa avrebbe fatto domani. Non sapeva ancora cosa voleva che succedesse, o se quello che sentiva aveva un nome, o se avrebbe trovato il coraggio di stare fermo invece di combattere quando il Duca si fosse avvicinato senza catene e senza scuse.
Sapeva solo che il Duca aveva visto tutto, i polsi segnati, le costole, i lividi, e aveva scelto di non toccare.
E che questo, stranamente, era la cosa più vicina alla cura che qualcuno gli avesse mostrato da quando era entrato in quella casa.
Spense la candela sul comodino.
Uscì dalla stanza senza voltarsi indietro.
«Ora non hai più nessuno da proteggere,» continuò il Duca, la voce quasi un sussurro contro il suo orecchio. «Non hai più scuse. Non hai più ragioni per resistere che non siano solo tue.»
La porta si aprì senza bussare.
Cameron era sveglio da ore, seduto sul bordo del letto con la veste da camera ancora addosso, il fuoco ridotto a braci. Quando il Duca entrò, solo, senza guardie, con una lettera piegata in mano, si alzò istintivamente, il corpo ancora abituato a prepararsi.
Il Duca si fermò al centro della stanza. Guardò Cameron per un momento senza parlare. Poi tese la lettera.
«Ho scritto ad Ambrose due giorni fa. Gli ho offerto di dimenticare tutto, di restituirgli il suo valletto vivo e intero, senza condizioni. Gli ho chiesto solo di tornare a prenderti.»
Fece una pausa.
«Questa è la sua risposta.»
Cameron la prese. Riconobbe subito la calligrafia, quella grafia elegante, un po’ inclinata, che aveva visto mille volte su biglietti e note affrettate. Aprì il foglio.
Caro Duca, accetto la vostra proposta di pace. Sono sollevato che siate disposto a dimenticare il passato. Per quanto riguarda Cameron potete tenervelo. Non tornerò al castello. Non ce n’è motivo.
Con stima, Ambrose Annesley.
Cameron lesse una volta. Poi un’altra.
Le parole non cambiarono.
Il silenzio nella stanza era totale, solo il crepitio lontano di qualcosa che si stava spegnendo.
Il Duca lo osservò. Non disse niente per qualche secondo, lasciò che il silenzio facesse il lavoro che le parole non avrebbero fatto meglio. Poi si avvicinò, lento, e si fermò a un passo da lui.
«L’ha scritta lui. Con la sua mano. Con la sua ceralacca.» La voce era bassa, quasi clinica. «Non è una contraffazione.»
Cameron non alzò gli occhi dalla carta.
«Ambrose è un ragazzo che ha paura,» continuò il Duca. «Quando si spaventa abbastanza, sceglie sempre la via che gli costa meno. Gli ho offerto di liberarlo da ogni pretesa, in cambio del suo valletto.» Una pausa breve, tagliente. «Ha scelto se stesso. In quattro righe.»
Cameron piegò la lettera lungo le stesse righe in cui era stata piegata. La ripiegò ancora. Tenne il rettangolo di carta tra le dita senza sapere dove metterlo.
Il Duca fece un altro passo.
«Hai passato dieci anni a proteggerlo. A mettere il suo nome davanti al tuo in ogni cosa che hai fatto.» Si fermò vicinissimo, abbastanza da far sentire il calore, non abbastanza da toccare. «E lui ti ha scaricato con la stessa cura con cui si lascia un paio di stivali vecchi.»
Cameron alzò gli occhi.
Il Duca lo stava guardando, non con trionfo, o non solo. C’era qualcosa di più ambiguo in quello sguardo, qualcosa che Cameron non riuscì a decifrare del tutto. Come se il Duca stesse guardando una cosa che lo interessava e che allo stesso tempo lo disturbava, e non avesse ancora deciso cosa farsene.
«Ora sei solo,» disse il Duca. La voce si abbassò ancora. «Nessuno verrà a salvarti. Nessuno ti rivuole indietro.»
Allungò una mano, lenta, visibile, e la posò sul petto di Cameron, sopra il cuore. Non premette. Solo la tenne lì, aperta, come se stesse ascoltando qualcosa.
«Lo senti?» mormorò. «Sta correndo.»
Cameron abbassò gli occhi sulla mano. Sentiva il proprio battito contro il palmo del Duca, troppo forte, troppo veloce, traditore.
«Ora non hai più nessuno da proteggere,» continuò il Duca, la voce quasi un sussurro contro il suo orecchio. «Non hai più scuse. Non hai più ragioni per resistere che non siano solo tue.»
Si chinò leggermente, le labbra vicine alla tempia di Cameron.
«Quindi dimmi, adesso che Ambrose non c’è più, cosa resta?»
Cameron rimase immobile per un momento. Il dolore era lì, profondo e reale, ma lo aveva chiuso da qualche parte e messo un coperchio sopra. Non avrebbe dato al Duca la soddisfazione di vederlo crollare, non così, non adesso.
«Non toccarmi,» disse. La voce uscì bassa, roca, ma ferma.
Il Duca non si mosse subito.
Rimase lì ancora qualche secondo, la mano sul petto di Cameron, il respiro caldo vicino alla sua tempia, e Cameron ebbe la netta sensazione che stesse valutando qualcosa. Non se obbedire o no. Qualcosa di più interno, meno leggibile.
Poi ritrasse la mano.
Fece mezzo passo indietro. Si raddrizzò.
Nel silenzio che seguì, qualcosa era cambiato, sottilmente, quasi impercettibilmente, ma Cameron lo sentì. Il Duca era rimasto in piedi lì, vicinissimo, con quella lettera come arma in mano e tutto il vantaggio dalla sua parte, e si era fermato. Non per generosità. Non per calcolo. Per qualcosa che non aveva ancora un nome preciso, e questo era esattamente il problema.
Il Duca si voltò verso la finestra. Guardò fuori per un momento, il parco, il cielo bianco, gli alberi fermi nell’aria immobile.
«Vestiti,» disse alla fine. La voce era tornata controllata, ma non del tutto. Come una porta richiusa su qualcosa che non era ancora sistemato. «I cavalli sono già sellati.»
«Non voglio uscire.»
«Lo so.» Si voltò verso la porta. «Vestiti lo stesso. L’aria ti farà bene, o almeno ti darà qualcosa da odiare che non sia quella lettera.»
Si fermò sulla soglia, senza voltarsi.
«Dieci minuti.»
Uscì.
Cameron rimase solo nella stanza. La lettera era ancora in mano. La guardò un’ultima volta, quelle quattro righe, quella calligrafia elegante e un po’ inclinata, poi la piegò ancora una volta e la infilò nel taschino della giacca appesa sulla sedia.
Si vestì. Camicia, pantaloni, stivali. Ogni gesto meccanico, ogni bottone un’azione da completare prima della successiva.
Quando uscì nel corridoio, il Duca era già lì, soprabito addosso, due cavalli sellati visibili dal fondo del corridoio attraverso la porta aperta sul cortile.
Non disse niente. Si limitò a camminare verso i cavalli.
Cameron lo seguì.
Non aveva motivi particolari per farlo. Lo fece lo stesso.
Cavalcarono in silenzio.
Il parco si apriva davanti a loro, vasto e invernale, con quella luce piatta dei giorni senza sole che non proietta ombre e non scalda niente. Cameron teneva le redini con una presa più stretta del necessario, il corpo rigido in sella, gli occhi fissi tra le orecchie del cavallo. Il Duca gli stava accanto senza avvicinarsi, senza parlare.
Per diversi minuti ci fu solo il rumore degli zoccoli sulla terra umida e il respiro dei cavalli che usciva in nuvole bianche nell’aria ferma.
Poi il Duca parlò, senza guardarlo.
«Puoi insultarmi, se ti aiuta. Puoi dirmi che sono responsabile di tutto questo. Puoi fermarti e tornare dentro.» Una pausa breve. «Ma non fingere che non stia succedendo niente. Non fingere di essere lo stesso uomo che è entrato in questa casa.»
Cameron non rispose.
Il Duca continuò, la voce quasi colloquiale, quel tono che Cameron aveva imparato a riconoscere come la sua versione più pericolosa, quella in cui sembrava stesse parlando di cose ordinarie mentre diceva cose che non lo erano per niente. «Oggi non ti toccherò. Non ti chiedo niente. Cavalchiamo.»
Cameron guardò il lago artificiale in lontananza, l’acqua scura, immobile, che rifletteva il cielo bianco. Pensò alla lettera piegata nel taschino. Pensò a quelle quattro righe scritte con la calligrafia elegante di Ambrose.
Potete tenervelo.
Piantò i talloni nei fianchi del cavallo.
Il baio scattò in avanti come se avesse aspettato quel segnale, dal passo al galoppo in pochi istanti, gli zoccoli che affondavano nella terra, le zolle che volavano. Cameron si abbassò sul collo dell’animale e spinse ancora, e ancora, senza pensare a dove stava andando. Voleva solo sentire il vento che tagliava il viso, il cuore che batteva per una ragione diversa dal dolore, i polmoni che bruciavano per qualcosa di pulito e fisico e reale.
Sentì il Duca partire dietro di lui.
Non gridò. Non ordinò di fermarsi. Solo lo seguì, e questo, in qualche modo, era peggio di qualsiasi ordine.
Galopparono attraverso il parco, Cameron che cambiava direzione di scatto tra gli alberi, il Duca che anticipava le svolte senza perdere terreno. Era un buon cavaliere, meglio di quanto Cameron avesse previsto, o forse Cameron non aveva previsto niente perché non aveva mai pensato al Duca come a un uomo che facesse cose ordinarie come cavalcare. Per lunghi minuti ci fu solo il rumore degli zoccoli e il sibilo del vento e il vapore che usciva dai musi dei cavalli nell’aria fredda, e Cameron smise di pensare a qualsiasi cosa.
Quando il baio cominciò a cedere, il respiro che si faceva pesante, il passo che perdeva potenza, il Duca gli si affiancò e afferrò le redini con un gesto deciso. I cavalli rallentarono, galoppo e trotto e passo, entrambi con i fianchi che si alzavano e abbassavano pesantemente, il fiato che usciva in folate.
Cameron aveva il respiro corto, i capelli incollati alla fronte per il sudore, il cuore che martellava nelle orecchie. Per un momento non riuscì a fare niente, solo stare in sella e respirare e sentire il cavallo che si calmava sotto di lui.
Il Duca, al suo fianco, non era molto più in ordine: il mantello aperto, i capelli scomposti, il petto che si muoveva rapidamente. Aveva le guance arrossate per il freddo e la corsa. Sembrava, e Cameron lo notò con una specie di fastidio sordo, un uomo, solo un uomo, che aveva cavalcato forte sotto un cielo bianco.
Per un lungo momento nessuno parlò.
Poi il Duca, ancora con il fiato grosso, disse: «Se volevi correre… bastava dirlo.»
Cameron girò la testa verso di lui. Gli occhi erano lucidi, non lacrime, qualcosa di più complicato, adrenalina e dolore che non si erano ancora separati, che forse non si sarebbero separati tanto presto.
«Non volevo correre,» disse. «Volevo smettere di sentire quella cosa.»
Il Duca lo guardò per un momento, quella stessa qualità di attenzione che Cameron trovava impossibile da sostenere, che però adesso reggeva meglio di prima, come si reggono le cose a cui ci si abitua senza volerlo ammettere.
«Ha funzionato?» chiese.
Cameron considerò la domanda seriamente. «Per un po’.»
Il Duca annuì lentamente, come se quella fosse una risposta sufficiente. Poi spronò il cavallo a un trotto sostenuto.
«Allora cavalchiamo ancora.»
Cameron lo seguì. Non aveva motivi particolari. Lo fece lo stesso.
La pioggia arrivò senza preavviso.
Prima qualche goccia rada, quasi sospesa nell’aria, poi il cielo si aprì di colpo, fitta, gelida, il tipo di pioggia invernale che non ha niente di romantico e trasforma il terreno in fango in pochi minuti. In pochi istanti Cameron era fradicio: la camicia incollata alla pelle, i pantaloni pesanti di acqua e terra, i capelli che gocciolavano sulla fronte e sul collo. Il Duca non era messo meglio, il mantello nero zuppo, i capelli scuri che gli ricadevano sugli occhi, gli stivali infangati fino al ginocchio.
Nessuno dei due propose di tornare.
Continuarono a cavalcare sotto la pioggia battente, più piano adesso, i cavalli stanchi e appesantiti dall’acqua. Cameron smise di sentire il freddo dopo un po’, o lo sentiva diversamente, come un dato di fatto del mondo invece che come una sofferenza. La pioggia tamburellava sul mantello, sulla sella, sulla terra. Il parco aveva un odore diverso sotto l’acqua, terra bagnata, corteccia, qualcosa di più antico e meno coltivato.
Solo quando i cavalli cominciarono a rallentare da soli, il Duca tirò le redini.
«Basta.»
La parola uscì senza enfasi, semplice come un fatto. Tornarono verso il castello al passo, fianco a fianco, con l’acqua che colava da ogni cosa. Nel cortile due stallieri si precipitarono a prendere i cavalli. Il Duca smontò con un movimento fluido nonostante i vestiti fradici, poi guardò Cameron che era rimasto in sella un secondo di troppo, non per scelta, solo perché il corpo era lento e le gambe erano fredde e rientrare significava ricominciare a pensare.
«Vieni,» disse il Duca. Non come ordine. Come quando si indica la direzione a qualcuno che si è perso.
Lo portò attraverso corridoi che Cameron non aveva mai percorso, corridoi di servizio, più stretti, meno illuminati, che odoravano di cera e pietra umida. L’acqua che gocciolava dai loro vestiti lasciava tracce sul pavimento. Nessuno dei due parlava. I passi risuonavano in modo diverso su quel pavimento, più nudo, meno ovattato dai tappeti del piano nobile.
Arrivarono in una stanza grande, calda, una stanza che Cameron non aveva mai visto, nell’ala privata del Duca. Il pavimento era di marmo scuro, il soffitto alto, e al centro della stanza c’erano due vasche di rame già piene, il vapore che saliva denso e profumato nell’aria. Rosmarino, sandalo, qualcosa di più dolce che Cameron non riuscì a identificare. Le candele erano accese su ogni superficie. Sul tavolino tra le vasche, due bottiglie di vino rosso già stappate e due bicchieri di cristallo.
Due cameriere stavano finendo di versare l’ultima brocca di acqua bollente. Il Duca fece loro un cenno con la testa. Uscirono senza una parola, chiudendo la porta.
Il Duca si tolse il mantello fradicio, cadde sul pavimento con un suono pesante, come qualcosa che aveva assorbito troppo. Poi cominciò a sbottonarsi la giacca, senza fretta, i movimenti di chi è abituato a fare le cose da solo. Guardò Cameron fermo sulla soglia, ancora bagnato e infangato, con quella stessa espressione di chi non si fida ancora del terreno sotto i piedi.
«Non è una trappola,» disse. La voce era bassa, quasi stanca. «È solo acqua calda. E ne hai bisogno, lo vedo.»
Si tolse la camicia bagnata. Si avvicinò alla prima vasca e vi entrò lentamente, l’acqua che saliva lungo i fianchi, il petto, fino alle spalle. Chiuse gli occhi per un secondo, non per effetto, solo stanchezza vera che trovava finalmente dove andare.
Poi aprì gli occhi e versò il vino in entrambi i bicchieri. Posò quello di Cameron sul bordo della seconda vasca, a portata di mano. Non disse altro.
Cameron rimase sulla soglia ancora un momento. Guardò la vasca, il vapore che saliva, il bicchiere di vino posato lì con quella cura quasi neutra. Poi guardò il Duca, immerso fino al petto, la testa appoggiata al bordo, gli occhi che lo aspettavano senza pressione.
Si spogliò. Stivali infangati, giacca, camicia bagnata. Ogni indumento che cadeva era qualcosa di pesante che smetteva di pesare. Quando rimase nudo esitò solo un istante, non per pudore, non con il Duca, non dopo tutto quello che era successo, poi entrò nella seconda vasca.
L’acqua bollente lo prese come qualcosa di violento e necessario insieme. Un suono involontario gli sfuggì, non gemito, qualcosa di meno costruito, più istintivo, il corpo che cedeva al calore dopo ore di freddo e fango e dolore sordo. Si immerse fino alle spalle. Chiuse gli occhi. Il vapore gli bagnava il viso, i capelli, scioglieva qualcosa nei muscoli che non sapeva di avere ancora contratto.
Rimase così per un tempo indefinito, il calore che penetrava nelle ossa, il profumo di rosmarino nell’aria, il silenzio della stanza rotto solo dal leggero sciabordio dell’acqua e dal crepitio lontano di un fuoco in un’altra stanza.
Il Duca non parlò. Non si avvicinò. Stava nella sua vasca e lasciava che il silenzio fosse quello che era, non un’arma, non una tattica. Solo silenzio.
Alla fine Cameron aprì gli occhi, prese il bicchiere di vino, bevve. Il vino era forte, corposo, scese caldo nello stomaco come una brace.
«Meglio?» chiese il Duca, la voce bassa e quasi distratta, gli occhi ancora semichiusi.
«Non fingere che ti importi.»
«Non sto fingendo.» Una pausa. «Hai cavalcato sotto la pioggia per quasi due ore. Hai le labbra viola. L’acqua calda aiuta, è fisiologia, non sentimento.»
Cameron quasi rise. Non lo fece, ma quasi, e questo era già qualcosa.
Bevve ancora. Il silenzio tornò, diverso da prima, più neutro, più abitabile. Come un accordo non detto tra due persone che hanno smesso, almeno per quella stanza, di cercare di vincere qualcosa.
Il Duca appoggiò la testa all’indietro contro il bordo della vasca. Il petto emergeva dall’acqua, arrossato per il calore. «Puoi stare zitto tutta la sera,» disse. «Non ti chiedo niente. Nemmeno stasera.»
Cameron guardò il vapore che saliva dalla superficie dell’acqua davanti a lui.
«Mi sento tradito,» disse alla fine.
Tre parole. Niente altro. Non parlò di Ambrose, non parlò della lettera, non parlò dei dieci anni. Le tre parole pesavano da sole abbastanza da non aver bisogno di spiegazioni intorno.
Il Duca non commentò. Aprì gli occhi, lo guardò attraverso il vapore, poi tornò a fissare il soffitto.
L’acqua fumava intorno a loro.
E Cameron, per la prima volta da quando era entrato in quella casa, non si sentiva solo una preda.
Si sentiva qualcosa di più scomodo e di più vero.
Si sentiva visto.
Cenarono nell’appartamento privato del Duca.
Un tavolo vicino al camino acceso, piatti coperti, pane fresco, una bottiglia di vino rosso, candele che diffondevano una luce bassa e calda. Niente di elaborato, niente che richiedesse commenti o apprezzamenti. Cameron si sedette, il Duca si sedette di fronte a lui, e per qualche minuto ci fu solo il suono delle posate e del fuoco e della pioggia contro i vetri.
Cameron mangiava lentamente, senza fretta, come se ogni boccone fosse una piccola tregua da onorare. Il cibo era buono, semplice, caldo, reale. Il tipo di cibo che non ha secondi fini.
Il Duca non lo pressava. Versava il vino quando il bicchiere si svuotava, passava il pane senza chiedere, non faceva domande. Ogni tanto i loro sguardi si incrociavano per un istante, poi si allontanavano, senza che nessuno dei due decidesse di farlo, come le cose che si fanno quando non si è ancora sicuri di cosa significhino.
Il vino aiutava. Era buono, corposo, e scendeva caldo nello stomaco con quella qualità delle cose che non chiedono niente in cambio. Cameron ne bevve più di quanto avesse previsto, non per ubriacarsi, ma perché il calore gli rendeva il silenzio meno pesante, o forse solo diversamente pesante, del tipo che si può portare invece di quello che schiaccia.
A un certo punto il Duca spezzò un pezzo di pane con le dita, lo masticò lentamente, disse quasi tra sé: «Piove ancora.»
«Si sente,» rispose Cameron.
Silenzio. Il fuoco crepitava. La pioggia batteva contro i vetri con quel ritmo monotono e ostinato che ha quando non ha intenzione di smettere presto.
«Hai cavalcato bene,» disse il Duca dopo un po’. «Anche sotto la pioggia. Soprattutto sotto la pioggia.»
Cameron alzò gli occhi per un secondo. «Non volevo tornare.»
Il Duca annuì appena, come se la risposta confermasse qualcosa che già sapeva. Non aggiunse altro. Versò ancora del vino.
La cena continuò così, poche parole, lunghi intervalli, il crepitio del fuoco e il rumore leggero della pioggia. Non era un silenzio ostile, non era nemmeno il silenzio studiato del Duca quando stava costruendo qualcosa. Era il silenzio di due persone stanche che hanno smesso, almeno per quella sera, di dover dimostrare niente.
Quando non rimase più niente da mangiare, rimase solo il vino e il fuoco che si abbassava lentamente e la pioggia fuori che non smetteva.
Il Duca si appoggiò allo schienale della sedia, il bicchiere mezzo pieno tra le dita, e guardò Cameron per un momento, senza pressione, senza sfida, con quella strana qualità di attenzione tranquilla che Cameron aveva imparato a distinguere dalle altre versioni della sua attenzione.
«C’è una stanza comunicante,» disse alla fine, la voce bassa. «Puoi dormire qui stanotte. O tornare nella tua, come preferisci.»
Cameron fissò il vino nel bicchiere. Il fuoco. La pioggia contro i vetri.
«Qui,» disse.
Il Duca non sorrise. Non mostrò niente di leggibile. Si alzò, finì il bicchiere, andò verso la porta della stanza comunicante. Si fermò un istante sulla soglia, le spalle ancora rivolte a Cameron.
«Grazie per non avermi insultato durante tutta la cena.»
Poi uscì.
Cameron rimase solo al tavolo. Il fuoco si stava spegnendo piano, la stanza che diventava più buia ai bordi. Il bicchiere era ancora mezzo pieno. Non lo finì.
Il silenzio adesso era diverso da tutti gli altri silenzi di quella casa. Non ostile. Non carico di qualcosa in attesa di esplodere. Solo sospeso, come un respiro trattenuto che non sa ancora se verrà rilasciato.
Cameron rimase seduto ancora qualche minuto, le mani sul tavolo, gli occhi sul fuoco che moriva.
Poi si alzò e andò a dormire.
La stanza comunicante era calda e silenziosa, le lenzuola profumavano di lavanda, il fuoco era acceso basso nel camino. Cameron si sdraiò nel buio e rimase sveglio.
Non per la stanza, la stanza era la cosa meno difficile da quella casa. Per quello che girava dentro, quel movimento lento e ostinato dei pensieri che non vogliono fermarsi quando si vorrebbe che si fermassero.
Dieci anni.
Il numero tornava senza che lo cercasse, come tornano le cose che non hanno ancora finito di essere guardate. Non come rimpianto, o non solo, come un peso che aveva portato così a lungo da non sentirlo più, e che adesso, improvvisamente posato, aveva lasciato un’impronta. La forma di qualcosa che non c’era più.
Pensò a sua madre, la tosse che peggiorava d’inverno, le medicine che costavano quanto due settimane di affitto, il modo in cui cercava di nascondere quanto fosse stanca. Pensò alle sue sorelle. Pensò al piccolo giardino sul retro di casa, a Londra, che d’estate aveva sempre qualcosa di fiorito anche quando il resto era trascurato perché nessuno aveva tempo.
Tutto questo era ancora lì. Tutto questo aveva ancora bisogno di lui.
Ma il modo in cui aveva sempre funzionato, Cameron come perno, come cinghia di trasmissione tra il mondo e le persone che amava, quel modo era finito con quattro righe di calligrafia elegante.
Si girò su un fianco. Il fuoco proiettava ombre sul soffitto.
Pensò al Duca nella stanza accanto, se dormisse davvero o se stesse fermo nel buio come lui. Pensò alle nocche bianche quando aveva ritratto la mano. Pensò a piove ancora detto a bassa voce come se fosse una cosa che valesse la pena dire. Pensò a grazie per non avermi insultato, quella piccola cosa strana, quasi affettuosa, quasi ironica, impossibile da decifrare del tutto.
Non capiva quell’uomo. Probabilmente non lo avrebbe capito del tutto, forse non era possibile, forse non era questo il punto.
Il punto era che era ancora lì.
Non perché non potesse andarsene, non perché non avesse alternative, non perché la lettera di Ambrose avesse spento qualcosa che adesso si poteva riempire con qualsiasi altra cosa. Il punto era più scomodo di così, meno ordinato, più difficile da tenere in mano senza farlo cadere.
Era lì perché aveva scelto di esserlo.
Il fuoco crepitò piano.
Cameron aprì gli occhi nel buio.
La solitudine era lì, reale e pesante, ma era diversa da come l’aveva conosciuta prima. Non era la solitudine di chi è stato lasciato, era la solitudine di chi si è fermato abbastanza a lungo da sentire il proprio respiro senza il rumore di qualcun altro intorno. Strana, scomoda, con i bordi ancora irregolari.
Ma era sua.
Chiuse gli occhi.
Il sonno arrivò tardi, piano, senza avvertire, come arrivano le cose che smettono di essere aspettate.
«Ti lascerò andare. Non ho intenzione di tenerti prigioniero per sempre.» Fece una pausa. «Ma non oggi. E nemmeno domani.»
La mattina arrivò grigia e silenziosa.
Cameron si svegliò di scatto quando sentì la porta della stanza comunicante aprirsi piano. Si mise seduto sul letto, il cuore che batteva forte, ancora mezzo intrappolato tra sonno e diffidenza.
Non era il Duca.
Era il cameriere biondo, quello che aveva visto nel letto, quello che aveva finto di essere Ambrose. Adesso indossava una livrea semplice, ma elegante, i capelli chiari ordinati, un sorriso sfacciato sulle labbra. Portava un vassoio con la colazione: caffè caldo, pane tostato, uova, frutta, un piccolo vaso con un fiore fresco.
«Buongiorno,» disse con voce troppo vivace per quell’ora. «Il Duca ha detto di lasciarvi dormire, ma ho pensato che aveste fame.»
Posò il vassoio sul comodino e rimase lì, in piedi accanto al letto, squadrando Cameron senza alcun imbarazzo.
«Puoi posare e andare,» disse Cameron, secco.
Il cameriere non si mosse. Inclinò la testa, osservandolo con un sorrisetto curioso.
«Quindi siete voi il famoso Cameron.» Lo disse con un tono leggero, quasi divertito. «Ieri sera non ho avuto modo di presentarmi. Mi chiamo Elias.»
Fece un passo più vicino, gli occhi che brillavano di malizia.
«Devo dire che da vicino siete ancora più interessante. Il Duca ha buon gusto.»
Cameron lo fissò in silenzio, senza rispondere.
Elias non si lasciò scoraggiare. Si appoggiò con una mano alla colonnina del letto, chinandosi leggermente.
«Sapete, quando vi ho visto ieri sera nella stanza… ho pensato che il Duca avesse finalmente trovato qualcuno capace di tenergli testa.» Un sorrisetto eloquente. «E stamattina, vedendovi qui… be’, ho immaginato che la notte fosse stata intensa.»
Si avvicinò ancora, la voce che diventava un sussurro giocoso: «Se mai vi servisse compagnia… io sono qui. E non sono timido come sembro.»
Allungò una mano e sfiorò con un dito il bordo della coperta, proprio sopra il petto di Cameron.
Cameron gli afferrò il polso con forza, fermandolo di colpo. Gli occhi erano freddi, duri.
«Togliti di dosso,» disse piano. «E non azzardarti mai più a toccarmi.»
Elias non sembrò spaventato. Il sorriso si allargò, divertito.
«Peccato,» mormorò. «Siete proprio il tipo che mi piace.»
Si raddrizzò con grazia, liberando il polso con delicatezza. «La colazione è servita. Il Duca vi aspetta nel salottino tra un’ora.»
Sulla soglia si voltò un’ultima volta e gli fece l’occhiolino.
«Se cambiate idea… sapete dove trovarmi.»
La porta si chiuse.
Cameron rimase seduto sul letto. Quel ragazzo gli aveva lasciato addosso una sensazione viscida, come se qualcuno gli avesse sfiorato l’anima con dita troppo curiose.
Si alzò. Si vestì. Ogni indumento sembrava una piccola armatura che si stava rimettendo addosso dopo averla persa la sera prima.
Il salottino privato del Duca era una stanza calda con grandi finestre che davano sul parco ancora umido. Il camino era acceso. Sul tavolo rotondo una colazione leggera: caffè, pane tostato con burro, marmellata, uova, frutta.
Il Duca era in piedi vicino alla finestra, di spalle, una tazza di caffè in mano. Quando Cameron entrò, si voltò.
Per un momento nessuno dei due parlò.
Poi il Duca indicò il tavolo.
«Siediti. Mangia.»
Cameron si sedette, versò del caffè nero, cominciò a mangiare in silenzio senza guardarlo. Il Duca si accomodò di fronte a lui, sorseggiando il caffè con calma.
Dopo qualche minuto, fu il Duca a parlare per primo.
«Oggi non ci saranno catene. Non ci sarà laudano. Non ci sarà nessun giochetto.» Posò la tazza. «Voglio solo parlare. E voglio che tu mi ascolti.»
Cameron alzò gli occhi, lo sguardo diffidente e stanco.
«Ieri sera hai detto che non ti avrei mai avuto davvero,» continuò il Duca. «Allora oggi ti propongo qualcosa di diverso. Niente sesso, niente violenza, niente ricatti. Solo una giornata in cui non sei né il mio prigioniero né il mio giocattolo.» Una pausa. «Voglio vedere chi sei quando non stai combattendo per sopravvivere.»
Cameron rimase in silenzio per un lungo momento, rigirando il cucchiaino nel caffè ormai tiepido. Poi alzò lo sguardo.
«Quando avete intenzione di lasciarmi andare?»
Il Duca non rispose subito.
«La vostra ospitalità è squisita,» continuò Cameron, la voce bassa e ironica. «Il cibo, il vino, le vasche calde, le passeggiate a cavallo sotto la pioggia. Un vero paradiso per prigionieri.» Si appoggiò allo schienale. «Ma ho una famiglia a cui provvedere. Mia madre e quattro sorelle. E a quanto pare, da ieri, non ho più un lavoro.»
Il Duca posò la tazza. Per qualche secondo non disse niente, limitandosi a osservarlo con quello sguardo calmo che sembrava vedere troppo.
«Quindi è questo che ti preoccupa davvero,» disse alla fine. «Il denaro. La famiglia. Il futuro.»
Si alzò, andò verso la finestra, diede le spalle a Cameron per un momento. Quando si voltò, il viso era serio.
«Ti lascerò andare. Non ho intenzione di tenerti prigioniero per sempre.» Fece una pausa. «Ma non oggi. E nemmeno domani.»
Cameron strinse la mascella.
«Hai passato dieci anni a servire un uomo che ti ha scaricato con quattro righe,» continuò il Duca. «Hai diritto a un po’ di tempo per capire cosa vuoi fare della tua vita.» Si avvicinò al tavolo. «E io ho bisogno di tempo per capire se quello che voglio da te è solo un capriccio… o qualcosa di più.»
«E nel frattempo dovrei stare qui a farvi da passatempo?»
«No.» Il Duca si fermò davanti a lui. «Nel frattempo puoi girare per la tenuta, leggere, cavalcare, pensare. Ma non ti lascerò andare finché non sarò sicuro che quando uscirai da quel cancello, non tornerai indietro solo perché non hai altro posto dove andare.»
Cameron posò lentamente il cucchiaino nel piattino.
«Non pretendevo che avreste capito,» disse piano. «Uno come voi non ha mai dovuto preoccuparsi di pagare l’affitto, di assicurare le medicine a chi sta male, di mettere qualcosa sulla tavola per chi dipende da te.»
Alzò lo sguardo, non con astio, con qualcosa di più pesante e più reale.
«Quando uscirò da quel cancello, lo farò prima di tutto perché non posso permettermi di non farlo. Riuscite a capirlo?»
Il Duca rimase in silenzio per un momento. Poi disse, la voce bassa e sorprendentemente seria: «Capisco che hai quattro sorelle e una madre che dipendono da te. Capisco che il tuo mondo non è mai stato fatto di manieri e cavalli.»
Si chinò leggermente in avanti.
«Ma capisco anche che sei disposto a tutto pur di proteggerli. Anche a restare qui. Anche a lasciarti toccare da me. Anche a fingere che sia solo un accordo di convenienza.»
Cameron non abbassò lo sguardo.
Il Duca continuò, la voce più bassa: «Allora facciamo così. Ti darò denaro sufficiente per tua madre, per le medicine, per le tue sorelle, abbastanza per un anno almeno. Nessuna condizione scritta. Solo la mia parola.» Una pausa. «In cambio, resti qui qualche settimana. Non come prigioniero, non come amante. Solo per vedere cosa succede tra noi quando non siamo più nemici.»
Si raddrizzò.
«Nessuna violenza. Nessuna coercizione. Solo tempo. Puoi accettare?»
Cameron rimase seduto, il caffè freddo davanti a lui.
Per un lungo momento non disse niente. Dentro di lui qualcosa si era inceppato, quella parte piccola e folle che aveva ascoltato le parole del Duca e aveva pensato, anche solo per un secondo, e se accettassi? La stessa parte che lo disgustava più di qualsiasi altra cosa.
Alzò gli occhi sul Duca.
«Mi fate schifo,» disse. La voce era bassa, quasi quieta. Non era un insulto, era una constatazione. «Mi fate schifo perché mi state facendo prendere in considerazione qualcosa che non dovrei nemmeno pensare.»
Il Duca non rispose. Rimase fermo, in silenzio, lasciando che le parole restassero nell’aria.
Cameron abbassò lo sguardo sul tavolo. Lo rialzò.
«Va bene,» disse alla fine. «Accetto.»
Le parole gli uscirono pesanti, come se ogni sillaba costasse qualcosa. «Prenderò il vostro denaro. Resterò il tempo che avete chiesto. Ma non illudetevi, non sto vendendo me stesso. Sto comprando tempo per le persone che dipendono da me. Niente di più.»
Il Duca lo guardò per un lungo momento. Non c’era trionfo sul suo viso, solo quella quieta attenzione che Cameron stava ancora imparando a leggere.
«Capisco,» disse piano.
Si alzò, andò verso la porta. Si fermò sulla soglia con la mano sul battente, non voltandosi del tutto, la voce che arrivava di spalle, quasi neutra: «Non pensare che questo sia generosità, Cameron. Non lo so ancora nemmeno io cosa sia.»
La porta si chiuse.
Cameron rimase solo nella stanza.
Si passò una mano sul viso.
Aveva appena accettato di restare, non per lui, si disse. Per sua madre, per Eleanor e Charlotte e Beatrice e Clara. Per l’affitto e le medicine e tutto quello che non smetteva di esistere solo perché lui era finito in questa casa.
Eppure quella piccola parte traditrice era ancora lì, silenziosa e ostinata, che non sembrava del tutto sicura che fosse solo questo.
La giornata passò in una strana quiete sospesa.
Cameron camminò. Non con uno scopo, senza meta, senza le guardie troppo vicine, solo il rumore degli stivali sulla ghiaia e l’aria fredda che entrava nei polmoni con quella pulizia particolare dei giorni senza sole. Il parco era silenzioso, gli alberi fermi, il lago artificiale piatto e scuro come uno specchio che non riflette niente di utile.
Nel pomeriggio prese un cavallo e lo spinse al galoppo finché entrambi non furono esausti. Non era fuga, o non era solo fuga. Era il bisogno fisico di sentire qualcosa che non fosse il pensiero, il corpo che lavorava invece della testa, il vento che tagliava abbastanza forte da coprire tutto il resto.
Quando rientrò, si sedette in biblioteca con un libro in mano che non lesse. Le parole scivolavano via senza lasciare traccia. Mangiò poco, bevve acqua invece del vino che gli avevano portato, guardò il fuoco spegnersi lentamente senza fare niente per tenerlo vivo.
Il Duca non si fece vedere per tutto il giorno. Un valletto riferì in modo neutro che sarebbe stato ospite da un vicino per la serata. Cameron incassò l’informazione senza chiedersi troppo cosa sentisse a riguardo.
Verso sera il calore del camino e la stanchezza accumulata lo presero di sorpresa, si addormentò sulla poltrona con il libro ancora sulle ginocchia, la testa reclinata di lato, il respiro che si faceva più lento senza che se ne accorgesse.
Quando riaprì gli occhi la stanza era immersa nella penombra. Il fuoco si era abbassato, la lampada a olio sul tavolo proiettava una luce bassa e calda sugli scaffali. Cameron rimase fermo un secondo, ancora a metà tra il sonno e la veglia, e impiegò un momento a capire di non essere solo.
Il Duca era seduto sulla poltrona di fronte a lui.
Immobile, le gambe accavallate, un bicchiere di brandy tra le dita. Lo stava guardando, non con la fame predatoria che Cameron aveva imparato a riconoscere, con qualcosa di più quieto. Come si guarda qualcosa che si ha il lusso di guardare perché non sta scappando.
Cameron si raddrizzò lentamente, si passò una mano sul viso.
«Hai dormito,» disse il Duca. La voce era bassa, quasi neutra. «Sembri diverso quando dormi.»
«Diverso come?»
«Meno armato.»
Cameron non rispose. Si sistemò la veste da camera che si era aperta sul petto e cercò il bicchiere che qualcuno, il Duca, probabilmente, aveva posato sul tavolino accanto a lui. Lo prese. Brandy, non vino.
«Avete passato una serata proficua?» chiese.
Il Duca inclinò la testa, un sorriso piccolo e stanco. «Dipende da cosa intendi.» Bevve un sorso. «Sono stato da Lord Harrington. Tre figlie in età da marito, tutte estremamente interessate al fatto che io sia ancora scapolo.»
«Immagino.»
«È stato estenuante.» Lo disse senza ironia, solo un fatto. «Ogni domanda era una freccia. Ogni sorriso, un calcolo. Per due ore ho dovuto essere esattamente quello che volevano che io fossi.» Si appoggiò allo schienale, lo sguardo che scivolava per un momento verso il fuoco. «Di solito sono io quello che caccia. È strano trovarsi dall’altra parte.»
Cameron lo guardò in silenzio. C’era qualcosa in quel racconto quasi involontario che rendeva il Duca semplicemente un uomo stanco di una cena difficile. Non più pericoloso di così, non meno reale.
«E tu?» chiese il Duca. «Come hai passato la serata?»
Cameron fissò il brandy nel bicchiere.
«Non sono abituato a non avere niente da fare,» disse alla fine. La voce era bassa, senza la solita durezza. «Da quando ho memoria c’era sempre qualcuno che aveva bisogno di qualcosa. Ambrose, mia madre, le mie sorelle. Il mio tempo non è mai stato mio.»
Fece una pausa.
«Oggi ho cavalcato, ho camminato, ho tenuto in mano un libro senza leggerlo. Nessuno che mi chiamasse. È strano, ho troppo tempo per me stesso e non so ancora cosa farne.»
Il Duca lo ascoltava senza interrompere, senza il solito calcolo negli occhi.
«È come aver portato un peso per così tanto tempo da non sentirlo più,» continuò Cameron. «E poi qualcuno te lo toglie. E non sai ancora se ti senti più leggero o solo vuoto.»
Il silenzio che seguì era quello delle cose dette per la prima volta.
«Forse è questo il punto,» disse il Duca, sottovoce. Non come risposta, come osservazione. Come se stesse pensando ad alta voce qualcosa che non aveva ancora deciso di condividere.
Cameron alzò gli occhi sugli scaffali, le file ordinate di libri, le volte alte, la luce del fuoco che si muoveva sulle dorature dei volumi.
«La vostra biblioteca è bellissima,» disse. Non come complimento, come constatazione, la prima cosa vera che si diceva quando non si sa più cosa dire.
«Mio padre la considerava un ornamento,» rispose il Duca. «Io ci ho passato molte notti. A volte leggendo, a volte solo seduto qui.» Un piccolo gesto vago verso la stanza. «Puoi venire quando vuoi. Non serve chiedere permesso.»
Cameron annuì appena. Non ringraziò, ma accettò, e il Duca lo sapeva.
Il fuoco si era ridotto a braci. Nessuno dei due si alzò per riattizzarlo.
Fu il Duca a muoversi per primo, alla fine, lentamente, come se avesse bisogno di un momento per tornare in piedi dopo quella quiete. «Si è fatto tardi.»
Cameron si alzò a sua volta. Si avviarono verso la porta.
Sulla soglia il Duca si fermò. «Domani mattina vorrei che uscissi a cavallo con me. Voglio mostrarti i confini della proprietà.» Una pausa breve. «Non è un ordine.»
Cameron lo guardò per un secondo, cercando la trappola, non trovandola. «Va bene,» disse. «Uscirò con voi.»
Il Duca annuì. «Alle nove nel cortile.»
«Buonanotte.»
«Buonanotte.»
La porta si chiuse piano.
Cameron rimase solo nella biblioteca, il fuoco quasi spento, il bicchiere di brandy ancora mezzo pieno in mano.
Domani avrebbe cavalcato con lui. Non come prigioniero, non come ostaggio, come qualcuno che il Duca voleva avere accanto. E Cameron, per la prima volta, non sapeva con certezza se quello lo infastidisse del tutto.
Posò il bicchiere e uscì dalla stanza senza voltarsi.
«Stai cercando di immaginarmi più giovane? Con meno rughe e più illusioni?»
«Non riesco a immaginarvi diverso da come siete adesso. Sembra che siate nato già così… controllato. Come se la maschera e il viso fossero la stessa cosa.»
Il mattino dopo era limpido e freddo, con quel tipo di luce pallida che annuncia la primavera senza ancora concederla, una luce che illumina senza scaldare, che rivela tutto senza dare niente.
Cameron si svegliò presto, prima che qualcuno venisse a chiamarlo. Si vestì con cura: camicia bianca pulita, giacca scura da equitazione, pantaloni robusti e stivali. Non era la cura di chi vuole piacere, ma quella più silenziosa di chi ha bisogno di sentirsi integro. Non voleva apparire né elegante né trasandato. Solo… pronto.
Quando scese nel cortile alle nove in punto, il Duca era già lì.
Indossava una redingote nera da cavallo, i capelli perfettamente pettinati, l’aria di chi ha dormito bene e non ha motivo di aspettarsi che la giornata lo deluda. Due cavalli sellati li aspettavano: il baio robusto che Cameron aveva cavalcato il giorno prima, e lo stallone nero del Duca, fermo e composto come il suo padrone.
Il Duca lo guardò arrivare e fece un piccolo cenno d’approvazione, il tipo di cenno che si riserva a qualcosa che si aspettava e che non ha deluso.
«Buongiorno,» disse semplicemente. «Sei puntuale.»
Cameron annuì, senza sorridere. «Andiamo?»
Il Duca montò in sella con eleganza fluida, senza sforzo visibile, come se il movimento non richiedesse nessuna deliberazione. Cameron fece lo stesso.
Partirono al passo, uscendo dal cortile e dirigendosi verso i confini occidentali della proprietà. Il Duca non forzava la conversazione. Cavalcarono in silenzio per i primi minuti, il rumore degli zoccoli sul terreno umido, l’odore di terra e d’erba bagnata, il respiro dei cavalli che si condensava nell’aria fredda. Era un silenzio diverso da quello del maniero, meno carico, più aperto. Come se la vastità del paesaggio ne diluisse il peso.
Solo dopo aver superato il lago artificiale, dove l’acqua rifletteva il cielo bianco senza distorcerlo, il Duca parlò:
«Oggi non ci sono guardie,» disse, guardando dritto davanti a sé. «Non ci sono limiti precisi. Puoi andare dove vuoi. Se vorrai tornare indietro da solo, potrai farlo.»
Cameron gli lanciò un’occhiata di traverso, senza rispondere. La diffidenza era ancora lì, automatica come un riflesso, ma aveva imparato, nelle settimane trascorse in quella casa, che il Duca diceva raramente cose che non intendesse.
Il Duca continuò, con voce calma: «Voglio mostrarti i confini della tenuta. Ci sono boschi, un vecchio mulino abbandonato, e un punto alto da cui si vede quasi tutta la proprietà. Poi, se ti va, possiamo arrivare fino al villaggio. Non è grande, ma ha una locanda decente.»
Fece una pausa. Quando aggiunse altro, la voce si era abbassata di qualche tono, come se la frase costasse qualcosa di diverso dalle altre: «Oggi non ti chiedo niente. Non ti provoco. Non ti tocco. Solo… cavalchiamo.»
Cameron non rispose subito. Teneva le redini con presa salda, lo sguardo fisso sul sentiero che si apriva davanti a loro tra campi ancora umidi di rugiada. Le parole del Duca erano semplici. Troppo semplici, forse, per essere una trappola. O forse era proprio questo il punto.
Dopo un po’, disse soltanto: «Va bene.»
Il Duca annuì, apparentemente soddisfatto della risposta minima. Non insistette, non ringraziò, non commentò. Si limitò a guidare il cavallo nella stessa direzione di prima.
Continuarono uno accanto all’altro, il silenzio tra loro non più ostile, ma ancora carico di tutto ciò che non era stato detto. Il sole saliva lentamente nel cielo, illuminando i campi con quella luce invernale che rende tutto più nitido e insieme più fragile.
Per la prima volta da quando era arrivato, Cameron non si sentiva un prigioniero.
Si sentiva… un ospite. E questa sensazione, invece di tranquillizzarlo, lo rendeva stranamente inquieto. Come se accettarla significasse perdere qualcosa, un confine, una certezza, qualcosa che fino ad allora lo aveva tenuto in piedi.
Cavalcarono per un po’ in silenzio, il ritmo cadenzato dei cavalli che diventava quasi ipnotico, i corpi che si adattavano al passo senza doverci pensare. Era quella specie di tregua che i movimenti fisici sanno costruire, un’occupazione abbastanza concreta da tenere la mente a bada.
Il Duca fu il primo a parlare, con voce calma, quasi casuale, come se riprendesse un discorso interrotto e non uno che non era ancora iniziato:
«Hai detto che hai quattro sorelle.»
Cameron annuì appena, senza guardarlo.
Il Duca continuò, lo sguardo fisso sul sentiero davanti a loro: «Sono tutte in età da marito, come le figlie di Harrington?»
Cameron esitò. La domanda era innocua in superficie, quasi ovvia, il tipo di cosa che si chiede per fare conversazione. Ma toccava un territorio che aveva imparato a tenere lontano da tutto ciò che riguardava quel posto, quell’uomo, quella situazione. La famiglia era qualcosa di separato. Pulito. Non voleva portarla tra loro .
Per qualche secondo non rispose, le redini strette tra le dita.
Poi, con voce bassa e un po’ guardinga, disse: «…Sì.»
Il Duca non insistette. Lasciò che il silenzio si allungasse ancora per qualche minuto, lasciò spazio, come aveva imparato a fare, come se sapesse che spingere non avrebbe ottenuto niente mentre aspettare, a volte, otteneva tutto.
Alla fine Cameron sospirò piano, un suono sommesso che non aveva deciso di fare, e disse, come se si fosse arreso non al Duca, ma a qualcosa di più interno:
«La più giovane ha sedici anni. Si chiama Clara. È ancora una bambina, ma già si preoccupa per tutti, per me, per le sorelle, per nostra madre. Come se avesse capito troppo presto che il mondo richiede attenzione.» Fece una pausa. «La più grande ne ha venticinque e si chiama Eleanor. Fa l’istitutrice presso una famiglia aristocratica vicino a Oxford. È la più responsabile… e la più testarda.»
Un piccolo sorriso gli sfiorò le labbra senza che se ne accorgesse. «In questo ci somigliamo, forse.»
«Poi c’è Charlotte, ventidue anni. Ha una voce bellissima, canta come se non ci fosse nessun altro nella stanza, e probabilmente lo pensa davvero. E infine Beatrice, diciannove anni. La più vivace. Quella che mi fa impazzire di preoccupazione, perché non sta mai ferma e pensa che il mondo sia un posto più generoso di quanto sia.»
Cameron guardò per un momento il paesaggio che si apriva ai lati del sentiero, i campi, i boschi lontani, il profilo della collina. La voce gli si era addolcita senza che lo avesse deciso.
«Da quando nostro padre è morto, sono io l’uomo di casa. Avevo diciassette anni all’epoca. Non ero pronto.» Una pausa. «Ma non avevo scelta, quindi ho smesso di pensare se ero pronto e ho fatto quello che c’era da fare.»
Fece un respiro lento, poi aggiunse, con una sincerità che non era cercata: «Ciascuna di loro è speciale. Non sono un dovere, o non solo. Sono… tutto ciò che mi resta di buono.»
Il Duca lo aveva ascoltato senza interrompere, senza commenti ironici, senza la piccola nota di malizia che di solito era presente anche nei suoi silenzi. Per una volta sembrava davvero interessato, non a ottenere qualcosa, non a trovare un punto debole, ma solo ad ascoltare.
Cameron scosse leggermente la testa, quasi sorpreso di aver parlato così tanto. «Non sono abituato a parlarne,» ammise piano. «Di solito tengo queste cose per me.»
Il Duca lo guardò di traverso, con un’espressione stranamente seria. «Grazie per avermelo detto,» disse semplicemente.
Nient’altro. Nessuna domanda, nessun commento, nessun tentativo di usare quelle informazioni per qualcosa. Solo questo.
Continuarono a cavalcare uno accanto all’altro, il silenzio tornato tra loro, ma questa volta meno pesante.
E Cameron, per la prima volta, si rese conto di aver appena condiviso qualcosa di vero con l’uomo che lo teneva prigioniero. Non come mossa. Non per necessità. Solo… perché gli era stato chiesto, e per una volta non aveva trovato motivo di rifiutare.
Dopo un po’, quasi controvoglia, mormorò: «Clara mi chiama ancora “il mio eroe”. Anche se ha sedici anni.»
Il Duca sorrise appena, senza guardarlo. «Lo immaginavo.»
Cavalcarono ancora qualche minuto in silenzio, il villaggio che cominciava a intravedersi in lontananza come una macchia scura nella valle. Poi il Duca parlò di nuovo, con la stessa voce misurata, curiosa senza essere invadente: «Tua madre… come sta? È in buona salute?»
Cameron esitò un istante. Era una domanda semplice, concreta, il tipo di domanda che si fa e a cui si risponde senza pensarci. Ma venendo da quell’uomo, in quella mattina, aveva un peso diverso.
«Ha la tosse cronica da anni,» rispose alla fine. «L’inverno è sempre difficile per lei. Ma resiste. È una donna che ha imparato a resistere.»
Il Duca annuì. «E la casa? Dove vivete?»
«Una piccola casa a nord di Londra, vicino a Islington. Non è grande, ma è nostra. Due piani, un giardino sul retro. Sufficiente per noi cinque.» Fece una pausa. «Sufficiente, se si sa accontentarsi. E noi abbiamo imparato.»
Il Duca continuò, con una gentilezza che sembrava quasi sincera: «E le tue sorelle? Come sono fatte? Somigliano a te?»
Cameron gli lanciò un’occhiata sospettosa, ma rispose comunque: «Eleanor è la più alta, capelli castani chiari, occhi verdi. Molto seria. Charlotte ha i capelli più scuri, quasi come i miei, ed è la più bella, lo sa e lo usa con discrezione, il che è peggio. Beatrice è piccola e piena di energia, con le lentiggini sul naso. Clara invece è ancora quasi una bambina, bionda come nostro padre.»
Fece una pausa, poi chiese, con un velo di sospetto nella voce: «Perché tutta questa curiosità?»
Il Duca voltò leggermente la testa verso di lui. Il suo sguardo era tranquillo, quasi pensoso, senza l’ombra del gioco che di solito abitava i suoi silenzi.
«Voglio provare a immaginarti,» rispose, con una sincerità che Cameron non si aspettava. «Voglio vederti nella tua casa, tra quelle quattro ragazze che probabilmente ti adorano e ti fanno impazzire in egual misura. Voglio immaginare come sei quando non sei arrabbiato, quando non devi combattere contro di me. Quando sei semplicemente… il fratello maggiore.»
Fece una breve pausa, e quando riprese la voce era più bassa, più privata: «Forse perché è l’unico modo che ho per conoscerti davvero. Al di là di tutto questo.»
Cameron non rispose subito. Continuò a guardare davanti a sé, il viso teso, le mani ferme sulle redini. Dentro sentiva qualcosa di strano, una piccola crepa nella corazza che si era costruito, non abbastanza grande da cedere, ma abbastanza da far passare luce.
Il Duca non insistette. Lasciò che il silenzio tornasse, rotto solo dal ritmo degli zoccoli sul terreno.
Il villaggio apparve dopo una curva del sentiero, annidato in una piccola valle come qualcosa che non volesse essere trovato. Era minuscolo: una ventina di case di pietra con i tetti di ardesia lucida per l’umidità, una chiesa con il campanile basso, una locanda con l’insegna di legno che dondolava nel vento, e poche botteghe lungo la strada principale. Non era un posto ricco. Ma aveva un’aria ordinata, tenuta, il tipo di dignità sobria che appartiene a chi non ha molto ma cura ciò che ha.
Qualche contadino salutò il Duca con un cenno del capo mentre passavano. Lui rispose con un breve sorriso, senza fermarsi, il sorriso di chi è abituato ad essere riconosciuto e non ci pensa più.
Smontarono davanti alla locanda. L’insegna diceva “The Blackthorn Arms” in lettere ormai sbiadite. Un ragazzo di stalla si precipitò a prendere i cavalli con la fretta di chi sa che la mancia dipende dalla velocità.
Il Duca si tolse i guanti, li infilò nella tasca della giacca. «Qui si mangia bene,» disse. «Soprattutto lo stufato di agnello. Niente di raffinato, ma onesto.»
Cameron annuì senza entusiasmo. Si sentiva stranamente esposto, camminare accanto al Duca in un luogo pubblico come se fossero due gentiluomini qualsiasi in gita, come se quella normalità fosse una recita, e lui non conoscesse le battute.
Entrarono nella locanda. L’interno era caldo, odorava di legno bruciato, birra e pane appena sfornato, odori concreti, familiari, che non avevano niente a che fare con il maniero e con tutto ciò che il maniero conteneva. Il locandiere, un uomo robusto con i baffi grigi e le guance rosse, si illuminò nel vedere il Duca.
«Vostra Grazia! Che onore. Il solito tavolo?»
«Grazie, Thomas. E porta qualcosa di caldo per il mio ospite.»
Li accompagnarono a un tavolo vicino al camino, appartato dalla confusione del locale. Cameron si sedette con una certa rigidità, ancora diffidente. Il Duca invece sembrava perfettamente a suo agio, il tipo di persona che porta con sé il proprio territorio ovunque vada.
Ordinarono: stufato di agnello con verdure, pane fresco, formaggio, due boccali di birra scura.
Mentre aspettavano, il Duca si appoggiò allo schienale e lo guardò. «Qui nessuno sa chi sei,» disse piano. «Per loro sei solo un mio ospite. Nessuno ti guarderà con sospetto.»
Cameron non rispose subito. Prese il boccale che gli avevano portato e bevve un sorso. La birra era forte, amara, buona. «Strano,» mormorò infine. «Camminare per strada senza dovermi guardare le spalle.»
Il Duca annuì, ma non commentò.
Quando arrivò lo stufato, mangiarono in un silenzio quasi confortevole. Cameron scoprì di avere più fame di quanto pensasse. Il cibo era semplice e caldo, il tipo di cibo che non cerca di essere altro da quello che è.
A un certo punto, una bambina di circa otto anni si avvicinò timidamente al tavolo, capelli scuri arruffati, grembiule macchiato, una striscia di carta da imballaggio in mano e una matita tenuta come un oggetto prezioso.
«Per favore, signore… posso avere un disegno del vostro cavallo?» chiese al Duca, arrossendo fino alle orecchie.
Il Duca sorrise, un sorriso vero, senza calcolo, il tipo di sorriso che Cameron non gli aveva ancora visto. Prese la matita e, in pochi tratti rapidi e sicuri, disegnò uno schizzo sorprendentemente buono dello stallone nero, criniera e tutto.
La bambina se ne andò saltellando, felice, stringendo il foglio contro il petto.
Cameron lo guardò. «Non vi facevo capace di disegnare,» disse piano.
Il Duca scrollò le spalle. «Ho molti difetti. Ma so disegnare decentemente.» Fece una pausa, poi lo guardò con un mezzo sorriso. «E tu? Hai qualche talento nascosto, oltre a essere insopportabilmente testardo?»
Cameron non rispose subito. Bevve un altro sorso di birra, poi disse, quasi controvoglia: «So suonare un po’ il violino. Mia madre me l’ha insegnato da bambino. Ma non lo faccio da anni.»
Il Duca lo guardò con interesse genuino, senza ironia. «Mi piacerebbe sentirti, un giorno.»
Cameron abbassò lo sguardo sul piatto. «Non cantate vittoria troppo presto,» mormorò.
Ma il tono non era ostile. Era solo stanco, quella specie di stanchezza morbida che arriva quando si smette per un momento di combattere e ci si accorge di quanto pesasse.
Mangiarono in silenzio per un po’, il rumore della locanda che faceva da sottofondo, voci lontane, il crepitio del fuoco, il tintinnio dei boccali. Poi, inaspettatamente, fu Cameron a rompere il silenzio.
«Posso farvi una domanda?»
Il Duca alzò lo sguardo dal piatto, sorpreso, ma incuriosito. «Certo.»
«Quando avete ereditato il titolo?»
Il Duca posò la forchetta. Si appoggiò leggermente allo schienale, come se la domanda richiedesse più spazio del solito. «A ventitré anni. Mio padre morì improvvisamente, un attacco di cuore, di notte, senza avvertire. Non c’è stato molto tempo per prepararmi.»
Cameron annuì. «Avete fratelli o sorelle?»
«Una sorella maggiore. Vive in Scozia con il marito e tre figli. Non ci vediamo spesso.» Una pausa breve, neutra. «Non abbiamo mai avuto molto da dirci.»
Cameron bevve un sorso di birra, poi fece la domanda che gli bruciava di più: «E perché non vi siete mai sposato?»
Il Duca lo guardò per un lungo momento. Poi, lentamente, un sorriso gli curvò le labbra, non crudele, non del tutto malizioso, ma con quella nota sotto che Cameron aveva imparato a riconoscere.
«Perché non ho ancora trovato una donna che mi interessi abbastanza per sopportarla per tutta la vita,» rispose con tono leggero. «O forse perché sono troppo esigente. O troppo egoista. O semplicemente perché mi diverto di più a far innervosire i miei vicini presentandomi alle cene da solo e lasciando che si chiedano il perché.»
Si chinò leggermente in avanti, gli occhi che brillavano. «Perché? Stai cercando di immaginarmi più giovane? Con meno rughe e più illusioni?»
Cameron distolse lo sguardo, un po’ a disagio.
«Non riesco a immaginarvi diverso da come siete adesso,» ammise con sincerità. «Sembra che siate nato già così… controllato. Come se la maschera e il viso fossero la stessa cosa.»
Il Duca rise piano, un suono basso, caldo, che Cameron non riuscì a catalogare tra quelli che conosceva.
«Oh, ero molto peggio da giovane. Più impulsivo. Più arrogante, se ci riesci a crederlo. Credevo che il mondo mi dovesse tutto solo per il mio cognome.»
Si versò altro vino nel bicchiere, ne offrì anche a Cameron con un gesto che non aspettava risposta. «Poi ho capito che il potere vero non sta nel titolo. Sta nel capire cosa vuole davvero la persona che hai di fronte… e nel decidere se darglielo o no.»
Guardò Cameron con un’intensità che si accese all’improvviso, la voce che si abbassava: «E tu, Cameron? Cosa vuoi davvero, adesso che non hai più Ambrose a cui pensare?»
Cameron non rispose subito. Bevve un sorso di birra per prendere tempo. Il Duca sorrise di nuovo, più dolce, quasi provocatorio.
«Vedi? Non sei l’unico che sa fare domande.»
Cameron posò il boccale. La voce che uscì era bassa, senza ornamenti: «Non lo so più.»
Fece una piccola pausa, come se stesse cercando le parole giuste in un posto dove non le aveva mai messe. «Per dieci anni ho saputo esattamente cosa dovevo fare: proteggere Ambrose, anticipare i suoi bisogni, tenerlo lontano dai guai. La mia vita aveva uno scopo chiaro. Era sufficiente. Era abbastanza.»
Scosse leggermente la testa. «Ora non ho più niente da proteggere. Non ho più un lavoro. Non ho più un posto dove tornare che non sia solo un tetto sopra la testa.» Una pausa. «E questo mi fa sentire perso in un modo che non so come spiegare. Come trovarsi in una stanza senza porte che conosci.»
Il Duca lo ascoltò in silenzio. Non intervenne subito, lasciò che le parole si depositassero, come si lascia depositare qualcosa di fragile. Poi disse, con voce misurata:
«Dieci anni a vivere per qualcun altro. È molto tempo per non chiedersi mai cosa si vuole per sé.»
Non era una critica. Non era compassione. Era solo un’osservazione, pronunciata con quella calma che il Duca usava quando non stava ancora attaccando ma stava già scegliendo dove farlo.
«Allora te lo chiedo io,» continuò, inclinando leggermente la testa. «Adesso che Ambrose non c’è più da proteggere, cosa vuoi, Cameron? Non per obbligo. Non per dovere. Solo per te.»
Cameron alzò lo sguardo, diffidente. La domanda sembrava semplice. Non lo era.
Il Duca sorrise, appena, con quella nota sotto che Cameron aveva imparato a riconoscere. «Perché se non lo sai… forse hai più paura di scoprirlo che di continuare a non saperlo.»
Si chinò leggermente in avanti. «Dimmi: cosa ti disturba di più? Che io ti voglia… o che tu abbia paura di desiderare che io continui a volerti?»
Cameron non rispose. Strinse solo la mascella, lo sguardo che si induriva.
Il Duca si appoggiò di nuovo allo schienale. «Rilassati. Non sto dichiarando amore eterno. Sto solo dicendo che mi interessi, più di quanto mi interessi la maggior parte delle persone.» Fece una pausa. «E prima o poi scoprirai se è solo curiosità… o qualcosa di più pericoloso.»
Cameron abbassò lo sguardo sul tavolo, senza replicare.
Finirono di mangiare in silenzio, ma questa volta il silenzio era carico, elettrico, il tipo di silenzio che non è assenza di parole, ma eccesso di cose non dette.
Quando uscirono dalla locanda, il sole era già basso e il vento aveva preso il freddo della sera. Il Duca montò in sella e lo guardò. «Torniamo?»
Cameron annuì. E mentre cavalcavano verso il castello, con il vento che gli sferzava il viso, si chiese quanto tempo sarebbe passato prima che quella strana tregua si spezzasse.
Il cielo stava cambiando colore mentre tornavano, arancione e viola all’orizzonte, quel breve momento in cui il sole cede senza scomparire del tutto e il paesaggio perde i suoi contorni netti e diventa qualcosa di più morbido, più ambiguo. I cavalli procedevano al passo, stanchi dopo la lunga cavalcata, e anche Cameron si sentiva addosso quella stanchezza buona che lascia il corpo pesante, ma non il pensiero.
Fu lui a rompere il silenzio, senza guardarlo, la voce bassa e diretta come sempre quando faceva una domanda che non voleva sembrasse importante:
«Elias è il vostro amante?»
Il Duca voltò leggermente la testa verso di lui, un sopracciglio inarcato, non per la domanda in sé, sembrava, ma per il momento in cui arrivava. «Diretto come sempre,» commentò con un mezzo sorriso. «No. Elias non è il mio amante.»
Fece una pausa, poi aggiunse con tono calmo: «È un cameriere molto disponibile. E molto discreto. A volte mi diverte. A volte mi è utile. Ma non è il mio amante.»
Cameron strinse leggermente le redini. «Però vi piace,» disse, più un’affermazione che una domanda.
«Mi piace la sua sfacciataggine,» rispose il Duca. «Mi piace che non abbia paura di dire quello che pensa. Mi piace che sia disposto a tutto senza pretendere niente in cambio.» Guardò Cameron di traverso, con quel lampo di malizia che Cameron aveva imparato a riconoscere qualche secondo prima che arrivasse. «Un po’ come te… ma senza tutta quella rabbia deliziosa che ti rende così interessante.»
Cameron non rispose. Continuò a guardare il sentiero, la mascella contratta.
«Sei geloso, Cameron?»
La domanda era leggera. Sotto c’era qualcosa di diverso.
Cameron voltò la testa di scatto, gli occhi freddi. «No. Sono solo stufo di essere circondato da persone che sembrano tutte pronte a inginocchiarsi davanti a voi.»
Il Duca sorrise, lentamente, stavolta, come se si prendesse il tempo di assaporare la risposta. «Attento. Potresti scoprire che non sei così diverso da loro come credi.»
Cameron non replicò. Continuarono a cavalcare in silenzio, l’aria tra loro di nuovo carica, elettrica.
Il castello apparve in lontananza, imponente contro il cielo che si scuriva, e Cameron si chiese per l’ennesima volta in che guaio si fosse cacciato accettando di restare.
Quando rientrarono nel cortile, le torce erano già accese e due carrozze eleganti erano ferme davanti all’ingresso principale, i cavalli fermi e pazienti, i cocchieri immobili sui loro posti. Il Duca tirò le redini e imprecò sottovoce, un suono così basso e misurato che Cameron quasi non lo sentì.
«Harrington,» mormorò, riconoscendo subito lo stemma sulle portiere.
Prima che potessero smontare, Lord Harrington in persona uscì dal salone d’ingresso, seguito dalle sue tre figlie come un’onda seguita da tre onde più piccole. L’uomo era robusto, i baffi grigi, il sorriso di chi sa di essere benvenuto ovunque vada, il tipo di sorriso che non chiede permesso. Le ragazze erano vestite con cura, i capelli acconciati, gli sguardi curiosi e calcolatori sotto un velo di educazione impeccabile.
«Vostra Grazia!» esclamò Harrington con entusiasmo. «Passavamo di qui di ritorno da una visita e abbiamo pensato di fermarci per porgervi i nostri saluti. Spero non sia un disturbo.»
Il Duca smontò da cavallo con grazia fluida e, in un istante che Cameron osservò con qualcosa tra lo stupore e il fastidio, la sua espressione cambiò completamente.
Il freddo predatore scomparve. Al suo posto apparve un gentiluomo impeccabile: sorriso cortese e caldo, postura eretta ma non rigida, voce che aveva imparato a calibrare al millimetro. Come se indossasse un secondo corpo, altrettanto preciso del primo, altrettanto controllato, ma completamente diverso.
«Lord Harrington, che piacere inaspettato,» disse con tono perfettamente calibrato tra sorpresa e gioia. «E le vostre incantevoli figlie. Signorine, è un onore avervi qui.»
Fece un inchino elegante, prima al padre e poi, con un sorriso più caldo, alle tre ragazze. La maggiore, una brunetta alta e composta, arrossì appena. La seconda, più vivace, fece una piccola riverenza con gli occhi che brillavano. La più giovane abbassò lo sguardo con timidezza studiata.
Cameron, ancora in sella, assistette alla trasformazione in silenzio. Il Duca che aveva cavalcato accanto per tutto il pomeriggio, freddo, diretto, pericoloso nelle sue domande come nelle sue pause, era sparito. Al suo posto c’era un aristocratico perfetto, galante, attento, con quel giusto tocco di charme che non era mai eccessivo, mai arrogante, sempre esattamente il necessario.
Cameron smontò dal cavallo in silenzio, consegnò le redini a uno stalliere. Rimase un po’ in disparte, osservando la scena. Ogni gesto del Duca era calcolato alla perfezione. Ogni parola aveva il peso giusto, la distanza giusta. Sembrava nato per quel ruolo, oppure aveva passato la vita a impararlo così bene da non distinguere più il confine.
Il Duca si voltò verso di lui per una frazione di secondo. Lo sguardo si incupì appena, come se ricordasse improvvisamente la sua presenza.
«Permettetemi di presentarvi il signor Ashbrook,» disse con tono neutro. «Un mio… ospite.»
La pausa prima di “ospite” era quasi impercettibile. Quasi.
Le tre ragazze lo guardarono con curiosità educata. Harrington gli fece un cenno cortese del capo. Cameron chinò leggermente la testa, senza sorridere. «Piacere,» disse soltanto.
Il Duca tornò subito a concentrarsi sulle ospiti, riprendendo la conversazione con la facilità di chi non ha mai veramente smesso. Cameron rimase lì, infangato, stanco, estraneo in un modo che sentiva sulla pelle come qualcosa di fisico.
E per la prima volta si chiese quale delle due versioni del Duca fosse quella vera. O se la domanda stessa avesse senso.
Il Duca, con il sorriso più caldo del suo repertorio, si voltò verso Harrington e le figlie.
«Dato che siete qui, sarebbe un piacere se voleste fermarvi a cena. La cucina ha preparato qualcosa di buono stasera, e la cantina non delude.»
Harrington accettò con entusiasmo che non aveva bisogno di fingere. Le tre figlie arrossirono di piacere nel modo in cui le giovani donne arrossiscono quando qualcosa va esattamente come speravano.
Cameron sentì lo stomaco stringersi. Non aveva scelta, lo capì immediatamente, con la stessa chiarezza con cui si capiscono le trappole solo dopo che si è già dentro.
«Perché?»
«Perché sei l’unica persona che mi ha guardato in faccia e mi ha detto che sono un vigliacco, senza mai abbassare lo sguardo. Perché hai preferito sputarmi in faccia piuttosto che implorare. Perché hai scelto di soffrire piuttosto che cedere. Perché anche quando sei incatenato, anche quando sei umiliato, continui a essere te stesso. Tu non sei nessuno, Cameron Ashbrook. Ma sei l’unico che mi fa sentire che sto perdendo il controllo.»
La cena fu servita nel grande salone. Cameron si era cambiato in fretta, indossando abiti puliti, ma semplici. Si sedette a tavola con la postura di chi vuole occupare meno spazio possibile, cercando di diventare parte dell’arredamento.
Le tre figlie di Harrington avevano altri piani.
La maggiore lo guardò con interesse educato. «Signor Ashbrook, da dove venite?»
Cameron aprì la bocca. Il Duca lo precedette con la naturalezza di chi ha già preparato la risposta.
«Il signor Ashbrook è un gentiluomo che conosco da diversi anni,» disse con voce calda e sicura. «Ha fatto fortuna in America, dove ha gestito affari piuttosto rischiosi. Ha vissuto avventure che la maggior parte di noi può solo immaginare.»
Le ragazze spalancarono gli occhi con quell’entusiasmo che appartiene a chi legge troppi romanzi e ne è grato.
La seconda si sporse leggermente in avanti. «Avventure? Di che tipo?»
Il Duca sorrise con un velo di mistero, e Cameron vide, in quel sorriso, esattamente quanto si stesse divertendo.
«Oh, ha affrontato banditi, speculatori senza scrupoli, tempeste sul Mississippi. Ha salvato più di una vita e ha perso quasi tutto almeno due volte. È un uomo che ha visto il lato più selvaggio del mondo… e ne è tornato.»
Cameron rimase immobile, le mascelle strette, le mani ferme sul tavolo. Sentiva lo sguardo delle tre ragazze su di sé, incuriosito, sognante, il tipo di sguardo che si riserva ai personaggi dei romanzi gotici che si leggono di notte con la candela bassa. Il Duca lo stava costruendo in tempo reale, mattone per mattone, con la precisione di un artigiano.
La più giovane chiese, con gli occhi che brillavano: «E ora siete qui, in Inghilterra… per riposarvi?»
«Esattamente,» rispose il Duca al posto suo, con un sorriso perfetto. «Gli ho offerto un po’ di pace nella mia umile dimora. Dopo tutto quello che ha passato, se lo merita.»
Cameron strinse il coltello nella mano fino a farsi male.
Per tutta la cena rimase sulle spine. Ogni volta che una delle ragazze cercava di coinvolgerlo direttamente, «Avete davvero sparato a un bandito, signor Ashbrook?», il Duca interveniva con grazia, arricchendo la storia con dettagli vaghi e suggestivi, trasformandolo in una figura romantica e irraggiungibile. Cameron rispondeva con monosillabi quando era strettamente necessario, lo sguardo cupo, il corpo teso come una corda troppo tirata.
Dentro di sé ribolliva.
Il Duca lo stava usando. Lo stava dipingendo come un eroe oscuro per divertire le sue ospiti, e forse per tenerlo sotto controllo, per impedirgli di dire la verità, per costringerlo a stare in quel ruolo senza potersi muovere. Era una gabbia diversa dalle catene di ferro. Più raffinata, ma non meno stretta.
Quando finalmente la cena terminò e gli ospiti si congedarono con mille ringraziamenti e sguardi sognanti, Cameron rimase in piedi nell’atrio con le mani strette a pugno lungo i fianchi. Appena la porta si chiuse, si voltò.
«Un eroe gotico?» disse. La voce era bassa, tagliente. «Davvero?»
Il Duca si limitò a sorridere, lento, pericoloso.
«Ti si addice.»
Il suono delle carrozze si allontanò nel cortile e poi svanì nel silenzio della sera. L’atrio tornò a essere quello che era: un posto illuminato dalle candele, silenzioso, con soltanto loro due.
Cameron si voltò verso il Duca, e la maschera cadde.
«Avventure in America? Banditi sul Mississippi? Mi avete fatto passare per un personaggio da romanzo da quattro soldi!» sibilò, la voce bassa, ma vibrante di una rabbia che aveva trattenuto per tutta la durata della cena, per ogni sorso di vino, per ogni domanda delle ragazze, per ogni risposta del Duca al suo posto. Fece un passo verso di lui, gli occhi che bruciavano. «Mentre io me ne stavo lì come un idiota, voi vi divertivate a inventare storie su di me. A dipingermi come un avventuriero oscuro e affascinante solo per far sospirare le vostre ospiti.»
La voce gli si alzò leggermente, carica di qualcosa che andava oltre la frustrazione, qualcosa di più vecchio, più personale.
«Sapete quanto mi è costato stare zitto? Sapete quanto mi ha fatto schifo sentirvi parlare di me come se fossi una proprietà da esibire? Come se, per il solo fatto di essere in quella stanza con voi, vi appartenessi?»
Cameron respirò profondamente, cercando di controllare la collera.
«Io non sono una delle vostre collezioni da mostrare a cena. Non sono un giocattolo da far sognare alle figlie dei vostri vicini.»
Fece un altro passo avanti, la voce che si abbassava di nuovo ma non perdeva il filo: «Sono un uomo che ha appena scoperto di essere stato scaricato dal suo padrone di una vita. E voi… voi mi avete trasformato in una favola per intrattenere le vostre ospiti.»
Si fermò. Il petto che si alzava e abbassava rapidamente.
«Se volete giocare, giocate pure. Ma non con me. Non così.»
Il Duca lo aveva ascoltato senza interromperlo, il viso impassibile. Solo un angolo della bocca si curvò appena, non un sorriso vero, qualcosa di più sottile e più pericoloso.
Rimase in silenzio per qualche secondo, lasciando che le parole di Cameron aleggiassero nell’aria tra loro.
Poi disse, con voce bassa e vellutata: «Sei arrabbiato.»
Fece un passo verso di lui, riducendo la distanza.
«Bene. Preferisco la tua rabbia alla tua indifferenza.» I suoi occhi scuri brillarono nella luce delle candele. «Ma sappi una cosa: non ti ho trasformato in una favola per divertire le mie ospiti.»
Fece un altro passo, fino a essere vicinissimo.
«L’ho fatto perché volevo che loro ti guardassero… e vedessero esattamente ciò che vedo io.»
Il silenzio tornò tra loro, denso e carico.
Cameron era lì, il respiro accelerato, la rabbia che gli pulsava nelle vene. Il Duca lo guardava senza arretrare.
«Volevate che mi vedessero,» ripeté Cameron, la voce bassa e carica di disprezzo. «Come se fossi un vostro trofeo. Un’avventura esotica da far sognare alle figlie dei vostri amici.»
Fece un passo avanti. «Io non sono una delle vostre storie. Non sono un personaggio da romanzo gotico che potete usare per intrattenere le vostre ospiti mentre io me ne sto lì a fingere di essere d’accordo.»
Il Duca inclinò leggermente la testa.
«Ti dà fastidio essere guardato?» chiese con voce vellutata. «O ti dà fastidio che ti abbiano guardato come qualcosa di desiderabile… invece che come un valletto scaricato dal suo padrone?»
Cameron strinse i pugni. La frecciata era arrivata dritta al punto dolente.
«Non osate,» sibilò.
Il Duca fece un altro piccolo passo avanti, la voce che si abbassava ancora.
«Perché no? Perché ti ricorda che non sei più solo il fedele servitore di Ambrose? Che ora sei qui, e che qualcuno ti guarda, ti vede, e vede un uomo… non un domestico?»
Cameron lo fissò, il petto che si alzava e abbassava rapidamente. La rabbia era ancora lì, viva, ma sotto di essa c’era qualcosa di più pericoloso: la consapevolezza che il Duca aveva toccato un nervo scoperto. Uno di quelli che non si toccano per distrazione.
«Puoi continuare a odiarmi quanto vuoi, Cameron,» disse il Duca, la voce quasi gentile nella sua crudeltà. «Ma stasera, per qualche minuto, quelle ragazze ti hanno guardato come se fossi qualcuno. Non come un valletto. Non come un problema da risolvere.»
Una pausa. La voce che diventava un sussurro. «E tu hai odiato ogni secondo… perché una parte di te ha quasi desiderato che fosse vero.»
Cameron non rispose.
Rimase lì in piedi nell’atrio illuminato dalle candele, il corpo teso, la mascella contratta, il respiro corto. Poi parlò, la voce bassa, tagliente, ogni parola pronunciata con la precisione di chi sa che deve essere preciso altrimenti crolla.
«Io sono qualcuno.»
Fece un passo verso il Duca, lo sguardo fisso nel suo. «Non ho bisogno che tre oche aristocratiche mi guardino con gli occhi sognanti per sentirmi tale. E di certo non ho bisogno che uno come voi mi trasformi in un personaggio da romanzo per darmi un valore.»
La sua voce si abbassò, diventando più dura, più personale.
«Ho protetto un uomo per dieci anni. Ho tenuto in piedi una famiglia quando mio padre è morto. Ho fatto cose che voi, con tutti i vostri titoli e i vostri soldi, non dovrete mai fare.»
Fece un altro passo avanti, fino a essere vicinissimo.
«Quindi non ho bisogno che voi mi usiate per farvi bello davanti alle vostre ospiti. Non osate dipingermi come un’avventura esotica per farvi sembrare più interessante.»
Cameron lo fissò dritto negli occhi, la voce che tremava appena per la rabbia trattenuta: «Io non ho bisogno che voi mi diciate chi sono.»
Il silenzio che seguì fu denso, elettrico.
Il Duca non arretrò. Non sorrise. Si limitò a guardarlo con quegli occhi scuri e impenetrabili, come se stesse valutando ogni singola parola.
Poi, con voce bassa disse: «Hai ragione.» Una pausa brevissima. «Tu sei qualcuno. E questo rende tutto molto più interessante.»
Inclinò leggermente la testa, lo sguardo che non lasciava quello di Cameron nemmeno per un istante. «Ma dimmi una cosa… se sei così sicuro di chi sei… perché ti dà tanto fastidio che io ti veda?»
Cameron aprì la bocca per ribattere, ma le parole gli morirono in gola.
Rimase lì, fermo, a un passo dal Duca. Voleva dire qualcosa di tagliente, di definitivo, qualcosa che chiudesse questo discorso e tutti gli altri. Voleva farlo con la stessa forza con cui aveva parlato un momento prima.
Ma non ci riuscì.
Non capiva cosa il Duca vedesse in lui. Non capiva perché quell’uomo potente, ricco, pericoloso, continuasse a guardarlo come se fosse qualcosa di prezioso e di raro, invece che un semplice valletto che nemmeno il suo padrone voleva più. Non capiva perché lo provocasse, perché lo sfidasse, perché sembrasse disposto a concedergli tempo, spazio, libertà… solo per averlo vicino.
Deglutì a fatica. La rabbia era ancora lì, ma sotto di essa c’era una confusione profonda, quasi dolorosa, il tipo di confusione che non si risolve pensandoci, ma che si porta addosso come un peso di cui non si trova il punto d’appoggio.
«Io non…» iniziò, ma la voce gli uscì incerta. Scosse la testa, frustrato con se stesso. «Non capisco cosa vedi in me.»
Le parole gli sfuggirono prima che potesse fermarle. Erano sincere, crude, quasi vulnerabili, il tipo di sincerità che si paga.
«Sono solo un valletto. Un uomo che ha passato la vita a pulire i guai di un altro. Non ho titoli, non ho terre, non ho niente di speciale. Eppure tu…» Fece un respiro spezzato. «Tu mi guardi come se valessi la pena di tutto questo.»
Cameron alzò gli occhi e incontrò quelli del Duca. La sua voce si abbassò fino a diventare un sussurro rauco: «Perché?»
Il Duca rimase in silenzio per un lungo momento. Non sorrise. Non lo provocò. Si limitò a guardarlo con quell’intensità calma e profonda che sembrava non passare attraverso le parole, ma più direttamente, come qualcosa che non aveva bisogno di essere tradotto.
Poi, con voce bassa e sorprendentemente sincera, rispose: «Perché sei l’unica persona che mi ha guardato in faccia e mi ha detto che sono un vigliacco, senza mai abbassare lo sguardo.»
Fece un passo avanti, riducendo la distanza tra loro.
«Perché hai preferito sputarmi in faccia piuttosto che implorare. Perché hai scelto di soffrire piuttosto che cedere. Perché anche quando sei incatenato, anche quando sei umiliato, continui a essere te stesso.» Il Duca alzò una mano e sfiorò con le dita la linea della mascella di Cameron, un tocco leggero, quasi riverente, niente a che fare con la possessività di prima. «Tu non sei nessuno, Cameron Ashbrook. Ma sei l’unico che mi fa sentire che sto perdendo il controllo.»
Cameron non si ritrasse. Rimase lì, immobile, il cuore che gli martellava nel petto, la confusione che gli annebbiava la mente.
Non sapeva cosa dire.
Non sapeva cosa provare.
Sapeva solo che, per la prima volta, il Duca non sembrava più solo un nemico. Sembrava un uomo che vedeva qualcosa in lui che nemmeno lui stesso riusciva a vedere. E questo lo spaventava più di qualsiasi catena.
Lottò per cercare le parole, quelle giuste, quelle definitive, quelle che avrebbero messo il Duca al suo posto una volta per tutte e chiuso questo discorso e tutti gli altri, ma Blackthorn fece un passo avanti e gliele tolse dalla bocca.
Non fu un avvertimento. Non fu una domanda.
Le dita del Duca gli afferrarono la nuca, una presa ferma, decisa, senza brutalità, ma senza margine di interpretazione. La sua bocca trovò quella di Cameron con la precisione di chi sa esattamente cosa sta facendo e ha smesso, da qualche momento imprecisato, di chiedersi se sia una buona idea.
Cameron si irrigidì.
Un secondo, forse meno, forse abbastanza da poter dire dopo che aveva provato a resistere. Le mani che si alzavano per spingerlo via, i muscoli che si contraevano, la voce nella testa che diceva no, questo no, non così.
Poi qualcosa cedette.
Non il corpo, non solo. Cedette qualcosa di più interno, qualcosa che aveva tenuto contratto per settimane, per mesi forse, da prima ancora di entrare in quella casa. Le mani che avrebbero dovuto spingerlo via invece lo afferrarono: una sulla giacca, le dita che stringevano il tessuto; l’altra che trovava i capelli del Duca e ci affondava dentro con una presa che non era tenerezza.
Il bacio non diventò più dolce. Rimase esattamente com’era: una collisione. Cameron rispose con la stessa forza che riceveva, con la stessa assenza di gentilezza, come se fosse ancora una lotta, e forse lo era, solo che adesso non sapeva più con certezza chi stesse combattendo contro chi.
Il Duca lo spinse contro il muro. Cameron lo lasciò fare e insieme tirò, le dita strette tra i capelli neri, tenendolo vicino con una violenza che era l’unico modo che conosceva per toccare qualcosa senza ammettere di volerlo. Sentì il respiro del Duca contro la propria bocca quando si separarono per un istante, caldo, accelerato, reale in un modo che lo spaventò più di qualsiasi minaccia.
Poi si ritrovarono di nuovo. Più lento, stavolta. Più consapevole. Peggiore.
Cameron sentì il Duca tremare appena, o forse era lui, non riusciva a distinguere dove finiva uno e cominciava l’altro in quel momento, e strinse più forte, come se lasciar andare fosse la cosa più pericolosa che potesse fare.
La luce cambiò.
Ci volle un secondo prima che il cervello elaborasse l’informazione: passi, il suono di una porta, il tintinnio di un vassoio. Cameron aprì gli occhi nel mezzo del bacio e vide, oltre la spalla del Duca, Elias sulla soglia, immobile, il candelabro in mano, gli occhi spalancati con un’espressione che stava a metà tra lo shock e qualcosa di più complicato.
Dietro di lui, un altro cameriere. Anche lui fermo. Anche lui in silenzio.
Cameron si staccò.
Il movimento fu così brusco che urtò il muro con la spalla, un dolore sordo che attraversò l’osso e che fu quasi un sollievo, qualcosa di concreto a cui aggrapparsi. Si fece da parte, un passo, due, finché non ci fu abbastanza spazio tra lui e il Duca da respirare senza sentirne il calore.
Il silenzio nell’atrio era totale.
Cameron non guardò il Duca. Non guardò Elias. Teneva gli occhi fissi su un punto della parete, un candelabro spento, un dettaglio architettonico irrilevante, qualsiasi cosa che non fosse un viso umano. Sentiva le proprie labbra ancora calde, le proprie dita ancora aperte come se tenessero qualcosa che non c’era più.
Poi si voltò e se ne andò.
Non corse, si rifiutò di correre, era l’unica dignità che gli restava. Ma il passo era rapido, irregolare, i tacchi che risuonavano sul pavimento dell’atrio in modo che sembrava troppo rumoroso per la quiete di quella casa. Il corridoio, le scale, il corridoio del piano superiore, la porta della sua stanza.
La chiuse dietro di sé. Non a chiave, ma la chiuse, e rimase con la mano ancora sulla maniglia nel buio, il respiro corto, la fronte quasi appoggiata al legno.
Fuori, in fondo alle scale, non sentiva niente. Nessun passo che saliva. Nessuna voce. Solo il silenzio del maniero e, lontano, il vento contro le finestre.
Cameron rimase lì per un tempo che non seppe misurare, la mano sulla maniglia, il cuore che batteva troppo forte per un uomo che stava fermo.
Poi, lentamente, la lasciò andare.
Si sedette sul bordo del letto nel buio, senza accendere niente, senza togliersi la giacca. Le mani sulle ginocchia, la schiena dritta, la postura di chi si aspetta ancora qualcosa e non vuole farsi trovare impreparato. Non era una vera scelta, era il corpo che continuava a fare quello che sapeva fare: stare all’erta, aspettare, essere pronto.
Nessuno venne.
Il maniero aveva i suoi suoni notturni, legno che lavorava, vento contro le finestre, qualche passo lontano di una guardia che faceva il giro. Cameron li conosceva ormai, li aveva imparati nelle settimane trascorse a misurare il silenzio di quella casa. Sapeva distinguere il passo di un valletto da quello del Duca, più lento, più fermo, senza la fretta nervosa del servizio.
Aspettava quel passo. Non arrivò.
Si sdraiò senza togliersi la giacca, le braccia lungo i fianchi, gli occhi aperti nel buio. Il soffitto era invisibile. Cameron lo fissò comunque.
Il bacio tornò senza che lui lo cercasse, come tornano le cose che il corpo ricorda meglio della mente. La presa delle dita del Duca sulla sua nuca. Il secondo di resistenza, quel secondo che aveva creduto fosse ancora lui, ancora integro. E poi il cedimento, improvviso e totale come una trappola che scatta, come una decisione presa dal corpo prima che la mente potesse opporre veto. Le proprie mani che afferravano invece di spingere. La propria bocca che rispondeva invece di chiudersi.
Hai risposto, disse una voce dentro di lui, piatta e precisa come un referto. Non sei stato costretto. Non c’era laudano. Hai risposto.
Cameron chiuse gli occhi.
La porta non si apriva.
Cercò di capire cosa stesse sentendo, se fosse paura o qualcos’altro, e trovò entrambe le cose così aggrovigliate da non riuscire a separarle. C’era paura, sì, la paura concreta di cosa sarebbe successo se il Duca avesse aperto quella porta, se lui si fosse ritrovato di nuovo in quella situazione senza scuse e senza niente a cui aggrapparsi tranne la propria volontà, e avesse scoperto che la propria volontà non bastava.
Ma sotto la paura c’era qualcosa che la paura cercava di coprire. E Cameron era abbastanza onesto con se stesso, in quel buio, da non fingere di non saperlo.
Lo voleva.
Non il Duca, o non solo il Duca, non come persona, non ancora, non in quel modo semplice e pulito. Voleva che qualcuno aprisse quella porta e attraversasse il corridoio e venisse a trovarlo nel buio. Voleva che qualcuno lo cercasse, non perché aveva bisogno di lui, non perché era utile, non perché era il valletto fidato o il protettore o lo strumento, ma perché lo voleva lì, specificamente lui, nessun altro.
Dieci anni. Dieci anni passati a essere necessario senza mai essere voluto.
La porta non si apriva.
Cameron aprì gli occhi di nuovo. Il soffitto buio, il vento contro i vetri, il silenzio del maniero che respirava intorno a lui. Si girò su un fianco, poi sull’altro, poi tornò sulla schiena, come se cambiare posizione potesse cambiare qualcosa di più sostanziale. Le lenzuola erano fresche. La giacca gli pesava sulle spalle. Non se la tolse.
Pensò al Duca dall’altra parte del corridoio, o forse al piano di sotto, nel suo studio o in biblioteca. Pensò a come stesse, se stesse aspettando anche lui, se stesse pensando alla stessa cosa, se quel tremore che aveva sentito sotto le proprie mani fosse reale o un’altra tattica di un uomo che di tattiche ne aveva troppe.
Pensò che non lo sapeva. Che non poteva saperlo. Che forse era proprio questo il punto, che con quell’uomo non si poteva mai sapere, e forse era quello che lo rendeva impossibile da ignorare.
La porta non si apriva.
E a un certo punto, tardi, quando il freddo della stanza era diventato definitivo e le orecchie avevano smesso di tendere verso suoni che non arrivavano, Cameron capì che non sarebbe arrivato. Che il Duca aveva scelto di non venire, quella notte, esattamente come aveva scelto di non prenderlo quando stava in piedi nudo nel mezzo di una stanza e gli offriva tutto con la disperazione di chi non ha più niente da perdere.
Rimase con questa consapevolezza per un momento, a guardarla.
Non era sollievo. Non completamente. C’era qualcosa nell’assenza, nella scelta deliberata di quell’assenza, che faceva più male della presenza avrebbe fatto. Cameron non riusciva a capire se questo lo rendesse furioso o qualcos’altro interamente.
Il sonno arrivò tardi e di traverso, non come resa, ma come cedimento graduale, la tensione che si scioglieva a strati, le orecchie che smettevano di ascoltare, il respiro che si faceva più lento senza che lui decidesse di lasciarlo andare.
L’ultima cosa che pensò, prima che il buio interno si sovrapponesse a quello della stanza, fu che il Duca avrebbe potuto venire.
Aveva scelto di no.
E Cameron, galleggiando sul confine del sonno, non riusciva a decidere se odiarlo per questo o, peggio, se sentirsi, sotto tutto il resto, sotto la rabbia e la confusione e la stanchezza, stranamente visto.
«Lo stai facendo per quell’uomo? Dopo quello che ti ha fatto?»
«Non è per lui. È per me.»
Si svegliò che era ancora buio, poi rimase sveglio mentre il cielo diventava grigio e il grigio diventava la luce piatta e incolore di un mattino invernale che non aveva deciso ancora se voleva esistere.
Non aveva dormito molto. Non aveva dormito bene. Ma aveva dormito, e questo, stranamente, lo irritò. Come se il corpo non avesse capito la gravità della situazione e avesse pensato bene di arrangiarsi per conto proprio.
Si alzò, andò alla catinella, si lavò il viso con l’acqua fredda. Si guardò nello specchio, piccolo, appeso storto sopra il tavolo, e vide un uomo con le labbra ancora leggermente gonfie e gli occhi di chi ha passato la notte a fare i conti con qualcosa che non torna. Si sistemò i capelli, si cambiò la camicia. Prese la giacca, la indossò, la abbottonò fino in cima con la cura metodica di chi sta costruendo una versione presentabile di se stesso prima di uscire nel mondo.
Mentre lo faceva, pensò. Non in modo ordinato, il pensiero non obbediva, quella mattina, saltava da un punto all’altro senza chiedere permesso.
Pensò al bacio. Pensò alla porta che non si era aperta. Pensò al Duca che aveva scelto di non venire e a se stesso che era rimasto sveglio ad aspettarlo, e a come queste due cose insieme dicessero qualcosa su entrambi che nessuno dei due aveva ancora detto ad alta voce. Pensò che aveva risposto al bacio. Pensò che voleva, non sapeva ancora cosa, non sapeva ancora come chiamarlo, ma che c’era qualcosa, reale e presente e non costruito dal laudano o dalla fame o dalla privazione. Qualcosa che era suo, che era lì prima che il Duca aprisse la porta di quella stanza e che adesso non riusciva più a ignorare. Pensò che forse era per questo che stava per andare a cercarlo. Non per Ambrose. Non per sua madre o per le sue sorelle o per il denaro o per nessuno degli argomenti ragionevoli che aveva usato per giustificare ogni altra scelta in quella casa. Solo perché voleva vederlo, voleva stare nella stessa stanza e capire se quello che aveva sentito la notte prima era ancora lì alla luce del giorno, o se si dissolveva come certe cose che sembrano vere solo nel buio.
Aprì la porta. Il corridoio era deserto. Il maniero aveva quella quiete particolare delle prime ore del mattino, quando il servizio si muove in silenzio e l’aria sa ancora di candele spente. Cameron camminò verso le scale, lentamente, senza fretta ostentata, con i passi di un uomo che ha deciso qualcosa e non ha ancora cambiato idea. Le sentì prima di arrivare in fondo. Voci nell’atrio. La prima era quella del Duca, bassa, controllata, con quel tono particolare che Cameron aveva imparato a riconoscere come la sua versione della sorpresa tenuta a freno. L’altra era…
Cameron si fermò sul pianerottolo. L’altra voce era quella di Ambrose. Non c’era possibilità di errore. Cameron quella voce la conosceva meglio della propria, ne conosceva le inflessioni, i toni, il modo in cui saliva di un’ ottava quando Ambrose era agitato e si abbassava quando cercava di sembrare più maturo di quanto fosse. La conosceva dal primo giorno, quando Ambrose aveva quattordici anni e lui diciassette e il mondo sembrava una cosa che si poteva ancora tenere insieme con abbastanza volontà e abbastanza cura.
Si fermò sul pianerottolo e non scese. Le parole non arrivavano chiare, solo il ritmo, il tono, la musica di una conversazione che non poteva udire. La voce di Ambrose aveva quella nota leggermente querula che Cameron associava alla difensiva, al sentirsi in torto senza volerlo ammettere. La voce del Duca era piatta, cortese, impenetrabile. Cameron rimase immobile, una mano sul corrimano, il piede sul gradino. Aspettò che il suo stomaco smettesse di fare quella cosa, quella contrazione brusca, quasi fisica, come un passo falso nel vuoto. Aspettò che i polmoni ricominciassero a lavorare con regolarità. Poi si sedette sul gradino, lentamente, e rimase lì. Ambrose era venuto. Non a salvarlo, Cameron lo sapeva già, con la certezza che viene da dieci anni di conoscenza. Ambrose non funzionava così. Non aveva la struttura interna per il gesto eroico, per una scelta consapevole e costosa.
Era venuto perché qualcuno lo aveva spinto, o perché si era spaventato, o perché senza Cameron qualcosa non tornava nei meccanismi della sua vita quotidiana, e lui aveva confuso quella mancanza con rimpianto.
Era venuto, e la sua voce nell’atrio suonava esattamente come era sempre suonata, familiare, un po’ incerta, la voce di un eterno ragazzo che non sa ancora di essere cresciuto. Cameron rimase seduto sul gradino e capì, con una chiarezza che faceva quasi male, che non sentiva quello che avrebbe dovuto sentire. Non sentiva sollievo. Non sentiva il desiderio di scendere quelle scale di corsa, di attraversare l’atrio, di rimettere le cose al loro posto come aveva sempre fatto. Sentiva invece qualcosa di molto più scomodo: la distanza. La percezione nitida di quanto fosse cambiato qualcosa tra la notte prima e questo momento, di quanto quel bacio nell’atrio avesse spostato un confine che non sapeva di avere. La voce di Ambrose salì di tono, poi si abbassò.
Cameron rimase seduto sul gradino, la mano ancora sul corrimano, e aspettò che qualcuno gli dicesse cosa fare. Nessuno lo fece. Per la prima volta in dieci anni, non sapeva da che parte stare. Alla fine si alzò. Non perché avesse deciso cosa fare, non lo aveva ancora deciso, forse non lo avrebbe deciso fino all’ultimo secondo, ma perché stare seduto lì era diventato insostenibile. Il corpo aveva preso la scelta al posto suo: in piedi, un passo, poi un altro, poi le scale che scendevano con la stessa solidità indifferente di sempre. L’atrio si aprì davanti a lui. Il Duca era in piedi vicino alla porta, le mani intrecciate dietro la schiena, con quella postura che Cameron ormai leggeva come contenimento, non calma, contenimento. Stava guardando qualcosa davanti a sé con un’espressione così neutra da essere quasi un’opera d’arte. Ambrose era di spalle. Cameron lo riconobbe prima ancora che si girasse, la linea delle spalle, il modo in cui teneva la testa leggermente inclinata quando era agitato, il cappotto che portava storto perché nessuno glielo aveva sistemato. Lo riconobbe con quella parte di sé che aveva imparato Ambrose a memoria nel corso di dieci anni, catalogo completo, nessuna eccezione. Poi Ambrose si voltò. Vide Cameron e il suo viso cambiò. Non in modo drammatico, Ambrose non era fatto per i gesti drammatici, nonostante quello che credeva di se stesso. Cambiò in modo piccolo e immediato: le spalle che scendevano di mezzo centimetro, il respiro che usciva in un soffio, gli occhi che si illuminarono di qualcosa che Cameron aveva visto centinaia di volte e che solo adesso riusciva a nominare con precisione. Sollievo. Non gioia, non solo. Non il sollievo di chi ritrova qualcuno che gli mancava. Il sollievo di chi vede arrivare qualcuno che sa come si fa. Le guance di Ambrose erano arrossate, come sempre quando si agitava, gli occhi lucidi, le mani che stringevano i guanti che aveva tolto nell’atrio. Sembrava un ragazzo, sembrava sempre un ragazzo, questo era il problema, questo era sempre stato il problema, che aveva provato a fare una cosa da adulto e non ci era riuscito del tutto e adesso aspettava che qualcun altro venisse a rimettere i pezzi a posto.
«Cameron,» disse. La voce era quella di sempre, un po’ incerta, con quel tono che aveva sempre funzionato come una chiave. «Grazie al cielo. Non riuscivo a…» Si interruppe, guardò il Duca di traverso con qualcosa che era a metà tra il risentimento e l’imbarazzo. «Non riuscivamo a capirci.»
Cameron rimase fermo in fondo alle scale. Guardò Ambrose, i capelli biondi leggermente scompigliati, il cappotto storto, gli occhi lucidi, e aspettò di sentire qualcosa di familiare. La molla che scattava sempre, automatica, il riflesso di dieci anni: cosa c’è, cosa è successo, come si aggiusta. Non scattò. Ci fu solo silenzio, dentro. Un silenzio nuovo, strano, quasi rumoroso nella sua assenza.
«Cosa ci fai qui, Ambrose?» disse. Non era una domanda, non aveva l’inflessione giusta, non saliva alla fine. Era una constatazione, quasi pensata ad alta voce.
Ambrose aprì la bocca, la richiuse. Le labbra arrossate si mossero per un secondo senza produrre suono. «Sono venuto a… volevo… mia zia ha detto che…»
Si fermò di nuovo, con quella capacità tutta sua di incepparsi esattamente quando avrebbe avuto più bisogno di essere articolato. «Sono venuto a riprenderti,» disse alla fine, come se fosse semplice. Come se fosse ovvio. Come se Cameron fosse un oggetto dimenticato in una stanza e bastasse tornare a prenderlo.
Cameron lo guardò. Lo guardò davvero, forse per la prima volta, non con gli occhi di chi conosce ogni dettaglio a memoria, ma con qualcosa di più distaccato e più doloroso. Vide un ragazzo di ventiquattro anni con il cappotto storto che aveva scritto potete tenervelo con la propria calligrafia elegante e poi si era fatto convincere a tornare indietro, da sua zia, dalla solitudine, dalla mancanza pratica di qualcuno che gli sistemasse le cose, e adesso stava lì nell’atrio di un uomo pericoloso con gli occhi lucidi, aspettando che Cameron facesse quello che Cameron aveva sempre fatto: sistemasse le cose. Sentì qualcosa muoversi dentro di sé, non rabbia, o non solo. Qualcosa di più antico e più stanco. Il riconoscimento preciso di un meccanismo che aveva tenuto in moto per dieci anni e che adesso, visto da fuori per la prima volta, sembrava diverso da come lo aveva sempre immaginato.
Si sentì, per un istante, molto lontano da quel ragazzo con il cappotto storto.
Poi sentì lo sguardo del Duca su di sé.
Non lo cercò, non girò la testa, non incontrò quegli occhi scuri. Ma lo sentì, come si sente il calore di una fonte senza guardarla. Blackthorn non aveva detto una parola da quando Cameron era sceso. Stava fermo, le mani intrecciate dietro la schiena, e aspettava. Anche lui aspettava.
Cameron rimase in fondo alle scale, tra i due uomini, e capì che qualunque cosa avesse detto in quel momento, qualunque passo avesse fatto, in qualsiasi direzione, sarebbe stata una scelta. Non un riflesso, non un dovere, non la cosa ovvia da fare perché era sempre stata quella la cosa ovvia. Una scelta. Per la prima volta da quando aveva memoria, una scelta vera. Guardò Ambrose.
«Hai freddo,» disse alla fine, la voce bassa. «Il cappotto è storto.»
Le mani si mossero, automatiche, traditrici, a sistemare il risvolto del cappotto di Ambrose. Un gesto di tre secondi, lo stesso gesto di dieci anni. Ma questa volta, mentre lo faceva, Cameron lo vide. E non sapeva ancora se questo cambiasse tutto o niente.
Ambrose guardò le mani di Cameron sistemare il risvolto del suo cappotto con un’espressione che Cameron conosceva, quella piccola apertura del viso, quella resa involontaria, come quando da bambino qualcuno ti sistema i capelli e per un secondo smetti di fare resistenza al mondo. Poi Cameron lasciò andare il tessuto e fece un passo indietro.
E Ambrose lesse qualcosa in quel passo indietro che non gli piacque. «Allora,» disse, con una voce che cercava la leggerezza e non la trovava del tutto. «Andiamo?»
Cameron non rispose subito. Ambrose continuò, riempiendo il silenzio come aveva sempre fatto, con parole, con movimento, con la sua particolare capacità di occupare lo spazio sonoro di una stanza quando il silenzio diventava scomodo. «Ho la carrozza fuori. Possiamo fermarci a Guildford per la notte, se sei stanco, oppure proseguire fino a… c’è una locanda che conosco, quella volta che siamo passati per…»
«Ambrose.» Il nome cadde piano, senza volume, senza durezza. Solo il nome.
Ambrose si fermò. Guardò Cameron con quegli occhi chiari e lucidi che avevano sempre avuto quella particolarità di sembrare sul punto di qualcosa, sul punto di capire, sul punto di crescere, sul punto di diventare la persona che avrebbe potuto essere se solo qualcuno o qualcosa o il tempo avessero lavorato diversamente.
Cameron li conosceva quegli occhi. Li aveva guardati per dieci anni aspettando che il percorso diventasse un arrivo.
«Cosa c’è?» chiese Ambrose. La voce era cambiata, più cauta, con quella nota che compariva quando sentiva che il terreno non era solido come credeva.
«La lettera,» disse Cameron.
Ambrose aprì la bocca. La richiuse. Sul suo viso passò qualcosa di veloce, disagio, vergogna forse, poi qualcosa che assomigliava alla decisione di non affrontare la cosa frontalmente.
«È stato uno sbaglio,» disse. «Ero spaventato, non sapevo… mia zia ha detto che era la cosa più sensata e io ho… non avevo capito bene la situazione.»
«Potete tenervelo,» disse Cameron. Citò le parole senza inflessione, senza accusa. Solo le parole.
Il viso di Ambrose si contrasse.
«Lo so. Lo so, è stato… non avrei dovuto. Ma Cameron, tu mi conosci. Sai come sono fatto. Non puoi… non puoi giudicarmi per una lettera scritta quando ero nel panico.»
Sai come sono fatto.
Cameron rimase su quelle parole un momento. Le girò, le guardò da tutti i lati.
«Sì,» disse alla fine. «Lo so.»
Qualcosa nel suo tono, piano, quasi gentile, senza la rabbia che Ambrose si aspettava, fece alzare le antenne al ragazzo. Gli occhi chiari si fecero più attenti, più preoccupati.
«Cameron. Vieni a casa. È tutto come prima, ti giuro, non cambierà niente…»
«Non vengo, Ambrose.»
Le parole uscirono senza premeditazione, o forse con tutta la premeditazione del mondo, quella silenziosa, quella che si accumula nei gradini di una scala buia mentre si ascoltano voci nell’atrio. Cameron le sentì nell’aria dopo averle dette e non le rimangiò.
Ambrose rimase immobile per un secondo. Poi rise, una risata corta, nervosa, quella che faceva quando non capiva una cosa e cercava di guadagnare tempo.
«Cosa vuoi dire, non vieni? Cameron, stai scherzando. Sei stato qui, quello che ti ha fatto quell’uomo…»
Un gesto vago verso il Duca, che non si era mosso, che stava ancora fermo con le mani intrecciate dietro la schiena come una statua decorativa e paziente. «Non puoi voler restare qui dopo tutto questo.»
«Non ho detto che resto qui.»
«E allora cosa…» Ambrose scosse la testa, i capelli biondi che si scomposero leggermente. «Non capisco. Spiegami. Cosa è successo?»
Cameron aprì la bocca. La richiuse. Come si spiega a qualcuno che non ha gli occhi per vederlo? Come si dice sono cambiato a chi ti guarda e vede ancora la stessa persona di sempre, quella che sistema i cappotti e risolve i problemi e non chiede niente in cambio perché non ha mai imparato a farlo?
«Non posso spiegartelo,» disse.
«Non puoi o non vuoi?» La voce di Ambrose salì di mezzo tono, quella nota querula che Cameron conosceva, che aveva sempre interpretato come fragilità e che adesso vedeva come qualcosa di più complicato. «Dieci anni, Cameron. Dieci anni e adesso mi dici che non puoi spiegarmi?»
«Dieci anni,» concordò Cameron, piano. «Sì.»
Il modo in cui lo disse, senza rabbia, senza enfasi, solo la parola che pesava per conto proprio, fermò Ambrose più di qualsiasi accusa. Gli occhi chiari si fecero lucidi sul serio, stavolta. Non la versione calcolata della fragilità, quella genuina, quella che Cameron aveva sempre trovato impossibile da reggere. Il labbro inferiore di Ambrose si arrossò ancora di più, come faceva sempre quando stava per cedere davvero.
«Mi stai abbandonando,» disse. Sottovoce, quasi stupito.
«No.» Cameron scosse la testa. «Ti sto lasciando andare. Non è la stessa cosa.»
«Per lui?» La voce di Ambrose si incrinò, gli occhi che scivolarono di nuovo verso il Duca con qualcosa che era troppo grezzo per essere semplice gelosia, confusione, forse, la confusione di chi non riesce a mettere a fuoco una situazione che non rientra in nessuno schema che conosce. «Lo stai facendo per quell’uomo? Dopo quello che ti ha fatto?» Cameron non rispose. Non perché non avesse risposta, ma perché la risposta era troppo grande e troppo nuova e troppo sua per consegnarla in quell’atrio, davanti al Duca immobile e ad Ambrose con gli occhi lucidi e il cappotto che aveva già ricominciato a scivolare storto.
«Non è per lui,» disse alla fine. «È per me.»
Ambrose lo guardò come se avesse detto una cosa in una lingua straniera.
E Cameron capì, in quel momento, che era vero, che Ambrose non aveva la capacità di comprendere. Che in dieci anni non aveva mai sentito Cameron dire è per me a proposito di niente, e quindi non sapeva cosa farsene, dove metterlo, come rispondere.
«Non capisco,» disse Ambrose. Semplice, quasi infantile.
«Lo so,» disse Cameron. «Mi dispiace.» E lo diceva sul serio, non come scusa, non come formula. Gli dispiaceva davvero. Gli dispiaceva per Ambrose che non capiva, per i dieci anni che erano stati quello che erano stati, per il fatto che volere bene a qualcuno non significasse automaticamente che quella persona potesse darti quello di cui avevi bisogno.
Ambrose rimase in piedi nell’atrio con gli occhi lucidi e il cappotto storto e l’aria di chi aspetta ancora che qualcosa cambi, che Cameron torni quello di prima, che il mondo ritorni comprensibile.
Cameron non tornò quello di prima.
Fece un passo indietro, non verso il Duca, solo indietro, verso il centro della stanza, verso uno spazio che non apparteneva a nessuno dei due.
«Vai, Ambrose,» disse piano. «Starai bene. Troverai qualcuno.»
«Qualcuno,» ripeté Ambrose, come se la parola avesse un sapore strano. «Qualcuno che faccia cosa? Che… Cameron, io non so come fare…»
«Lo imparerai,» disse Cameron. E lo credeva davvero, e questo era forse la cosa più triste di tutte, che Ambrose ce la avrebbe fatta, che avrebbe trovato il modo, che non aveva mai avuto davvero bisogno di Cameron nel modo in cui Cameron aveva creduto. Aveva avuto bisogno di qualcuno. Cameron era stato quello qualcuno. La differenza era sottile e devastante.
Ambrose aprì la bocca un’ultima volta. Poi la richiuse.
Qualcosa sul viso di Cameron, quella quiete nuova, quella distanza che non era freddezza, ma era qualcosa di altrettanto definitivo, doveva avergli detto quello che le parole non avevano detto. Ambrose era immaturo, non stupido. Sapeva riconoscere un confine quando lo vedeva, anche se non capiva come ci fosse arrivato.
Si rimise i guanti. Lentamente, un dito alla volta, con l’aria di chi ha bisogno di fare qualcosa con le mani. Poi guardò Cameron un’ultima volta, quegli occhi chiari e lucidi che avevano sempre saputo dove trovarlo, e Cameron non si mosse. Ambrose annuì, appena percettibile. Poi si voltò verso la porta. Un valletto si affrettò ad aprirla. L’aria fredda del mattino entrò nell’atrio per un secondo, poi la porta si richiuse.
Silenzio.
Cameron rimase fermo al centro dell’atrio, le mani lungo i fianchi, la schiena dritta. Sentiva il proprio respiro regolare, più calmo di quanto avesse il diritto di essere.
Poi sentì i passi del Duca. Lenti, misurati, che si avvicinavano da dietro senza fretta. Si fermarono a una distanza che Cameron aveva imparato a misurare senza guardare, abbastanza vicino da essere presenza, abbastanza lontano da essere scelta.
Il Duca non disse niente.
Cameron non si voltò.
Fuori, il rumore della carrozza di Ambrose che si allontanava nel vialetto ghiaioso, gli zoccoli dei cavalli, il cigolìo delle ruote, poi niente.
«Non so cosa farò adesso,» disse Cameron. Non a lui, o non solo a lui. Alla stanza, al mattino, a se stesso. «Non lo so ancora.»
Il Duca rimase in silenzio per un momento. Poi, piano, disse: «Lo so.» E non aggiunse altro.
Cameron chiuse gli occhi per un secondo. Li riaprì. L’atrio era esattamente com’era prima, le candele, il pavimento di pietra, la luce grigia che entrava dalle finestre alte.
Solo Ambrose non c’era più.
E Cameron era ancora lì. Il rumore della carrozza svanì del tutto.
Rimase fermo al centro dell’atrio, gli occhi fissi sulla porta chiusa. Il legno scuro, i pannelli intagliati, il ferro della maniglia, li guardò come si guarda qualcosa senza vederlo davvero, mentre la mente è altrove, mentre il corpo aspetta istruzioni che non arrivano.
Il Duca non si era mosso. Cameron lo sapeva senza guardare, lo sapeva dalla qualità del silenzio alle sue spalle, come si riconosce il cambiamento della pressione dell’aria prima di un temporale. Blackthorn era lì, a quella distanza precisa che non era né lontananza né invasione, e aspettava. Non disse niente. Non si avvicinò. Aspettava.
Cameron fissò la porta. Pensò a Ambrose sulla carrozza, il cappotto storto, gli occhi lucidi, le mani che rimettevano i guanti un dito alla volta. Pensò che probabilmente stava già riorganizzando la cosa nella propria testa, trovando il modo di renderla sopportabile, di darle una forma che non richiedesse di guardarsi dentro troppo a lungo. Ambrose era bravo in quello. Era sempre stato bravo in quello. Pensò ai dieci anni. Poi smise di pensarci. Non perché non importassero, importavano, avrebbero sempre importato, erano dieci anni della sua vita e non si cancellano dieci anni, ma perché continuare a guardarli era come continuare a fissare la porta: un modo per non voltarsi. Il pavimento di pietra sotto i piedi. La luce grigia dalle finestre alte. Il respiro del Duca alle sue spalle, appena percettibile.
Cameron chiuse gli occhi. Dentro c’era ancora quella strana quiete, quella che aveva trovato sul gradino della scala mentre ascoltava le voci, quella che non assomigliava alla pace, ma che forse era la sua versione, la versione che aveva a disposizione in questo momento, in questo corpo, con questa storia addosso. Non sapeva cosa sarebbe successo. Non sapeva cosa voleva che succedesse, o lo sapeva, ma non ancora abbastanza chiaramente da poterlo dire ad alta voce senza che la voce gli tradisse qualcosa.
Sapeva solo che il Duca era lì.
Aprì gli occhi. Si voltò. Non fu un gesto lento né drammatico, fu semplicemente quello che fu, un uomo che gira su se stesso in un atrio, le mani lungo i fianchi, la schiena dritta. Il Duca era esattamente dove Cameron sapeva che sarebbe stato. Fermo, le mani ancora intrecciate dietro la schiena, gli occhi scuri che non esprimevano trionfo, e questo, stranamente, era la cosa che Cameron aveva meno previsto. Non c’era soddisfazione sul quel viso. Non c’era il sorriso lento e predatore che aveva imparato a riconoscere. C’era solo attenzione, quel genere di sguardo che non perde niente, che Cameron aveva trovato insopportabile all’inizio e che adesso non sapeva come trovare, non aveva ancora la parola giusta.
Si guardarono. Il silenzio non era scomodo. Era solo silenzio, reale, senza niente nascosto dentro, senza nessuno che aspettasse che l’altro cedesse per primo.
Fu Cameron a parlare.
«Non so ancora cosa sono disposto a darti,» disse. La voce era bassa, ferma, senza inflessioni particolari. «Non so ancora cosa voglio. Non so… molte cose.» Fece una pausa. «Ma sono ancora qui.»
Il Duca lo guardò per un lungo momento. Poi qualcosa sul suo viso si mosse, quasi impercettibile, una cosa che Cameron non avrebbe saputo nominare se non fosse stato che lo stava guardando con tutta l’attenzione che aveva. «Lo so,» disse il Duca. Due parole. Le stesse di prima, ma diverse, meno contenimento, meno distanza. Qualcosa che assomigliava, pericolosamente, a sollievo. Cameron annuì appena. Il Duca fece un passo verso di lui, uno solo, misurato, un passo che era una domanda silenziosa. Si fermò. Cameron non indietreggiò. Non era un’offerta. Non era una resa. Era solo quello che era, un uomo che non indietreggiava, per la prima volta non perché non potesse ma perché aveva scelto di non farlo. Il Duca alzò una mano, lentamente, e la posò sulla guancia di Cameron, il palmo caldo contro la pelle fredda del mattino, le dita che non stringevano, che non trattenevano, che stavano lì e basta come una domanda che non richiedeva risposta immediata. Cameron sentì il contatto. Non chiuse gli occhi. Rimase a guardare il Duca, quegli occhi scuri che adesso da vicino erano meno impenetrabili di quanto avesse creduto, che avevano dentro qualcosa che assomigliava a tutto quello che nessuno dei due aveva ancora trovato il modo di dire.
Stettero così per un momento.
Poi il Duca abbassò la mano. «Colazione,» disse semplicemente. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se non fosse appena successo niente di irreversibile nell’atrio di un maniero mentre una carrozza si allontanava sul vialetto ghiaioso.
Cameron quasi rise.
«Colazione,» ripeté.
Il Duca si voltò verso il corridoio, le mani di nuovo intrecciate dietro la schiena, il passo lento e misurato come sempre. Cameron lo seguì. Non sapeva ancora cosa sarebbe successo, domani, tra una settimana, quando il denaro fosse stato consegnato e le sue sorelle al sicuro e non ci fosse più nessuna ragione pratica per restare. Non sapeva cosa avrebbe trovato, continuando a guardare in quella direzione. Ma stava guardando, era già qualcosa.
«Perché non sei venuto ieri notte?»
«Perché non era il momento.»
«E come fai a saperlo?»
«Perché conosco la differenza tra qualcuno che non può andarsene e qualcuno che sceglie di restare.»
La sala da colazione era piccola, con una finestra che dava sul lato est del parco. La luce del mattino entrava obliqua, ancora invernale, con un chiarore lattiginoso che illuminava senza dichiarare niente.
Cameron era già seduto quando il Duca entrò.
Non lo aveva aspettato, o forse sì, inconsapevolmente, perché aveva scelto quella sedia e non l’altra, quella che dava sulla porta.
Se il Duca lo notò non disse nulla.
Si sedette di fronte a lui, fece un cenno al valletto, e per qualche minuto non ci fu niente tranne il suono del caffè versato e il crepitio lontano di un fuoco in un’altra stanza.
Cameron mangiò. Non con sospetto, questa volta. Mangiò perché aveva fame, perché il corpo continuava a funzionare indipendentemente da tutto il resto, perché alcune cose sono più semplici di quello che succede intorno a loro.
Il Duca bevve il suo caffè in silenzio.
Non parlò subito. Anche questo era un cambiamento. Cameron se ne accorse senza cercarlo, come si nota l’assenza di un rumore a cui ci si era abituati. Nelle settimane precedenti il silenzio del Duca era sempre stato pieno di qualcosa: attesa, calcolo, la pressione di chi stava costruendo qualcosa e non aveva fretta di mostrarlo. Questo silenzio era diverso. Più neutro. Meno costruito.
Cameron spezzò un pezzo di pane. Lo mangiò. Guardò fuori dalla finestra, il parco, gli alberi, il lago artificiale che brillava appena in lontananza sotto la luce bassa.
Pensò ad Ambrose.
Non con la rabbia che si sarebbe aspettato, o non solo quella. C’era qualcosa di più quieto sotto, qualcosa che assomigliava alla fine di una tensione molto lunga. Come quando si porta un peso per tanto tempo che smetti di sentirlo, e poi lo posi, e il sollievo e il disorientamento arrivano insieme e non sai distinguerli.
Ambrose era andato.
Cameron aveva sistemato il cappotto, quel gesto automatico, traditore, che diceva tutto su dieci anni di riflessi condizionati, e poi aveva detto no. E Ambrose era andato, e il mondo non era finito, e Cameron era ancora seduto su una sedia con una tazza di caffè in mano e le gambe che reggevano e il cuore che batteva.
Stava bene.
Non era felice, non ancora, forse non presto. Ma stava bene. E questa scoperta era abbastanza scomoda da far sembrare tutto il resto quasi semplice.
«C’è un libro,» disse il Duca.
Cameron alzò gli occhi.
Il Duca stava girando il cucchiaino nella tazza, lo sguardo rivolto da qualche parte a metà tra il tavolo e la finestra.
«In biblioteca. Secondo scaffale a sinistra entrando, terza fila dall’alto. Un taccuino rilegato in pelle marrone, non è un libro, in realtà, è una raccolta di carte geografiche di questa zona. Risale al secolo scorso, quando il confine tra le due proprietà confinanti era ancora in disputa.» Una pausa. «Se vuoi capire come è fatta la tenuta. Non come prigioniero, come qualcuno che ci vive.»
Cameron rimase in silenzio per un momento.
«Come qualcuno che ci vive,» ripeté.
«Provvisoriamente,» disse il Duca. La parola uscì senza ironia, senza il peso di una trappola. Solo una constatazione.
Cameron tornò a guardare fuori dalla finestra. Il lago brillava ancora, immobile.
Provvisoriamente. Era onesto, questo. Era la cosa più onesta che il Duca gli avesse detto da quando era entrato in quella casa, forse perché non stava cercando di ottenere niente con quella parola, stava solo usando la parola giusta.
«Perché non sei venuto ieri notte?» disse Cameron. Non come accusa, come domanda vera, forse la prima che faceva senza aspettarsi una trappola nella risposta.
Il Duca non finse di non capire.
«Perché non era il momento.»
«E come fai a saperlo?»
«Perché conosco la differenza tra qualcuno che non può andarsene e qualcuno che sceglie di restare.» Il Duca posò il cucchiaino. «La notte davanti lo specchio non avevi ancora scelto. Eri esausto, umiliato, sotto l’effetto del laudano. Qualunque cosa fosse successa quella notte sarebbe stata mia, non tua.»
Cameron lo guardò.
«E adesso?»
Il Duca alzò gli occhi su di lui, quegli occhi scuri che Cameron aveva imparato a leggere almeno in parte, abbastanza da vedere quando il controllo costava qualcosa.
«Adesso hai detto no a qualcuno che ami da dieci anni. Adesso sei seduto qui di tua volontà con il caffè che ti si sta freddando in mano.» Una piccola pausa. «Adesso non ho fretta.»
Cameron abbassò lo sguardo sulla tazza. Il caffè era tiepido. Lo bevve lo stesso.
Il silenzio tornò, ma era cambiato di nuovo, aveva preso un’altra forma. Non era il silenzio di chi aspetta che l’altro ceda. Era il silenzio di due persone che stanno nello stesso posto senza che nessuna delle due stia cercando di occupare lo spazio dell’altra.
Cameron non sapeva ancora cosa farne.
Ma non era un silenzio scomodo.
«Le carte geografiche,» disse alla fine.
Il Duca lo guardò.
«Dopo colazione,» disse Cameron. «Potrei darci un’occhiata.»
Il Duca non sorrise, o sorrise così poco che Cameron non avrebbe potuto giurarci. Si alzò, prese la tazza, andò verso la porta.
«Secondo scaffale a sinistra,» disse. «Terza fila dall’alto.»
Uscì.
Cameron rimase seduto, la tazza vuota in mano, la luce del mattino che si spostava lentamente sulla tovaglia bianca.
Pensò che avrebbe dovuto sentirsi in trappola, la biblioteca, le carte geografiche, il Duca che gli mostrava la tenuta come se fosse casa sua. Pensò che avrebbe dovuto riconoscere la mossa, nominarla, difendersi.
Invece pensò alle carte geografiche. Ai confini in disputa, al secolo scorso, al modo in cui i posti cambiano e restano uguali a seconda di dove metti gli occhi.
Si alzò.
Andò in biblioteca.
Il taccuino era esattamente dove il Duca aveva detto.
Cameron lo trovò senza difficoltà, secondo scaffale a sinistra, terza fila dall’alto, rilegato in pelle marrone scuro con il dorso leggermente consumato dal tempo. Lo tirò fuori con una certa cautela, il tipo di cautela automatica che si riserva alle cose vecchie senza decidere di farlo. Era più pesante di quanto sembrasse. Lo portò al tavolo vicino alla finestra, si sedette, lo aprì.
Non erano carte geografiche nel senso moderno, erano qualcosa di più artigianale, più incerto. Disegni a inchiostro su carta ingiallita, alcuni con correzioni sovrascritte, bordi rifatti, nomi cancellati e riscritti in grafia diversa. La tenuta di Blackthorn appariva in ognuna di esse, ma con contorni che cambiavano da carta a carta come se nessuno fosse mai riuscito a mettersi d’accordo su dove finisse davvero.
Cameron sfogliò lentamente.
Cercava, cosa, non lo sapeva ancora. Forse niente. Forse stava solo tenendo le mani occupate mentre la testa faceva altro. Ma le carte erano strane, interessanti in un modo che non si aspettava: non come documenti, per le storie che raccontavano. Ogni correzione era una disputa, ogni nome cancellato era qualcuno che aveva perso qualcosa o qualcuno che aveva vinto. I confini non erano semplici linee, erano negoziazioni solidificate, compromessi diventati inchiostro.
Si fermò su una carta a metà taccuino.
Era diversa dalle altre, più grande, più dettagliata, con una cura nel tratto che le precedenti non avevano. Mostrava la tenuta in un momento in cui era ancora divisa in due: due proprietà separate, con un confine che correva lungo quello che adesso era il sentiero principale del parco. Il lago artificiale non esisteva ancora, al suo posto c’era un avvallamento segnato con parole latine che Cameron non riuscì a decifrare completamente. Aqua qualcosa. Locus qualcosa.
Ai lati del confine, due nomi di famiglia. Uno era Blackthorn, scritto con quella grafia angolosa che Cameron aveva visto sui documenti del maniero. L’altro era un nome che non riconobbe, quattro sillabe in inchiostro più sbiadito, come se fosse stato scritto per primo e poi ignorato a lungo.
Cameron rimase a guardare quella linea di confine per qualche tempo, la linea che divideva quello che adesso era un’unica cosa, che aveva diviso persone che probabilmente si erano odiate o amate o entrambe le cose attraverso quella linea per anni, finché qualcuno non aveva deciso che non valeva la pena di mantenere la divisione.
Chiuse gli occhi un momento.
Li riaprì. Girò la pagina.
Non si accorse subito di quanto tempo fosse passato. La luce dalla finestra si era spostata, non di molto, ma abbastanza da dirgli che aveva smesso di pensare ad Ambrose, al Duca, al bacio, al no che aveva detto quella mattina nell’atrio con le gambe che reggevano a stento. Aveva smesso di pensare a tutto quello e aveva guardato le carte, e le carte lo avevano tenuto lì senza chiedergli niente in cambio.
Era strano. Era quasi piacevole.
Bussarono alla porta.
Non era il Duca. Era un ragazzo giovane che Cameron non aveva mai visto, con la livrea del maniero e un vassoio in mano, una teiera, una tazza, un piattino con qualche biscotto di pasta frolla. Il ragazzo posò tutto sul bordo del tavolo senza parlare, fece un piccolo cenno del capo e sparì prima che Cameron potesse dire niente.
Cameron rimase a guardare il vassoio.
La teiera fumava. I biscotti erano ancora caldi, si sentiva dall’odore, burro e zucchero e qualcosa di speziato che non riusciva a identificare. Sul bordo del vassoio, appoggiato con una cura quasi eccessiva, c’era un piccolo foglio ripiegato. Cameron lo prese.
Tre parole, in una grafia che riconobbe immediatamente, angolosa, precisa, senza fronzoli.
Il confine nord è falso.
Cameron rimase con il foglio in mano per un momento. Poi lo rigirò, il retro era bianco. Lo rigirò ancora. Guardò la porta chiusa, guardò la finestra, guardò le carte geografiche aperte sul tavolo.
Trovò la carta che mostrava il confine nord. Ci guardò più attentamente di prima, e vide, adesso che sapeva dove cercare, quello che non aveva visto prima. La linea era stata tracciata due volte, con inchiostri diversi. La prima, più sbiadita, correva qualche centimetro più a est. La seconda, quella visibile, quella che sembrava ufficiale, era stata sovrapposta alla prima con una mano diversa, in un momento diverso.
Qualcuno aveva spostato il confine. A mano. Su carta. Come se spostarlo sulla carta fosse abbastanza per renderlo reale.
Cameron quasi rise. Non lo fece, ma quasi.
Versò il tè. Prese un biscotto. Tornò alle carte.
Il Duca non era venuto, aveva mandato il tè e tre parole su un foglio, e Cameron non sapeva ancora cosa farsene di quel gesto, non aveva ancora la categoria giusta per tenerlo. Ma il tè era caldo e i biscotti erano buoni e il confine nord era falso, e Cameron era seduto in una biblioteca che non era sua a guardare carte geografiche che non avrebbe mai dovuto trovare interessanti.
Eppure…
Rimase lì fino a quando la luce cambiò di nuovo e la teiera fu vuota e aveva trovato altre due anomalie nelle carte che voleva capire meglio. Poi chiuse il taccuino con cura, lo rimise al suo posto, secondo scaffale a sinistra, terza fila dall’alto, e rimase un momento con la mano ancora sul dorso consumato.
Pensò al Duca che sapeva esattamente quale libro mandargli a prendere.
Pensò che era una cosa piccola. Che non cambiava niente di sostanziale. Che domani avrebbe ancora dovuto decidere cosa fare della propria vita, dove andare, come ricominciare.
Tolse la mano dallo scaffale.
Uscì dalla biblioteca.
Nel corridoio non c’era nessuno, solo le candele a muro e il silenzio del maniero nel pomeriggio, quella quiete che Cameron aveva imparato a distinguere dal silenzio ostile delle prime settimane. Questo era diverso. Più neutro. Più abitabile.
Camminò verso la sua stanza senza fretta.
Il foglio era ancora in tasca, il confine nord è falso, e Cameron non lo tirò fuori, non lo rilesse. Lo lasciò lì, contro la coscia, mentre camminava.
Era solo un foglio. Era solo un’informazione su una carta geografica vecchia di un secolo.
Ma il Duca lo aveva mandato a cercarlo. Lo aveva saputo, aveva saputo che Cameron avrebbe guardato, avrebbe trovato, avrebbe voluto capire. Lo aveva saputo prima che Cameron lo sapesse.
E questo era il gesto più intimo che quell’uomo gli avesse mai fatto.
Più del laudano. Più delle catene. Più del bacio nell’atrio.
Cameron si fermò a metà corridoio.
Rimase fermo per qualche secondo, la mano in tasca sul foglio ripiegato.
Poi riprese a camminare.
«Avete tenuto quel taccuino in biblioteca per anni.»
«Sì.»
«Non l’avete mai mostrato a nessuno.»
«Non c’era nessuno a cui mostrarlo.»
Cameron mangiò da solo.
Il vassoio era stato portato nella sua stanza verso l’imbrunire. Arrosto, pane, una brocca di vino. Cameron aveva mangiato in piedi vicino alla finestra, guardando il parco che diventava buio. Non aveva chiesto del Duca. Nessuno aveva spiegato la sua assenza. Le cose stavano così, e Cameron aveva mangiato e aveva bevuto mezzo bicchiere di vino e aveva rimesso il resto sul vassoio senza finirlo.
Il foglio era ancora in tasca. Il confine nord è falso.
Rimase nella sua stanza finché la luce fuori non fu del tutto sparita. Poi rimase ancora un po’, seduto sul bordo del letto, le mani sulle ginocchia, il fuoco che crepitava piano.
Pensò alle carte. Ai due inchiostri sovrapposti, alla linea spostata, al nome sbiadito dall’altra parte del confine. Pensò al taccuino che stava lì da anni, secondo scaffale a sinistra, terza fila dall’alto, in una biblioteca che il Duca attraversava ogni giorno.
Non c’era nessuno a cui mostrarlo.
Cameron si alzò.
Non aveva ancora deciso dove stava andando, o forse lo aveva deciso e non voleva ammetterlo, che era una distinzione sempre più sottile in quella casa. Uscì nel corridoio. Camminò verso l’ala che non aveva mai avuto ragioni ufficiali per raggiungere, quella che ospitava gli appartamenti del Duca. Il ricordo della notte trascorsa legato al letto a baldacchino lo lambiva con un suono di risacca lontana. Non perché avesse dimenticato, no… L’umiliazione, il laudano, lo specchio in cui le loro immagini sovrapposte, sua e del Duca, si erano confuse insieme, per colpa delle lacrime e della vertigine che aveva provato quando era stato sbalzato suo malgrado fuori dal suo stesso corpo. Ma in quel momento nella sua testa c’era solo il confine sbagliato, e un muto interrogativo che forse solo davanti al Duca avrebbe trovato il modo di risalire fino alle labbra.
Cercò di orientarsi nelle ampie sale, tra i corridoi in penombra. Gli parve di riconoscere la porta della stanza del Duca, fece per bussare. Ma poi udì la musica.
Cameron rimase immobile.
Era un pezzo barocco per violino, una linea melodica che saliva e scendeva con una logica precisa, quasi matematica, in cui ogni nota sembrava sapere esattamente dove stava andando. Il violino era padroneggiato con sicurezza, con quella presenza nel suono che hanno le persone che suonano per sé e non per essere ascoltate. Chi lo imbracciava non stava esibendo niente. Stava solo suonando.
Rimase ad ascoltare.
Il pezzo aveva due voci, lo sentiva chiaramente, anche con un solo strumento. Una linea saliva, l’altra rispondeva dal basso, e le due si inseguivano con una pazienza quasi ostinata, come se stessero cercando di dirsi qualcosa che non riuscivano a dire direttamente. Si rincorrevano, si sfioravano, non si fondevano mai del tutto.
Cameron appoggiò una mano allo stipite.
Pensò a sua madre che gli correggeva la posizione delle dita sul manico, in una stanza piccola con il pavimento che scricchiolava. Pensò a quante cose aveva smesso di fare negli anni, lentamente, senza accorgersene, cose sue che non servivano a nessuno e quindi erano scivolate via. Il violino, disegnare, leggere per piacere invece che per necessità.
La musica si avvicinava alla fine. Le due linee cominciavano a convergere invece di rincorrersi, non a fondersi, solo ad avvicinarsi, come due persone che smettono di girarsi intorno.
Cameron fece un passo indietro.
Poteva andarsene. Nessuno sapeva che era lì. Poteva tornare nella sua stanza, sedersi davanti al fuoco, lasciare che la serata finisse senza rischi.
La musica finì. Il silenzio dopo era ancora pieno di quello che c’era stato.
Cameron alzò la mano e bussò.
Un momento. Due.
«Avanti.»
La voce del Duca era leggermente meno costruita del solito, come succede quando qualcuno viene interrotto in qualcosa di privato prima di aver avuto il tempo di prepararsi.
Cameron spinse la porta.
Lo studio era una stanza che non aveva mai visto. Più piccola della biblioteca, più personale, scaffali di partiture invece di libri, alcune ripiegate, alcune aperte su leggii. Una poltrona consumata sul bracciolo destro stava davanti a un camino basso. Il Duca era in piedi vicino alla finestra, il violino ancora in mano, l’archetto nell’altra.
Guardò Cameron entrare senza dire niente.
Cameron rimase sulla soglia un secondo. Poi disse, la voce più bassa del previsto: «Non sapevo che suonaste.»
«Non lo dico in giro.» Solo un fatto.
Cameron guardò lo strumento. «Cosa era?»
«Una canzona. Bartolomé de Selma y Salaverde.» Il Duca abbassò lentamente l’archetto. «Scritta per due voci. Io la suono da solo.»
Cameron alzò gli occhi su di lui.
«Mia madre mi ha insegnato il violino,» disse. Le parole uscirono prima che decidesse di dirle, come succedeva sempre più spesso in quella casa. «Non lo tocco da anni.»
Il Duca non rispose subito. Abbassò lo sguardo sullo strumento, un momento breve, quasi involontario, poi lo posò con cura sul leggio più vicino.
«Siediti,» disse.
Cameron si sedette. La poltrona consumata sul bracciolo era chiaramente quella del Duca, portava i segni di chi vi tornava sempre. Cameron scelse l’altra, più rigida, dall’altro lato del camino. Il Duca non commentò. Si sedette, tenendo l’archetto in mano.
«Il confine nord,» disse il Duca.
Cameron quasi sorrise. «Era spostato a mano. Inchiostro diverso, grafia diversa.»
«Mio nonno. Aveva una disputa con il vicino da trent’anni. A un certo punto ha deciso che era più semplice ridisegnare la carta.»
«Ha funzionato?»
«Per lui sì.»
Cameron guardò il fuoco. «E adesso?»
«Il vicino è morto. Suo figlio non sa che il confine è falso.» Posò l’archetto sul bracciolo. «Non vedo motivi per dirglielo.»
Cameron annuì lentamente. Non era una questione morale, o forse lo era, ma non in quel momento. Stava solo registrando un’informazione che si aggiungeva a tutto quello che già sapeva del Duca e che non riusciva ancora a tenere insieme in modo ordinato.
Il silenzio che seguì era abitabile. Come se la stanza fosse abituata al silenzio di una persona sola e si stesse adattando, senza disagio, a contenerne due.
«Perché una canzona per due voci?» disse Cameron. Non era una vera domanda.
Il Duca lo guardò. «Perché è il pezzo più onesto che conosca. Due linee che non si fondono mai del tutto. Si inseguono, si rispondono, a volte si sovrappongono. Ma restano due.»
Cameron rimase con quelle parole per un momento.
«Avete tenuto quel taccuino in biblioteca per anni,» disse piano.
«Sì.»
«Non l’avete mai mostrato a nessuno.»
Il Duca non rispose subito. Quando parlò, la voce era quasi neutra: «Non c’era nessuno a cui mostrarlo.»
Cameron alzò gli occhi su di lui.
Il Duca lo stava guardando, non con la fame controllata che Cameron aveva imparato a riconoscere, non con il calcolo di chi aspetta il momento giusto. Con qualcosa di più semplice e molto più difficile da reggere.
Cameron abbassò lo sguardo sul fuoco.
Rimase così per un tempo che non seppe misurare.
«Domani,» disse alla fine. «Mi mostrate il confine nord? Dal vivo. Non sulla carta.»
Il Duca rimase in silenzio per un secondo.
«Sì,» disse.
Cameron si alzò, senza fretta, senza bruschi cambi di registro. «Buonanotte.»
«Buonanotte.»
Uscì. La porta si chiuse piano.
Nel corridoio camminò lentamente verso la sua stanza, le mani in tasca, il foglio ancora contro la coscia.
Pensò alla canzona per due voci suonata da una sola.
Pensò a non c’era nessuno a cui mostrarlo detto con quella voce quasi neutra, una piccola forma di vulnerabilità, quasi invisibile, ma reale.
Aprì la porta della sua stanza. Si sedette sul bordo del letto al buio.
Non sapeva ancora dove stava andando.
Ma stava andando da qualche parte. E per la prima volta da quando era entrato in quella casa, quella direzione era sua.
La pioggia continuava a cadere. Il mondo non aveva smesso di esistere.
Partirono all’alba, quando il cielo era ancora di quel grigio indeciso che non sa ancora se vuole diventare luce.
Il Duca aveva detto solo «porta un soprabito pesante» la sera prima, sulla soglia dello studio, prima che Cameron uscisse. Niente altro. Cameron aveva fatto come gli era stato detto.
Cavalcarono verso nord attraverso la parte del parco che Cameron non aveva ancora esplorato, più selvatica, meno curata, con gli alberi che si facevano più fitti e il sentiero che diventava via via meno sentiero e più traccia, come qualcosa che esisteva solo perché qualcuno ci passava sopra di tanto in tanto e l’erba aveva smesso di crescere in quel punto.
Il Duca cavalcava davanti, il passo dello stallone lento e sicuro sul terreno irregolare. Non parlava.
Cameron lo seguiva a una lunghezza di cavallo, il soprabito abbottonato fino in cima, le mani ferme sulle redini.
L’aria era diversa in quella parte della tenuta, più umida, con quell’odore di terra e corteccia bagnata che viene dalle cose che non vengono disturbate spesso. Ogni tanto un uccello partiva da qualche ramo con un suono brusco, e i cavalli alzavano la testa, e poi tutto tornava silenzioso.
Cameron guardava il paesaggio. Non cercava niente in particolare, lasciava che gli occhi si muovessero senza istruzioni, dall’albero alla radice esposta al cielo tra i rami. Era una cosa che non faceva quasi mai. Guardare senza uno scopo.
«Eccolo,» disse il Duca.
Si erano fermati su un piccolo rialzo. Davanti a loro il terreno scendeva leggermente verso una linea di alberi più bassi, e lì, quasi invisibile se non si sapeva dove guardare, c’era una serie di pietre conficcate nel suolo a distanze regolari, coperte di muschio, alcune inclinate per l’età o il ghiaccio.
Il confine.
Cameron smontò senza aspettare, liberandosi del soprabito. Si avvicinò alla prima pietra, si accovacciò, la guardò da vicino. Il muschio era spesso, verde scuro, con quella consistenza umida che ti resta sulle dita. Sotto, appena visibile, c’era un segno inciso, una lettera, forse, o uno stemma consumato dal tempo.
«Dove sarebbe il confine vero?» chiese.
Il Duca smontò a sua volta. Andò a fermarsi qualche metro più a est, tra due alberi. «Qui. La linea originale passava tra questi due querce. Mio nonno l’ha spostata di circa quattro metri verso est, abbastanza da includere una sorgente che il vicino usava per abbeverare il bestiame.»
Cameron si alzò, camminò fino al punto che il Duca aveva indicato. Si fermò tra i due alberi. Guardò in una direzione, poi nell’altra. Non c’era niente di particolare da vedere, solo alberi, erba, il terreno leggermente più umido vicino a dove doveva essere la sorgente.
«Per una sorgente,» disse.
«Per una sorgente.»
«E il vicino non ha mai capito.»
«Il vicino ha capito benissimo.» Il Duca si avvicinò, si fermò accanto a Cameron tra i due alberi. «Ma non aveva le risorse per contestarlo in modo formale. E mio nonno lo sapeva quando ha ridisegnato la carta.»
Cameron rimase in silenzio per un momento. Guardava il terreno ai suoi piedi, quella linea invisibile che separava quello che era di qualcuno da quello che era di qualcun altro, spostata di quattro metri su un foglio di carta ingiallita da qualcuno che era morto da decenni.
«Perché me lo hai mostrato?» chiese.
Il Duca non rispose subito. Stava guardando nella stessa direzione di Cameron, gli alberi, il terreno umido, il cielo che stava finalmente decidendo di diventare luce.
«Perché è la cosa meno onorevole che so della mia famiglia,» disse alla fine. «E mi sembrava giusto che tu la sapessi.»
Cameron girò la testa verso di lui.
Il Duca non lo stava guardando. Aveva ancora gli occhi sulla linea di alberi davanti a sé, con quella postura diritta e controllata che Cameron conosceva, ma c’era qualcosa di diverso, qualcosa di leggermente più aperto, come una finestra socchiusa in una stanza che di solito sta chiusa.
«Perché ti sembrava giusto,» ripeté Cameron.
«Perché sei qui.» Il Duca si voltò verso di lui. «Non come prigioniero. Non per il denaro, o non solo. Sei qui perché hai scelto di esserlo, ieri mattina, in quell’atrio. E quando qualcuno fa una scelta così, merita di sapere in cosa sta entrando. Inclusa la parte del confine spostato.»
Cameron lo guardò. Il Duca lo guardava, quegli occhi scuri che non perdevano niente, che Cameron aveva imparato a non cercare di evitare perché non serviva, perché lo trovavano lo stesso.
L’aria era ferma. Da qualche parte tra gli alberi c’era il suono leggero dell’acqua, la sorgente, quella per cui qualcuno aveva ridisegnato una carta un secolo fa.
Cameron non seppe cosa guidasse i suoi gesti. Non ci fu una decisione, non ci fu un momento in cui scelse. Ci fu solo un passo, poi un altro, e all’improvviso erano più vicini, e poi vicinissimi.
Anche il Duca si mosse, verso di lui, ma nessuno dei due decideva davvero, ed entrambi lo facevano.
La pioggia era cominciata piano, quasi senza che se ne accorgessero, prima un suono tra le foglie, poi il freddo sottile sui capelli, poi l’acqua che scorreva lungo il collo, che incollava la camicia alla pelle. Nessuno dei due si mosse per ripararsi.
Il bacio fu semplice. Non come il bacio nell’atrio, quello era stato una collisione, rabbia e fame e settimane di tensione che esplodevano tutte insieme. Questo era diverso. Più lento, più deliberato, il tipo di cosa che accade quando non ci sono più scuse da usare e non ci sono più difese da mantenere e rimane solo quello che c’è.
Le labbra del Duca erano fredde nell’aria e bagnate di pioggia. Cameron sentì la mano di Blackthorn sfiorargli la guancia, appena, il dorso delle dita, quasi incerto, e fu quel gesto più del bacio stesso a fermarlo dentro. Non la fame, non il controllo, non la tattica. Solo il tatto di qualcuno che si trattiene perché sa che questo è il momento in cui meno è di più.
Cameron non si ritrasse. Lasciò che il bacio durasse, che si posasse, che respirasse. La pioggia cadeva su entrambi, uguale, indifferente, il freddo dell’acqua e il calore che veniva dall’altro, e per qualche secondo non cercò di capire la differenza tra i due.
Quando si separarono, nessuno dei due parlò subito.
Rimasero fermi tra gli alberi, l’acqua che continuava a cadere, i capelli bagnati, le camicie incollate alla pelle. Abbastanza vicini da sentire il respiro dell’altro nell’aria fredda, abbastanza lontani da poter vedere il viso dell’altro. Il Duca lo guardava con un’espressione che Cameron non riuscì a decifrare del tutto, non trionfo, non fame, qualcosa di più quieto, quasi come se anche lui stesse aspettando di capire cosa fosse appena successo.
La pioggia continuava a cadere. Il mondo non aveva smesso di esistere.
Il Duca aveva un’espressione che Cameron non aveva mai visto su quel viso, non trionfo, non fame controllata, non il calcolo del predatore che ha aspettato a lungo. Qualcosa di più nudo, di meno costruito. Qualcosa che assomigliava, pericolosamente, alla vulnerabilità.
Cameron abbassò gli occhi. Li alzò di nuovo.
«Il confine spostato,» disse alla fine, la voce bassa.
«Sì.»
«Tua nonna lo sapeva?»
Il Duca rimase un secondo in silenzio, come se la domanda lo avesse colto di sorpresa. Poi, piano: «Probabilmente sì. Non ne parlava.»
Cameron annuì lentamente. Poi si voltò verso i cavalli.
«Torniamo,» disse.
Non era un rifiuto. Non era una fuga. Era solo quello che era, due persone che avevano fatto una cosa e che adesso avevano bisogno di un po’ di strada e di aria tra loro per capire cosa farsene.
Il Duca lo seguì senza dire niente.
Cavalcarono verso il maniero in silenzio, ma era un silenzio diverso da quello dell’andata. Più pieno. Più consapevole di se stesso.
A un certo punto, sulla strada di ritorno, il Duca disse, senza guardarlo, gli occhi dritti davanti: «Non me lo aspettavo.»
Cameron tenne gli occhi sul sentiero. «Nemmeno io.»
«È stato diverso dall’altra volta.»
«Sì.»
Il Duca non aggiunse altro. Cameron nemmeno.
Ma quando arrivarono al cortile e smontarono e consegnarono i cavalli agli stallieri, Cameron notò che il Duca aveva rallentato il passo, di poco, quasi impercettibilmente, in modo da camminare accanto a lui invece che davanti.
Un passo. Solo un passo di distanza diversa.
Cameron lo notò e non disse niente.
«Non è andata come avevo previsto,» disse il Duca, sottovoce.
«No,» concordò Cameron.
«Avevo previsto di vincere.»
Cameron tornò allo studio dopo cena.
Non fu una decisione, o fu la stessa non-decisione del bacio al confine nord, quella cosa che accade quando smetti di chiederti se farla e ti ritrovi già a farla. Si ritrovò davanti alla porta, la mano alzata, e bussò.
«Avanti.»
Il Duca era seduto nella sua poltrona, il violino sulle ginocchia, l’archetto in mano. Non stava suonando, stava guardando lo strumento come se stesse pensando a qualcosa che non riguardava il violino.
Alzò gli occhi quando Cameron entrò. Non disse niente.
Cameron si sedette nell’altra poltrona, la sua, ormai, quella più rigida dall’altro lato del camino. Il fuoco era alto, la stanza calda, le partiture sugli scaffali proiettavano ombre lunghe sulle pareti.
Silenzio.
Non il silenzio ostile delle prime settimane, non il silenzio carico di tattica. Questo era diverso, denso, presente, consapevole di se stesso. Il tipo di silenzio che sa cosa contiene.
Il Duca abbassò gli occhi sul violino. Posò l’archetto sullo strumento, non per suonare, solo per tenerlo, le dita che trovavano la posizione senza che lui decidesse di cercarsela.
«Al confine nord,» disse alla fine, senza preamboli.
«Sì,» disse Cameron.
«Non me lo aspettavo.»
«L’hai già detto.»
«Lo sto dicendo ancora.» Il Duca alzò gli occhi su di lui. Non c’era ironia in quella frase, era solo vera, e la voce lo diceva. «Non sono abituato a non aspettarmi le cose.»
Cameron lo guardò. Nella luce del fuoco il viso del Duca aveva quell’espressione ambigua che Cameron aveva imparato a riconoscere come la sua versione dell’onestà, non aperto, mai del tutto aperto, ma con qualcosa di meno costruito del solito.
«Lo so,» disse Cameron.
Il Duca inclinò leggermente la testa. «Ti dà soddisfazione?»
Cameron considerò la domanda seriamente. «Un po’.»
Il Duca quasi sorrise. Non del tutto, ma quasi, e Cameron lo vide, e il fatto di vederlo era già qualcosa.
Silenzio di nuovo. Il fuoco crepitava. Da fuori, lontano, il vento tra gli alberi.
Il Duca portò il violino sotto il mento. Posò l’archetto sulle corde, e poi rimase così, fermo, senza muoverlo. Come se stesse ascoltando qualcosa che non aveva ancora cominciato.
«La canzona,» disse Cameron.
«Sì.»
«Quella per due voci.»
«Sì.»
Cameron rimase in silenzio per un momento. Poi disse, piano: «Suonala.»
Il Duca lo guardò, un secondo solo, breve, con quell’attenzione totale che Cameron non cercava più di evitare. Poi abbassò gli occhi sullo strumento e cominciò.
La prima nota riempì la stanza come qualcosa di fisico.
Cameron rimase fermo nella sua poltrona, le mani sulle ginocchia, e ascoltò. La melodia saliva e scendeva con quella logica precisa e quasi inevitabile della musica barocca, ogni nota sapeva dove stava andando, ogni frase chiamava la successiva. E sotto la voce principale, la seconda linea che rispondeva, si inseguivano, si avvicinavano senza mai toccarsi del tutto.
Due voci. Una sola mano.
Cameron sentì qualcosa spostarsi dentro, non in modo drammatico, non un’esplosione. Qualcosa di più lento, più profondo, come quando gli occhi si abituano al buio e cominciano a vedere le forme delle cose.
Il Duca suonava con gli occhi chiusi. Le dita si muovevano sulle corde con una sicurezza che veniva da anni, da centinaia di serate in quella stanza da solo con quello strumento. Cameron guardava le sue mani, le stesse mani che lo avevano tenuto incatenato, che avevano portato il bicchiere d’acqua, che si erano fermate sulla soglia del contatto troppe volte da contare, e pensò che non aveva ancora finito di capire quell’uomo. Che probabilmente non avrebbe mai finito.
La canzona raggiunse il punto in cui le due linee convergevano, non si fondevano, mai, ma si avvicinavano abbastanza da sembrare quasi una cosa sola. Cameron sentì il respiro cambiare senza che lo decidesse.
Il Duca aprì gli occhi.
Li incontrò subito, come se sapesse esattamente dove guardare, come se lo avesse saputo dall’inizio. Continuò a suonare senza abbassare lo sguardo. Cameron non abbassò il suo.
Rimasero così fino alla fine, il Duca che suonava, Cameron che guardava, la musica che riempiva lo spazio tra loro con qualcosa che nessuno dei due aveva ancora trovato il modo di dire a parole.
Quando l’ultima nota si spense, il silenzio che rimase era diverso da tutti gli altri.
Il Duca abbassò il violino lentamente. Lo posò sul leggio. Non disse niente. Rimase lì dov’era, le mani libere, il corpo ancora nel gesto di chi ha appena finito qualcosa e non sa bene dove mettere sé stesso.
Cameron si alzò e si mosse.
Non verso la porta, verso di lui. Due passi, tre, fino a essere in piedi davanti al Duca che lo guardava senza muoversi, senza il solito calcolo negli occhi, con qualcosa di molto più semplice e molto più pericoloso.
Cameron allungò una mano. La posò sulla guancia del Duca, il palmo contro la pelle, le dita che trovavano la linea della mascella. Il Duca chiuse gli occhi per un secondo. Un solo secondo, breve come un respiro trattenuto.
Poi li riaprì.
«Cameron,» disse. Solo il nome. Niente altro.
Cameron non rispose. Lo guardò soltanto, la mano ancora ferma sulla sua guancia.
Il Duca non si mosse. Per la prima volta da quando Cameron lo conosceva, aspettava, non con il calcolo di chi lascia che gli altri si scoprano, ma con qualcosa di diverso, più vicino all’incertezza.
Fu Cameron ad avvicinarsi.
Quello che successe dopo non assomigliò a niente di quello che era successo prima in quella casa. Non c’era laudano, non c’erano catene, non c’era la pressione calcolata di chi aspetta che l’altro ceda. Solo due persone in una stanza calda con il fuoco alto e il violino sul leggio e il peso di tutto quello che era successo prima: non come ostacolo, come fondamenta.
Il Duca condusse Cameron verso la sua stanza con una mano sul fianco, non stringendo, solo guidando, come si guida qualcuno che sa già dove sta andando, ma a cui fa piacere sentire la direzione.
Cameron lasciò che lo guidasse. Non perché non potesse scegliere. Aveva già scelto.
La stanza del Duca era quella che Cameron conosceva, lo stemma sul camino, il ritratto austero, l’odore di tabacco e brandy che adesso non evocava più solo minaccia. Il fuoco era basso, la luce ambrata e incerta, le ombre che si muovevano sulle pareti come cose vive.
Si fermarono a metà della stanza, uno di fronte all’altro.
Nessuno dei due si mosse subito. C’era qualcosa in quella pausa che non era esitazione, era riconoscimento. Il momento in cui si guarda quello che sta per accadere e si sceglie ancora, un’ultima volta, di lasciarlo succedere.
Cameron mosse per primo le mani. Le portò al petto del Duca, ai bottoni della camicia, aprendoli lentamente, uno alla volta. Il Duca rimase fermo, le braccia lungo i fianchi, gli occhi che lo fissavano con un’attenzione che adesso non pesava più come controllo, ma come qualcosa di diverso, qualcosa di più esposto. Cameron lavorò senza fretta, sentendo il tessuto cedere sotto le dita, la camicia che si apriva, la pelle che appariva, pallida nella luce bassa, calda al tatto quando i dorsi delle dita la sfiorarono di passaggio.
Quando la camicia cadde, Cameron si fermò.
Guardò il Duca, il petto, le spalle, le linee del corpo che aveva sentito contro di sé in modi completamente diversi da questo. Poi alzò gli occhi e incontrò il suo sguardo.
Il Duca aveva un’espressione che Cameron non aveva ancora imparato del tutto, non il controllo glaciale, non la fame predatoria. Qualcosa di più semplice e molto più difficile da sostenere. Come se stesse aspettando qualcosa che non aveva mai aspettato prima.
Cameron posò il palmo aperto sul suo petto, esattamente sopra il cuore, specchio preciso del gesto che il Duca aveva fatto su di lui infinite notti prima, in una stanza diversa con tutt’altro peso tra loro.
Il Duca inspirò. Un suono piccolo, involontario, che Cameron raccolse in silenzio.
«Lo senti?» disse Cameron, sottovoce.
«Sì.» La voce del Duca era più bassa del solito, con quella crepa che Cameron aveva imparato a riconoscere come il suo unico modo di cedere.
Le mani del Duca si mossero, sulle spalle di Cameron, lente, scendendo lungo le braccia, come se stesse imparando una forma che pensava di conoscere già e scoprisse che era diversa. Cameron sentì il contatto attraverso la camicia, poi le dita che trovavano il bordo del tessuto e cominciavano a tirarlo fuori dai pantaloni con una pazienza quasi dolorosa.
Lo lasciò fare, perché aveva scelto, e questa differenza si sentiva in ogni cosa, nel modo in cui il corpo non cercava di resistere, nel modo in cui il respiro usciva più lento invece di trattenersi.
Anche la camicia di Cameron scivolò a terra. Le mani del Duca tornarono sulla sua pelle, il petto, le costole, i polsi ancora leggermente segnati, che i suoi pollici sfiorarono in un gesto quasi di scusa.
Cameron sentì una scarica lungo la spina dorsale, diversa da tutte le volte precedenti perché questa volta non c’era niente da combattere.
Si avvicinarono.
Il bacio fu diverso da quello al confine nord, più lungo, più profondo, con le mani che si muovevano e i corpi che cercavano la distanza giusta, quella distanza che è nessuna distanza. Cameron sentì il Duca tremare appena, quel tremore che aveva visto solo poche volte e che ogni volta lo spiazzava perché non se lo aspettava, non da quell’uomo.
«Tremi,» disse Cameron, la bocca ancora vicina alla sua.
«Sì,» disse il Duca. Nessuna spiegazione. Solo la parola, nuda.
Si spostarono verso il letto senza fretta, quei movimenti che accadono quando il corpo prende la guida e la mente smette di fare obiezioni. Cameron si sdraiò. Il Duca rimase in piedi un momento, lo guardò dall’alto con quell’espressione che Cameron stava ancora imparando, poi si chinò su di lui, lento, il peso che arrivava graduale come qualcosa di inevitabile.
Cameron lo lasciò fare.
Il Duca era lento in modo quasi insopportabile, non per crudeltà, questa volta, ma per qualcosa di completamente diverso. Come se volesse sentire ogni cosa invece di accelerare verso il punto. Le mani esploravano il suo corpo con una cura che Cameron non si aspettava da quell’uomo, in quel momento, dopo tutto quello che era successo tra loro.
Cameron sentì il respiro cambiare, più corto, più irregolare, e non cercò di controllarlo. Lasciò che succedesse. Lasciò che il Duca lo sentisse, che vedesse sul suo viso quello che c’era da vedere, senza il filtro del laudano e senza la maschera della resistenza.
Quando il Duca si mosse, con quella decisione silenziosa che Cameron riconobbe come il suo modo per chiedere, Cameron alzò gli occhi su di lui.
«Sì,» disse. Solo quello. Ma era abbastanza.
Il Duca abbassò la fronte contro la sua per un secondo, un gesto così piccolo e così inaspettato che Cameron rimase con il fiato sospeso, poi si mosse ancora, e Cameron si aprì a lui, e non c’era niente da subire perché era lì con tutto se stesso, presente e consapevole e parte di quello che stava succedendo.
Seguì quello che seguì, il calore, il peso, il ritmo che trovarono insieme senza doverlo negoziare. Cameron tenne il Duca vicino con le mani sulla schiena, non per trattenerlo ma perché voleva sentirlo, perché era la prima volta che il tocco era suo quanto era dell’altro. A un certo punto si ritrovò a guardarlo, il viso del Duca a pochi centimetri dal suo, gli occhi chiusi, il controllo completamente sparito, e sentì qualcosa stringersi nel petto che non era solo piacere fisico. Era la prima volta che lo vedeva davvero senza difese.
«Qual è il tuo nome,» disse contro le sue labbra. Non era una domanda, era appena un fiato.
Il Duca aprì gli occhi, quegli occhi lucidi, stranamente indifesi. «Nigel.» Una pausa. «Perché?»
Cameron non rispose. Chiuse gli occhi.
Venne con il nome del Duca sulla bocca, uscito prima che potesse trattenerlo. Non sentì vergogna. Sentì solo quello. Pulito e reale e suo.
Il Duca seguì poco dopo, il viso nascosto nel cavo del suo collo, le dita strette sulla sua schiena, e quel tremore tornò, più lungo questa volta, più profondo, tutto il controllo che cedeva in una volta sola.
Cameron lo tenne stretto. Non ci pensò, lo fece e basta, le braccia che si chiudevano intorno a quelle spalle mentre l’altro si spezzava contro di lui.
Rimasero così, il respiro che si calmava, il fuoco che si abbassava, il peso dell’altro come qualcosa di familiare e nuovo insieme, impossibile da separare in questo momento.
Poi il Duca si spostò, non lontano, solo abbastanza da guardarlo. Si appoggiò sul fianco, il viso a pochi centimetri dal suo, nel buio crescente della stanza.
Cameron lo guardò.
Il Duca aveva ancora quell’espressione, quella che Cameron stava ancora imparando, quella senza nome preciso. Solo adesso era più chiara, meno velata. Come una stanza dopo che qualcuno ha aperto le finestre.
«Non è andata come avevo previsto,» disse il Duca, sottovoce.
«No,» concordò Cameron.
«Avevo previsto di vincere.»
Cameron rimase in silenzio per un secondo. Poi: «Hai vinto qualcosa.»
Il Duca lo guardò. «Anche tu.»
Cameron non rispose subito. Guardò il soffitto, le ombre del fuoco che si muovevano, il buio agli angoli della stanza. Poi si girò sul fianco verso di lui.
«Non so ancora cosa,» disse.
«Nemmeno io.» Il Duca fece una piccola pausa. «È la prima volta che non so.»
Cameron sentì qualcosa spostarsi nel suo petto, non una risata, qualcosa di più caldo e più sottile. La prima volta che non so, detto da quell’uomo, con quella voce, in quella stanza, era forse la cosa più onesta che avesse mai sentito da lui.
«Posso restare?» chiese Cameron.
Il Duca rimase un secondo in silenzio, un secondo solo, breve come un respiro.
«Sì,» disse.
Il fuoco crepitò piano nel camino.
Fuori, il vento tra gli alberi del parco.
E nessuno dei due si mosse per un tempo molto lungo.
Cameron si svegliò che era ancora buio.
Non di scatto, non con il cuore che batteva forte come nelle settimane precedenti, si svegliò lentamente, come chi emerge da qualcosa di profondo e non ha fretta di arrivare in superficie. Per qualche secondo rimase immobile, orientandosi. Il soffitto era diverso da quello della sua stanza. Il fuoco era ridotto a braci. Le lenzuola odoravano di tabacco e di qualcosa di più caldo, più personale.
Poi sentì il respiro del Duca accanto a lui, e ricordò.
Si girò lentamente sul fianco.
Il Duca dormiva. Non era un’osservazione ovvia, Cameron non aveva mai pensato a lui come qualcuno che dormisse, che avesse bisogno di dormire, che avesse un viso diverso nel sonno da quello che mostrava sveglio. Eppure eccolo lì: le spalle rilassate, la mascella morbida, i capelli leggermente scomposti sul cuscino. Senza il controllo che portava addosso come una seconda giacca, sembrava più giovane. Non più vulnerabile, solo più reale.
Cameron rimase a guardarlo per un tempo che non seppe misurare.
Pensò a tutte le versioni di quell’uomo che aveva conosciuto, il predatore calcolato, il Duca elegante e impenetrabile, l’uomo con le nocche bianche che si tratteneva dal toccare, l’uomo che aveva detto non così quando avrebbe potuto prendere tutto. Pensò alla canzona a due voci suonata da solo, al confine nord spostato di quattro metri su una carta ingiallita, a non lo so ancora nemmeno io cosa sia detto con le spalle rivolte alla porta. Pensò che non aveva ancora finito di capirlo. Probabilmente non avrebbe mai finito.
Il Duca aprì gli occhi.
Non di scatto, lentamente, come Cameron, come se anche lui emergesse da qualcosa di profondo. Incontrò il suo sguardo senza sorpresa, come se sapesse già di essere guardato. Per un momento nessuno dei due parlò.
Poi il Duca disse, la voce bassa e leggermente rauca per il sonno: «Da quanto tempo sei sveglio?»
«Non lo so.»
Il Duca annuì appena, come se fosse una risposta sufficiente. Non si mosse per alzarsi. Rimase lì, sul fianco, a guardarlo con quella concentrazione che Cameron aveva imparato a riconoscere, solo che adesso, senza vestiti e senza il maniero intorno e senza nessuna tattica da giocare, sembrava diversa. Più semplice. Più costosa.
«Stai bene?» chiese il Duca.
Cameron considerò la domanda seriamente, come meritava. «Sì,» disse alla fine. «Tu?»
Un piccolo silenzio. «Sì.»
Non erano risposte elaborate. Ma erano vere, e entrambi lo sapevano, e questo bastava per un momento.
Il fuoco crepitò piano. Fuori le finestre il buio stava cedendo, quella luce grigia e indecisa che precede l’alba senza ancora dichiararla.
«Non è andata come avevo previsto,» disse il Duca. Lo aveva già detto la sera prima, ma adesso suonava diverso, non come constatazione, come qualcosa che stava ancora elaborando.
«No,» concordò Cameron.
«Ho previsto quasi tutto, in questa casa.» Il Duca abbassò leggermente gli occhi, poi li rialzò su Cameron. «Le tue resistenze, i tuoi tentativi di fuga, il modo in cui avresti reagito al laudano, alla fame, al dubbio su Ambrose. Avevo costruito ogni cosa con cura.»
«Lo so.»
«Ma non ho previsto questo.» Una pausa breve. «Non ho previsto di volerti ancora qui la mattina dopo. Non come prigioniero.»
Cameron rimase in silenzio per un momento. Poi disse, piano: «Anch’io non avevo previsto di volerci restare.»
Il Duca lo guardò, con quella stessa espressione nuda che Cameron aveva visto la sera prima, quella senza nome preciso. Come se stesse cercando di capire se Cameron stesse dicendo la verità, e come se sperasse che fosse così, e come se quella speranza lo disturbasse più di qualsiasi altra cosa.
«Cameron,» disse il Duca.
«Sì.»
«Non so come fare con questo.» Lo disse semplicemente, senza enfasi, come si dice una cosa ovvia. «Non sono abituato a non sapere come fare le cose.»
Cameron lo guardò.
«Nemmeno io,» disse Cameron. «Ma non sto scappando.»
Il Duca rimase in silenzio per un secondo. Poi, con un gesto piccolo e quasi involontario, allungò una mano e la posò sul fianco di Cameron, non stringendo, non possessivo. Solo lì, come per verificare che fosse ancora reale.
Cameron non si allontanò.
Rimasero così mentre il buio fuori diventava grigio e il grigio cominciava a cedere alla luce, il fuoco che si spegneva piano nel camino e nessuno dei due che faceva niente per tenerlo vivo.
«Ho fame,» disse Cameron alla fine.
Il Duca quasi rise, un suono breve, basso, genuino. «Anch’io.»
«Colazione?»
«Colazione.»
Si alzarono. Nessuno dei due si affrettò. Nessuno dei due cercò di riempire il silenzio con parole che non servivano. Cameron trovò la propria camicia sul pavimento, se la infilò. Il Duca indossò una veste da camera senza la cura solita, i capelli ancora scomposti, e non sembrava disturbato da questo.
Erano due persone che si alzavano dopo una notte passata insieme e andavano a fare colazione.
Era semplice e impossibile e reale.
Cameron aprì la porta. Si fermò un secondo sulla soglia, si voltò.
Il Duca lo stava guardando, con quell’espressione senza nome, quella che Cameron stava ancora imparando, ma che adesso riconosceva abbastanza da sapere cosa conteneva.
«Vieni,» disse Cameron.
Il Duca lo seguì.
«Le mani,» disse Cameron sottovoce.
Il Duca alzò gli occhi su di lui. «Cosa?»
«Le tieni ferme o le usi. Scegli.»
La sala da colazione era piccola. La luce entrava obliqua, ancora invernale.
Si sedettero uno di fronte all’altro, e per qualche minuto non ci fu niente tranne il suono del caffè versato e il silenzio del maniero intorno.
Cameron mangiò.
Il Duca bevve il caffè lentamente e guardò fuori dalla finestra con l’aria di chi sta pensando a qualcosa che non riguarda il paesaggio.
A un certo punto i loro occhi si incontrarono sopra il tavolo.
Fu Cameron ad abbassare i suoi per primo, non per cedimento, solo perché c’era qualcosa in quello sguardo che non riusciva ancora a reggere a lungo senza sentire qualcosa muoversi nel petto, qualcosa senza un nome preciso, che non era gratitudine e non era desiderio e non era niente che avesse mai sentito prima.
«Cosa fai di solito, la mattina?» disse.
Il Duca posò la tazza. «Dipende da quello che è successo la sera prima.»
Cameron non rispose subito. Guardò le proprie mani sul tavolo, i segni sui polsi ancora leggermente arrossati, quasi spariti, ma non del tutto. «E stamattina?»
«Stamattina,» disse il Duca, «non lo so ancora.»
Lo disse semplicemente, senza enfasi. Cameron alzò gli occhi su di lui e trovò quello sguardo già lì ad aspettarlo, non il calcolo di chi aspetta che l’altro si scopra, qualcosa di diverso, qualcosa che somigliava all’incertezza nel modo in cui l’incertezza somiglia alla paura senza esserne la stessa cosa.
Cameron pensò a tutte le volte che aveva cercato una crepa in quell’uomo e non l’aveva trovata. Pensò che adesso la crepa era visibile e non sapeva cosa farsene, non aveva ancora imparato come si sta vicino a qualcuno che ha smesso di essere impenetrabile.
Cameron guardò fuori dalla finestra. Il cielo era grigio, indeciso.
Il Duca seguì il suo sguardo verso il giardino, poi lo riportò su di lui. «Pioverà.»
«Lo so.» Cameron si alzò, portò la tazza al vassoio. «Niente cavallo.»
Il Duca era ancora seduto, la veste da camera aperta sul collo, gli occhi su di lui con quell’attenzione che adesso non pesava più come controllo, ma che non era ancora diventata qualcosa di comodo.
«La sala della musica,» disse. «È quella che vuoi.»
«Non ho detto questo.»
«No.» Una pausa breve. «Ma ti conosco.»
Cameron rimase fermo per un secondo. Quelle tre parole nell’aria tra loro avevano un peso strano, non arrogante, solo vero, e la verità faceva più effetto dell’arroganza perché non c’era modo di combatterla.
«Suonerai per me?» chiese Cameron.
Il Duca si alzò.
La sala della musica aveva due finestre alte sul giardino nord, quello meno curato, con le siepi che nessuno aveva potato di recente e l’edera che prendeva il muro con la pazienza lenta delle cose che non hanno fretta.
Il Duca andò al leggio senza esitare.
Cameron rimase in piedi vicino alla finestra, le mani in tasca, e lo guardò prendere lo strumento con quella gestualità automatica che conosceva ormai, le dita sul manico, il saluto rapido alle corde che non era un controllo, ma qualcosa di più antico.
Non gli chiese cosa volesse sentire. Portò il violino sotto il mento e cominciò.
Non la canzona, qualcosa di più lento, con una struttura che Cameron non sapeva nominare, ma riconosceva come personale, come qualcosa che si suona quando non si vuole suonare per qualcuno, ma non si vuole nemmeno stare in silenzio. Cameron rimase fermo ad ascoltare e sentì quella cosa solita, quel cedimento interno che la musica di quell’uomo gli provocava da quando l’aveva sentita la prima volta, quando ancora la combatteva e adesso no.
A un certo punto si sedette sul pavimento, la schiena contro il muro sotto la finestra.
Il Duca aprì gli occhi e lo vide lì, con la schiena contro il muro e le braccia sulle ginocchia, che lo guardava senza nessuna delle maschere che aveva portato addosso per settimane. Non cambiò niente, non il ritmo, non l’espressione. Continuò a suonare, ma i suoi occhi rimasero su Cameron per un momento troppo lungo per essere casuale, e Cameron li sostenne senza abbassare i propri, e tra loro scorreva qualcosa che la musica conteneva e che senza la musica sarebbe stato impossibile da reggere.
Quando l’ultima nota si spense il silenzio era pieno.
Il Duca abbassò il violino lentamente, lo posò sul leggio senza guardarlo, gli occhi ancora su Cameron. Poi attraversò la stanza, non in fretta, con quella sua andatura misurata che non aveva mai imparato ad affrettarsi, e si chinò davanti a lui.
Cameron lo guardò dal basso per un secondo. Il Duca accovacciato ai suoi piedi aveva qualcosa di così improbabile, così lontano da tutto quello che era stato tra loro, che Cameron rimase fermo un momento solo per lasciare che la cosa diventasse reale.
Poi gli prese il viso tra le mani.
Il Duca chiuse gli occhi, quel gesto piccolo e involontario che Cameron aveva imparato a raccogliere in silenzio perché era la sua versione di cedere senza cedere. Si protese in avanti e lo baciò piano, poi meno piano, e sentì il Duca rispondere con una lentezza che aveva qualcosa di ostinato, come se volesse sentire ogni cosa invece di andarle incontro.
Scivolarono sul tappeto senza deciderlo.
Cameron si ritrovò sopra di lui, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi, e per un momento si fermò, non per incertezza, solo per guardarlo. Il Duca aveva quell’espressione che Cameron stava ancora imparando a conoscere, quella senza nome preciso, solo adesso era più chiara, meno costruita, con qualcosa di quasi vulnerabile nella luce grigia della finestra. Sciolse la cintura della veste da camera, con un gesto lento, facendo scorrere il tessuto intorno alla vita del Duca, sentendo il tessuto cedere sotto le dita, la pelle che appariva, calda. Il Duca rimase fermo, le mani sul tappeto ai lati del corpo, e lo lasciò fare, ma Cameron sentiva la tensione sotto quella quiete, il modo in cui i muscoli delle braccia si contraevano appena, il respiro che si modificava impercettibilmente, quella resistenza a intermittenza che non era rifiuto, ma era il Duca che si tratteneva dal prendere il controllo e non ci riusciva del tutto.
«Le mani,» disse Cameron sottovoce.
Il Duca alzò gli occhi su di lui. «Cosa?»
«Le tieni ferme o le usi. Scegli.»
Un secondo di silenzio. Poi le mani del Duca si alzarono e trovarono le sue cosce, non stringendo, appoggiate, come se stesse imparando i confini di una cosa nuova. Cameron sentì il calore attraverso il tessuto dei pantaloni e continuò quello che stava facendo.
La veste da camera si aprì del tutto.
Cameron posò i palmi sul petto del Duca, le stesse mani che quell’uomo aveva tenuto incatenate, che aveva studiato e misurato e usato come strumento di lettura, e sentì sotto i palmi il cuore che batteva più forte di quanto il Duca avrebbe voluto mostrare. Lo guardò.
«Lo sento,» disse.
Il Duca non rispose. Alzò una mano dalla sua coscia e la portò alla sua nuca, le dita che si chiudevano tra i capelli, e lo tirò giù verso di sé con quella forza contenuta che era la sua versione di chiedere.
Cameron lasciò che lo tirasse. Si abbassò su di lui, la bocca sul collo, la mascella, e sentì il Duca fare un suono piccolo e involontario che cercò subito di trattenere e non ci riuscì, e Cameron pensò che quello, quello specifico fallimento del controllo, era la cosa che voleva di più, non per potere, per qualcosa di completamente diverso, qualcosa che non aveva ancora un nome, ma che riconosceva nel petto come una cosa sua.
Le mani del Duca si infilarono sotto la camicia e si mossero sulla sua schiena, impazienti adesso, la resistenza che cedeva in modo irregolare, un momento fermo e quello dopo che stringeva.
«Nigel,» disse Cameron contro la sua pelle.
Il Duca inspirò. «Cameron.»
«Lasciami fare.»
Un momento di silenzio teso. Poi le mani sul dorso di Cameron si allargarono, piatte, e il Duca lasciò andare qualcosa, non tutto, mai tutto in una volta, ma abbastanza. Abbastanza da sentirlo diverso sotto di sé, più presente, meno contenuto.
Cameron alzò la testa e lo guardò.
Il Duca lo guardò dal basso con quegli occhi che adesso da vicino non erano impenetrabili, che avevano dentro qualcosa di scoperto e di vivo che Cameron aveva visto solo quella notte e che adesso ritrovava alla luce del giorno e capiva che era reale, che non era stato solo il buio a crearlo.
Lo baciò ancora, più lento questa volta, con tutta la mattina ancora davanti, la pioggia che cominciava a battere contro i vetri alti della finestra e nessuno dei due che faceva niente per alzarsi.
«Nigel,» disse.
Il Duca girò la testa verso di lui.
«Grazie.»
Il Duca rimase in silenzio per un momento. Poi, sottovoce: «Non ringraziarmi.»
«Perché no?»
«Perché non ho ancora finito con te.»
I giorni passavano così.
Cameron non avrebbe saputo descrivere con precisione come, forse nemmeno il Duca ci stava provando veramente, a dispetto dei suoi studi, del suo eloquio raffinato. Non accadeva niente di misurabile, niente che avesse un nome chiaro, eppure ogni sera quando il fuoco si abbassava e il maniero si quietava intorno a loro, Cameron si accorgeva che qualcosa si era spostato di qualche centimetro in una direzione che non aveva ancora imparato a calcolare.
Le cene erano lunghe. Il Duca mangiava poco e parlava in modo misurato, come sempre, ma c’era qualcosa di diverso nel modo in cui stava a tavola, meno costruito, meno attento alla distanza. A volte posava il bicchiere e guardava Cameron con quella concentrazione silenziosa che sembrava riservare a lui solo, e Cameron reggeva lo sguardo senza cercare di capire cosa ci fosse dentro, lasciando che ci fosse e basta.
Le serate in biblioteca avevano una loro logica. Il Duca leggeva o fingeva di leggere, Cameron camminava tra gli scaffali con quella libertà nuova di chi non deve guadagnarsi il diritto di stare in un posto, tirava fuori volumi a caso, li sfogliava, li rimetteva a posto. A volte sedevano sul divano, così vicini che le spalle si toccavano, e il silenzio tra loro era pieno di cose che nessuno dei due aveva ancora trovato il modo di dire, ma che stavano lì lo stesso, pazienti, come ospiti che sanno di essere attesi e non hanno fretta di entrare. Il fuoco crepitava nel camino con quella voce bassa e irregolare del legno stagionato che brucia lentamente, un suono che Cameron aveva imparato a distinguere nelle sue varianti, la fiamma alta e vivace delle prime ore della sera, il respiro più lento e profondo delle braci tarde. Dal basso della cappa arrivava a volte il sibilo sottile del vento che cercava passaggio, lontano, quasi gentile, come se il maniero stesse respirando per conto suo. Sul tavolino basso davanti a loro c’era un vassoio che qualcuno aveva portato senza che nessuno lo chiedesse, una caraffa di liquore ambrato e due bicchieri, un piatto di biscotti speziati che profumavano di cannella e cardamomo e qualcosa di più scuro che Cameron non sapeva nominare ma che si mescolava al tabacco e alla carta vecchia degli scaffali in un odore che stava diventando, senza che se ne accorgesse, qualcosa di famigliare a piacevole.
Il Duca teneva il bicchiere tra le dita senza bere, girandolo lentamente, e Cameron lo guardava di sottecchi senza voltarsi, imparando quella versione di lui, quella silenziosa e quasi ferma, che era forse la più vera di tutte.
Le notti erano diverse da tutto il resto.
Alcune erano urgenti, con quella fame che non si esauriva del tutto e tornava sempre con una sua logica precisa, come la marea. Il letto del Duca aveva imparato la forma di entrambi, le lenzuola che sapevano di qualcosa di caldo e personale, che apparteneva a entrambi, indistinguibile. Cameron si era abituato a quel soffitto diverso dal suo, alle ombre che il fuoco proiettava sulle pareti, al modo in cui la stanza respirava di notte in modo diverso dal giorno.
Altre notti il Duca lo teneva sveglio a parlare fino a quando il fuoco si riduceva a braci e il freddo cominciava a farsi sentire ai bordi delle coperte. La voce bassa nel buio aveva un suono che Cameron non sentiva di giorno, meno costruita, meno attenta a se stessa, come se l’oscurità allentasse qualcosa che la luce teneva stretto. Cameron aveva capito presto che quell’uomo pensava ad alta voce solo quando non poteva essere visto farlo, e quindi stava fermo e ascoltava senza interrompere, sapendo che qualsiasi movimento brusco avrebbe potuto spezzare quella cosa fragile e preziosa come si spezza il silenzio prima dell’alba.
Altre volte ancora non parlavano affatto e il linguaggio era un altro, più antico, più diretto, senza bisogno di traduzione o di cautela. Cameron imparava le versioni del cedere di quell’uomo, sottili, quasi invisibili, costruite su anni di controllo che non sparivano, ma si spostavano, si allentavano per gradi. Un respiro trattenuto troppo a lungo. Le dita che stringevano senza che lui lo decidesse. Il modo in cui girava la testa verso il cuscino quando non voleva che Cameron vedesse il suo viso, e il modo in cui Cameron lo raggiungeva lo stesso, piano, senza farne una questione, perché aveva imparato che la cosa più gentile era non nominare quello che stava succedendo mentre stava succedendo. Il Duca abbassava la guardia solo quando credeva che Cameron non stesse guardando. Cameron guardava sempre, ma a volte fingeva di non farlo.
Le colazioni erano il momento più strano.
La luce del mattino non perdonava niente. Senza il buio e senza la musica e senza il peso specifico della notte, erano solo due uomini seduti a un tavolo con il caffè davanti, e Cameron si accorgeva ogni volta di dover reimparare da capo come stare lì, come reggere quello sguardo chiaro e diretto senza che qualcosa gli si stringesse nel petto in modo che non sapeva ancora gestire.
La mattina in cui uscirono a cavallo il cielo aveva deciso di essere azzurro.
Non il grigio morbido delle settimane precedenti, azzurro vero, con qualche nuvola alta e lontana e una luce che sapeva già di primavera anche se l’aria era ancora fresca. Cameron sellò il suo cavallo senza aspettare che qualcuno lo facesse per lui, e quando il Duca arrivò alla scuderia con la giacca in mano e lo trovò già pronto non disse niente, ma qualcosa nel suo sguardo si modificò in un modo che Cameron aveva imparato a riconoscere come approvazione, anche se non l’avrebbe mai chiamata così.
Cavalcarono verso il margine orientale della proprietà, dove il bosco cedeva ai campi aperti e il terreno diventava più mosso, meno curato, una brughiera selvatica che nessuno ha deciso di domare del tutto. L’aria sapeva di terra umida e di erba nuova, quel profumo preciso della primavera che arriva prima che arrivi davvero, quando ancora il freddo c’è, ma ha perso la sua assoluta certezza. I cavalli andavano volentieri, con quella leggerezza che hanno gli animali quando il terreno è buono e non gli viene chiesto niente di difficile.
Il Duca conosceva ogni sentiero e avanzava senza pensare. Girava prima che Cameron vedesse la svolta, rallentava dove il terreno nascondeva radici sotto l’erba alta, si abbassava istintivamente sotto i rami che attraversavano il percorso a un’altezza precisa. Era la conoscenza di qualcuno che aveva cavalcato quegli stessi sentieri da ragazzo, con tutto il tempo e tutta la solitudine del mondo. Cameron lo guardava muoversi in quel paesaggio e capiva qualcosa di lui che le parole non avrebbero saputo dire altrettanto bene.
Lo seguì per un po’. Poi smise di seguirlo.
Divergere fu una non-decisione, come spesso accadeva, il cavallo che sentiva una pressione leggera del ginocchio e obbediva, il colle in lontananza che aveva qualcosa di invitante nella sua linea pulita contro il cielo azzurro. Cameron non si voltò a controllare. Salì.
Il Duca lo raggiunse in cima qualche minuto dopo, senza commentare la deviazione, come se fosse sempre stato quello il piano.
Si fermarono uno accanto all’altro. Sotto di loro la proprietà si stendeva in tutta la sua vastità, il maniero in lontananza, il lago che brillava, i campi e il bosco e i sentieri di ghiaia bianca che tagliavano il verde con quella precisione geometrica che parlava di generazioni di cura.
«Hai mai lasciato l’Inghilterra?» disse Cameron.
Il Duca tenne gli occhi sul paesaggio. «Il grand tour. Avevo diciannove anni.»
«Com’era?»
Un piccolo silenzio. «Meno libero di quanto avrei voluto. Avevo un segretario, un uomo con un senso del dovere inversamente proporzionale alla sua capacità di godersi qualsiasi cosa. Teneva un registro delle ore.»
Cameron lo guardò di profilo. «Un registro.»
«Di ogni attività. Colazione, ore sette. Visita alla galleria, ore nove. Pranzo.» La voce era piatta, ma con qualcosa sotto. «Scappavo appena potevo.»
«Dove andavi?»
Il Duca girò appena la testa verso di lui. «Dove non c’era nessun registro.»
Cameron quasi rise. «E cosa trovavi, in quei posti?»
Il Duca rimase in silenzio un momento, gli occhi di nuovo sul paesaggio.
«Venezia aveva certi locali vicino al porto,» disse alla fine, con quella voce misurata che Cameron cominciava a saper tradurre. «Il tipo di posti in cui nessuno chiedeva il nome a nessuno.»
Cameron annuì lentamente. Non era sorpreso, o forse era sorpreso che lo stesse dicendo.
«Capisco.»
«Lo so che capisci.»
Si guardarono. L’aria tra loro aveva quella temperatura specifica che spesso s’instaurava tra loro, non tensione, qualcosa di più morbido e più preciso, il riconoscimento di due persone che hanno abitato la stessa solitudine in forme diverse.
«Io avevo diciassette anni,» disse Cameron. «Una locanda vicino al porto di Bristol. Un marinaio olandese che non parlava quasi inglese.»
Il Duca lo guardò senza dire niente, in ascolto.
«Non è stato romantico,» disse Cameron. «È stato solo una notte. Ma è stato reale, e non c’era niente di sbagliato in quello che sentivo, e questo,» fece una piccola pausa, «questo valeva qualcosa. Saperlo.»
«Sì,» disse il Duca. Semplicemente.
Rimase in silenzio per un momento, poi aggiunse, senza enfasi, come si dice una cosa che si è tenuta ferma troppo a lungo: «Mia madre avrebbe saputo cosa farsene. Di me. Di quello che sono.» Una pausa breve. «Era fatta così.»
Cameron lo guardò.
«L’ho persa che avevo undici anni.» Il Duca non cambiò espressione, ma la voce aveva quella crepa sottile, la sua unica versione del cedere a parole. «Dopo di lei la casa è diventata un altro posto. Mio padre era un uomo preciso e freddo che sapeva amministrare una proprietà e non sapeva fare altro. Non era crudele. Era semplicemente assente, anche quando era nella stanza.»
«Capisco anche questo,» disse Cameron piano.
«Lo so.» Il Duca lo guardò. «Anche tu hai imparato a fare da solo presto.»
Non era una domanda. Cameron annuì appena.
Stavano fermi sui cavalli nel vento leggero di quella mattina, e Cameron pensò che non aveva mai avuto una conversazione così con nessuno, non perché le cose dette fossero straordinarie, ma perché venivano dette senza che nessuno dei due cercasse di ricavarne qualcosa, senza tattica, senza scopo, solo perché erano vere e c’era qualcuno disposto ad ascoltarle.
«Ci sono posti che avresti voluto vedere?» chiese il Duca. Non era una domanda neanche questa.
«Tutti,» disse Cameron. «Ho sempre voluto vedere tutto.» Una piccola pausa, qualcosa che si allentava nel petto. «Ambrose odiava viaggiare. Detestava gli imprevisti. I viaggi veri, quelli che portano lontano, hanno sempre imprevisti. Quindi non si andava mai lontano abbastanza.»
Il Duca rimase in silenzio un momento.
«Ci sono posti,» disse alla fine, con quella voce misurata, «che vorrei vedere di nuovo. In modo diverso. Senza registri.»
Cameron lo guardò.
Il Duca reggeva il suo sguardo senza aggiungere niente, ma quello che non diceva era abbastanza chiaro, e Cameron sentì qualcosa spostarsi nel petto, non piccolo, non facile da ignorare, qualcosa che aveva a che fare con il futuro, con l’idea che ci fosse un futuro che li contenesse entrambi, e che forse non era impossibile.
Non disse niente. Il Duca si rimise in marcia senza parlare.
Ridiscesero dal colle verso il lago.
Fu il Duca a cominciare.
Cameron non se lo aspettava, non se lo aspettava da quell’uomo, in quella forma, ma il Duca rallentò il cavallo finché non fu al passo accanto a lui, poi allungò una mano e gli colpì la spalla con una specie di spinta laterale, deliberata, quasi sperimentale, come chi non ricorda esattamente come funziona questo tipo di cosa.
Cameron lo guardò. «Cosa stai facendo?»
«Niente.»
«Mi hai spinto.»
«Osservazione corretta.»
Cameron rimase in silenzio un secondo, poi rispose alla spinta, più forte. Il Duca si spostò di lato sulla sella e recuperò l’equilibrio con l’usuale compostezza irritante, e Cameron vide l’angolo della sua bocca che si curvava appena, quel quasi sorriso che era una qualche versione della gioia, trattenuta e reale allo stesso modo.
Smontarono vicino al lago.
Il prato digradava dolcemente verso l’acqua, l’erba alta ai bordi, i salici che sfioravano la superficie con i rami nuovi. La luce ci batteva sopra e la rompeva in mille pezzi. Cameron aveva lasciato il cavallo a brucare e si era tolto la giacca quando sentì le mani del Duca sulle spalle, una presa ferma, un tentativo di sbilanciarlo.
Si girò di scatto.
Anche il Duca era in maniche di camicia, i capelli spettinati dalla cavalcata, e aveva un’espressione che Cameron gli aveva visto di rado, che somigliava alla leggerezza nel modo in cui la leggerezza assomiglia a una cosa imparata tardi, ma imparata bene. Cameron lo afferrò per la camicia e tirò, e per qualche istante ci fu solo quello, spinte, prese, un tentativo di sgambetto che non andò a segno. Il Duca usava il peso in modo più calcolato, Cameron usava la velocità, entrambi senza fiato, nessuno dei due disposto a cedere per primo.
Finirono nel lago insieme.
Non fu elegante. Fu una caduta laterale, un groviglio di braccia e tessuto bagnato, l’acqua fredda che arrivò ovunque in una volta sola, rubando loro il respiro. Cameron toccò il fondo, spinse, risalì in superficie sbuffando, i capelli sugli occhi, la camicia incollata alla pelle.
Il Duca era già emerso a mezzo metro da lui. Aveva l’espressione di chi sta elaborando una situazione inaspettata con tutta la dignità che gli rimane, che non era molta. I capelli gli gocciolavano sul viso. La camicia era trasparente.
Cameron rise.
Non un suono trattenuto, non quella cosa sommessa e controllata che aveva lasciato uscire qualche volta nelle settimane precedenti. Una risata vera, piena, che gli uscì dal petto prima che potesse fare niente per fermarla, e rimase lì in mezzo al lago ridendo del Duca di Blackthorn che aveva i capelli incollati alla faccia come alghe e l’espressione di un uomo che non cadeva in un lago da trent’anni, se mai c’era caduto.
Il Duca lo guardò per un momento.
Poi disse, con voce perfettamente controllata: «Sei soddisfatto?»
«Molto,» disse Cameron, ancora ridendo.
«Bene.» Il Duca si passò una mano sui capelli, spingendoli indietro. «Goditi il momento.»
Cameron smise quasi di ridere.
«Mi stai minacciando?»
«Sto solo osservando che l’acqua è fredda per entrambi e che varrebbe la pena uscire prima di prenderci una polmonite.»
Cameron lo guardò, ancora con il sorriso sulle labbra, il respiro corto per la risata e per l’acqua fredda, e vide il Duca che lo guardava con quella espressione, quella senza nome preciso, solo adesso c’era qualcosa di nuovo dentro, qualcosa che Cameron non aveva ancora visto su quel viso alla luce del giorno e che impiegò un momento a riconoscere.
Tenerezza. Semplice, diretta, senza costruzioni intorno.
Si avvicinò a lui nell’acqua. Il Duca non si mosse. Cameron gli prese il viso tra le mani bagnate, i pollici sugli zigomi, e lo guardò da vicino, quell’uomo che aveva cercato di spezzarlo e non ci era riuscito e adesso stava imparando qualcosa di completamente diverso insieme a lui.
Lo baciò, in mezzo al lago, con l’acqua fredda fino alla vita e i vestiti addosso e i cavalli che brucavano indifferenti sulla riva.
Il Duca alzò le mani e le posò sui suoi fianchi sotto l’acqua, non per trattenerlo, solo per tenerlo, e Cameron sentì il contatto attraverso il tessuto bagnato e pensò che non aveva mai baciato nessuno così, con tutta quella luce intorno e niente da nascondere.
Quando si separarono il Duca tenne ancora gli occhi chiusi per un secondo.
«Usciamo,» disse Cameron sottovoce.
«Sì,» disse il Duca. Non si mosse subito.
Si stesero sull’erba con i vestiti addosso come due naufraghi, la luce del sole pallido che batteva su quella striscia di prato riparata dai salici. Cameron aveva le braccia aperte, gli occhi chiusi, il viso verso il cielo. Il Duca era sdraiato sul fianco accanto a lui, appoggiato su un gomito, e lo guardava con quella concentrazione silenziosa che Cameron sentiva sulla pelle anche senza vedere.
«Cosa?» disse Cameron senza aprire gli occhi.
«Niente.»
«Mi stai guardando.»
«Sì.»
Cameron aprì gli occhi. Il Duca era lì, vicino, i capelli ancora umidi, la camicia che si stava asciugando al sole, e aveva quell’espressione.
«Il marinaio olandese,» disse il Duca.
Cameron lo guardò.
«Cosa?»
«Ti ha insegnato qualcosa di utile?»
Cameron rimase in silenzio un secondo. Poi rise di nuovo, più sommesso questa volta, e si girò sul fianco verso di lui.
«Abbastanza.»
Il Duca quasi sorrise.
«Bene.»
Cameron allungò una mano e la posò sul suo petto, sentendo il calore della pelle attraverso il tessuto umido, il battito lento e regolare sotto il palmo. Il Duca posò la propria mano sopra la sua, senza stringere, solo lì.
Rimasero così mentre il sole si spostava e il freddo li avvolgeva e i cavalli brucavano pazienti tra l’erba alta.
Cameron pensò ai posti che non aveva ancora visto. Pensò al Duca che scappava dal suo segretario verso certi locali vicino al porto di Venezia, giovane e solo, alla ricerca di qualcosa, senza sapere ancora bene cosa. Pensò che conoscersi era una cosa lenta, che ogni giorno mostrava un altro strato e sotto c’era sempre un altro ancora, e che per la prima volta in molto tempo non aveva fretta di arrivare in fondo.
«Nigel,» disse.
Il Duca girò la testa verso di lui.
«Grazie.» Non per una cosa specifica. Per tutto e per niente, per il lago e per Venezia e per quel gesto di tenerezza involontario in mezzo all’acqua fredda, per essere diventato una persona invece di restare solo una forza contro cui resistere.
Il Duca rimase in silenzio per un momento. Poi, sottovoce: «Non ringraziarmi.»
«Perché no?»
«Perché,» disse il Duca, gli occhi di nuovo sul cielo, «non ho ancora finito con te.»
Cameron lo guardò. C’era qualcosa in quella frase, non minaccia, non calcolo, qualcosa di più semplice e più difficile da sostenere.
Non rispose. Rimase lì con la mano sul suo petto, il sole tiepido sulla faccia e il lago che brillava dietro i salici, e per un tempo molto lungo non ci fu niente che mancasse.
Cameron guardò quelle due mani su quella carta antica e sentì qualcosa nel petto che non riusciva ancora a nominare del tutto, qualcosa che aveva a che fare con il futuro come qualcosa di concreto, come un posto reale in cui era possibile andare.
La proposta arrivò una sera senza preavviso, come arrivavano le cose più importanti in quella casa.
Stavano in biblioteca, il fuoco alto, i bicchieri sul tavolino. Cameron aveva in mano un volume che non stava leggendo, le pagine aperte a caso su qualcosa di botanico, illustrazioni di piante con i nomi in latino sotto, e ogni tanto alzava gli occhi sugli scaffali con quella libertà nuova di chi può stare in un posto senza doversi guadagnare il diritto di starci.
Il Duca aveva un atlante sulle ginocchia. Uno di quei volumi enormi con le pagine color avorio e i disegni dei venti agli angoli, le coste tracciate con la precisione orgogliosa dei cartografi che avevano passato anni a misurare il mondo. Lo sfogliava lentamente, con quella gestualità quasi distratta che Cameron aveva imparato a distinguere dal disinteresse — non era disinteresse, era il contrario, era concentrazione che non aveva bisogno di mostrarsi.
Cameron lo guardò girare una pagina. Poi un’altra.
«Stai cercando qualcosa?» disse.
«No.» Il Duca non alzò gli occhi. «Sto guardando.»
Cameron rimase in silenzio. Il fuoco crepitava, il vento soffiava lontano nella cappa, e l’odore dei biscotti speziati che qualcuno aveva portato senza che nessuno li chiedesse si mescolava al fumo del camino in qualcosa di caldo e quasi familiare.
«Marsiglia,» disse il Duca a un certo punto.
Cameron alzò gli occhi dal libro. «Cosa?»
«Da Marsiglia si prende il Mediterraneo.» Il Duca girò l’atlante verso di lui, il dito che indicava la costa senza toccarla. «Malta, poi la Grecia. Creta, se si vuole andare più a sud.» Fece scorrere il dito verso nord. «O si risale verso Venezia, l’Adriatico, Dubrovnik, Corfù.»
Cameron guardò la pagina. Le coste in inchiostro scuro, i nomi delle città in latino, i mari aperti tra un’isola e l’altra. Rimase in silenzio per un momento.
«Ci sei stato?» disse.
«A Venezia sì.» Il Duca riprese l’atlante, lo guardò. «Il resto no. Non con il tempo necessario per guardarlo davvero.»
«Il segretario con il registro.»
«Il segretario con il registro.» Una pausa breve, qualcosa che non era del tutto ironia. «Venezia l’ho vista di notte, tra un appuntamento e l’altro. Non è il modo giusto.»
Cameron lo guardò. «E qual è il modo giusto?»
Il Duca alzò gli occhi su di lui, quegli occhi scuri che da vicino non erano mai stati impenetrabili come Cameron aveva creduto all’inizio, che avevano dentro strati che continuava a trovare ogni volta che smetteva di aspettarseli. «Senza fretta,» disse. «Senza dover essere da nessuna parte il giorno dopo.»
Cameron rimase in silenzio. Fuori il vento passò più forte, un suono lungo e basso che si portò via qualcosa, poi tornò il silenzio di prima.
«Dicevi che non eri mai andato abbastanza lontano,» disse il Duca.
«L’ho detto.»
«Quindi.»
Non era una domanda. Cameron lo sapeva, conosceva abbastanza quella voce da sapere quando una parola era una porta lasciata aperta e quando era solo una parola. Questa era una porta. Il Duca l’aveva aperta e stava aspettando, con quella pazienza che non assomigliava all’attesa di chi vuole qualcosa ma a quella di chi sa già cosa risponderà l’altro e lascia che ci arrivi da solo.
Cameron guardò di nuovo l’atlante. Creta. Il nome aveva qualcosa di antico e di concreto insieme, la certezza che esistesse davvero un posto così, con un porto e un’aria diversa e un cielo che non aveva ancora visto.
«Senza segretari,» disse.
Il Duca quasi sorrise. «Senza segretari.»
«E senza registri.»
«Senza registri.»
Cameron posò il libro di botanica sul bracciolo, le illustrazioni delle piante rivolte verso il soffitto. Pensò al porto di Bristol a diciassette anni, l’odore di catrame e acqua salata, la certezza viscerale che il mondo cominciasse esattamente là dove lui non poteva arrivare. Pensò agli anni con Ambrose, quella voce ragionevole e definitiva che diceva troppo imprevisto, troppo lontano, troppo incerto, e alla versione di sé stesso che aveva accettato quella ragionevolezza così a lungo da dimenticare che era una gabbia.
Alzò gli occhi su Nigel.
«Quando?» disse.
«Quando vuoi.»
Cameron allungò una mano e la posò sulla pagina dell’atlante, il palmo aperto su quel mare disegnato. Il Duca posò la sua sopra, senza stringere, senza dire niente, e Cameron guardò quelle due mani su quella carta antica e sentì qualcosa nel petto che non riusciva ancora a nominare del tutto, qualcosa che aveva a che fare con il futuro come qualcosa di concreto, come un posto reale in cui era possibile andare.
«Presto,» disse Cameron.
Il Duca non rispose. Non era necessario.
Tre giorni dopo Cameron andò al villaggio.
La mattina era limpida, l’aria fresca con quella qualità già diversa della primavera arrivata davvero, non quella timida e indecisa delle settimane precedenti ma qualcosa di più sicuro, più aperto. Il cavallo andava di buon passo sul sentiero, contento anche lui del sole e del terreno asciutto, e Cameron lo lasciò andare senza fretta, le redini sciolte, il viso verso la luce.
Aveva una lista in testa. Tabacco per Nigel, una miscela specifica che aveva finito la settimana prima e di cui Cameron aveva notato l’assenza senza che nessuno glielo chiedesse. Un libro ordinato dal libraio, qualcosa di geografico, atlanti e diari di viaggio, si era sorpreso a cercarne di nuovi sugli scaffali della biblioteca e poi a ordinarli come se stesse preparando qualcosa. Una scatola di spezie dalla drogheria che aveva visto in vetrina e che aveva continuato a pensarci senza capire bene perché, finché non aveva capito che voleva portarla a Nigel solo per vedere cosa ne avrebbe fatto.
Pensava al Mediterraneo.
Non in modo astratto, come aveva sempre pensato ai viaggi, come si pensa alle cose che appartengono a un altro tipo di vita. In modo concreto, specifico, con i nomi delle città che gli tornavano in mente mentre cavalcava, Creta, Dubrovnik, Corfù, ognuno con un suono diverso, ognuno con qualcosa dentro che prometteva un paesaggio che non aveva ancora visto. Pensava al Duca che scappava dal suo segretario verso i porti di Venezia, giovane e solo, cercando qualcosa senza saperlo ancora, e pensava che adesso lo sapeva, entrambi lo sapevano, e che questo cambiava tutto.
Si concesse di sperarlo davvero, per la prima volta.
Non come possibilità cauta, non come cosa che poteva ancora essere tolta, ma come qualcosa di reale, di suo. Il futuro come posto in cui si poteva andare con qualcuno che si era scelto. Il mare come cosa concreta, non metafora. Nigel sul ponte di una nave senza registro e senza segretario, con quella sua andatura misurata e quegli occhi che da vicino non erano mai stati impenetrabili come sembravano.
Cameron quasi rise da solo, sul sentiero deserto, al pensiero di Nigel sul ponte di una nave.
Il villaggio era tranquillo a quell’ora, le botteghe aperte, qualche carro fermo davanti alla locanda. Lasciò il cavallo allo stalliere, fece le commissioni con quella calma nuova che aveva imparato nelle ultime settimane, il tabacco, il libro avvolto in carta bruna, le spezie in una scatolina di legno chiaro che profumava già di cardamomo e pepe.
Rimontò con le mani piene e il sole già più alto.
La strada del ritorno era la stessa dell’andata, il sentiero ghiaioso tra i campi, il bosco che cominciava dopo la curva larga, il maniero che si sarebbe visto in lontananza dopo il secondo colle. Cameron conosceva ogni metro, lo aveva percorso abbastanza volte da non doverci pensare, e forse fu questo, quella familiarità, quella mancanza di attenzione, che gli impedì di vedere prima.
La carrozza era ferma sul lato del sentiero, una ruota sollevata come se avesse preso una buca, due uomini accanto con l’aria di chi aspetta il fabbro. Cameron non rallentò. Non c’era ragione di rallentare.
Lo prese di lato, dal bordo del bosco, il terzo uomo che non aveva visto.
Il cavallo si impennò. Cameron perse una staffa, recuperò per istinto, si girò, e per qualche minuto fu solo quello, il rumore sordo dei pugni e il fiato corto e quella ferocia fredda che sapeva di avere nel corpo da sempre e che non aveva mai avuto così tanta ragione di usare. Ne mandò uno a terra con il gomito. Un secondo prese il cavallo per la briglia e Cameron gli arrivò addosso con tutto il peso prima che riuscisse a tenerlo fermo.
Il terzo era già dietro.
Quando finì Cameron era in ginocchio sul sentiero con le mani legate e il sangue che gli scendeva sulla tempia e la scatolina delle spezie rotta sull’erba del bordo strada, il cardamomo disperso nella polvere, e il futuro che fino a un’ora prima era stato una cosa concreta e reale si era fatto di colpo lontanissimo, irraggiungibile, come lo era sempre stato.
La portiera della carrozza si aprì.
Cameron non disse niente. Guardò il bosco, il sentiero, la direzione del maniero che non si vedeva ancora, e registrò ogni cosa con quella precisione fredda che era il suo modo di sopravvivere, l’ora del sole, la direzione, il numero degli uomini, i dettagli che potevano servire dopo.
Dopo era una parola a cui si aggrappò mentre lo spingevano dentro.
Il Duca non era abituato ad aspettare senza sapere cosa stava aspettando.
Cameron avrebbe dovuto tornare per pranzo. Non era una regola scritta, non c’era nessun accordo esplicito tra loro. Non ne avevano bisogno. Era semplicemente quello che succedeva, quello che era successo ogni volta nelle settimane precedenti.
Il pranzo passò. Il Duca mangiò poco, lasciò che il valletto portasse via i piatti senza commentare l’assenza, rimase seduto al tavolo con il caffè davanti che si freddava guardando il vialetto dalla finestra.
Forse si era fermato al villaggio. Forse aveva trovato qualcosa di interessante, una conversazione, una bottega. Cameron aveva quella curiosità silenziosa per le cose ordinarie che il Duca apprezzava inlui, una delle sue forme di libertà, quella di un uomo che per anni non aveva avuto il permesso di perdere tempo senza motivo.
Rimase a tavola più a lungo del solito. Poi si alzò.
Nel pomeriggio aprì l’atlante in biblioteca, alla pagina del Mediterraneo, la stessa di tre sere prima. Rimase a guardare le coste in inchiostro scuro per qualche minuto senza vederle davvero. Richiuse il volume con una cura che non era necessaria. Si alzò. Andò alla finestra.
Il vialetto era deserto.
Verso le quattro mandò uno stalliere al villaggio. Lo stalliere tornò un’ora dopo: il cavallo di Cameron non era più allo stallo del libraio, il libraio ricordava di averlo visto ripartire verso mezzogiorno, nessuno in paese lo aveva visto dopo quell’ora.
Il Duca ascoltò il rapporto in piedi, le mani intrecciate dietro la schiena.
«Il cavallo,» disse.
«Non è tornato neanche lui, Milord.»
Rimase in silenzio per un momento. «Bene. Vai.»
Prima che il buio scendesse del tutto uscì con due uomini a cavallo e percorse il sentiero tra il maniero e il villaggio due volte, all’andata e al ritorno, con quella metodicità silenziosa che metteva in tutto quello che non voleva lasciare al caso. Il sentiero era deserto. Il bosco ai lati era silenzioso. La luce stava cedendo in fretta, quel grigio rapido del tramonto che toglie i dettagli prima ancora che te ne accorga.
Non trovò niente di definitivo. Solo terreno, erba, ghiaia, il buio che avanzava.
Tornò al maniero a notte fonda con meno di quello che aveva portato via.
Elias era nell’atrio.
Non faceva niente di particolare, stava sistemando qualcosa su un tavolino laterale con quella precisione inutile di chi vuole sembrare occupato. Alzò gli occhi quando il Duca entrò, e il Duca lo vide fare quella cosa, quella piccola esitazione prima di decidere di parlare, che in un altro momento avrebbe letto come incertezza e che adesso lesse come qualcosa di diverso, qualcosa che non riusciva ancora a nominare.
«Milord,» disse Elias. La voce era misurata, quasi delicata. «So che non è affar mio.»
Il Duca si fermò. Lo guardò.
«Ma negli ultimi giorni,» continuò Elias, gli occhi bassi, il tono di chi fa fatica a dire una cosa che preferirebbe non dire, «Cameron ha detto alcune cose. Piccole cose, Milord, forse non significano niente.» Una pausa. «Sul fatto che non sapeva ancora dove andare. Che aveva bisogno di pensare. Che certe situazioni non si possono tenere in piedi a lungo senza che costino più di quello che valgono.»
Silenzio.
Il Duca rimase fermo dov’era. Il mantello ancora addosso, i guanti in mano, il freddo della notte che non aveva ancora lasciato del tutto. Guardò Elias con concentrazione silenziosa che non richiedeva movimento per essere sentita.
«A te,» disse alla fine. «Ha detto queste cose a te.»
Elias alzò gli occhi, li riabbassò. «Qualche volta, Milord. Quando si incrociavano. Non cercava conversazione, ma a volte le cose escono.»
«Sì,» disse il Duca. «A volte escono.»
Non era una conferma. Non era niente di identificabile. Era solo quella frase, detta con quella voce piatta, e Elias non riuscì a capire se fosse stata creduta o no, e questa incertezza era esattamente quello che il Duca voleva che sentisse.
«Vai,» disse il Duca.
Elias si mosse verso la porta. Si fermò. «Milord, spero davvero che…»
«Vai,» ripeté il Duca.
Elias andò.
Il Duca rimase solo nell’atrio per un momento, il silenzio del maniero intorno, il ticchettio dell’orologio sul camino. Poi salì le scale lentamente, andò allo studio, si sedette nella sua poltrona senza togliersi il mantello.
Il fuoco era basso. Non chiamò nessuno per ravvivarlo.
Quello che Elias aveva detto non era credibile. Cameron non era il tipo di uomo che diceva le cose importanti a un valletto per caso nei corridoi. Cameron non diceva le cose importanti quasi a nessuno, le teneva dentro finché non erano pronte, finché non aveva deciso lui di tirarle fuori. Il Duca lo sapeva. Lo aveva imparato settimana dopo settimana, ogni resistenza, ogni cedimento, ogni parola scelta con una precisione silenziosa che era la sua forma di onestà.
Cameron non era andato via da solo.
Eppure.
Il fuoco crepitò piano. Il Duca non si mosse. Rimase seduto con le mani sulle ginocchia e gli occhi sul camino, e non pensò a quello che Elias aveva detto perché non c’era niente su cui pensare, perché non ci credeva, perché Cameron aveva detto presto con la mano aperta sul Mediterraneo disegnato e quella parola aveva avuto un peso che il Duca conosceva abbastanza da non confondere con nient’altro.
Eppure il fuoco si abbassava e Cameron non tornava e il maniero era silenzioso in un modo che non era il solito silenzio, era un silenzio con qualcosa in meno, con una forma assente che il Duca continuava a misurare senza volerlo.
Verso le tre il fuoco si spense.
Il Duca non si mosse per riaccenderlo. Rimase seduto nel buio che avanzava, il mantello ancora sulle spalle, e fuori il vento passava tra gli alberi del parco con quel suono lungo e basso che a volte assomigliava a una voce e non era niente.
Quando l’alba cominciò a filtrare dalle tende si alzò. Si sistemò la giacca con movimenti precisi e meccanici. Andò alla finestra e guardò il vialetto deserto per un momento, quella ghiaia bianca nella luce grigia del mattino.
Poi andò a dare disposizioni per riprendere le ricerche.
La voce era quella di sempre, misurata, senza incrinature. Gli ordini erano chiari, il perimetro da coprire, gli uomini da mandare, le domande da fare al villaggio e nelle fattorie intorno.
Solo le mani, sul bordo della scrivania mentre parlava, stringevano il legno con le nocche bianche.


















